L'ANNO DELL'EUCARISTIA
EUCARISTIA: MISTERO DI LUCE,
DI GRAZIA E DI AMORE
di FERNANDO BARRA
In questo anno dedicato all’Eucaristia il Santo Padre
Giovanni Paolo II ci invita a riscoprire questo sacramento.
La Chiesa pur se celebra l’Eucaristia e nell’Eucaristia
trova la sua propria costituzione è chiamata continuamente a
riconoscersi nel Mistero che la realizza. C’è sempre il
rischio di smarrirsi o di offuscare la bellezza di questa
Divina Realtà.
« Allora le liturgie dimenticate e tralasciate diventano
colpe spaventose; noi non calcoliamo, credo, cosa determini
consciamente ed inconsciamente la liturgia effettuata e
partecipata; la liturgia che la comunità vive totalmente ».
(1)
Qui certamente Testori si riferisce alla celebrazione
eucaristica in quanto la Chiesa si è sempre riconosciuta
intorno alla mensa del Signore nel giorno a Lui dedicato “
Dies Domini” dove si riattualizza l’evento della vittoria di
Cristo sulla morte.
Cos’è l’Eucarestia ? E perché la Chiesa si è sempre
riconosciuta fondata in essa? Il redattore degli Atti del
martirio dei 49 martiri di Abitene – una località
nell’attuale Tunisia- ci testimonia commentando la domanda
posta dal proconsole Anulino al martire Felice: « O stolta e
ridicola richiesta del giudice ! Gli ha detto: « non dire se
sei cristiano », e poi ha aggiunto : « dimmi invece se hai
partecipato all’assemblea ». Come se vi possa essere un
cristiano senza il giorno domenicale o si potesse celebrare
il giorno domenicale senza il cristiano ! Non lo sai,
Satana, che è il giorno domenicale a fare il cristiano ? E
che è il cristiano a fare il giorno domenicale, sicché l’uno
non può sussistere senza l’altro , e viceversa ? Quando
senti dire cristiano, sappi che lì vi è un’ assemblea e
quando senti dire un’assemblea, sappi che lì vi è un
cristiano ».
I primi cristiani si riconoscevano appunto nella
celebrazione domenicale. E’ chiaro che il Novum che è
entrato nella storia di cui occorreva farne memoria è la
risurrezione di Cristo. Per Tertulliano la domenica è « il
giorno della risurrezione salvifica di Cristo » (2) ; noi
celebriamo ogni settimana la festa della nostra Pasqua.
“ Ogni settimana il Risorto convoca i cristiani intorno alla
sua mensa « nel giorno in cui ha vinto la morte e ci ha reso
partecipi della sua vita immortale ». (3)
Non è stata la Chiesa a scegliere questo giorno ma il
Risorto. Essa non può né manipolarlo né modificarlo, solo
accoglierlo con gratitudine facendo della domenica il segno
della sua fedeltà al Signore. Sì « questo è il giorno che ha
fatto il Signore , rallegriamoci ed esultiamo in esso » . “
( Sal 118,24) (4)
La partecipazione dei fedeli nell’epoca subapostolica era
vissuta con gioia e gratitudine. Secondo quanto aveva fatto
Gesù stesso il pane benedetto è rappresentato prima del
pasto principale, il calice dopo. La testimonianza dei
sinottici tuttavia viene a dirci che questi pasti
sacramentali furono ben presto portati al termine del pasto
normale. Successivamente furono staccati ed uniti al
servizio divino della preghiera del mattino. Una ricchezza
per la celebrazione eucaristica l’abbiamo nel periodo dopo
Costantino. Per i padri antichi è importante l’aspetto
cristologico dell’Eucaristia; dobbiamo ai padri greci l’aver
sottolineato il rapporto dell’Eucaristia con l’Incarnazione.
Secondo essi l’Eucaristia è una memoria dell’Incarnazione
del Verbo. Nell’Eucaristia è presente il Verbo Incarnato. In
particolare gli Antiocheni identificano il corpo reale ,
nato da Maria, crocifisso e risorto ed il sangue versato con
il Cristo Eucaristico.
