VISUALIZZAZIONI DEL SACRO
ABITARE LA "CASA":
EX-TASI DELLA LUCE
di FERNANDO BARRA
Basilio di Cesarea di Cappadocia ( 330 – 379 ) in un
famoso testo rappresenta efficacemente lo stato lacrimevole
in cui al tempo suo versavano le Chiese lacerate dalla crisi
ariana: “ Una notte tenebrosa, triste e cupa, si stende
sulle Chiese, poiché le luci del mondo poste da Dio per
illuminare l’anime dei popoli, sono state esiliate.
L’eccesso delle mutue rivalità tra i potenti toglie loro
ogni sensibilità mentre sovrasta ormai il timore di una
distruzione universale.” (1)
Questo brano mi permette di contestualizzare il contenuto di
questa ricerca che ha lo scopo di tracciare nuove piste
d’indagine tenendo presente l’ambiente in cui essa si
colloca.
“ Unouesto brano di Basilio mi permette dci contestualizzare
sadasd solo è ormai lo scopo dell’amicizia: parlare a
proprio piacimento; e se le opinioni sono divergenti, ciò è
motivo sufficiente di inimicizia. Per l’unione nella
rivolta, il condividere lo stesso errore dà più affidamento
di qualsiasi congiura. Chiunque è teologo, anche chi ha
l’anima segnata da mille macchie. Di conseguenza per i
novatori vi è grande abbondanza di partigiani; e così
intriganti autoeletti si dividono la presidenza delle chiese
senza preoccuparsi affatto dei piani dello Spirito Santo. E
poiché ormai le istituzioni evangeliche sono state
completamente confuse dal disordine, lo scontro per le sedi
episcopali è indescrivibile. Ognuno di quelli che aspirano a
mettersi in vista usa la violenza per potere accedere alla
presidenza. Tra i popoli si è insediata una terribile
anarchia derivata da questa sete di potere cosicché gli
appelli dei capi rimangono completamente inefficaci e vani
poiché ciascuno, per la presunzione che deriva
dall’ignoranza, pensa di non essere tenuto ad obbedire a
qualcuno più che di comandare ad altri. Per questi motivi io
pensavo che fosse meglio tacere che parlare poiché una voce
umana non ha possibilità di farsi ascoltare in mezzo a tanti
rumori”. (2)
Basilio continua con lucidità la sua descrizione del tempo
che ci permette di riconsiderare l’esperienza ecclesiale nei
suoi risvolti negativi. Ci sono momenti nella storia in cui
ogni tentativo di comprensione risulta vano. Facilmente ci
si confonde, saltano gli equilibri, ciò in cui si credeva e
su cui si poggiava la vita sembra svaporarsi nel nulla. I
luoghi stessi dove si riscontrava una accoglienza per una
condivisione affettiva ed effettiva diventano estranei. Il
nulla invade ogni spazio, il relativismo impera, siamo
costretti a discutere, se l’embrione è soggetto di diritto o
meno, è lecito dare la morte qualora la si chiede, ci si
accontenta del piccolo cabotaggio, la stessa creazione non è
luogo di incontro e di condivisione, spazio di fraternità,
ma altri luoghi si esplorano in una ricerca spasmodica di
paradisi artificiali che poi non si sa chi dovrà abitarli.
La storia con il suo bagaglio di esperienza resta per noi il
luogo dell’indagine alla ricerca del senso e riportare alla
luce esperienze feconde di bene resta per noi un compito
essenziale e inderogabile. Ogni uomo che nasce ha il diritto
di sapere dove si trova e chi lo ha preceduto. Occorre
parlare o tacere?
