CONVERSAZIONI
IN LIBRERIA
SOPHIA E DIVINOUMANITÀ
IN VLADIMIR SOLOV'ËV
(Parte I)
di MARCO
CASUCCI
1. Una vita per la Sophia
Vladimir Sergeevic Solov'ëv nasce a Mosca il 16/28 gennaio
del 1853, figlio del grande storico russo Serghej Michailovich
Solov'ëv e, da parte di madre, discendente del filosofo
russo Grigorij Savvic Skovoroda (1722-94), nonché nipote
di un sacerdote ortodosso. La sua attività filosofica sarà
sicuramente debitrice di queste origini, essendo incentrata
prevalentemente su quel concetto di "sapienza integrale"
concernente il rapporto tra l'uomo, Dio e il mondo tanto
nella sua dimensione naturale che storico-spirituale.
Spicca, come elemento imprescindibile della sua biografia
che condizionerà l'intera esistenza del Nostro, l'episodio
dell'infanzia verificatosi all'età di nove anni, quando
contempla in mistica visione la "Sophia" (principio fondamentale
della teologia patristica, in particolare di quella greca)
da cui riceve l'ispirazione fondamentale di tutto il suo
filosofare cristianamente criteriato. Tale episodio, cui
Solov'ëv accennerà raramente nei suoi scritti, verrà narrato
solo nella poesia Tre appuntamenti, composta significativamente
due anni prima della sua morte nel 1898, quasi a voler consegnare
ai posteri una coincisa ma essenziale biografia intellettuale
vissuta e svolta nella costante ispirazione del principio
pansofico. I "tre appuntamenti" di cui infatti narra il
breve poemetto sono gli episodi cardine della vita di Solov'ëv
in cui egli ebbe modo di incontrarsi con quella che lui
chiama la sua "Eterna sposa". Qui rapidamente si tenterà
di ripercorrerli per dare testimonianza di un filosofare
integralmente legato all'esperienza vitale della verità:
«Trionfando anzitempo sulla morte,/ coll'amore vinta del
tempo la prigione,/ Eterna sposa non farò il tuo nome/ ma
tu avverti il trepido mio canto./
Al mondo ingannatore non ho voluto credere/ e sotto la rude
crosta dell'esser materiale/ il porfido toccai immarcescibile/
e scorsi lo splendore della divinità./
Tre volte ti lasciasti contemplare./ Non fu soltanto un
moto del pensiero:/ aiuto, preannuncio, dolce guiderdone,/
rispose la tua immagine dell'anima all'appello»1.
Valido esempio di una esperienza mistica che si fa filosofia,
dunque, ovvero di una vita filosoficamente vissuta che pone
come suo vertice l'apex della visione, l'esperienza filosofica
di Solov'ëv risulta nel suo percorso attraversata da un
carattere intimamente sponsale. Alla luce di tale evento
egli può infatti esclamare: «Estraneo mi divenne l'amore
fanciullesco, divenne cieca l'anima alle mondane cose.»2;
avendo egli varcato sin dalla più tenera età la soglia che
separa il mondo della finitezza fisica verso quello della
pienezza metafisica di cui l'eterna sapienza della Sophia
è posta come saldo fondamento di "porfido immarcescibile".
È quindi indubbio che il Nostro abbia esperito il senso
più profondo di quello che poi ha posto nei caratteri imperituri
della sua scrittura. Egli ha inseguito per tutta la sua
vita e per tutto il suo itinerario filosofico l'unica essenza
di quella Sophia che sempre deve informare di sé ogni genuino
filosofare. L'esperienza sofica, e mi preme qui sottolineare
il senso della parola "esperienza", è stata infatti per
Solov'ëv il vero nucleo della sua filo-sofia, dacché essa
è stata per davvero, come egli stesso afferma, una "philía
tês sophías", un "amore" per la "sapienza" dinnanzi al quale
le molteplici cose del mondo nulla hanno più potuto, avendo
egli ricevuto la grazia, sin dalla sua più giovane età,
di sperimentare in pienezza tutta la bontà, la bellezza
e la verità di cui l'uomo è capace in quanto "figlio" di
Dio, in quanto essere Divino-umano.
Proprio per questo si è voluto iniziare questa nostra breve
conversazione con dei cosiddetti "cenni biografici", perché
mai come in questo caso essi sono appropriati a farci comprendere
il pensiero di un tale filosofo.
*
Come accade spesso nel difficoltoso transito dell'adolescenza,
Solov'ëv perde la sua fede religiosa per passare a qui tipi
di credenze fallaci che spesso influenzano le giovani menti
in via di formazione: diventa così materialista, ateo e
socialista, secondo quelle che erano le "mode" filosofiche
del tempo in cui si coltivava la vana illusione di un'umanità
libera da ogni principio, e per questo depauperata delle
sue più alte possibilità. Ciò, tuttavia, ben lungi dal costituire
una mera nota negativa nel percorso del Nostro, deve essere
piuttosto letto come il segno dell'estrema concretezza del
suo "bíos philósophos", che non si è semplicemente attenuto
alla dogmaticità della rivelazione sofica, ma ha effettivamente
sperimentato anche il suo "opposto", la negatività dell'ateismo
nichilistico e del materialismo. Per questo quando egli
in età più matura si farà critico, come vedremo, di tali
posizioni, lo sarà non sulla base di un ateismo astrattamente
postulato, ma piuttosto sulla base di un'effettiva esperienza,
in cui il vuoto lasciato dall'assenza del principio divino
ha fatto sentire tutta la sua greve pesantezza.
Ma non passerà molto tempo che il richiamo della divina
Sophia farà di nuovo sentire la sua voce e la sua dolce
presenza nell'animo del Nostro. È in particolare attraverso
gli scritti di Spinoza che si rifà vivo in lui l'interesse
per l'idea di Dio ed è con il Sistema di logica di J.S.
