ATTUALITÀ DELLA MISTICA
FRANCESCANA
di MICHELE
FALASCHI
È per me un piacere e motivo di soddisfazione trovarmi qui,
oggi, a parlare con voi di un argomento che mi sta particolarmente
a cuore e che, per di più, è un tema considerato centrale
e di estrema rilevanza all’interno dell’Associazione Leone
XIII. L’argomento di cui mi occuperò è l’attualità del pensiero
mistico, in particolare della mistica francescana. La prima
cosa che, forse, viene da domandarsi è: perché parlare sopra
una materia che appare così lontana e di nessuna utilità
rispetto a quelle che sono le occupazioni e le esigenze
della nostra vita quotidiana? Domanda, questa, che può essere
tradotta immediatamente in un’altra ancora più chiara ed
esplicita: non è fuori luogo e antiquato, oggi come sempre,
trattare di mistica? Ebbene: dare una risposta a tali interrogativi
significa, innanzitutto, prendere in esame la validità stessa
del titolo dato a questo incontro. Oserei quasi dire che
questa odierna chiacchierata verterà proprio nel tentativo
– per quanto impari alla profondità e all’estensione del
tema – di portare in luce la ricchezza di valore racchiusa
nel concetto di “attualità del pensiero mistico”. Valore
che cercherò di evidenziare attraverso categorie schiettamente
francescane, giacché credo, come giustamente è stato detto,
che nel francescanesimo in genere ma soprattutto in quello
della prima ora “il cristianesimo si è espresso come non
mai”; ciò equivale a dire che nella spiritualità dell’ordine
serafico il cristianesimo ha toccato una vetta mai raggiunta
prima. Ma procediamo con ordine e chiediamoci: secondo quale
criterio si può definire attuale la mistica? La questione,
come è ormai chiaro, verte attorno il concetto di “attualità”
se è vero, come poc’anzi dicevo, che parlare oggi di mistica
in una società secolarizzata e laica sembra almeno anacronistico:
è di pochi giorni fa la notizia che nella Costituzione europea,
che dovrebbe raccogliere le tradizioni più proprie della
cultura del vecchio continente, non si fa minimamente menzione
alle radici cristiane. La mistica è attuale non già perché
tratta di contenuti ordinari o, cosiddetti, alla moda come
lo sono tutti quelli che stuzzicano solo la curiosità dell’uomo;
ciò per cui diciamo attuale la mistica non risiede nelle
ragioni del vivere umano né, tantomeno, negli interessi
che si succedono nel tempo. L’attualità della mistica è
l’attualità di un sàpere inerente un modo d’essere inattaccabile
dal fluire del tempo e consapevole della Presenza di ciò
che eternamente permane. Ragion per cui quando si sente
l’esigenza di confrontarsi con tali pensatori è perché si
manifesta il bisogno di trovare conferme ad un’intima crescita,
dove a crescere è la persona che acquistando di Realtà si
apre, ad un tempo, al dialogo con coloro che sono riconosciuti
conformi alla propria esperienza. Parlare di attualità della
mistica significa, allora, riferire riguardo un’esperienza
nella quale l’io ritrova la verità del proprio “sé”, cosicché
la crescita poc’anzi menzionata non è altro che un innalzamento
qualitativo dell’io su se stesso, che comporta il riconoscimento
dell’insignificanza delle preoccupazioni e delle occupazioni
che ci distraggono giorno dopo giorno e che nulla dicono
in merito al senso dell’esistenza. Dialogare con i mistici
è dialogare con coloro che essendo esperti dell’autentico
valore della vita tramandano, con il loro esempio, l’attualità
di una speciale esperienza attinente alla riscoperta della
verità della persona, la quale pur rivelandosi nel tempo
non ne rimane soggetta e condizionata. È stato detto che
una simile esperienza si dà in atto raramente, il che è
innegabile, tuttavia quando si parla della rarità di tali
attimi non si vuol certo affermare che la Verità appaia
in determinati periodi storici e non in altri; la rarità,
cioè, non è attributo della Verità giacché questa è sempre
presente, è l’uomo ad essere raro rispetto a ciò che eternamente
permane, è l’uomo ad essere fugace rispetto a ciò che non
è soggetto al trascorrere. Ovvio che la rarità e la fugacità
della persona è dovuta alla sua costitutiva finitezza e
transitorietà, che non le permette di mantenersi salda a
ciò che non passa. Lo sapeva bene S. Agostino, che in un
mirabile brano così si esprime: «Si autem esset aequalis
mentibus nostris haec veritate, mutabilis etiam ipsa esset.
