ETICAMENTE
LA DIMENSIONE NATURALE
DELLA FAMIGLIA:
UN MODELLO OBSOLETO?
di FRANCESCO D'AGOSTINO
Docente di Filosofia del Diritto
Presidente
del Comitato Nazionale di Bioetica
Intervista di Giulio Lizzi
Il modello tradizionale di famiglia, che nel corso dei secoli si è sedimentato
nella nostra cultura, è oggi minacciato da due ordini di fattori: in primo luogo,
da una struttura sociale e lavorativa che di fatto sottrae tempo ai genitori,
a scapito del loro rapporto con i figli; in secondo luogo, dal diffondersi della
pretesa ideologica secondo cui occorre smettere di parlare di “famiglia” al singolare
e piuttosto riconoscere, anche giuridicamente, l’esistenza di una pluralità di
modelli di famiglia. Questa la diagnosi presentata dal prof. Francesco D’Agostino,
presidente del Comitato nazionale di bioetica, nel corso di un incontro promosso
dal Comitato “Scienza e Vita” sul tema “Ricominciamo dalla famiglia: la dimensione
naturale della famiglia e gli attacchi del laicismo”.
Professor D’Agostino,
da che cosa è minacciata la famiglia oggi?
Le minacce che gravano sulla
famiglia sono di diversa natura. Alcune derivano da particolari deformazioni della
struttura sociale e lavorativa di una società avanzata come quella italiana, che
di fatto sottrae un’enorme quantità di tempo ai genitori, a scapito naturalmente
del loro rapporto con i figli; e questo è obiettivamente un problema immenso,
che dobbiamo prendere sul serio, ma per la soluzione del quale brancoliamo un
po’ tutti nel buio. Un altro tipo di attacco alla famiglia – completamente diverso,
perché la sua radice non è sociale, ma ideologica – consiste nella pretesa che
si debba smettere di parlare di famiglia al singolare, e che si debba piuttosto
riconoscere l’esistenza di una pluralità di modelli di famiglia, e ancora di più,
che questi modelli plurali di famiglia debbano avere uno specifico riconoscimento
giuridico. E’ chiaro che questo secondo tipo di minaccia alla famiglia prescinde
completamente da esigenze sociali o lavorative: deriva piuttosto da una visione
antropologica, che altera profondamente non soltanto una tradizione plurisecolare
e radicatissima, ma anche tutto ciò che le scienze filosofiche, etnologiche e
antropologiche hanno messo in rilievo, e cioè che l’identità della famiglia è
una sola, sia pure all’interno di numerose variabili di tipo culturale.
Leggendo
alcuni commenti apparsi di recente sulla stampa, si ha l’impressione che la famiglia
sia considerata come un modello anacronistico, rispetto al ventaglio delle possibili
opzioni di convivenza.
Quando dicevo che questo secondo modo di aggredire
la famiglia ha un carattere ideologico, volevo appunto insistere sul fatto che
mancano del tutto, o sono molto lievi, le reali esigenze sociali che portano molti
ad auspicare il riconoscimento di convivenze parafamiliari, sia eterosessuali
che omosessuali. Non nego che in alcuni rari casi possa essere opportuna una normativa
di tutela del partner più debole di queste convivenze, ma si tratta di emergenze
obbiettivamente marginali. Quello che veramente emerge da queste richieste non
è l’esigenza di tutelare particolari situazioni sociali – che peraltro il diritto
vigente tutela già in larghissima misura, molto più di quanto a volte l’opinione
pubblica non sappia –; quello che emerge da queste istanze è una sorta di legittimazione
simbolica, che dovrebbe essere attuata attraverso il diritto, di queste forme
alternative di famiglia, che in realtà corrispondono a pretese di esperienze umane
alternative, che però non corrispondono ai bisogni profondi dell’uomo. Per essere
più chiaro, direi che è del tutto evidente che la cura dei figli, la cura delle
nuove generazioni, richieda la stabilità della famiglia, che è già fortemente
incrinata dalla realtà del divorzio; ma se noi introduciamo il riconoscimento
di convivenze libere, attualmente non giuridificate, garantendo a queste convivenze
una stabilità ridotta veramente al minimo, attiviamo pratiche sociali che non
possono che essere rovinose per quello che riguarda l’interesse dei bambini a
crescere in un contesto familiare stabile. Ecco in che senso l’ideologia e le
pretese ideologiche si pongo a volte in assoluta contraddizione con i bisogni
fondamentali degli esseri umani.
Professore, la nostra è una società
che facilità queste forme di deresponsabilizzazione, tra cui vi è anche il rifiuto
di un impegno definitivo come quello del matrimonio?
Non è facile dare
una risposta, poiché la nostra è una società schizofrenica, nella quale coesistono
dinamiche contraddittorie. Da una parte la nostra è una società che tende a massimizzare
la responsabilità individuale: come tutte le società fondamentalmente liberali,
la nostra società esige che ogni cittadino sia responsabile di se stesso, sia
autonomo, sia imputabile per le azioni che compie. La nostra società è quella
che dà il massimo valore alla cosiddetta “etica della responsabilità”, e vuole
giudicare le persone a partire dalle conseguenze dei loro atti. Però, sotto altri
profili – ed ecco la schizofrenia – la nostra società deresponsabilizza ampiamente
le persone, soprattutto per quello che apparentemente concerne la loro dimensione
privata di esistenza; come se davvero fosse facile, per quello che riguarda il
complesso delle relazioni familiari, separare ciò che è privato da ciò che è pubblico.
E’ chiaro che l’amore di un uomo e di una donna è essenzialmente privato – e può,
ma può anche non essere, sancito dal matrimonio – ma è altrettanto chiaro che
il rapporto tra una coppia di genitori e i figli, pur avendo un carattere strettamente
privato, concerne necessariamente anche la sfera pubblica. La situazione del mondo
in cui viviamo è quindi molto complessa, e addirittura paradossale, per quello
che riguarda questa dialettica tra responsabilità e deresponsabilizzazione.
Professore,
che cosa si può fare per ricominciare dalla famiglia?
Quello che si può
fare è intanto parlarne, parlarne, parlarne. Noi proveniamo da una cultura nella
quale l’istituto familiare appariva così consolidato e così in certo senso ovvio,
da non costituire oggetto di riflessione, oggetto di studio, oggetto di impegno
intellettuale e sociale: oggi non è più così. Non possiamo dare per scontato che
la cultura contemporanea intuisca immediatamente la rilevanza e la funzione dell’istituto
familiare. Dobbiamo tornare a spiegare perché c’è la famiglia, e questo è l’unico
compito che noi obiettivamente abbiamo il dovere di svolgere. Le forze politiche
hanno altri compiti, che però sono collegati in gran parte alle risorse economiche
del Paese; non possiamo certamente pretendere che gli aiuti economici alla famiglia
siano indiscriminatamente ampi, senza alcun limite. La politica ha le sue compatibilità.
Ma la riflessione teorica e dottrinale, intellettuale e soprattutto morale sulla
famiglia ha un costo zero e quindi abbiamo tutti il dovere di portarla avanti.
Anno
III n.5/6, settembre/dicembre 2005
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