Mill che si libera dal dogmatismo materialista, per poi
giungere a Kant, Schopenhauer ed E. von Hartmann che risuscitano
in lui l'ideale della vita ascetica e il pathos di un sentimento
mistico mai del tutto sopito. Altrettanto importante nella
sua formazione filosofica è la grande corrente dell'idealismo
tedesco: Fichte, Schelling ed Hegel, che lo richiamano senza
dubbio alla concretezza di una filosofia dell'unitotalità
dell'essere divino, a quell'"Hèn Pánta" che tanto
vigorosamente fa sentire la sua presenza nel suo pensiero.
Non è difficile allora capire perché, alla luce di questo
breve excursus della formazione filosofica di Solov'ëv,
la sua prima opera pubblicata, che poi altro non è che la
sua tesi di laurea, sia intitolata La crisi della filosofia
occidentale. In essa egli ripercorre tutto lo svolgimento
della filosofia occidentale da Cartesio fino a Schopenhauer
per poi concludere la sua analisi col canto del cigno del
positivismo, ultima pietra dello scandalo dello sviluppo
teorico della storia del pensiero occidentale, in cui, a
suo parere si riassume tutta l'astrattezza ed unilateralità
teoretica della filosofia in quanto tale. Ma di questo si
avrà modo di approfondire più avanti.
*
Proseguendo nella nostra biografia intellettuale soficamente
ispirata, si deve senza dubbio mettere in evidenza il periodo
di studio che il Solov'ëv, conclusi gli studi universitari,
passò a Londra grazie ad una borsa di studio. Qui ebbe modo
di approfondire la sua conoscenza della cabala da cui trasse
ulteriore beneficio per l'approfondimento del concetto di
unitotalità, centrale nel suo sistema. Ed è qui, sempre,
che Solov'ëv riceve la seconda visione della Sophia, mentre
studia nella biblioteca del British Museum:
«Ed ecco che una volta, l'autunno era imminente,/ le dissi:
"O tu fiore della divinità!/ Sei qui, io ti sento./ Perché
più non ti mostri/ Agli occhi miei dal tempo in cui ero
bambino?"/
Avevo abbozzato appena tal discorso/ e subito d'azzurro
fu il mondo tutto pieno/ e lei mi ricomparve di luce circonfusa;/
ma solo il suo volto, il volto e nulla più./ Momento per
me felice che durò un'eternità!/
Divenne di nuovo cieca l'anima alle mondanità/ e le persone
"serie" udendomi parlare/ confuso mi dicevano e anche un
poco stupido»3.
In questa seconda visione la Sophia tuttavia non si manifesta
nella sua totalità, ma mostra "solo il suo volto e nulla
più", quasi a voler reinstaurare col suo amante una tensione
erotica risvegliando in lui il desiderio della contemplazione.
Il volto, infatti, è insieme ciò che rivela l'essenza personale
della Sophia, annunciando la sua pienezza, velandola allo
stesso tempo. In questa tensione erotica rinnovata, il gioco
degli amanti attrae e insieme respinge, facendo volgere
nuovamente lo sguardo del Nostro alla realtà immateriale
che lo richiama. Di qui l'esigenza di rimettersi in cammino
nella sua ricerca dell'"Eterna sposa". Egli riceve infatti
in questa seconda visione l'invito a recarsi in Egitto,
luogo originario dello spirito, dove, in seguito a varie
vicissitudini, nel deserto riesce alfine a contemplare la
Sophia in tutta la sua perfezione ed eterna bellezza come
quel punto indivisibile in cui il "tutto" si fa misticamente
presente nell'integrale "apo-kalýpsis" della sua essenza:
«Compresi tutto d'uno sguardo solo
immoto quel che fu, che è e che sarà.
Attorno a me azzurri son mari e fiumi
il bosco e le vette nevose delle montagne.
Io vidi tutto il tutto era
un'unica persona di muliebre bellezza.
Entrava a farne parte l'infinito,
davanti a me e dentro me tu sola»4.
Nell'ultima significativa visione viene dato a Solov'ëv
di contemplare la bellezza della Sophia in tutta la sua
unitotalità. Il tutto viene qui ad essere "un'unica persona
di muliebre bellezza" composta dell'infinità dell'essere.
Si potrebbe dire, senza forzare assolutamente la parola
del Nostro, che la Sophia gli apparve come la mondità stessa
del mondo, l'unitotalità dell'essere nella sua pienezza
in cui il tutto converge, come per miracolo, in un unico
punto focale in cui si concentra e si con-templa la vastità
del mare e la vetta del monte. La concretezza di una tale
esperienza sta tutta in questo mantenersi insieme distinto
ed unito al tempo stesso della totalità infinita dell'essere.
Tale visione è così effettivamente cum-templatio in cui
nel cum si fonde in unità la molteplicità del templatum,
in greco "temnémenos", del diviso e del distinto. La con-templazione
della Sophia è perciò la visione dell'unità dei distinti,
il farsi persona concreta della infinite opposizioni del
mondo interiore ed esteriore, del naturale e dell'umano,
raccolti nell'unità del loro principio divino.
La purezza e totalità dell'esperienza sofica, in cui si
fondono in unità l'infinità stessa della natura e dell'uomo
come suo vertice divino-umano, rappresenta così il vero
punto-cardine della speculazione di Solov'ëv. Essa è infatti
incentrata proprio sull'integralità di una prospettiva contemplativa
all'interno della quale lo spazio della visione raccoglie
in sé l'unitotalità del divino dell'umano e del creaturale
in una indissolubile unità.
La Sophia è il principio ispiratore di questa visione, di
questa potenza contemplativa che libera vincolando assieme
in maniera indissolubile ciò che all'occhio esteriore appare
disgiunto e diviso. La Sophia è infatti il principio unitivo
che si manifesta nell'esperienza dell'unità mistica dell'
"En Sof", dell'unisapienzialità del tutto e del processo
storico in cui essa si attua, saldando nella storia il divino
e l'umano, la creaturalità del mondo a Dio nella mediazione
del Dio che si fa uomo e dell'uomo che si fa Dio.
