LA DOMANDA DI ATTUALITÀ

Elezioni in Iraq: svolta
storica o propaganda?

di GIULIO LIZZI

Nonostante i timori espressi alla vigilia da molti osservatori, le elezioni del 30 gennaio in Iraq hanno rivelato, viste le condizioni di insicurezza in cui si sono svolte, la determinazione degli iracheni di riprendere in mano le sorti della loro storia e del loro Paese, e il consenso da parte di una grande maggioranza del Paese intorno ad un meccanismo democratico, seppure molto imperfetto. Sono state le prime elezioni dal 1954 e le prime in assoluto in cui hanno votato le donne. L'affluenza alle urne sembra aver superato il 50%, ovvero almeno 7 dei 14 milioni degli aventi diritto hanno votato sfidando le minacce, le violenze e i proclami del terrorista Al Zarqawi che pure hanno provocato oltre 30 morti. In Iraq gli aventi diritto al voto erano circa 14.200.000 a cui vanno aggiunti circa 1.200.000 iracheni residenti all’estero (dei quali solo il 15% si è recato alle urne). L'affluenza elettorale è stata molto alta nel Sud sciita e nel Nord curdo; al contrario, secondo una già facile previsione, la partecipazione è stata, se non nulla, molto ridotta nelle zone del centro dove si raccolgono le roccaforti della popolazione sunnita. Alle elezioni hanno dunque partecipato massicciamente i curdi, che sfiorano il 20% della popolazione totale irachena, e la metà degli sciiti, che superano il 63%. "L'alta affluenza al voto è un segnale positivo che mostra la voglia degli iracheni di vivere in pace, nel diritto, in democrazia e libertà come tutti gli uomini del mondo - ha commentato il vescovo caldeo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni -, l'aspetto negativo è il boicottaggio sunnita che influisce su una popolazione già divisa". Se la componente sunnita (36% della popolazione) restasse fuori dal patto costituzionale cui si dovrà dare corpo nei prossimi mesi, il rischio è la disintegrazione del Paese o addirittura una guerra civile in cui la popolazione sunnita potrebbe finire per saldarsi compatta dietro alla guerriglia e al terrorismo. Il primo compito dei vincitori di queste elezioni sarà quindi quello di riaprire il dialogo con il mondo sunnita per coinvolgerlo nella stesura di una costituzione per cui non avrà che pochissimi rappresentanti in sede di assemblea costituente. Nonostante il successo della prima prova di partecipazione elettorale, questa balbettante democrazia irachena ha molto poco dei caratteri della democrazia, così come noi la conosciamo. L'espressione della volontà popolare si manifesta qui, come del resto in gran parte del terzo mondo, non in forma individualistica, ma comunitaria. Si è scelto non il proprio candidato, ma il proprio gruppo etnico e religioso, e il voto non è stato l'assenso ad un programma (del resto inesistente) o ad un individuo conosciuto (come farsi conoscere in un clima di terrore?), ma una semplice rivendicazione identitaria ed una delega fideistica alla propria comunità. Il semplice riferimento ad un richiamo religioso e nazionalistico ha fatto sì che dentro le liste si nascondessero di fatto personalità e scelte politiche molto diverse. Queste elezioni sono servite per eleggere l’Assemblea Nazionale di transizione composta da 275 membri che funzionerà da parlamento fino allo svolgimento di elezioni per un organo permanente; i consigli regionali delle 18 province irachene, composti da 41 membri ciascuno, tranne Baghdad che deve eleggerne 5; l’Assemblea Nazionale del Kurdistan solo per le tre province del Nord Iraq composta da 111 membri. Una volta eletta, l’Assemblea nazionale dovrà scegliere un presidente e due vicepresidenti che daranno vita al Consiglio di Presidenza che a sua volta nominerà il primo Ministro e i componenti del governo. Inoltre l’Assemblea Nazionale dovrà stendere entro il 15 agosto 2005 una Costituzione che dovrebbe essere approvata con un referendum da tenersi entro il 15 ottobre di quest’anno. Se la Costituzione verrà approvata, nel dicembre 2005 si terranno nuove elezioni per il governo vero e proprio. In prospettiva si affaccia la questione curda: i due partiti curdi (PDK e UPK) puntano al controllo totale delle tre province del Nord, inclusa quella di Kirkuk dove i curdi non sono maggioritari ma che è decisiva per il controllo delle risorse petrolifere. In questa provincia, oltre alle minacce della Turchia, cominciano a pesare le preoccupazioni per l’ondata di pulizia etnica messa in opera dalle milizie curde con l’obiettivo di “de-arabizzare” Kirkuk e stringere la minoranza turcomanna, che però gode del sostegno della Turchia. Se le cose dovessero precipitare in Iraq, lo spettro della secessione curda nel nord, con il pieno appoggio di USA e Israele e l'aperta ostilità della Turchia, diventerebbe realtà. Nessuno potrà mai dimostrare che queste elezioni siano state effettivamente libere e democraticamente corrette, a causa dell'assenza degli osservatori internazionali: l'Osce, le Nazioni Unite e l'Unione Europea avevano escluso di mandare i propri per "l'inesistenza delle condizioni minime di sicurezza". Quindi, tecnicamente, usando i criteri europei e internazionali, queste elezioni erano invalide prima ancora di tenersi, sebbene l'Unione Europea abbia davvero stanziato la cifra di 30,5 milioni di euro per formare il personale che le doveva gestire. Spiega Giulietto Chiesa che l'Italia ha svolto un ruolo essenziale in questo esito: non ci fosse stata l'imponente presenza militare italiana sul terreno, con oltre mille uomini a pattugliare tutto il territorio della regione, praticamente palmo a palmo, difficilmente gli elettori di Nassirya sarebbero usciti di casa con tanto slancio. Provvisoriamente, si può dire che Washington ha vinto e che gli sciiti hanno vinto. E si può dire che hanno vinto, al nord, anche i curdi. Si può dire che i sunniti hanno perduto. Due componenti di un paese hanno vinto contro la terza. Avrà ora, Al Sistani, quello che chiede, cioè le chiavi di Baghdad che gli sciiti non hanno mai avuto? Avranno i curdi ciò che chiedono, a loro volta? E, se non lo avranno, cercheranno un'autonomia forte che i turchi, a loro volta, non hanno alcuna intenzione di accettare? E cosa dare ai sunniti, che non accennano a cessare la loro pressione? Chi governerà rispetterà i diritti umani, in particolare nei confronti delle donne? Le conseguenze di lunga durata sono ancora da verificare.

