VISUALIZZAZIONI DEL SACRO
Basilio di Cesarea di Cappadocia ( 330 – 379 ) in un famoso testo rappresenta efficacemente lo stato lacrimevole in cui al tempo suo versavano le Chiese lacerate dalla crisi ariana: “ Una notte tenebrosa, triste e cupa, si stende sulle Chiese, poiché le luci del mondo poste da Dio per illuminare l’anime dei popoli, sono state esiliate.
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VISUALIZZAZIONI DEL SACRO

ABITARE LA "CASA":
EX-TASI DELLA LUCE


di FERNANDO BARRA


Basilio di Cesarea di Cappadocia ( 330 – 379 ) in un famoso testo rappresenta efficacemente lo stato lacrimevole in cui al tempo suo versavano le Chiese lacerate dalla crisi ariana: “ Una notte tenebrosa, triste e cupa, si stende sulle Chiese, poiché le luci del mondo poste da Dio per illuminare l’anime dei popoli, sono state esiliate. L’eccesso delle mutue rivalità tra i potenti toglie loro ogni sensibilità mentre sovrasta ormai il timore di una distruzione universale.” (1)
Questo brano mi permette di contestualizzare il contenuto di questa ricerca che ha lo scopo di tracciare nuove piste d’indagine tenendo presente l’ambiente in cui essa si colloca.
“ Unouesto brano di Basilio mi permette dci contestualizzare sadasd solo è ormai lo scopo dell’amicizia: parlare a proprio piacimento; e se le opinioni sono divergenti, ciò è motivo sufficiente di inimicizia. Per l’unione nella rivolta, il condividere lo stesso errore dà più affidamento di qualsiasi congiura. Chiunque è teologo, anche chi ha l’anima segnata da mille macchie. Di conseguenza per i novatori vi è grande abbondanza di partigiani; e così intriganti autoeletti si dividono la presidenza delle chiese senza preoccuparsi affatto dei piani dello Spirito Santo. E poiché ormai le istituzioni evangeliche sono state completamente confuse dal disordine, lo scontro per le sedi episcopali è indescrivibile. Ognuno di quelli che aspirano a mettersi in vista usa la violenza per potere accedere alla presidenza. Tra i popoli si è insediata una terribile anarchia derivata da questa sete di potere cosicché gli appelli dei capi rimangono completamente inefficaci e vani poiché ciascuno, per la presunzione che deriva dall’ignoranza, pensa di non essere tenuto ad obbedire a qualcuno più che di comandare ad altri. Per questi motivi io pensavo che fosse meglio tacere che parlare poiché una voce umana non ha possibilità di farsi ascoltare in mezzo a tanti rumori”. (2)
Basilio continua con lucidità la sua descrizione del tempo che ci permette di riconsiderare l’esperienza ecclesiale nei suoi risvolti negativi. Ci sono momenti nella storia in cui ogni tentativo di comprensione risulta vano. Facilmente ci si confonde, saltano gli equilibri, ciò in cui si credeva e su cui si poggiava la vita sembra svaporarsi nel nulla. I luoghi stessi dove si riscontrava una accoglienza per una condivisione affettiva ed effettiva diventano estranei. Il nulla invade ogni spazio, il relativismo impera, siamo costretti a discutere, se l’embrione è soggetto di diritto o meno, è lecito dare la morte qualora la si chiede, ci si accontenta del piccolo cabotaggio, la stessa creazione non è luogo di incontro e di condivisione, spazio di fraternità, ma altri luoghi si esplorano in una ricerca spasmodica di paradisi artificiali che poi non si sa chi dovrà abitarli. La storia con il suo bagaglio di esperienza resta per noi il luogo dell’indagine alla ricerca del senso e riportare alla luce esperienze feconde di bene resta per noi un compito essenziale e inderogabile. Ogni uomo che nasce ha il diritto di sapere dove si trova e chi lo ha preceduto. Occorre parlare o tacere?