L'intuizione base di Solov'ëv è quella per cui il Dio che
si fa uomo in Cristo, benedicendo il mondo e restituendolo
a nuova edenica vita fecondandolo del sangue della Croce,
richiede come suo correlato essenziale la potenzialità insita
nella creatura stessa e nel suo vertice umano di "corrispondere"
a questa benedizione nel sorgere come Sophia, Chiesa universale,
Sposa eterna del Cristo. Per questo qui si cercherà, nonostante
i limiti del sottoscritto sicuramente non pareggiabili all'altezza
della parola di Solov'ëv, di parlare di Sophia e Divinoumanità
visto che i due termini sono a tal punto vicini da richiamarsi
costantemente l'un l'altro, essendo quasi sinonimi nella
scrittura del russo.
Il richiamo che la Sophia rivolge a Solov'ëv, infatti, è
il richiamo dell'uomo alla propria pienezza originaria,
perduta in Adamo, ma restaurata nella sua potenzialità con
la morte e resurrezione del Cristo, l'unico vero mediatore
metafisico. Per questo, nella manifestazione della Sophia,
ciò che si fa presente altro non è che la potenza "divinoumana"
insita nell'uomo stesso come capacità di corresponsione
piena e incontrovertibile al "Lógos" divino.
*
Di ritorno dall'Egitto, dove alfine ha conseguito il grado
supremo della vocazione nella visione mistica della Sophia,
Solov'ëv ritorna alla sua attività accademica dedicandosi
allo sviluppo di un sistema filosofico capace di restituire
nella dura parola del concetto il senso più profondo dell'esperienza
da lui compiuta. Di questo periodo sono tra gli altri proprio
le Lezioni sulla divinoumanità che egli tenne tra il 1877-78
e la dissertazione sulla Critica dei principi astratti con
cui si guadagnò il titolo di "dottore", il massimo grado
accademico nella Russia del tempo.
A questo periodo risale anche il rapporto di amicizia che
Solov'ëv stringe con Dostoevskij, attento uditore delle
lezioni sulla divinoumanità, ispirando tra l'altro uno dei
personaggi più straordinari della sua produzione di romanziera:
l'Alësa de I fratelli Karamazov, paladino del cristianesimo
autentico in cui si fa senza dubbio presente la purezza
sofica di Solov'ëv5.
Dall'amicizia con Dostoevskij il Nostro matura l'esigenza
di uno sviluppo ulteriore della sua posizione filosofica:
quello di un'attuazione storica dei principi filosofici
da lui precedentemente esposti. Di qui lo studio approfondito
della storia della chiesa russa, l'unica secondo lui in
grado di farsi portatrice di un rinnovamento evangelico
dell'essenza del cristianesimo e, nello stesso tempo, l'esigenza
di una riunificazione ecumenica delle chiese cristiane con
un recupero centrale del ruolo della chiesa cattolica romana.
La triangolazione Sophia-divinoumanità-Chiesa viene così
ad assumere per Solov'ëv il senso di una vera e propria
triade dialettica dove alla chiesa universale, in cui si
sono fuse insieme le istanze spirituali della chiesa ortodossa
e quelle universalistiche della chiesa romana, spetta il
ruolo della realizzazione finale della perfetta sponsalità
della Sophia nei confronti del principio divino.
Solov'ëv lavorerà alacremente a questo progetto ecumenico
di riunificazione delle due chiese con l'unico risultato
di scontentare con le sue posizioni tanto la chiesa ortodossa
che quella romana, assumendo posizioni eteronome tanto dall'una
che dall'altra. Forse è proprio alla luce di questo fallimento
che comincia a prendere forma in Solov'ëv l'idea che la
storia, invece di progredire verso un cristianesimo sempre
più compiuto sia in realtà dominata dal principio del male:
dall'Anticristo. Ed è proprio ad esso che egli rivolge il
suo testamento spirituale: I tre dialoghi che terminano
con Il racconto dell'Anticristo in cui lo spiritualismo
cristiano del nostro viene a compiersi in una visione apocalittica
in cui il male, effettivamente presente nella storia come
perversione e distorsione della stessa dimensione spirituale,
viene ad essere sconfitto e superato solo con la "parousía"
finale del Cristo.
Da qui l'esigenza di recuperare un cristianesimo non secolarizzabile
e spendibile sul piano umanistico del dominio e della potenza,
ma messianico e di Cristo. Un cristianesimo che sia veramente
capace di attendere e di sperare nel suo ritorno che si
compierà "nella Gloria" dopo aver sconfitto le potenze del
male che si occultano nei falsi miti di "pacificazione"
e di "progresso" universale dell'umanità.
Dopo essere passato nel 1896 al cattolicesimo di rito bizantino,
visto il fallimento di riunificare le due chiese di oriente
e di occidente, muore all'età di soli 47 anni il 15 luglio
1900, dopo aver profuso la sua breve ma intensa esistenza
per la sua "Eterna Sposa", che ci ama di un amore eterno,
che non passa, e che altrettanto eternamente chiede di esser
riamata facendo brillare la vita di coloro che la seguono
di una luce talmente intensa da rimanere per sempre un faro
che annuncia in Dio l'unico approdo saldo nell'informe mare
della vita.
2. La critica dei principi astratti della filosofia occidentale.
Con la critica dei principi della filosofia occidentale
Solov'ëv compie il tentativo di superare l'unilateralità
e l'astrattezza del pensiero occidentale, per aprire la
coscienza all'esperienza dell'ulteriore concretezza della
Sophia rispetto alla quale ogni filo-sofare deve costituirsi
nel suo "phileîn" sostanziale.