Anno III n.1, gennaio/febbraio 2005


L'Olanda dopo l'omicidio
Van Gogh: un modello di
tolleranza in crisi?

di GIULIO LIZZI

E' la mattina del 2 novembre 2004 quando il regista olandese Theo Van Gogh, autore del film "Submission" che denuncia la soggezione delle donne nel mondo islamico, viene accoltellato a morte nell'East Park di Amsterdam. Le autorità olandesi arrestano Mohammed Bouyeri, un ventisettenne di origine marocchina che poi si confermerà essere l'autore materiale del delitto, e altri sei nordafricani coinvolti nell'organizzazione dell'agguato. Nei giorni seguenti si verificano attacchi contro alcune moschee in varie città olandesi. Il 10 novembre all'Aja la polizia arresta due giovani accusati di praparare l'uccisione di due parlamentari tra cui la sceneggiatrice di "Submission", Ayaan Hirsi Ali. Lo stesso giorno una classe di una scuola cattolica viene data alle fiamme ad Eindhoven. Il delitto Van Gogh sembra insomma aver aperto la visuale su un problema troppo a lungo taciuto, e ha costretto la società olandese ad interrogarsi sui grandi temi antropologici. «Da dove viene - si è chiesto il primate d'Olanda, cardinal Adrian Simonis
- il radicalismo musulmano fra i giovani nati e cresciuti qui? Non sarà anche per lo spettacolo di estrema sporcizia morale, di decadenza spirituale, che offriamo loro? Oggi i politici olandesi chiedono ai musulmani di “accettare i nostri valori”. Ma a quali valori si riferiscono? Le nozze gay, l’eutanasia? L'Olanda è un paese senza memoria, che deve ritrovare le sue radici per poter costruire nuove forme di convivenza. Non può reggere una tolleranza basata sul vuoto». Ad essere entrato in crisi è dunque un modello di integrazione multiculturale fondato sulla negazione delle identità, piuttosto che sul confronto e sul dialogo, in virtù di una sterile neutralità sulla quale si fonda lo stesso sistema scolastico olandese, che di fatto si limita a trasferire cognizioni alle nuove generazioni astenendosi dal dovere della formazione morale. Una tale deriva nichilista non può essere certo liquidata in termini confessionali. Occorre che gli olandesi prendano coscienza del fatto che il «vuoto» di cui parla il cardinale Simonis non può che essere provvissorio, destinato ad accogliere presto o tardi una data concezione dell'esistenza di cui la politica non può illudersi di fare a meno, pena ridursi a mero calcolo tecnico-amministrativo, immemore della storia e dell'identità di un popolo.

Anno II n.6, novembre/dicembre 2004


Può dirsi a favore
dell'uomo una scienza
che separa persone "utili"
da persone "inutili"?

di GIULIO LIZZI

Si è discusso molto del caso del bambino guarito dalla talassemia dopo essere stato sottoposto al trapianto delle cellule staminali adulte prelevate dal cordone ombelicale delle sue due sorelle gemelle, fatte nascere a loro volta in Turchia usando la tecnica della «preselezione degli embrioni». Un esperimento audace che ha indotto a gridare al «miracolo» prima ancora che si conoscesse l'esito della cura, senza tenere in alcun conto il fatto che su undici embrioni, nove sono stati «sacrificati» senza scrupoli. Un tempo - come ha affermato il professor Umberto Veronesi, di sicuro non sospetto di confessionalismo - i risultati della ricerca medica passavano al grande pubblico attraverso il vaglio di severe pubblicazioni scientifiche; adesso ogni tentativo è un «successo» di cui subito si appropriano i mezzi di comunicazione di massa, facendone oggetto di scoop giornalistici. «Se le due sorelline gemelle fossero nate senza alcuna selezione di embroni - ha affermato in uno scambio epistolare con la nostra redazione il prof. Angelo Vescovi, ricercatore di fama internazionale che ha lavorato tra il 1990 e il 1992 presso l’Università di Calgary in Canada dove ha scoperto le cellule staminali cerebrali, e attualmente codirettore dell’Istituto di Ricerca sulle Cellule Staminali all’Ospedale San Raffaele di Milano - ci sarebbe stata una probabilità su quattro che anche gli embrioni generati in vitro avessero la talassemia e come tali non sarebbero stati utili come donatori». Ne discende che nove embrioni sono stati soppressi perchè talassemici e dunque "inutili" alla cura di un bambino talassemico; e che ai due gemelli sani è stato concesso i privilegio di nascere solo in quanto "utili" a fini terapeutici. Può dirsi a favore dell'uomo una scienza che opera una separazione tra persone "utili" e persone "inutili"? Quale sarà la prossima conquista di questa scienza così premurosa nei confronti della vita umana?

Anno II n.5, settembre/ottobre 2004


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