“ Se sono vere infatti le parole dell’Ecclesiaste: “ Le parole dei saggi si ascoltano nella calma”, per affrontare questo argomento nella situazione attuale bisogna essere convinti che è veramente opportuno. Mi colpisce anche quel detto del profeta: l’uomo prudente in quel tempo tacerà, perché è un tempo di sventura, tempo in cui alcuni ti fanno inciampare, altri insultano colui che è caduto, altri ancora applaudiscono, e non c’è nessun che per pietà tenda la mano a colui che viene meno. Eppure, nella legge antica, chi passava diritto davanti alla bestia da soma del suo nemico, caduta sotto il giogo, era condannato. Ma oggi non è più così ? Perché ?Perché la carità si è raffreddata sotto tutti gli aspetti, l’accordo fraterno è sparito,ed è perfino ignorata la parola concordia; sono scomparse le ammonizioni piene di carità; non c’è più sentimento cristiano; non vi sono più lacrime di compassione. Non c’è più chi venga in aiuto al debole nella fede… ci si rallegra di più per le sventure dei vicini che per le proprie buone azioni e sembra che il male si sia stabilito in noi in modo tale che siamo divenuti più irrazionali degli stessi esseri irrazionali perché questi, quando sono della stessa razza,si riuniscono tra di loro, mentre noi facciamo la guerra più aspra ai vicini.”(3)
Una voce autorevole ha mostrato il disagio dell’uomo contemporaneo che vive ormai fuori di casa, fuori da ogni luogo o tempo in cui si riconosca ed è riconosciuto.
Sono debitore a Testori che con coraggio e determinazione ha posto in termini esistenziali la questione:
“ La verità è che l’uomo d’oggi non se lo dice , forse di dirselo ha vergogna, ma sente una terribile nostalgia di tornare a casa; alla casa del Padre. E allora la Madre è lì, con Cristo, a formare la capanna, la casa, la Chiesa. Da lì, come dicevo prima, credo che l’uomo potrebbe cominciare una riscoperta totale. Comunque la riscoperta totale per noi « figli », non può non passare da Maria, dalla Madre, di cui noi cristiani ci siamo invece dimenticati o addirittura vergognati. Pensa, ci siamo vergognati di lei, la nostra Mamma. Del resto ci siamo dimenticati e vergognati anche del Natale. Invece, questo, è proprio il momento in cui l’uomo disperato domanda di ritrovare il Natale; di ritrovare la propria nascita; la memoria della propria vera nascita. Allora le liturgie dimenticate o tralasciate diventano colpe spaventose. Noi non calcoliamo, credo, cosa determini consciamente e inconsciamente, la liturgia effettuata e partecipata; la liturgia che la comunità vive totalmente. Lo dico al di là di quello che, ogni volta e nella sua somma, storicamente noi possiamo vedere e sapere. Intendo riferirmi alla diffusione di Grazia che è nella liturgia della Chiesa. Ecco, io credo che sia una grossa colpa averne dimenticato e come confinato i momenti effusivi. Per tornare al Natale, che della liturgia è il momento effusivo per eccellenza, il momento della nascita di Cristo, la capanna, la casa; ecco, oggi, nel suo profondo, l’uomo non desidera che questo. Va via di casa perché la casa non è più la “ casa”; perché gliel’hanno dissacrata; perché gliel’hanno ridotta a niente. Avrà dei locali più decenti la casa, ma ne hanno tolto la memoria di che cos’è per l’uomo; la capanna, intendo; la cascina; e dentro quella, la casa assoluta della nostra storia: la Chiesa.” (4)
Questi autori se pur distanti tra loro interpretano il loro tempo cercando di comprendere il perché del disagio e della difficoltà in cui versa la vita dell’uomo. Se non c’è più carità e sentimento cristiano ( Basilio) e se la casa è stata dissacrata ( Testori), come parlare di Dio e chi parlandone può evitare il rischio di cadere nella chiacchiera ( Heidegger) ?
Trovare il senso, la direzione, l’orientamento, tenere accesa la lanterna nella notte, è compito di tutti ? Ma senza il riaccadere della luce dall’alto, può l’uomo farcela da solo?