Presupposto fondamentale di questa impostazione della critica
è infatti quello in virtù del quale la filosofia è veramente
tale solo in quanto si istituisce sul terreno base di un'aspirazione
piena, libera e consapevole alla Sophia che la determina
in tutte le dimensioni del suo essere, come "Verità", "Bontà"
e "Bellezza", cui lo spirito umano deve tendere consapevolmente
con tutte le potenze dell'anima: intelletto, volontà e sensibilità.
In questa prospettiva si può ben comprendere come il pensiero
di Solov'ëv si sostanzi del senso del più genuino platonismo
in cui l'essenza del principio trascendente si dà nella
tensione unitotale e integrale dell'uomo nella sua capacità
fondamentale di fruirne in pienezza.
Proprio sulla base di questo presupposto integrale concernente
l'essenza dell'uomo, ovvero della divinoumanità, Solov'ëv
critica l'astrattezza della filosofia occidentale che ha
al contrario incentrato il suo discorso sull'esclusività
della "ragione". Dalla posizione originaria della filosofia
scolastica (nella quale egli vede l'inizio della "crisi")
a quella più sviluppata del positivismo, attraverso Cartesio,
Leibniz, Spinoza, Wolff, Kant, Fichte, Schelling, Hegel
e Schopenhauer, infatti, è il principio unilaterale del
"pensiero astratto" a dominare la scena.
Per Solov'ëv, infatti, la ragione è "critica" par excellance,
essa è "negatività", ovvero capacità di porre in discussione
i dati di fatto, i fenomeni e ciò che si manifesta nel mondo
reale, al punto di finire per porsi infine come principio
critico assoluto del reale medesimo. È questo in particolare
il percorso che la razionalità occidentale ha svolto a partire
dai primi vagiti della scolastica in Giovanni Scoto Eriugena
fino a Hegel:
«Al culmine dell'evoluzione della filosofia moderna ci imbattiamo
in una vittoria della ragione sull'essere esterno e immediato
che, dal punto di vista teorico, è altrettanto piena e che
lo sottomette non solo alla ragione, come succede in Cartesio,
ma arriva addirittura a negarlo esplicitamente e a considerarlo
privo di senso, come succede in Fichte ed Hegel. È questa
l'analogia che accomuna la scolastica e la filosofia moderna
(fino a Hegel compreso). L'essenza comune a entrambe è la
lotta della ragione indipendente, dell'io pensante contro
i principi che gli sono esterni: cioè, nella scolastica
contro l'autorità esterna della Chiesa, contro l'esteriorità
storica, nella filosofia moderna contro l'essere esterno
della natura, contro l'esteriorità fisica»6.
Il senso dello sviluppo della filosofia occidentale è interamente
incentrato sul concetto di criticità e negatività della
ragione in virtù del quale questa viene a porsi come il
principium inconcussum veritatis come subjectum-"ypokeímenon"
di ogni asserzione inerente il reale. Qui la verità è adeguazione:
adeguazione della ragione all'autorità del dogma ecclesiastico,
adeguazione del soggetto all'oggetto, e viceversa. Ma qual
è, infine, il criterio di verità su cui questa adeguazione
si fonda ed è resa possibile? Per Solov'ëv non vi sono dubbi,
il principio di ogni verità nella filosofia occidentale
è il "soggetto" della critica, l'io che intanto è capace
di stabilire la veridicità dell'adeguazione tra "interno"
ed "esterno", tra "pensiero" e "realtà", in quanto si pone
sempre e comunque come principio e fondamento di ciò che
essa reputa a sé stessa "esterno", autorità ecclesiastica
o mondo fisico che dir si voglia. Tutto ciò che si oppone
o sta di contro al soggetto-ragione è tale, solo in quanto
è un che di "conosciuto", in quanto è "oggetto per un soggetto"
un Gegen-stand rispetto ad un Vor-stellen.
Da Cartesio in poi per Solov'ëv la via dell'intellettualismo
occidentale è aperta con tutto l'unilateralismo ad esso
connesso e con i relativi limiti contraddizioni in esso
insiti.
Su questo stesso piano di unilateralità astratta del pensiero
si incontrano così tanto il razionalismo che l'empirismo
moderni; l'uno cercando di fondare la molteplicità del mondo
esteriore a partire dall'identità unilaterale del pensiero
(come nel caso di Spinoza e Leibniz), ma finendo immancabilmente
per determinarlo in maniera assolutamente dogmatica7, l'altro
col tentativo di dedurre il pensiero dalla percezione della
realtà esterna con gli evidenti esiti idealistici (l'esse
est percipi di Berkeley) e scettici (Hume)8.
In entrambi i casi l'uniteralità della ragione cartesiana
comporta come sua vittima eccellente la cosiddetta "realtà
esterna" e la sua veridicità. Col soggettivismo moderno,
tanto razionalista che empirista, l'esito è sempre lo stesso:
la riduzione del mondo esterno ad un mero oggetto extracoscienziale
fondato nella soggettività dell' "Io". Non a caso sarà proprio
lo scetticismo humiano a risvegliare Kant dal suo "sonno
dogmatico" e a richiede una nuova fondazione della soggettività
su basi trascendentali, dal momento che solo un approfondito
scetticismo è in grado di far sorgere l'esigenza di una
nuova fondazione del soggetto e della sua possibilità di
relazione conoscitiva col mondo esterno.
*
Con la fondazione trascendentale della soggettività da parte
di Kant si apre per Solov'ëv una nuova fase della filosofia
occidentale in cui la centralità del soggetto formale viene
finalmente ad essere chiara in tutta la sua portata, fino
a condurre al soggettivismo assoluto fichtiano per poi sfociare,
attraverso al filosofia dell'identità di Schelling, nell'identificazione
assoluta di "soggetto" e "sostanza" compiuta da Hegel.