“ Se sono vere infatti le parole dell’Ecclesiaste: “ Le
parole dei saggi si ascoltano nella calma”, per affrontare
questo argomento nella situazione attuale bisogna essere
convinti che è veramente opportuno. Mi colpisce anche quel
detto del profeta: l’uomo prudente in quel tempo tacerà,
perché è un tempo di sventura, tempo in cui alcuni ti fanno
inciampare, altri insultano colui che è caduto, altri ancora
applaudiscono, e non c’è nessun che per pietà tenda la mano
a colui che viene meno. Eppure, nella legge antica, chi
passava diritto davanti alla bestia da soma del suo nemico,
caduta sotto il giogo, era condannato. Ma oggi non è più
così ? Perché ?Perché la carità si è raffreddata sotto tutti
gli aspetti, l’accordo fraterno è sparito,ed è perfino
ignorata la parola concordia; sono scomparse le ammonizioni
piene di carità; non c’è più sentimento cristiano; non vi
sono più lacrime di compassione. Non c’è più chi venga in
aiuto al debole nella fede… ci si rallegra di più per le
sventure dei vicini che per le proprie buone azioni e sembra
che il male si sia stabilito in noi in modo tale che siamo
divenuti più irrazionali degli stessi esseri irrazionali
perché questi, quando sono della stessa razza,si riuniscono
tra di loro, mentre noi facciamo la guerra più aspra ai
vicini.”(3)
Una voce autorevole ha mostrato il disagio dell’uomo
contemporaneo che vive ormai fuori di casa, fuori da ogni
luogo o tempo in cui si riconosca ed è riconosciuto.
Sono debitore a Testori che con coraggio e determinazione ha
posto in termini esistenziali la questione:
“ La verità è che l’uomo d’oggi non se lo dice , forse di
dirselo ha vergogna, ma sente una terribile nostalgia di
tornare a casa; alla casa del Padre. E allora la Madre è lì,
con Cristo, a formare la capanna, la casa, la Chiesa. Da lì,
come dicevo prima, credo che l’uomo potrebbe cominciare una
riscoperta totale. Comunque la riscoperta totale per noi «
figli », non può non passare da Maria, dalla Madre, di cui
noi cristiani ci siamo invece dimenticati o addirittura
vergognati. Pensa, ci siamo vergognati di lei, la nostra
Mamma. Del resto ci siamo dimenticati e vergognati anche del
Natale. Invece, questo, è proprio il momento in cui l’uomo
disperato domanda di ritrovare il Natale; di ritrovare la
propria nascita; la memoria della propria vera nascita.
Allora le liturgie dimenticate o tralasciate diventano colpe
spaventose. Noi non calcoliamo, credo, cosa determini
consciamente e inconsciamente, la liturgia effettuata e
partecipata; la liturgia che la comunità vive totalmente. Lo
dico al di là di quello che, ogni volta e nella sua somma,
storicamente noi possiamo vedere e sapere. Intendo riferirmi
alla diffusione di Grazia che è nella liturgia della Chiesa.
Ecco, io credo che sia una grossa colpa averne dimenticato e
come confinato i momenti effusivi. Per tornare al Natale,
che della liturgia è il momento effusivo per eccellenza, il
momento della nascita di Cristo, la capanna, la casa; ecco,
oggi, nel suo profondo, l’uomo non desidera che questo. Va
via di casa perché la casa non è più la “ casa”; perché
gliel’hanno dissacrata; perché gliel’hanno ridotta a niente.
Avrà dei locali più decenti la casa, ma ne hanno tolto la
memoria di che cos’è per l’uomo; la capanna, intendo; la
cascina; e dentro quella, la casa assoluta della nostra
storia: la Chiesa.” (4)
Questi autori se pur distanti tra loro interpretano il loro
tempo cercando di comprendere il perché del disagio e della
difficoltà in cui versa la vita dell’uomo. Se non c’è più
carità e sentimento cristiano ( Basilio) e se la casa è
stata dissacrata ( Testori), come parlare di Dio e chi
parlandone può evitare il rischio di cadere nella
chiacchiera ( Heidegger) ?
Trovare il senso, la direzione, l’orientamento, tenere
accesa la lanterna nella notte, è compito di tutti ? Ma
senza il riaccadere della luce dall’alto, può l’uomo farcela
da solo?
Riascoltiamo Testori:
“ Questo, invece, è il momento in cui l’uomo geme nella
nostalgia di riavere la propria, vera casa e di
ripercorrere, e di ritrovare fino in fondo il suo vero e
proprio Natale: il Natale di Cristo. Credo che questi
momenti, proprio perché sono i più umili, i più affranti, i
più preda della retorica e del rischio, siano anche quelli
che andrebbero recuperati tutti e interi; recuperati e
riportati qui, nel gemito, nell’urlo, nella disperazione,
nella demenza dell’uomo moderno. E come rischiarare la
demenza , come liberarla se non gli fai ritrovare il senso
di quel primo momento, di quel primo vagito e poi il senso
che è dentro, legato strettissimamente, il senso del primo
vagito di Cristo, cioè di Dio che per darci memoria si è
fatto uomo?”(5)
Questa domanda che Testori pone è decisiva per uscire dalla
“ retorica “ dall’insignificanza e ritrovare la strada del “
reale ” , della corposità, della carne, della terra, della
storia.