Riascoltiamo Testori:
“ Questo, invece, è il momento in cui l’uomo geme nella nostalgia di riavere la propria, vera casa e di ripercorrere, e di ritrovare fino in fondo il suo vero e proprio Natale: il Natale di Cristo. Credo che questi momenti, proprio perché sono i più umili, i più affranti, i più preda della retorica e del rischio, siano anche quelli che andrebbero recuperati tutti e interi; recuperati e riportati qui, nel gemito, nell’urlo, nella disperazione, nella demenza dell’uomo moderno. E come rischiarare la demenza , come liberarla se non gli fai ritrovare il senso di quel primo momento, di quel primo vagito e poi il senso che è dentro, legato strettissimamente, il senso del primo vagito di Cristo, cioè di Dio che per darci memoria si è fatto uomo?”(5)
Questa domanda che Testori pone è decisiva per uscire dalla “ retorica “ dall’insignificanza e ritrovare la strada del “ reale ” , della corposità, della carne, della terra, della storia.
“ E’ dalla terra, dalla solidità che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente di un opera che cresce, di tappe che si succedono, aspettate con calma, con sicurezza.Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrine ma nasca dalla carne.” ( E. Mounier)
“ Neanche la passione credo si possa leggere completamente se non si partecipa sino in fondo il Natale; la realtà che è il Natale. Lui dalla Croce ha detto: “ Madre ecco tuo figlio”; cioè ha ricomposto il cerchio della famiglia, della capanna, della casa; della Chiesa: il cerchio del Natale. Lì è il nodo di tutto: la richiesta di questo ritorno a casa che è la riconquista della memoria e della possibilità della meta. Allora tutta la strada che dovremo percorrere, tutto il dolore che ci sarà lungo questa strada, perché al punto in cui siamo sarà una strada dura e dolorosa, allora, se tu hai sempre presente il momento in cui nella storia è nato Cristo, il momento della storia in cui Dio ti ha fatto nascere, il momento in cui sei nato, se lo hai sempre presente, hai in Te la ragione totale, quindi la ragione affettiva, il calore e la forza per percorrere questa strada. Non credo che ci si possa illudere; sarà una strada faticosissima quella che permetterà che l’uomo si riconsegni a Cristo, ma mi pare che il momento dell’origine vi sia fondamentale.” ( 6)
Accettiamo questa sfida, oserei dire questo grido disperato, ripercorriamo, come a ritroso alla riscoperta del primo vagito, del primo spalancarsi del mondo ai nostri occhi, tutto il mondo in un solo sguardo, come il mondo negli occhi di Cristo.
Atanasio, nel “ De incarnatione”, così si esprime riguardo alla nascita di Cristo:
“ Dio si è fatto uomo, perché l’uomo potesse diventare Dio”. (7) Questa affermazione può essere addirittura considerata il principio della soteriologia della Chiesa antica . (8) La divinizzazione è il fine del piano di Dio e la nostalgia umana: su questo tutti concordano nella Chiesa antica. (9)
I Padri antichi leggono con stupore l’evento dell’ac-cadere di Dio nella vita dell’uomo, in esso riscoprono la strada, non più l’uomo prigioniero dell’angusto spazio e del tremendamente breve tempo, ma il recupero del particolare, dell’istante, dell’“infinitamente piccolo”(Pascal), della bellezza di questa terra che Dio ha scelto per farsi incontrare.
Occorre adesso fondare questo contenuto di esperienza che eleva l’uomo ad una dignità che va oltre il suo limite e lo recupera per un incontro che va oltre la morte. Il Prologo del vangelo di Giovanni resta una testimonianza imprescindibile per ogni discorso sul mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio e della divinizzazione dell’uomo come sua diretta conseguenza.
“ Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo noi; e noi vedemmo la Sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di Grazia e di Verità “ (Gv. 1,14).
E ancora nella prima lettera di Giovanni:
“Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza. Non vi ho scritto perché non conoscete la Verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla Verità. Chi è il menzognero se non chi nega che Gesù è il Cristo ? ” ( 1Gv. 2, 21-22).
“ Carissimi non prestate fede ad ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio ” ( 1Gv. 4, 1-2).
Ascoltare “ il primo vagito “ di Cristo significa riandare a questa teologia che non mostra nessuna reticenza ad ammettere che nella carne del Cristo riposa tutta la pienezza della Verità e la potenza di Dio. Vedere questa gloria apre l’uomo a riscoprire la positività di ogni realtà creata che , seppur segnata dalla ineluttabilità della morte, essa resta aperta all’accadimento di Dio che la vivifica e la trasporta nel suo stesso orizzonte di Bene. La gloria che gli apostoli scorgono nella presenza del Verbo fattosi carne è la Luce attraverso la quale il visibile diventa trasparente. L’uomo incontra se stesso e tutte le cose hanno finalmente un nome.