Se infatti in Kant rimaneva ancora un qualche barlume della
realtà esterna del mondo nel mantenimento dogmatico dell'esistenza
della cosa in sé come quella X sconosciuta dei fenomeni
che ne fornisce il "materiale", essendone in un certo senso,
non si sa come, ancora la "causa"; Fichte ebbe infine buon
gioco ad espungere dal suo sistema questo ultimo residuo
realistico per lasciare pieno dominio all'Io=Io, all'identità
dell'appercezione trascendentale, unico fondamento della
conoscenza in Kant, e poi unica "realtà" per i successivi
sviluppi del pensiero idealistico:
«Kant compì uno sforzo d'astrazione gigantesco: la conoscenza,
come forma, viene completamente separata da qualsiasi contenuto
e questo viene posto fuori di essa; [.]. È appunto per questo
che nell'evoluzione ulteriore della filosofia questa incognita
venne coerentemente eliminata. Come abbiamo visto, l'idea
di un oggetto inconoscibile venne respinta da Fichte. L'idea
di un soggetto inconoscibile, invece, inteso come qualcosa
di a sé stante, idea che era ancora presente in Schelling,
fu definitivamente eliminata da Hegel. Restò soltanto la
conoscenza come forma assoluta, come atto puro del concetto
o del pensiero»9.
Non mi soffermerò qui sull'interpretazione che Solov'ëv
dà dello sviluppo interiore dell'idealismo tedesco, né su
quanto sia egli stesso profondamente debitore di questa
eredità filosofica dell'occidente, cosa che meriterebbe
ulteriori approfondimenti da svolgersi in separata sede.
Sta di fatto, comunque, che per il Nostro l'idealismo assoluto
culminante nel sistema del concetto hegeliano costituisce
il vertice e, insieme, il canto del cigno del razionalismo
occidentale. In esso, infatti, l'astrattezza e l'unilateralità
della filosofia occidentale raggiunge il suo punto critico,
in cui la predominanza del pensiero come "nóesis noéseos"
raggiunge il suo massimo sviluppo e non può far altro che
ripiegarsi su se stesso, alla ricerca una "realtà" che il
concetto, per quanto assoluto, non potrà mai essere o compiere
in se stesso:
«La filosofia hegeliana, come sistema assoluto nella propria
sfera e perfettamente chiuso in sé, non può essere negata
soltanto in parte [.]; se ne può uscire unicamente attraverso
il riconoscimento dell'unilateralità o limitatezza di tutta
la sua sfera e del suo stesso principio, cioè del principio
del concetto astratto, della sfera della pura logica. [.]
Il concetto non è tutto o, in altre parole, il concetto
in quanto tale non è ancora la realtà stessa [.]. In questo
senso, al concetto come forma bisogna aggiungere qualcosa
d'altro come la realtà»10.
A partire da questo accorgimento basilare, forse banale
e scontato, ma sicuramente essenziale in ordine ad un pensare
che ricerca sempre maggiora concretezza, «si chiude il secolo
della pura logica o della filosofia apriorica, prende l'avvio
la filosofia positiva e si aprono le porte all'empiria»11.
Insomma, per Solov'ëv il risultato dell'idealismo è stato
quello di un nuovo capovolgimento dialettico della sua essenza
nella forma opposta del materialismo e dell'empirismo più
sfrenati. L'astrattezza del principio idealistico non ha
fatto altro che provocare il ritorno a quelle forme di immediatezza
empirica che esso tanto si era adoperato a bandire dai suoi
sistemi filosofici.
Ma l'empirismo e il materialismo positivisti, a loro volta,
pur nella loro pretesa di rifondare la conoscenza non più
sull'astrattezza del "pensiero di pensiero", ma sulla certezza
dell'immediato dato di fatto fenomenico non può far altro
che ritrovarsi nuovamente impastoiata nell'impossibilità
di concepire un principio del conoscere che non sia a sua
volta "spirituale" o "astratto". La fisiologia della percezione
che nel positivismo tenta invano di prendere il posto del
principio logico-apriorico del conoscere si trova alfine
a non poter fare a meno di fondare le sue asserzioni su
di una logica o teoria della conoscenza12.
Proprio per questo motivo «i positivisti affermano esplicitamente
che il puro pensiero logico è privo di qualsiasi contenuto
reale e non è altro che una vuota astrazione»13. In questo
senso la presupposta concretezza del "dato di fatto" positivistico
finisce per cedere alla costitutiva astrattezza del principio
filosofico occidentale che, per affermare il predominio
del pensare su ogni altra tendenza spirituale dell'uomo
ha finito per perdere l'integralità della sapienza-Sophia,
la quale deve al contrario coinvolgere l'uomo non solo in
quanto pensante, ma nella sua unitotalità integrale in quanto
volente e "senziente", in quanto capace di sentimento.
*
Non è un caso che anche l'altra grande via di risposta all'idealismo
hegeliano, la filosofia della volontà di Schopenhauer, che
cerca di porsi anche come reazione all'astrattezza gnoseologica
del positivismo, rigettando la conoscenza come mero strumento
di dominio dell'uomo-animal rationale14, finisca per cedere
all'astrattismo intellettualistico tipico dell'occidente.
Schopenhauer, infatti, facendo della volontà l'unica cosa
in sé, in opposizione a tutto il razionalismo, assolutizza,
di fatto, ciò che in realtà è predicabile solo dei singoli
soggetti nelle loro singole situazioni concrete. Proprio
per questo, alla luce dell'affermata assolutezza della volontà
come unica vera realtà, la filosofia di Schopenhauer non
può che concludersi con l'affermazione della costitutiva
nullità della stessa. Il "nulla" con cui si conclude il
celebre §71 de Il mondo come volontà e rappresentazione
altro non è che il sintomo della vuotezza di questo concetto:
«La volontà in genere, infatti, senza alcun oggetto di volizione,
senza scopo, la volontà senza rappresentazione [.] è evidentemente
una parola vuota, che non ha niente di più rispetto alla
Ding an sich di Kant o alle "forze naturali" delle scienze
della natura»15.