Nella dottrina dei dodici apostoli ( didachè) che può essere
considerato il più antico ordinamento ecclesiastico, i
fedeli vengono invitati alla celebrazione del Sacrificio
Eucaristico :« Nel giorno del Signore, radunatevi, spezzate
il pane e celebrate l’Eucaristia». In questo passo vengono
date le disposizioni per una efficace celebrazione e il
richiamo che solo i battezzati possono mangiare e bere dell’
Eucaristia. Dopo il rendimento di grazie sul calice e sul
pane segue il ringraziamento dopo essersi saziati, forte è
la preghiera per la Chiesa e soprattutto per la sua unità «
come questo pane era disperso sui colli ed ora, raccolto, è
una sola cosa, così la tua Chiesa venga raccolta nel tuo
Regno dai confini della terra ». Questo testo non parla
esplicitamente della memoria della morte del Signore,
tuttavia è da intendere dell’Eucaristia per il richiamo
esplicito allo spezzare il pane. Questo è un manuale per i
fedeli mentre la preghiera consacratoria è compito dei
profeti. Sarà Giustino martire nella sua Apologia ad
offrirci una descrizione particolareggiata del sacrificio
eucaristico.
Nel cap. 65 ricorda come colui che è battezzato viene
condotto dai fratelli nel luogo dove essi sono radunati per
la preghiera comune e terminata la quale vi è il saluto con
il bacio. Portati al capo dei fratelli il pane e il calice
con acqua e vino, egli li prende ed eleva la lode al Padre
Universale per mezzo del nome del Figlio e dello Spirito
Santo e pronunzia un lungo rendimento di grazie. Tutto il
popolo dà il suo assenso dicendo amen, dopodiché i diaconi
distribuiscono a ciascuno dei presenti i doni consacrati del
pane e del vino e dell’acqua e ne portano anche agli
assenti. Nel cap. 66 Giustino Martire diventa
particolarmente esplicito : « Questo cibo si chiama presso
di noi Eucaristia. Nessuno vi deve partecipare all’infuori
di colui che ritiene e crede le nostre dottrine, ha ricevuto
il bagno della remissione dei peccati e della rinascita e
vive secondo gli insegnamenti di Cristo. Poiché noi non lo
prendiamo come pane normale e bevanda normale, ma come Gesù
Cristo, nostro redentore, allorché divenne carne per mezzo
del Verbo di Dio, ha assunto carne e sangue per la nostra
salvezza, così noi siamo stati edotti che il cibo, che
mediante una preghiera diventa Eucaristia per il Verbo che
proviene da Lui ( Dio), con la quale la nostra carne e il
nostro sangue viene nutrito mediante trasformazione, è carne
e sangue di quel Gesù Incarnato ».
Nel cap. 67 Giustino ricorda il motivo per cui i cristiani
si adunano la domenica : « ci aduniamo tutti la domenica
perché è il primo giorno in cui Dio mediante la
trasformazione delle tenebre e della materia primordiale
creò il mondo e perché Gesù Cristo, nostro Redentore, in
questo giorno è risorto dai morti ». Anche nel dialogo con
Trifone Giustino fa riferimento alla celebrazione
eucaristica come sacrificio di purificazione e come
rendimento di grazie a Dio per aver creato il mondo con
tutto ciò che è in esso, per amore dell’uomo e perché ci ha
liberato dal peccato.
Ireneo di Lione nell’opera Adverses haereses (PG. 7, 1023)
mostra come la Chiesa abbia avuto da Cristo stesso il
comando di offrire a Dio le primizie della creazione per il
nutrimento dei suoi eletti. Il pane e il vino che provengono
da questa creazione terrena con Gesù divengono il suo corpo
e il suo sangue quale offerta della nuova alleanza. La
Chiesa come lo ha ricevuto dagli Apostoli così lo offre in
tutto il mondo.
In Gregorio Nazianzeno (Oratio 17,2; PG. 35, 809CD-811)
l’offerta della mensa alla quale i battezzati si accostano
insieme e che lui stesso celebra con la sua bocca, conduce
verso il cielo.
Il Crisostomo (In epist. ad Hebr. 10; hom. 17,3; PG. 63,
131) pone l’accento sulla dottrina della memoria del
sacrificio eucaristico: “ Non offriamo forse anche noi il
sacrificio ogni giorno? Certamente, ma in quanto celebriamo
la memoria della sua morte; e questo sacrificio è uno solo,
non molti. Come uno solo e non molti? Perché esso venne
offerto una volta per sempre, come il sacrificio di
espiazione offerto nel santuario. Questo( sacrificio di
Cristo) è un tipo di quello, così come il nostro è un tipo
di quello. Infatti noi offriamo sempre un solo e medesimo
agnello, non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo
stesso. Pertanto c’è un’unica vittima. E perché Cristo viene
offerto in molti luoghi, ci sono forse molti Cristi? Affatto
! Ma dovunque è l’unico Cristo, qui nella sua totalità e là
nella sua totalità, un unico corpo. Ora come Egli,
quantunque più volte offerto, è un solo corpo, non molti
corpi, così pure vi è un unico sacrificio. Il nostro sommo
sacerdote è quello che ha offerto il sacrificio che ci
purifica. Ora noi offriamo quello stesso sacrifico offerto
allora e che non può più essere consumato. L’attuale avviene
in memoria di quello avvenuto allora. E’ detto infatti : “
Fate questo in memoria di me”. Noi non celebriamo un
sacrificio diverso da quello che allora offrì il sommo
sacerdote, ma sempre lo stesso, o meglio: facciamo una
memoria del sacrificio “ .
