SEGNI
LA CERTOSA DI SAN LORENZO
Settecento anni di Vita
di
FERNANDO BARRA
Quest’anno ricorre il settimo centenario della fondazione della certosa di S. Lorenzo in Padula. Essa fu fondata dal conte di Marsico Tommaso Sanseverino nel 1306. E’ un monumento di straordinaria bellezza che evoca ancora oggi suggestive sensazioni introducendoci nell’euritmia del tempo aperto all’accadere dell’evento. Gli spazi si sono conservati armonici trascrivendo nella plasticità dei luoghi la regola certosina. La casa bassa e la casa alta, lo spazio dove si vive la relazione col mondo e gli ambienti del silenzio e della contemplazione, mostrano al visitatore attento la vita vissuta dai moltissimi monaci “vestiti in bianche vesti” il cui canto della salmodia celeste sembra che ancora riecheggi nella bellissima chiesa che è il cuore della certosa stessa. Da alcuni anni però dobbiamo constatare che le autorità preposte alla tutela e alla gestione della certosa hanno preferito profanare il sacro silenzio e imbrattare i luoghi amati dai monaci. Cosa c’è di più caro e di educativo di un monumento che abbia conservato nel tempo il suo significato originario e originale? Il permanere come memoria viva non basta a rendere bello e interessante un monumento? Tutto deve necessariamente cadere sotto la legge del profitto? Il bello che permane non basta per se stesso a rendere più interessante la vita? Queste domande mi nascono dall’esperienza che vivo ogni volta che varco la porta della certosa e mi introduco nelle celle dei monaci. E penso a questi uomini che hanno scelto il primato di Dio e si sono ritirati in una contemplazione di Lui dopo aver ingaggiato una lotta contro le proprie passioni e le umane abitudini. “La contemplazione cristiana è ben diversa dalla speculazione filosofica o teologica su Dio. Il contemplativo non è tanto uno che sale al cielo quanto uno che scende nel più profondo di se stesso, e lì nell’inferno che ciascun porta in sé (cfr. Mt. 7,21-22) scopre la misericordia di Cristo. Nell’abisso fangoso del proprio essere, trova la presenza del Dio fatto carne, fattosi comprensione, perdono, misericordia”(1). Per il monaco, il combattimento non si svolge agli occhi altrui, ma nel cuore. E’ nel proprio cuore che il certosino deve sradicare le erbe cattive. “Queste piante velenose sono la disperazione, l’indifferenza, la concupiscenza, la mormorazione, l’ira, l’odio, ecc.” (2). “La via tipica dei monaci cristiani è quella che parte dalla conoscenza di se stessi. L’uomo, infatti, è stato creato a immagine del Creatore (cf. Gen 1,26-27). Quindi è nell’uomo che Dio viene scoperto in modo più perfetto. I monaci si concentravano ad osservare ciò che succede nel proprio intimo, si sforzavano di sentire la <>, facevano attenzione ai diversi movimenti che appaiono nell’anima. Questo era il fondamento della loro “teologia”: conoscere se stessi per conoscere Dio” (3). Scrive S. Basilio: “ E’ ciò che dice il Profeta: Ammirevole è la conoscenza che ho tratto da me (Sal 138,6) e cioè: Nel conoscermi ho imparato l’infinita sapienza che è in me” (4). Per questo la cella diventa necessaria per i monaci certosini. Guglielmo di San Thierry canterà le lodi della cella che nasconde il monaco al mondo e gli apre il cielo. Aggiunge che è da celare che sembrano prendere nome sia il cielo che la cella. “E’ ciò che si cela nei cieli lo si cela anche nelle celle” (Lettera ai fratelli di Mont-Dieu, 31). Queste celle che hanno celato una moltitudine di uomini manifestandoli trasformati per la gloria di Dio perché non debbono conservare per i visitatori di oggi il richiamo delle sublimi altezze del cielo? “Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato. Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore” (Cantico dei Cantici 2,3). Ascoltiamo S. Bruno il padre dei monaci in un passo di una lettera indirizzata all’amico Rodolfo il Verde: “Quanta utilità e gioia divina rechi la solitudine e il silenzio dell’eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quando desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, di frutti del paradiso. Qui si conquista quell’occhio il cui sereno sguardo ferisce d’amore lo Sposo, e per mezzo della sua trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un’azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo”. “Stat crux dum volvitur orbis” è il motto dei certosini; L’unico punto fermo in mezzo alle traballanti vicende della storia di questo mondo è la croce di Cristo. La verità va posta nel mezzo, come qualcosa di bello (Cfr. Le meditationes di Guigo I) . La verità è la persona di Cristo incarnato, morto e risorto. Senza apparenza né bellezza, e inchiodata alla croce, va adorata la Verità. (Idem). La passione per la Verità è l’altro aspetto che spinge i monaci verso la solitudine. “Il cristiano desidera anelante il Volto di Dio. Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sal 42,1). La purezza del cuore diventa il grande anelito dello spirito pur di possederla. “Brucia dal desiderio di possederla, ma non trova in se stessa il modo di averla, e quando più la cerca, tanto più ne ha sete”. Sente tuttavia sofferenza perché la dolcezza dell’incontro con Dio è dono che viene dall’alto.
Anche i pagani leggevano e meditavano, ciò nonostante non avendo il dono di Dio, rimanevano nella loro tristezza, non avendo lo spirito di sapienza. “E’ Dio che dà sapore alla sapienza e rende sapida all’anima la conoscenza. La parola è data a tutti, a pochi la sapienza dello spirito, poiché Dio la distribuisce a chi vuole e quando vuole” (5).
La certosa di S. Lorenzo offre ancora il suo volto di bellezza perché l’uomo ritrovi se stesso e la sua pace. Il futuro ci dirà se essa dovrà definitivamente smettere di evocare il silenzio e la solitudine, quali ambienti per il nutrimento dell’anima. Mi auguro che tale bellezza persista nel tempo.
Note
(1) Un certosino, Ferventi d’amore divino. Meditazioni su san Bruno, Ed. La certosa Serra S. Bruno, 2002.
(2) Idem.
(3) T. Spidlìk, Lo starets Ignazio. Un esempio di paternità spirituale, Ed. Lipa, 2001, pg. 22.
(4) Basilio, Homilia in Hexaemeron 9,6, in SC 26 bis (1968), 512.
(5) B. Schettino, La scala del Paradiso. Il cammino spirituale del monaco certosino, Ed. Grafespres, 1996, pg.18. Dello stesso autore presso Grafespres: Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme e La nostalgia di Dio nella tradizione certosina, 1996.
Anno
IV n.3/4, maggio/agosto 2006
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2006