Alla fine del suo percorso, così, la filosofia occidentale
si rivela per ciò che essa è veramente, un vero e proprio
itinerarium mentis in nihilum, uno svolgimento dell'essenziale
nullità ed inconsistenza della ragione che alla fine viene
a manifestarsi per ciò che essa è veramente: un nulla che
tende costantemente al proprio annullamento. Forse proprio
in questo si può scorgere il salutare esito della filosofia
schopenhaueriana che alla fine ha compreso la sostanziale
infondatezza della ragione nel vuoto nulla che la costituisce.
L'ascesi nichilistica di Schopenhauer deriva a pieno titolo
dall'assolutizzazione precedentemente compiuta della ragione
meccanica e calcolante che, a partire da Cartesio, tanto
successo ha avuto nello svolgimento della nostra filosofia.
Il nulla che tale "mechané", rivela alla fine del suo percorso
è appunto il sintomo di una "crisi" con cui la tanto decantata
"criticità"ed "autonomia" della ragione deve infine fare
i conti: "il re è nudo!", la facoltà principe dell'uomo,
la ragione che lo distingue dalle bestie, altro non è che
una maschera illusoria destinata a cadere col tempo e la
morte per mostrare l'inane vacuità di tutta la nostra esistenza.
Allo stesso modo l'unilateralismo astratto della filosofia
occidentale fa sentire i suoi effetti quanto mai dirompenti
nel tentativo, a dire il vero abbastanza inconsistente da
un punto di vista schiettamente teoretico, che E. von Hartmann
ha operato con la sua "filosofia dell'inconscio". Egli infatti
ha posto come principio assoluto il "non-essere" inteso
come puro "essere in potenza" della volontà, ipostatizzando
e assumendo in maniera ancor più dogmatica quel "nulla"
con cui si concludeva il percorso ascetico del Mondo16.
A compimento di questo excursus mi sembra opportuno concludere
con la considerazione che Solov'ëv aveva di quello che può
senza dubbio considerarsi il vero decostruttore e distruttore
del pensiero occidentale par excellance: Friederich Nietzsche.
Egli, ovviamente, non lo prende in considerazione ne La
crisi della filosofia occidentale, che è del 1874, quando
il pensiero nietzscheano stava ancora muovendo i suoi primi
passi, ma solo più tardi in un breve articolo pubblicato
nel 1887 sulla rivista «Rus», intitolato Finzione letteraria
o verità?.
Qui emerge appieno la carenza di senso e di fondamento in
cui Solov'ëv vedeva involta la filosofia occidentale, criticando
duramente la sua opera capitale: l'Also Sprach Zarathustra.
Al di là infatti della sin troppo aspra e spesso ingiusta
invettiva che Solov'ëv rivolge ad un pensatore capitale
quale Nietzsche - il cui impegno di smascheramento della
"menzogna millenaria" portata avanti dall'occidente filosofico
e il tentativo di recupero di una verità sofico-ascetica
originaria costituisce una rara vetta del pensiero - è interessante
notare come lo smarrimento dell'autentica esperienza sofica
cristiana non possa che generare una "figura letteraria",
quale è quella di Zarathustra, del tutto incapace per Solov'ëv
di pareggiarsi con la piena rivelazione del Dio incarnato:
«Il professore di Basilea, lontano dalla fede cristiana,
e non ancora maturo per una fede seria sul futuro vivente
Anticristo, ha preso a scrivere sul superuomo in generale.
[.] Ciascuno di noi è superuomo in potenza, ma per diventarlo
nella realtà occorre un sostegno più solido del proprio
desiderio, del proprio sentimento oppure di un'idea astratta.
Lo stesso Nietzsche, credendo di essere un superuomo, non
era che un superfilologo. [.]L'aspirazione di Nietzsche
ad innalzarsi sopra la Historie e diventare un superfilologo
terminò con un chiaro trionfo della filologia. Non potendo
trovare una realtà religiosa né in sé né sopra di sé, il
professore di Basilea inventò una figura romantica, la chiamò
"Zarathustra" e annunciò agli uomini di fine secolo: ecco
il vero superuomo! La filologia dichiarava il proprio trionfo
già nel nome stesso. Il vero superuomo portava un nome semplice,
comune nel suo paese e che era appartenuto ad altri uomini
noti del suo popolo (Gesù Navin, Gesù figlio di Josedeca,
Gesù figlio di Sirach). [.] Questo superuomo reale diceva:
"Se voi non credete alle Mie parole, credete allora alle
opere che Io compio", ed Egli è realmente resuscitato dai
morti»17.
Per Solov'ëv nel "superfilologo" Nietzsche è possibile rintracciare
il medesimo limite razionalistico della filosofia occidentale
che, nello specifico, il "professore di Basilea" sperimentò
come quel peso storicistico che gli impedì di sollevarsi
ad un autentico concetto di storia e di rivelazione. Egli
così, per liberarsi dello "spirito di gravità" dell'erudita
pedanteria filologico-antiquaria, non fece altro che ribadirla,
recuperando nella sua opera una vera e propria "rarità"
filologica: Zarathustra.
Il limite di Nietzsche, in altre parole, è stato quello
di aver tentato una via impossibile per il rinnovamento
culturale e spirituale dell'occidente, avendo perduto, con
l'annunzio della morte del Dio metafisico, la possibilità
di fondare il proprio anelito in un genuino orizzonte religioso
e rivelativo. Per questo Nietzsche è rimasto per Solov'ëv
un "superfilologo", senza diventare un effettivo "superuomo",
non essendosi potuto elevare fino alla verità assoluta e
assolvente dell'incarnazione e rivelazione del messaggio
evangelico, ricadendo così in quell'intellettualismo filologico
che tanto aveva tentato di fuggire.