“ E’ dalla terra, dalla solidità che deriva necessariamente
un parto pieno di gioia e il sentimento paziente di un opera
che cresce, di tappe che si succedono, aspettate con calma,
con sicurezza.Occorre soffrire perché la verità non si
cristallizzi in dottrine ma nasca dalla carne.” ( E. Mounier)
“ Neanche la passione credo si possa leggere completamente
se non si partecipa sino in fondo il Natale; la realtà che è
il Natale. Lui dalla Croce ha detto: “ Madre ecco tuo
figlio”; cioè ha ricomposto il cerchio della famiglia, della
capanna, della casa; della Chiesa: il cerchio del Natale. Lì
è il nodo di tutto: la richiesta di questo ritorno a casa
che è la riconquista della memoria e della possibilità della
meta. Allora tutta la strada che dovremo percorrere, tutto
il dolore che ci sarà lungo questa strada, perché al punto
in cui siamo sarà una strada dura e dolorosa, allora, se tu
hai sempre presente il momento in cui nella storia è nato
Cristo, il momento della storia in cui Dio ti ha fatto
nascere, il momento in cui sei nato, se lo hai sempre
presente, hai in Te la ragione totale, quindi la ragione
affettiva, il calore e la forza per percorrere questa
strada. Non credo che ci si possa illudere; sarà una strada
faticosissima quella che permetterà che l’uomo si riconsegni
a Cristo, ma mi pare che il momento dell’origine vi sia
fondamentale.” ( 6)
Accettiamo questa sfida, oserei dire questo grido disperato,
ripercorriamo, come a ritroso alla riscoperta del primo
vagito, del primo spalancarsi del mondo ai nostri occhi,
tutto il mondo in un solo sguardo, come il mondo negli occhi
di Cristo.
Atanasio, nel “ De incarnatione”, così si esprime riguardo
alla nascita di Cristo:
“ Dio si è fatto uomo, perché l’uomo potesse diventare Dio”.
(7) Questa affermazione può essere addirittura considerata
il principio della soteriologia della Chiesa antica . (8) La
divinizzazione è il fine del piano di Dio e la nostalgia
umana: su questo tutti concordano nella Chiesa antica. (9)
I Padri antichi leggono con stupore l’evento dell’ac-cadere
di Dio nella vita dell’uomo, in esso riscoprono la strada,
non più l’uomo prigioniero dell’angusto spazio e del
tremendamente breve tempo, ma il recupero del particolare,
dell’istante, dell’“infinitamente piccolo”(Pascal), della
bellezza di questa terra che Dio ha scelto per farsi
incontrare.
Occorre adesso fondare questo contenuto di esperienza che
eleva l’uomo ad una dignità che va oltre il suo limite e lo
recupera per un incontro che va oltre la morte. Il Prologo
del vangelo di Giovanni resta una testimonianza
imprescindibile per ogni discorso sul mistero
dell’incarnazione del Verbo di Dio e della divinizzazione
dell’uomo come sua diretta conseguenza.
“ Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo noi; e
noi vedemmo la Sua gloria, gloria come di Unigenito dal
Padre, pieno di Grazia e di Verità “ (Gv. 1,14).
E ancora nella prima lettera di Giovanni:
“Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la
scienza. Non vi ho scritto perché non conoscete la Verità,
ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla
Verità. Chi è il menzognero se non chi nega che Gesù è il
Cristo ? ” ( 1Gv. 2, 21-22).
“ Carissimi non prestate fede ad ogni ispirazione, ma
mettete alla prova le ispirazioni per saggiare se provengono
veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi
nel mondo. Da questo potete riconoscere lo Spirito di Dio:
ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella
carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è
da Dio ” ( 1Gv. 4, 1-2).
Ascoltare “ il primo vagito “ di Cristo significa riandare a
questa teologia che non mostra nessuna reticenza ad
ammettere che nella carne del Cristo riposa tutta la
pienezza della Verità e la potenza di Dio. Vedere questa
gloria apre l’uomo a riscoprire la positività di ogni realtà
creata che , seppur segnata dalla ineluttabilità della
morte, essa resta aperta all’accadimento di Dio che la
vivifica e la trasporta nel suo stesso orizzonte di Bene. La
gloria che gli apostoli scorgono nella presenza del Verbo
fattosi carne è la Luce attraverso la quale il visibile
diventa trasparente. L’uomo incontra se stesso e tutte le
cose hanno finalmente un nome.
