IL VERO NOME DELLA CHIESA È CARITÀ
Il tema della prima enciclica di Benedetto XVI, “Deus caritas est”, è stato trattato dall’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, mons. Giuseppe Chiaretti, in un incontro pubblico promosso dal Centro Culturale “Leone XIII” nell’ambito delle “Conversazioni in Libreria”, in collaborazione con la Libreria Paoline di Perugia.


DEUS CARITAS EST

IL VERO NOME DELLA CHIESA È CARITÀ

colloquio con Mons. GIUSEPPE CHIARETTI

di GIULIO LIZZI


Il tema della prima enciclica di Benedetto XVI, “Deus caritas est”, è stato trattato dall’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, mons. Giuseppe Chiaretti, in un incontro pubblico promosso dal Centro Culturale “Leone XIII” nell’ambito delle “Conversazioni in Libreria”, in collaborazione con la Libreria Paoline di Perugia.

Mons. Chiaretti, lei definisce la “Deus caritas est” come l’«enciclica-guida del pontificato di Benedetto XVI». E’ un testo rivoluzionario da molti punti di vista.
Lo è anzitutto dal punto di vista stilistico, perché il Papa si discosta dal linguaggio formale della letteratura ecclesiastica, per rivolgersi direttamente all’uomo di oggi. Ratzinger non teme di affrontare il tema dell’eros senza falsi pudori, partendo dal principio delle relazioni umane per arrivare a riconoscere il progetto di Dio sull’uomo, e il suo stesso volto che si svela in Cristo. La prima riflessione è sull’amore inteso nella sua dimensione linguistica: amore come eros, filia, agapé. Tre parole che indicano altrettanti stadi di un’unica dimensione dell’amore. Una chiarificazione linguistica che pone fine ad un equivoco sempre presente nella storia della Chiesa: legando all’eros la dimensione della fragilità della persona, infatti, lo stesso eros finiva per essere discriminato o addirittura demonizzato. Al contrario, l’eros da demonizzare non è quello in cui si esplica la piena potenzialità della natura, bensì quello in cui la natura è privata della supervisione dell’intelligenza. Come potrebbe la Chiesa demonizzare quell’insieme di pulsioni che fanno parte della biologia della persona, e quindi del creato, dell’opera di Dio?

Questo testo sollecita l’uomo pensante, sollecita cioè l’aspetto razionale dell’uomo.
Certamente. Il Papa illustra la triplice dimensione dell’amore in termini razionali: parla di eros, un tema che nell’insegnamento anche straordinario della Chiesa non è mai comparso, per via del pregiudizio e della diffidenza; poi parla della filia, richiamando la “filantropia” di San Paolo, intesa come amore per l’uomo, attenzione per chi è nel bisogno. Poi, finalmente, l’agape: qui l’amore diventa oblativo, altruistico, è un volere il bene in senso assoluto. Questa triplice distinzione è significativa di un approccio razionale al tema, perché ad esso si arriva in termini di ragione. Di qui allora il suo coraggio di entrare in dialogo diretto con la cultura moderna. Penso al riferimento a Nietzsche, il quale parte proprio della diffidenza verso l’eros per denunciare la Chiesa come colei che ha privato l’uomo della cosa più piacevole, caricandola di peccato: a quest’accusa il Papa risponde dicendo che ciò non è avvenuto, e che l’equivoco nasce dalla mancata distinzione tra le diverse realtà dell’eros. Penso poi a Marx, con il quale il Papa si confronta parlando della carità nel suo momento applicativo. Appare chiaro che il Papa non ha rifiutato il dialogo con i “mostri sacri” della cultura laica e profana di oggi, perché sa di condividere lo stesso strumento della razionalità.

L’argomentazione razionale approda poi al compimento della fede nella sua massima espressione.
Si tratta di un “salto”, il salto della fede che si compie nell’agape, la massima espressione dell’amore cristiano: l’uomo è chiamato dalla fede a guardare gli altri con un’altra ottica. Qui il Papa introduce un’altra rivoluzione stilistica: inizia a scrivere in prima persona, parlando della sua personale esperienza di fede, come mai si era letto nei documenti ufficiali. Il Papa si pone dunque non come maestro, ma come uomo che fa l’esperienza di fede e di carità. Qual è la ragione vera per la quale io mi apro all’altro? Perché Dio ha amato me. Il Papa non si trincera dietro l’affermazione semplicistica di alcuni valori etici, ma indica il modo concreto di far carità da parte della Chiesa, sempre ricordando le motivazioni di fondo: la carità è incontrare il Cristo nei poveri. Elencando la serie dei santi della Carità, il Papa scrive che la Chiesa è carità, la Chiesa è colei che presiede alla carità, la Chiesa va presentata con questo nome: carità.

Anno IV n.1/2, gennaio/aprile 2006


© copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia 2004