Molto più esplicito Cirillo di Alessandria ( Ep. 117; PG.
77, 113) che ci fa vedere come la celebrazione del
sacrificio nelle chiese santifichi coloro che vi
partecipano: “ Annunziando la morte secondo la carne del
Figlio Unigenito di Dio, cioè di Gesù Cristo, e confessando
la sua risurrezione dai morti e la sua assunzione in cielo,
celebriamo nelle chiese il sacrificio incruento ed accediamo
così alla mistico eulogia e veniamo santificati in quanto
diveniamo partecipi della santa carne e del prezioso sangue
del nostro comune salvatore Cristo”.
Nel suo commento al Vangelo di Giovanni (1,12 ; PG. 74, 725)
, egli mostra come la partecipazione ai santi misteri è una
vera confessione e memoria che il Signore per causa nostra e
per noi è morto ed è ritornato alla vita. Anche Teodoreto di
Ciro (in Hebr. 8,40. 5; PG. 82, 736 ) fa notare che la
Chiesa celebra la memoria di quell’unico sacrificio.
“ Dobbiamo soprattutto renderci chiaro che compiamo un
sacrificio di ciò che mangiamo. Infatti quantunque nel cibo
e nella bevanda facciamo memoria della morte del nostro
Signore, e quantunque crediamo che queste cose sono il
ricordo della sua passione …, è chiaro che nella liturgia (
cioè nella celebrazione della cena) compiamo nondimeno un
sacrificio… Di fatto è evidente che è un sacrificio, ma non
un nuovo sacrificio e non un sacrificio che il sacerdote
compie come suo, ma è la memoria di quell’altro sacrificio
reale ( di Cristo) ”. Così ricorda Teodoro di Mopsuestia in
Cilicia (+ 428) nelle catechesi ai battezzanti. (5)
I padri antichi ci hanno lasciato una ricca testimonianza
sull’Eucarestia dove viene celebrata la vittoria di Cristo
sulla morte, e il sacrificio, quale vittima paschali di
Cristo celebrato dalla Chiesa, riattualizza l’opera
salvifica del Padre compiuta da Cristo. La parola di Gesù ai
discepoli “ Io sono con voi fino alla fine dei tempi” trova
nella presenza reale di Gesù nell’Eucarestia il suo pieno
compimento. Il concilio di Trento nella Sess. XIII (Denz.
874) pose la sua attenzione sulla presenza ontologica: “Il
Santo Concilio insegna e confessa apertamente e
semplicemente che nell’augusto sacramento della santa
eucaristia dopo la consacrazione del pane e del vino è
presente veramente, realmente e sostanzialmente il Nostro
Signore Gesù Cristo come vero Dio e uomo”. Lo stesso
Concilio nella Sess. XXII (Denz. 938) pone l’accento sulla
presenza attuale di Gesù Cristo: “ Secondo la testimonianza
di S. Paolo, nell’antico testamento non c’era perfezione a
motivo dell’impotenza del sacerdozio levitico, per
disposizione di Dio, padre delle misericordie, fu necessario
che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di
Melchisedec, il nostro Signore Gesù Cristo, che potesse
rendere perfetti e condurre alla santità tutti coloro che
volevano santificarsi. Questo nostro Signore Dio ha voluto
offrire se stesso come sacrificio a Dio Padre, morendo una
sola volta sull’altare della croce, per operare la loro
eterna redenzione. Ma poiché il Suo sacerdozio non doveva
essere estinto dalla morte, nell’ultima cena, nella notte
del tradimento, volle lasciare alla Sua Sposa diletta, la
Chiesa, un sacrificio visibile, quale è richiesto dalla
natura umana, nel quale fosse rappresentato il sacrificio
cruento, che doveva essere offerto una sola volta in croce,
fosse conservata sino alla fine dei tempi la Sua memoria, e
fosse applicata la Sua virtù salutare per il perdono dei
peccati che quotidianamente commettiamo. Egli offrì a Dio
Padre il Suo Corpo ed il Suo Sangue sotto le specie del pane
e del vino, lo porse sotto le stesse specie agli apostoli
che allora costituiva sacerdoti del Nuovo testamento, perché
lo prendessero e comandò loro ed ai loro successori nel
sacerdozio, di offrire questo sacrificio dicendo: “ Fate
questo in memoria di me ”… Questo è il puro sacrificio, che
non può essere macchiato dalla indegnità e malizia di coloro
che lo offrono, del quale il Signore predisse, per mezzo di
Malachia, che sarebbe stato offerto puro, in ogni luogo al
Suo nome…Esso è inoltre il sacrificio prefigurato dai vari
sacrifici nel periodo della pura legge di natura e della
legge rivelata, poiché comprende, come loro completamento e
perfezione, tutti i beni da essi indicati “.