Quale imperscrutabilità avvolge l’universo, e come è
incomprensibile il suo stesso essere! Quale abisso è l’uomo
!
Il mistero che si mostra come luce anche se nasconde la sua
natura , tuttavia rivela il suo atto.
Così il Palamas (1296-1359): “ Non si vede affatto Dio nella
sua natura che rimane inconoscibile, ma il mostrarsi totale
dell’atto di Dio: divina è quindi questa luce, e giustamente
dai santi è chiamata deità; infatti deifica: perciò essa non
è solo questo, ma anche divinizzazione in sé e principio
divino, « pare essere distinzione e moltiplicazione del Dio
uno, ma non di meno è principio di Dio, superiore a Dio e
superiore al principio », uno in una deità e proprio per
questo principio di Dio, superiore a Dio e superiore al
principio, poiché è ciò che fa sussistere questa deità, come
dissero i maestri della Chiesa […]che chiamano deità il dono
deificante che viene da Dio “.
(10)
“L’azione dello Spirito Santo presente in noi ci mette in
comunicazione viva con il Dio Uno e Trino, e ci “deifica”.
Il vocabolario della “deificazione” o “divinizzazione” si è
imposto ai Padri greci come capace di esprimere la novità
della condizione a cui l’uomo è stato portato grazie
all’incarnazione del Figlio di Dio. La divinizzazione,
spiritualizzazione, santificazione dell’uomo dipende dalla
“umanizzazione”, di Dio: si tratta di uno scambio misterioso
in cui come dice Teodoro di Ancira, “ciascuno fa sue le
proprietà dell’altro.” (10 bis). Mandandoci il suo spirito
Cristo ci dà una vita nuova, non in senso escatologico o
morale, ma il pieno senso di questo termine è ontologico,
cioè una nuova identità. Gesù dispone della vita, la dona in
sovrabbondanza (Gv 10,10), è Egli stesso la vita (Gv 14,6) e
allo stesso tempo è “la nostra vita” (Col 3,4) per mezzo del
suo Spirito che è come “l’anima della nostra anima” (Teofane
il Recluso ).
Non ci si confonde con Dio, ma si partecipa col nostro atto
all’atto divino di manifestarsi. Anche il corpo partecipa
alla deificazione.
“ Il nostro corpo e la nostra individualità vengono
riassorbiti, ma non negati dallo Spirito. Ed il corpo si
spiritualizza, ma senza negare la propria natura corporea,
come l’intelletto non nega la propria natura intellettiva,
né l’individuo la propria individualità “. (11)
La cosa strabiliante alla quale il Palamas vuole introdurci
è ciò che ne consegue: quando noi ci divinizziamo, è anche
Dio che si abbassa per divenire noi. Si tratta di una
interpretazione radicale e sempre ripetuta
dell’Incarnazione; Dio si è fatto uomo non solo perché gli
uomini diventino Dio, ma anche per poter continuare a
divenire uomo in ciascuno di noi. Ascoltiamo il Palamas:
“ Così il nostro intelletto viene a stare fuori da se stesso
e si unisce a Dio, tuttavia solo in quanto è venuto a stare
al di sopra di se stesso. Ma anche Dio viene a stare fuori
da se stesso, e così si unisce al nostro intelletto, ma
servendosi di un abbassamento: come incantato dal desiderio
e dall’amore e per eccesso di bontà, mentre prima era al di
sopra di tutte le cose e le trascendeva tutte, ora viene
invece a stare inseparabilmente fuori da se stesso e si
unisce a noi con la stessa unione superiore all’intelletto”.