*
Solov'ëv non può dunque che sottolineare l'unilateralità
ed astrattezza del percorso filosofico dell'occidente, culminante
con una vera e propria "crisi" che si scatena proprio nel
momento in cui il pensiero stesso si trova a fare i conti
con la sua incapacità di cogliere un principio integrale
che sia fondamento unitotale dell'uomo e del reale tanto
nella sua dimensione "logica", che in quella "etica" ed
"estetica". Finché infatti tale principio sofico non viene
colto nella sua integrità pneumatico-spirituale, con un
pieno coinvolgimento di tutta la pluripotenzialità coscienziale
dell'uomo, in quanto capace non solo di intelligenza, ma
assieme di volontà e di sentimento, questi non rimane altro
che un tentativo fallito di ascesi monodimensionale, che
ben presto si ripiega su se stessa, dando luogo alla perversione
del male come segno patologico di una frammentazione in
cui si è venuto a trovare con la caduta nel peccato.
Per questo per Solov'ëv diventa quanto mai necessario realizzare
un sistema di "conoscenza integrale" in cui la Sophia possa
venire appresa e compresa in tutta la sua totalità nella
piena contemplazione della sua mistica essenza, affinché
sia possibile per l'uomo il pieno ricupero di una superumanità,
che sia una effettiva divino-umanità rivelata nell'annunzio
del Verbo incarnato.
[continua]
NOTE
1 V. Solov'ëv, Tre appuntamenti, in Sulla divinoumanità
e altri scritti, tr. it. a cura di P. Modesto, Jaka Book,
Milano 1971, p.17. D'ora innanzi per comodità si citerà
solo il titolo delle opere senza ripetere il nome dell'autore.
2 Ivi, p.18.
3 Ivi, pp.18-19. Mi preme qui sottolineare il tema
dell' "idiozia" che Solov'ëv qui mette in evidenza proprio
sulla fine della citazione. La "stupidità" che si mostra
agli occhi insipienti, non preparati e formati alla visione
celestiale della divina Sophia, è segno sufficiente dell'eccedente
rarità dell'esperienza sofica compiuta dal Nostro. Essa
in un certo senso riprende il tema dell'idiozia che già
era stato messo in evidenza da Dostoevskij nello splendido
personaggio del principe Myskin. L'idiota, in quanto capace
della visione della piena luce solare, non sa, proprio come
nel mito platonico, dell'oscura ombrosità della caverna,
non ha occhi sufficientemente adombrati per orientarsi in
essa, avendoli piuttosto pieni della luce del sole contemplato
in un mondo riscoperto nella chiarità del "vero" del "bene"
e del "bello". Per questo egli sembra "stupido" e "confuso"
nel mondo delle relatività materiali, ma non per questo
è meno capace di ragione nell'affermare la verità suprema
della Sophia come apice dell'esperienza filosofica. A maggior
ragione questo vale per Solov'ëv che dall'idiota dostoevskiano
si distacca non tanto per la qualità dell'esperienza, che
rimane senza dubbio la medesima, ma per il sostrato del
vissuto personale su cui essa si innesta. Laddove infatti
il principe Myŝkin è un malato epilettico, rispetto
al quale un tale tipo di esperienza potrebbe far pensare
ad una mera manifestazione della sua patologia, Solov'ëv
è al contrario sanissimo ed ottimo pensatore capace di misurarsi
alla pari con le migliori razionalità filosofiche mai esistite.
Ciò sia testimonianza sufficiente del fatto che una tale
esperienza sofica è tale non tanto in virtù di una qualche
carenza di ragione, quanto piuttosto suo effettivo, reale
potenziamento e inveramento, rispetto al quale l'eventuale
l'eventuale patologia e sofferenza fisica non è altro che
un eccellente catalizzatore, ma mai causa, o fondamento,
determinante.
4 Ivi, p.20.
5 Così Dostoevskij descrive nel suo capolavoro Alësa-Solov'ëv,
la sua purezza di carattere e, insieme, la sua ineguagliabile
affabilità nei rapporti interumani: «"Ecco forse l'unico
uomo al mondo che, abbandonato improvvisamente solo e senza
denaro sulla piazza di una città ignota di un milione di
abitanti, non si smarrirebbe mai né morrebbe di fame o di
freddo perché subito qualcuno lo nutrirebbe e gli darebbe
un alloggio e se pure non gli trovassero gli altri un alloggio
se lo troverebbe da sé in un istante e ciò non gli costerebbe
alcuno sforzo, alcuna umiliazione, né potrebbe mai essere
di peso a chi lo accogliesse, ma gli arrecherebbe semmai
solo piacere» (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, tr.
it. a cura di I. Sibaldi, Mondadori, Milano 2000, I vol.,
p.30). La descrizione corrisponde largamente a quella che
lo stesso Solov'ëv da di sé nel poemetto Tre appuntamenti
dove, povero in canna, si avventura in Egitto ben accolto
dai russi che lì vivevano, a credito nell'albergo, fin quando,
dopo essere stato catturato dai predoni del deserto, viene
liberato poco prima di incontrare per l'ultima volta la
Sophia (cit., pp. 19-20.)
6 La crisi della filosofia occidentale, tr.it. a
cura di A. Dell'Asta, «La casa di Matriona», Milano 1986,
p.55.
7 «È evidente - dice Solov'ëv a proposito della sostanza
spinoziana - che dalla natura della sostanza non consegue
l'essere molteplice e finito, e se Spinoza afferma il contrario,
può farlo solo perché trova questo essere nella realtà empirica.
