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  UMBRIA, TERRA MISTICA:
I LUOGHI DI SANTA MARGHERITA

In un lembo di terra umbra, sulla parte meridionale della Valdichiana, al confine con la Toscana, modellata da collinette e ripiani, verdi campi e residui di boscaglia, torrentelli e laghetti, si trova Laviano: uno dei tanti paesaggi che hanno fatto da modello per gli sfondi alle Madonne del Perugino e del Pinturicchio. Qui è nata S. Margherita.
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UMBRIA, TERRA MISTICA: I LUOGHI DI SANTA MERGHERITA

LAVIANO E LA SUA FIGLIA PRODIGA

di MARIA LETIZIA BUCCI MIRRI


In un lembo di terra umbra, sulla parte meridionale della Valdichiana, al confine con la Toscana, modellata da collinette e ripiani, verdi campi e residui di boscaglia, torrentelli e laghetti, si trova Laviano: uno dei tanti paesaggi che hanno fatto da modello per gli sfondi alle Madonne del Perugino e del Pinturicchio. Un paese da niente, poche case, una chiesetta, una casina con una rampa di scale esterna; ma tutto questo nasconde una perla preziosa: qui è nata S. Margherita. Non già la più celebre S. Margherita d’Antiochia, rappresentata in uno dei capolavori del Tiziano, ma la Nostra Santa, nata a Laviano e morta penitente a Cortona, dove si può vedere il suo corpo esposto alla venerazione dei fedeli. Laviano è citata più volte nella Legenda di fra’ Giunta Bevegnati. Subito all’inizio, quando il Crocifisso, mistico interlocutore della Santa, le ricorda il suo ritorno a casa dopo la morte violenta dell’uomo amato, e lei si presenta col figlioletto per mano: “Recordare quod, hoste tue salutis defuncto, ad patrem tuum, Lavianum, confecta doloribus, lacrimis irrigata, facie lacerata, nigris induta vestibus valdeque confusa redisti.” (Ricordati, poverella, che dopo la morte di colui che era di ostacolo alla tua salvezza, tu tornasti da tuo padre, a Laviano: eri oppressa dal dolore e ti sciogliesti in lacrime, eri distrutta nell’aspetto, vestita di nero ed in stato di confusione.)” Nella vita della Santa, la terra natale è stata sempre un forte punto di riferimento, un rifugio, un luogo sicuro. Vi aveva vissuto la fanciullezza serena e gaia tra le braccia della madre, che, donna pia, l’aveva avviata nella strada della fede. “Ordinaverat ad communem utilitatem orationes suas, sicut fuerat a madre docta in seculo…” (Margherita era solita elevare le sue preghiere per l’utilità comune, secondo quanto le aveva insegnato la madre quando era piccola…). Una vita ritmata dal susseguirsi delle stagioni, dal lavoro agricolo giornaliero, dall’accudire agli animali che potevano servire alla famiglia. Il padre di Margherita, infatti, Tancredi di Bartolomeo, era affittuario del comune di Perugia, ed aveva avuto in locazione delle terre in Laviano. E poiché la casa di Margherita era e resta vicino alla chiesa dei S.S. Vito e Modesto martiri, probabilmente era molto in amicizia col parroco e con la di lui famiglia. E’ da lui e dalla sorella sua, forse Manentessa,( la Manentessa di cui si parla nella Legenda) che la fanciulla sentì parlare del poverello d’Assisi, del suo nobile sentire, del movimento francescano, di Chiara , ma anche non dissimili, ascoltò i racconti della cultura cavalleresca, di Tristano e Isolda. Manentessa sapeva leggere e scrivere e raccontava alla ragazza delle imprese dei cavalieri della Tavola Rotonda, dell’amor cortese, degli intrepidi cavalieri pronti a usare la spada contro i soprusi dei prepotenti e la violenza degli infedeli, ma con i colori della dama nel cuore, sotto l’armatura. E da un nobile e bel cavaliere, che sarà il suo grande amore, la fanciulla Margherita fu attratta: fugge con lui in barca lungo il padule, rischiando la vita, non avendo rimpianti per la “novera” da cui non si era sentita accolta. (La pia e tenera madre le era morta in tenera età, lasciando nel suo animo un gran vuoto). Il ricco e potente cavaliere la conduce nel palazzo di Montepulciano. Ha un figlio. Fa vita mondana e brillante per nove anni. Ma a 25 anni è già vedova per un feroce assassinio, abbandonata da quanti l’avevano ammirata e invidiata, è disperata. Di primo impulso torna alla sua casa di Laviano, per riposarsi sotto il fico nei pressi dell’uscio di casa, come presso un porto si reca un naufrago. Ma quando essa in gramaglie, col volto pieno di lacrime, col figlioletto per mano si presenta alla soglia inospitale, “suggerente noverca”, dietro perfido consiglio della matrigna, il padre, debole, la caccia di casa, la respinge. Il Da Pelago che vide la casa intorno al 1793, descrisse una casa di sei stanze; verosimilmente al pianterreno c’erano