(12)
Ettore Perrella così commenta questo passo:
“ Occorre rilevare a questo punto che, se l’individualità
umana non è affatto perduta nella visione dell’Assoluto è
proprio perché essa stessa è altrettanto omotriadica della
natura divina: « l’uomo spirituale è costituito da tre
ipostasi: dalla grazia dello spirito celeste, dall’anima
razionale e dal corpo terreno » ( §1,3,43). Dio si
ipostatizza in noi, come noi diveniamo realmente – anche se
solo per affiliazione – suoi figli, proprio perché la luce
del suo atto è inseparabile da lui come da noi. E proprio
questo assicura all’uomo la sua funzione di legame tra il
Creatore ed il creato: il primo non è affatto assente dal
secondo o nascosto dietro il secondo, ma vi è continuamente
presente con il proprio atto, che diviene evidente però solo
a chi è in grado di vederlo grazie al solo fatto di riuscire
a parteciparne”. (13)
Già Gregorio di Nissa (333-394) al cui pensiero deve molto
il Palamas ci aveva educati a considerare la vita spirituale
come una nascita di Cristo in noi: “ Gesù, il bambino in
noi, in coloro che lo accolgono cresce alla sua maniera, in
sapienza, età e grazia. Ciò non accade alla stessa maniera
in ciascuno, ma s’adatta alla misura di coloro in cui
accade. A seconda delle capacità di colui che lo accoglie,
Cristo si mostra come bambino, in progresso o già in
compimento”. (14).
Mariette Canévet così commenta i brani del Nisseno: “
L’uomo, come creatura finita, non possiede per sé questa
capacità di progresso continuo; è l’inabitazione di Cristo
che infrange costantemente i suoi limiti. La vita spirituale
è quindi una nascita di Cristo in noi”.(15). E ancora per
comprendere il principio della divinizzazione : “L’amore
opera un’unità fisica con l’anima… Per questo colui che da
sempre esiste si dà a noi, volutamente, come cibo, affinché
noi, che lo abbiamo accolto, diventiamo ciò che egli stesso
è”.(16). “Poiché la natura di Dio è infinita, l’unione
dell’anima con Dio spinge l’anima stessa ad un progresso
sempre crescente. Persino nel momento in cui l’anima è del
tutto piena e unita fin nell’intimo, essa alla presenza di
Dio viene dilatata e resa capace di desiderare ancor più. A
differenza del desiderio sensibile, questo desiderio di Dio
ogni volta viene esaudito, ma non conosce né sazietà né
nausea. L’uomo quindi è spinto a superare i confini della
propria natura. E’ questo il principio della sua
divinizzazione: dimentica di quanto s’è lasciata dietro e di
quanto ha appena compreso, l’anima è destinata a partecipare
eternamente ai beni divini, in un progresso continuo. E’
questa la beatitudine”.(17). “L’inacessibile si fa conoscere
lui stesso per grazia, per Gesù Cristo, nello Spirito Santo…
Quando Gesù rivela l’identità del Padre e di Dio, egli situa
questa rivelazione in un altro mistero che le formule
tradizionali riassumono in due movimenti; l’uno è
discendente: tutto il bene ci viene dal Padre per il Figlio
nello Spirito; l’altro è ascendente: noi ci eleviamo nello
Spirito per il Figlio fino al Padre”.(18).
I Padri della chiesa hanno percepito e compreso che “il
Lògos di Dio si è fatto carne per diventare il Mediatore di
una nuova alleanza. Cristo è mediatore in quanto uomo dotato
della pienezza della grazia, perché <<Dio è in Lui,
riconciliando il mondo con se stesso>>(2Cor.5,19). Gesù
Cristo non è tra Dio e il popolo, non è neppure il
rappresentante di Dio come potrebbe essere un angelo, perché
è lui stesso <<causa di salvezza eterna>>(Eb.5,9). E’ dunque
in Lui che Dio parla agli uomini ed è per Lui che la voce
umana si eleva verso Dio, partecipando all’eterno dialogo
tra il Padre ed il suo Verbo”. (19).
L’incarnazione del Figlio di Dio rende ragione di questo
nuovo tempo che si instaura e del riscatto della creazione,
non più distante da colui che per amore l’ha fatta, ma
pienamente ricondotta ad una positività che la rende segno
della presenza stessa di Dio. La creazione assume un compito
importante nella economia della Salvezza. “Ho visto questo
spettacolo della natura, scrive Basilio, osservando l’opera
della creazione, e ho ammirato la saggezza di Dio”. (20).
Noi giungiamo alla contemplazione della bellezza fissando il
nostro sguardo sulla creazione. Tale era la situazione nel
Paradiso. La contemplazione è il ritorno allo stato
primitivo dell’uomo innocente. Questo suppone un’anima che
guarda attorno a sé in cerca di un pensiero di Dio”.(21).