Quale imperscrutabilità avvolge l’universo, e come è incomprensibile il suo stesso essere! Quale abisso è l’uomo !
Il mistero che si mostra come luce anche se nasconde la sua natura , tuttavia rivela il suo atto.
Così il Palamas (1296-1359): “ Non si vede affatto Dio nella sua natura che rimane inconoscibile, ma il mostrarsi totale dell’atto di Dio: divina è quindi questa luce, e giustamente dai santi è chiamata deità; infatti deifica: perciò essa non è solo questo, ma anche divinizzazione in sé e principio divino, « pare essere distinzione e moltiplicazione del Dio uno, ma non di meno è principio di Dio, superiore a Dio e superiore al principio », uno in una deità e proprio per questo principio di Dio, superiore a Dio e superiore al principio, poiché è ciò che fa sussistere questa deità, come dissero i maestri della Chiesa […]che chiamano deità il dono deificante che viene da Dio “.
(10)
“L’azione dello Spirito Santo presente in noi ci mette in comunicazione viva con il Dio Uno e Trino, e ci “deifica”. Il vocabolario della “deificazione” o “divinizzazione” si è imposto ai Padri greci come capace di esprimere la novità della condizione a cui l’uomo è stato portato grazie all’incarnazione del Figlio di Dio. La divinizzazione, spiritualizzazione, santificazione dell’uomo dipende dalla “umanizzazione”, di Dio: si tratta di uno scambio misterioso in cui come dice Teodoro di Ancira, “ciascuno fa sue le proprietà dell’altro.” (10 bis). Mandandoci il suo spirito Cristo ci dà una vita nuova, non in senso escatologico o morale, ma il pieno senso di questo termine è ontologico, cioè una nuova identità. Gesù dispone della vita, la dona in sovrabbondanza (Gv 10,10), è Egli stesso la vita (Gv 14,6) e allo stesso tempo è “la nostra vita” (Col 3,4) per mezzo del suo Spirito che è come “l’anima della nostra anima” (Teofane il Recluso ).
Non ci si confonde con Dio, ma si partecipa col nostro atto all’atto divino di manifestarsi. Anche il corpo partecipa alla deificazione.
“ Il nostro corpo e la nostra individualità vengono riassorbiti, ma non negati dallo Spirito. Ed il corpo si spiritualizza, ma senza negare la propria natura corporea, come l’intelletto non nega la propria natura intellettiva, né l’individuo la propria individualità “. (11)
La cosa strabiliante alla quale il Palamas vuole introdurci è ciò che ne consegue: quando noi ci divinizziamo, è anche Dio che si abbassa per divenire noi. Si tratta di una interpretazione radicale e sempre ripetuta dell’Incarnazione; Dio si è fatto uomo non solo perché gli uomini diventino Dio, ma anche per poter continuare a divenire uomo in ciascuno di noi. Ascoltiamo il Palamas:
“ Così il nostro intelletto viene a stare fuori da se stesso e si unisce a Dio, tuttavia solo in quanto è venuto a stare al di sopra di se stesso. Ma anche Dio viene a stare fuori da se stesso, e così si unisce al nostro intelletto, ma servendosi di un abbassamento: come incantato dal desiderio e dall’amore e per eccesso di bontà, mentre prima era al di sopra di tutte le cose e le trascendeva tutte, ora viene invece a stare inseparabilmente fuori da se stesso e si unisce a noi con la stessa unione superiore all’intelletto”. (12)

Ettore Perrella così commenta questo passo:
“ Occorre rilevare a questo punto che, se l’individualità umana non è affatto perduta nella visione dell’Assoluto è proprio perché essa stessa è altrettanto omotriadica della natura divina: « l’uomo spirituale è costituito da tre ipostasi: dalla grazia dello spirito celeste, dall’anima razionale e dal corpo terreno » ( §1,3,43). Dio si ipostatizza in noi, come noi diveniamo realmente – anche se solo per affiliazione – suoi figli, proprio perché la luce del suo atto è inseparabile da lui come da noi. E proprio questo assicura all’uomo la sua funzione di legame tra il Creatore ed il creato: il primo non è affatto assente dal secondo o nascosto dietro il secondo, ma vi è continuamente presente con il proprio atto, che diviene evidente però solo a chi è in grado di vederlo grazie al solo fatto di riuscire a parteciparne”. (13)
Già Gregorio di Nissa (333-394) al cui pensiero deve molto il Palamas ci aveva educati a considerare la vita spirituale come una nascita di Cristo in noi: “ Gesù, il bambino in noi, in coloro che lo accolgono cresce alla sua maniera, in sapienza, età e grazia. Ciò non accade alla stessa maniera in ciascuno, ma s’adatta alla misura di coloro in cui accade. A seconda delle capacità di colui che lo accoglie, Cristo si mostra come bambino, in progresso o già in compimento”. (14).