stalle, cantine e attrezzi agricoli; forse tre stanze erano di abitazione. All’ingresso una scala esterna che ancora si vede. Fra’ Giunta narra: “Ricordare quod, tua suggerente noverca, de paterna te pater expulit domo, paterne penitus miserationes oblitus. Sed velud ignorans que te agere oportebat, omni consilio et ausilio destituta, sub eiusque in orto ipsius erat ficulnea sedens et merens, me tu in tuum magistrum, patrem et sponsum ac dominum postulans, tuam miseram mentis et corporis humiliter deplorasti…” (Ricordati come, istigato dalla tua matrigna, tuo padre, del tutto dimentico dell’amore compassionevole che deve avere un padre, ti cacciò di casa. E tu, non sapendo cosa ti convenisse fare, senza nessuno che ti desse indicazione ed aiuto, ti sedesti profondamente afflitta sotto una pianta di fico che era nel campo, ti rivolgesti a me e chiedesti che fossi io il tuo maestro e signore e padre e sposo…). Quando si trovò respinta dalla soglia inospitale, su cui con violenza si richiuse la porta di casa, Margherita si sarà diretta verso il viottolo che porta alla chiesa. Si sarà trovata sul sagrato della chiesa, in linea con l’orto paterno. L’uliveto che inclina da esso nella collina nel versante di Chiusi, si chiama ancora oggi:”orto del prete”. I luoghi parlano. Moretti-Costanzi dice: “…Effettivamente i luoghi parlano, però a condizione che siano storici. E storici non sarebbero se, giusta l’ambientazione avuta in essi, dal memorabile facente storia che ne parlò in proprio, non attingessero nel suo averne parlato, un’eloquenza conforme in qualità e in verità. E tanto è come dire che dai luoghi dei tanti “illustres” dove non basta esser nati per poterne dire qualcosa con attinenza e competenza, occorre venire attratti dalle visite da fare con la vocazione del pellegrino”. Laviano ed in particolare la piccola casa di S. Margherita, la chiesetta nei secoli hanno sempre suscitato nei visitatori la vocazione del pellegrino. Nel raggio della storia di Margherita, stabilito da lei medesima, entra certamente l’oratorio, presso cui seppe di S. Francesco che aveva soggiornato alle celle di Cortona e del movimento religioso francescano. Non vi è niente di “certo”, ma in tanta penuria di documenti è da chiarire che il mondo delle certezze non è unico. C’è l’accertamento con dimensioni precisabili, certificato dai documenti, da indicazioni catastali o notarili. Ma chi è disposto in interesse e qualità alla persona che vi ebbe ambiente, ne riceve debita notizia e la riceve in segreto; la casa gli appare rifugio, asilo. Così si percepisce e si riconosce la casa che fu gradita e familiare a Margherita, riparo dalle rozzezze circostanti, aula di scuola iniziatoria alle letture di testi sacri in atmosfera storica confacente. Dopo aver per anni espiato le sue colpe nel colle di Cortona, Margherita si sente pronta per fare pubblica ammenda dei suoi peccati. E sebbene in Cortona fosse ormai una personalità ben nota per il bene che prodigava, sia in azioni che in consigli agli amministratori, vuole fare ammenda proprio a Laviano. E lì torna. “Post modicum, quidam die dominica, Lavianum, ubi orta fuerat et nutrita, se trastulit…(Poco tempo dopo, una domenica si recò a Laviano, il paese dove era nata e cresciuta)”. Continuando dalla traduzione della Legenda: “ Durante la Messa, postasi alla vista di tutti una funicella intorno al collo come fosse stata una collana, si gettò in ginocchio davanti ad una signora” (Manentessa, appunto, che per lei rappresentava a un tempo la sua casta giovinezza e il suo amore per Laviano tutto) “e fu tale il pianto in cui si sciolse mentre le chiedeva perdono, che i presenti furono tutti pieni di ammirazione per lei ed apparvero visibilmente commossi”. I semplici coloni di Laviano non l’avevano mai rivista da tempi lontani. Il padre era ormai salito in cielo, dopo aver espiato le sue colpe (a Margherita annuncia la liberazione dal purgatorio dei suoi genitori lo stesso Crocifisso in uno dei colloqui mistici). La fanciulla spensierata d’un tempo, poi mondanamente immersa nella vanità garrula ed evanescente del mondo, ora si presenta in segno di sapienza, col perdono nel cuore, e lo fa a Laviano. Forse Manentessa è la donna che più di tutti intende in profondità il senso del perdono come ricongiungimento alla dimensione di purezza primitiva, come recupero del contatto con l’intera comunità di Laviano. Ma il salto da fare è così arduo, il livello di coscienza da raggiungere è così alto che essa stessa si fa Penitente, immersa nel circuito di santità di Margherita.

Anno II n.5, settembre/ottobre 2004


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