Occorre recuperare la concretezza, la solidità della terra,
averne rispetto perché “ se voi meditate spesso sulla
creazione, scrive Teofane il Recluso, <<ogni cosa diverrà
per voi simile ad un libro sacro o ad un capitolo di questo
libro. Il minimo oggetto, la minima occupazione e la più
piccola opera vi suggeriranno sempre il pensiero di Dio. Da
quel momento camminerete nel mondo visibile come nella sfera
spirituale; tutto vi parlerà di Dio e tutto sosterrà
l’attenzione rivolta a Dio>>”.(22). Sarà lo Spirito Santo a
fissare la sua sede nel cuore del cristiano, e questi
diviene sempre più cosciente del suo stato dialogale e si
sente incluso nel dialogo eterno delle Tre Persone Divine.
Tale “sentimento” si concilia con l’attenzione agli esseri
creati, perché non raddoppia l’atto della conoscenza, ma lo
approfondisce, divenendo una disposizione permanente, uno
stato del cuore. Questa creatura dialogante è trasformata
interiormente e rinnovata nell’amore di Dio. In tal modo
diventa di nuovo, secondo il suo essere, simile a Dio, che è
l’amore. Quanto più l’uomo riacquista la sua somiglianza
originaria con Dio e cresce nell’amore, tanto più inizia a
sentire, nel suo amore e attraverso il suo amore, Dio, il
fondamento trascendente e intimo di esso (Agostino). Questa
esperienza esistenziale di Dio che accade hic et nunc non
può essere tradotta in parole. Ascoltiamo S.Agostino(354-430):
“Quando incominci a diventare simile a Dio e ad avvicinarti
a lui e a sentirlo – nella misura in cui l’amore cresce in
te, poiché Dio è l’amore - , allora esperimenti qualcosa di
cui credi di aver parlato prima, ma di cui in effetti non
hai parlato. Poiché prima di sentire Dio credevi di poterlo
riferire; ora che incominci a sentirlo t’accorgi che non è
possibile dire con parole quello che senti”.(23).
Abbiamo recuperato un brevissimo spazio di vita vissuta di
uomini che hanno incontrato la Verità e che si sono fatti
plasmare da essa perché si comprenda che accanto ad una
storia della ribalta c’è un’altra storia, di uomini che
hanno accettato la sfida del tempo in cui vivono e senza
restarne irretiti, pur soffrendo, hanno restituito alla
storia e soprattutto all’uomo la sua alta vocazione.
Ridestare la memoria di Cristo dinanzi allo scenario dei
tempi che viviamo è la carità più grande e urgente che
dobbiamo farci, perché ogni uomo ritrovi “la capanna, la
cascina, e dentro quella, la casa assoluta della nostra
storia: la Chiesa”.
NOTE
1. M. Simonetti, Letteratura cristiana antica, Casale
Monferrato 1996, pg.231.
2. Idem, pg.233.
3. Idem, pg.235.
4. G. Testori, Il senso della nascita, suppl.to a IL SABATO
n° 51/52 del 30-12-1989, pg.113ss.
5. Idem.
6. Idem.
7. Atanasio, De Incarnatione, 54,3 (SC 199,458).
8. C. Schönborn, Dio inviò suo Figlio, Milano 2002, pg.88.
9. Idem.
10. G. Palamas, Atto e luce divina, Milano 2003,
pg.LXVIIIss. 10 bis. T. Spidlik, La Madre di Dio, Roma 2004,
pg. 24.
11. G. Palamas, op. cit., pg. LXVIIIss.
12. Idem.
13. Idem.
14. G. di Nissa, In Cantica canticorum, 3, PG 44,828D-829A
15. G. Ruhbach – J. Sudbrack, a cura di, Grandi Mistici dal
300 al 1900, Bologna 2003,pg.39.
16. Gregorio di Nissa, In Ecclesiasten, 8, PG 44, 737D-740
A.
17. G. Ruhbach – J. Sudbrack, a cura di, op.cit. pg. 39-40.
18. T. Spidlik, La preghiera, Roma 2002, pg. 67.
19. Idem, pg. 68. Per un maggiore approfondimento si rimanda
al pensiero di Gregorio di Nazianzo. G. di Nazianzo, Tutte
le orazioni, Milano 2000.
20. Basilio, Hom. In Hex. 7,5,PG29,157c.
21. Cfr. T. Spidlik, op. cit., pg. 240 e 440.
22. Idem.
23. Cfr. G. Ruhbach – J. Sudbrack, a cura di, pg. 84ss.
Anno
III n.1, gennaio/febbraio 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004