Il Concilio Vaticano II riprende la dottrina della
tradizione e riafferma il carattere conviviale e sacrificale
della Eucaristia. Nella Lumen Gentium nel capitolo dedicato
all’ufficio di santificare dei Vescosi così si esprime: “In
esse con la predicazione di Cristo vengono radunati i fedele
e si celebra il mistero della cena del Signore, “ affinché
per mezzo della carne e del sangue del Signore siano
strettamente uniti tutti i fratelli della comunità”. In ogni
comunità che partecipa all’altare, sotto la sacra presidenza
del Vescovo, viene offerto il simbolo di quella carità e “
unità del Corpo mistico, senza la quale non può esserci
salvezza”. I padri conciliari pongono l’attenzione sulla
efficacia dell’Eucaristia che crea l’unità della Chiesa.
L’unità è segno dell’Amore di Cristo che si è immolato,
testimonianza della reale vittoria sulla morte e garanzia di
salvezza per tutto il genere umano.
La dottrina sulla Eucaristia ha sempre tenuto insieme
l’aspetto del convito e del sacrificio. Il Santo Padre
Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “ Mane nobiscum
Domine “ lo chiarisce bene riprendendo la sua enciclica “
Ecclesia de Eucharistia” quando afferma che “ è importante
che nessuna dimensione di questo sacramento venga
trascurata. E’ infatti sempre presente nell’uomo la
tentazione di ridurre l’Eucaristia alle proprie dimensioni,
mentre in realtà è lui a doversi aprire alle dimensioni del
Mistero. L’Eucaristia è un dono troppo grande per sopportare
ambiguità e diminuzioni”. Lo stesso pontefice mostra come
l’Eucaristia pur portando inscritto nella sua struttura il
senso della convivialità, ha anche un senso profondamente e
primariamente sacrificale. “ Al tempo stesso - dice il papa
– mentre attualizza il passato , l’Eucaristia ci proietta
verso il futuro dell’ultima venuta di Cristo, al termine
della storia “. Dobbiamo riconoscere al Santo Padre di aver
riportato al centro della riflessione ecclesiale questo
grande Mistero. Con l’indizione dell’anno dedicato
all’Eucaristia la Chiesa si propone di ri - comprendersi a
partire da questo sacramento che la fonda e la genera. E’
mistero di Luce , di Grazia e di Amore. Lo stare dinanzi ad
essa , come scrivevo nel mio primo articolo “ Dall’oscurità
alla Luce ” rende possibile l’impossibile accadere di Dio
quale Luce che ti irraggia e ti trasforma rendendoti idoneo
a partecipare al banchetto nuziale del Figlio del Re. Si
comprende come il sacrificio puro e santo offerto una volta
per tutte dallo stesso Cristo Signore al Padre purifica il
cuore di coloro che partecipano all’evento di Cristo e se ne
nutrono per la loro vita. “ Chi mangia di me, vivrà per me
“, “ Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue non morrà
in eterno”.
Incontrare Cristo nella Eucaristia significa riscoprirsi
amati, e soprattutto il senso del proprio nascere, vivere e
morire in questo mondo, ed è sicura speranza per l’oltre:
perché la morte non è l’ultima parola, ma il destino
dell’uomo è la piena partecipazione alla visibilia
invisibiliae Dei.
L’esempio di questa partecipazione alla Gloria ci è dato
dalla Vergine Santa. Ella testimonia e traduce nella Sua
vita l’esperienza Eucaristica come pienezza di libertà
nell’Unico Amore che l’ha resa Madre di tutti gli uomini.
NOTE
1. G. Testori, Il senso della nascita, suppl.to a IL SABATO
n° 51/52 del 30-12-1989,pg.113.
2. Tertulliano, De sollemnitate paschali, 7.
3. Messale Romano, Embolismo domenicale della prece
eucaristica.
4. Lettera del Consiglio Episcopale Permanente in
preparazione al 24° Congresso Eucaristico Nazionale.
5. R. Tonneau, Les homélies catéchétiques de Théodore de
Mopsueste, Roma 1959, 485 e ss. Anche Cfr. Michele Schmaus,
Dogmatica cattolica, Vol. IV/1 Torino 1966, da pg. 227 a pg.
474.
Anno
III n.2, marzo/aprile 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004