Mariette Canévet così commenta i brani del Nisseno: “ L’uomo, come creatura finita, non possiede per sé questa capacità di progresso continuo; è l’inabitazione di Cristo che infrange costantemente i suoi limiti. La vita spirituale è quindi una nascita di Cristo in noi”.(15). E ancora per comprendere il principio della divinizzazione : “L’amore opera un’unità fisica con l’anima… Per questo colui che da sempre esiste si dà a noi, volutamente, come cibo, affinché noi, che lo abbiamo accolto, diventiamo ciò che egli stesso è”.(16). “Poiché la natura di Dio è infinita, l’unione dell’anima con Dio spinge l’anima stessa ad un progresso sempre crescente. Persino nel momento in cui l’anima è del tutto piena e unita fin nell’intimo, essa alla presenza di Dio viene dilatata e resa capace di desiderare ancor più. A differenza del desiderio sensibile, questo desiderio di Dio ogni volta viene esaudito, ma non conosce né sazietà né nausea. L’uomo quindi è spinto a superare i confini della propria natura. E’ questo il principio della sua divinizzazione: dimentica di quanto s’è lasciata dietro e di quanto ha appena compreso, l’anima è destinata a partecipare eternamente ai beni divini, in un progresso continuo. E’ questa la beatitudine”.(17). “L’inacessibile si fa conoscere lui stesso per grazia, per Gesù Cristo, nello Spirito Santo… Quando Gesù rivela l’identità del Padre e di Dio, egli situa questa rivelazione in un altro mistero che le formule tradizionali riassumono in due movimenti; l’uno è discendente: tutto il bene ci viene dal Padre per il Figlio nello Spirito; l’altro è ascendente: noi ci eleviamo nello Spirito per il Figlio fino al Padre”.(18).
I Padri della chiesa hanno percepito e compreso che “il Lògos di Dio si è fatto carne per diventare il Mediatore di una nuova alleanza. Cristo è mediatore in quanto uomo dotato della pienezza della grazia, perché <<Dio è in Lui, riconciliando il mondo con se stesso>>(2Cor.5,19). Gesù Cristo non è tra Dio e il popolo, non è neppure il rappresentante di Dio come potrebbe essere un angelo, perché è lui stesso <<causa di salvezza eterna>>(Eb.5,9). E’ dunque in Lui che Dio parla agli uomini ed è per Lui che la voce umana si eleva verso Dio, partecipando all’eterno dialogo tra il Padre ed il suo Verbo”. (19).