Se si attenesse rigorosamente al proprio principio Spinoza
dovrebbe ragionare in questo modo: l'unica cosa realmente
esistente è la sostanza; la sostanza essendo in base al
suo concetto l'assoluta realtà in sé, non implica la necessità
di nessun'altra cosa e quindi non implica neppure la necessità
delle cose finite intese come suoi modi, il che significa
che le cose finite non esistono affatto necessariamente,
e siccome nulla può esistere in maniera accidentale, le
cose finite semplicemente non esistono; in questo senso,
il principio di Spinoza porta logicamente non alla spiegazione,
ma alla negazione della realtà data, ciò che nonostante
la sua indiscutibile verità ne mostra chiaramente l'insufficienza»
(ivi, p.61). Lo stesso, mutatis mutandis, dicasi per «la
filosofia di Leibniz, che [pur] esprime[ndo] con grande
vigore e con assoluta chiarezza logica il momento della
molteplicità e dell'indipendenza dell'essere singolo e particolare,
si limita invece a proporre per il momento opposto, quello
della sostanza comune e dell'unità, soltanto delle supposizioni
geniali e delle metafore ingegnose [scil. l'"armonia prestabilita"],
che vanno senz'altro ascritte a vanto personale del filosofo,
ma non assurgono alla dignità del patrimonio filosofico
comune»(ivi, p.65; le aggiunte fra parentesi quadre sono
mie).
8 Cfr. a questo proposito ivi, pp. 70-71. Qui Solov'ëv
connette in maniera essenziale lo sviluppo idealistico della
posizione berkeleyana con il finale scetticismo humiano
che, facendo i conti con la relatività del concetto di causa,
spezza definitivamente ogni possibile relazione sostanziale
tra la rappresentazione e la presunta "sostanza reale" dogmaticamente
stabilita dal razionalismo scolastico: «A David Hume bastò
spezzare questo filo per eliminare dal mondo oggettivo qualsiasi
forma di conformità a una legge, trasformarlo in una serie
causale di percezioni prive di qualsiasi connessione necessaria
fra loro, e riconoscere così come assolutamente esistente
solo una pura X assolutamente sconosciuta»(ivi, p. 70).
9 Ivi, p. 91.
10 Ivi, p. 93.
11 Ivi, pp. 93-94.
12 La posizione della fisiologia positivista tende
infatti a ridurre il pensiero e la conoscenza a una serie
causale di interazioni fisiologiche tra la realtà esterna,
il sistema nervoso e il cervello che essa considera come
organo generale del conoscere. Ma, come fa notare a tale
proposito Solov'ëv, questa posizione si involge in una evidente
contraddizione perché «così il cervello è il soggetto di
ogni coscienza e, nello stesso tempo, questo medesimo cervello
è uno dei fenomeni della coscienza, è cioè uno dei prodotti
della propria funzione. Ma se il soggetto stesso della coscienza
è solo un fenomeno della coscienza, è evidente che il soggetto,
in senso stretto, non è assolutamente nulla e non restano
altro che gli stati di coscienza, i puri e semplici fenomeni
connessi tra di loro da diversi rapporti di successione
e di somiglianza» (ivi, p.100).
13 Ivi, p.101.
14 Cfr. a questo proposito ivi, pp.119-29, dove S.
ripercorre la deduzione del concetto di volontà a partire
dall'identità di conoscente e conosciuto nell'appercezione
interna del soggetto. La volontà viene così a caratterizzarsi
come l'unico vero sostrato di ogni conoscere e di ogni conosciuto,
per questo essa è l'unica cosa in sé.
15 Ivi, p. 138. bisogna tuttavia sottolineare come
questo esito negativo della sua filosofia non è per Schopenhauer
un accidente indesiderato, quanto piuttosto il vero scopo
della sua filosofia: ovvero mostrare come il pensiero conoscitivo-calcolante
sia in effetti fondato sulla nullità di un volere che è
un tendere inane verso il suo stesso nulla. Basti pensare
alla menzione del nihil positivum preso in considerazione
dal filosofo di Danzica proprio nelle ultime pagine del
mondo per rendersi conto del fatto che il "nulla" della
volontà è funzionale all'affermazione di ben altra positività,
quella dell' "epifilosofia" già anticipata nella dottrina
del III libro del Mondo, dove, caduta la volontà, si staglia
l'eternità dell'idea che si dà nella contemplazione estetica
di un mondo recuperato dal tendere fallace della volontà
animale. Di questa dottrina S., per quanto non in maniera
esplicita, sarà decisamente debitore nei successivi sviluppi
della sua filosofia.
16 Cfr. a questo proposito ivi, pp. 140-45.
17 Finzione letteraria o verità?, in I tre dialoghi
e il racconto dell'Anticristo, tr. it. di G. Faccioli a
cura di G. Riconda, Marietti, Genova 1996, pp. 239-42. Mi
sembra opportuno, tuttavia, riconoscere in questa sede il
grande merito dello Stesso Nietzsche in ordine al tentativo
di un effettivo recupero di una verità non più frutto dell'astratto
intelletto, ma chiamata a farsi vita piena e vissuta attraverso
il tragico transito attraverso la negatività del dolore
e della morte. In quest'ottica dev'essere riconosciuta in
maniera incontrovertibile l'istanza spirituale dello Zarathustra
nietzscheano nel suo immettersi in un percorso ascetico
integrale in cui ad ascendere al proprio über sia la totalità
del Mensch nella piena riacquisizione del "senso della terra"
capace di infrangere la parzialità intellettualistica, che
si alimenta dello "spirito di vendetta", fino a chiedere
per ben sette volte nello Zarathustra, a coronamento di
una tale esperienza, l'"Eternità" stessa come "sposa": «Come
non dovrei anelare all'eternità e al nuziale anello degli
anelli, - l'anello del ritorno!/ Ancora non trovai donna
da farmi desiderare dei figli, se non questa donna, che
io amo: perché ti amo, Eternità!/ Perché ti amo Eternità!».
Pur nel tacere del Dio cristiano, dunque, nel proclamatore
della sua "morte", mai forse nella storia del pensiero occidentale
l' "Eterna Sposa", la Sophia, ha fatto sentire in maniera
così forte la sua voce, sintomo questo, non tanto di decadenza,
come l'intende Solov'ëv, quanto piuttosto dell'annunzio
di un pronto risveglio delle energie spirituale del tramontante
occidente.
Anno
III n.1, gennaio/febbraio 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004