L’incarnazione del Figlio di Dio rende ragione di questo nuovo tempo che si instaura e del riscatto della creazione, non più distante da colui che per amore l’ha fatta, ma pienamente ricondotta ad una positività che la rende segno della presenza stessa di Dio. La creazione assume un compito importante nella economia della Salvezza. “Ho visto questo spettacolo della natura, scrive Basilio, osservando l’opera della creazione, e ho ammirato la saggezza di Dio”. (20). Noi giungiamo alla contemplazione della bellezza fissando il nostro sguardo sulla creazione. Tale era la situazione nel Paradiso. La contemplazione è il ritorno allo stato primitivo dell’uomo innocente. Questo suppone un’anima che guarda attorno a sé in cerca di un pensiero di Dio”.(21). Occorre recuperare la concretezza, la solidità della terra, averne rispetto perché “ se voi meditate spesso sulla creazione, scrive Teofane il Recluso, <<ogni cosa diverrà per voi simile ad un libro sacro o ad un capitolo di questo libro. Il minimo oggetto, la minima occupazione e la più piccola opera vi suggeriranno sempre il pensiero di Dio. Da quel momento camminerete nel mondo visibile come nella sfera spirituale; tutto vi parlerà di Dio e tutto sosterrà l’attenzione rivolta a Dio>>”.(22). Sarà lo Spirito Santo a fissare la sua sede nel cuore del cristiano, e questi diviene sempre più cosciente del suo stato dialogale e si sente incluso nel dialogo eterno delle Tre Persone Divine. Tale “sentimento” si concilia con l’attenzione agli esseri creati, perché non raddoppia l’atto della conoscenza, ma lo approfondisce, divenendo una disposizione permanente, uno stato del cuore. Questa creatura dialogante è trasformata interiormente e rinnovata nell’amore di Dio. In tal modo diventa di nuovo, secondo il suo essere, simile a Dio, che è l’amore. Quanto più l’uomo riacquista la sua somiglianza originaria con Dio e cresce nell’amore, tanto più inizia a sentire, nel suo amore e attraverso il suo amore, Dio, il fondamento trascendente e intimo di esso (Agostino). Questa esperienza esistenziale di Dio che accade hic et nunc non può essere tradotta in parole. Ascoltiamo S.Agostino(354-430): “Quando incominci a diventare simile a Dio e ad avvicinarti a lui e a sentirlo – nella misura in cui l’amore cresce in te, poiché Dio è l’amore - , allora esperimenti qualcosa di cui credi di aver parlato prima, ma di cui in effetti non hai parlato. Poiché prima di sentire Dio credevi di poterlo riferire; ora che incominci a sentirlo t’accorgi che non è possibile dire con parole quello che senti”.(23).
Abbiamo recuperato un brevissimo spazio di vita vissuta di uomini che hanno incontrato la Verità e che si sono fatti plasmare da essa perché si comprenda che accanto ad una storia della ribalta c’è un’altra storia, di uomini che hanno accettato la sfida del tempo in cui vivono e senza restarne irretiti, pur soffrendo, hanno restituito alla storia e soprattutto all’uomo la sua alta vocazione.
Ridestare la memoria di Cristo dinanzi allo scenario dei tempi che viviamo è la carità più grande e urgente che dobbiamo farci, perché ogni uomo ritrovi “la capanna, la cascina, e dentro quella, la casa assoluta della nostra storia: la Chiesa”.



NOTE

1. M. Simonetti, Letteratura cristiana antica, Casale Monferrato 1996, pg.231.
2. Idem, pg.233.
3. Idem, pg.235.
4. G. Testori, Il senso della nascita, suppl.to a IL SABATO n° 51/52 del 30-12-1989, pg.113ss.
5. Idem.
6. Idem.
7. Atanasio, De Incarnatione, 54,3 (SC 199,458).
8. C. Schönborn, Dio inviò suo Figlio, Milano 2002, pg.88.
9. Idem.
10. G. Palamas, Atto e luce divina, Milano 2003, pg.LXVIIIss. 10 bis. T. Spidlik, La Madre di Dio, Roma 2004, pg. 24.
11. G. Palamas, op. cit., pg. LXVIIIss.
12. Idem.
13. Idem.
14. G. di Nissa, In Cantica canticorum, 3, PG 44,828D-829A
15. G. Ruhbach – J. Sudbrack, a cura di, Grandi Mistici dal 300 al 1900, Bologna 2003,pg.39.
16. Gregorio di Nissa, In Ecclesiasten, 8, PG 44, 737D-740 A.
17. G. Ruhbach – J. Sudbrack, a cura di, op.cit. pg. 39-40.
18. T. Spidlik, La preghiera, Roma 2002, pg. 67.
19. Idem, pg. 68. Per un maggiore approfondimento si rimanda al pensiero di Gregorio di Nazianzo. G. di Nazianzo, Tutte le orazioni, Milano 2000.
20. Basilio, Hom. In Hex. 7,5,PG29,157c.
21. Cfr. T. Spidlik, op. cit., pg. 240 e 440.
22. Idem.
23. Cfr. G. Ruhbach – J. Sudbrack, a cura di, pg. 84ss.

Anno III n.1, gennaio/febbraio 2005


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