Mentes enim nostrae aliquando eam plus vident, aliquando
minus, et ex hoc fatentur se esse mutabiles: cum illa in
se manens nec proficiat cum plus a nobis videtur, nec deficiat
cum minus, sed integra et incorrupta, et conversos laetificet
lumine, et aversos puniat caecitate» (De libero arbitrio,
II, 12, 34). L’ “attualità”, dunque, è attualità dell’eterno
sé esprimente in una storia di singolarità personali che
trovano in questa base sofica inestinguibile la ratio essendi
del loro medesimo ricercare e pensare. Una storia costituita
da un tempo che dura, in cui le persone si dischiudono ad
un dialogo non soggetto a distanze cronologiche. Qui non
vi sono primi e ultimi ma vi sono singoli io coessenti e
parificati dato che a durare, tramandandosi senza perdere
oltre il “fu” e il “sarà”, è una medesima Qualità (la gustosità
del Cristo) esperibile in proprio eppure assoluta e impareggiabile,
per questo in grado di convogliare ed attirare a sé, ai
fini di un incontro, i convocati: siano questi del XIII
o del XXI secolo non importa. Prendere in mano oggi i testi
dei grandi mistici denota l’aprirsi alla consapevolezza
di appartenere ad una “societas” di cui si può ben dire
che è caratterizzata da un variare, concernente l’irripetibilità
delle persone, che nell’assentire all’esperienza del Cristo
è concorde. Incontrare la parola di queste “alte vette”
del Cristianesimo, che è invito a quel vero che impegna
e singolarizza in una prospettiva societaria, è un “retexere”
ciò che ha dimostrato la propria autorità attraverso la
testimonianza reale e vitale delle tante persone che gli
si sono conformate. Insomma: la mistica è attuale non perché
tramanda una dottrina o una teoria bensì perché insegna
che la persona è “tempio di Dio”, essa è quel che deve essere
quando si eleva al livello della spiritualità, la quale
altro non vuol dire che: presenza di Dio alla coscienza.
Dio è presente in noi, Dio è Persona: è qui, a mio avviso,
tutto il valore e la portata veritativa del pensiero mistico.
Quanto finora sono venuto dicendo potrebbe sembrare una
semplice introduzione all’argomento da trattare; in realtà
siamo già all’interno del tema in questione, anzi siamo
nel cuore della teologia francescana dal momento che, come
ha sottolineato mirabilmente un fine e autorevole estimatore
della sapienza serafica, il francescanesimo «ha avuto la
gloria di contrapporre al senso della verità assente della
tradizione conoscitiva il valore della presenza. Non il
Dio lontano, che si conosce senza esserne impegnati, ma
il Dio della verità vicina e palpitante» (T. Moretti-Costanzi,
Quando la bellezza vale più della metafisica). Accostarsi
al francescanesimo non è soltanto gustare la profondità
speculativa dei suoi insigni Dottori ma è, soprattutto,
aderire ad un modo d’essere dove ciò che emerge è la reale
essenza dell’io, il quale all’interno dell’orizzonte divino
si scopre come una singolarità mondanamente ambientata.
Conviene entrare più in dettaglio così da toccare brevemente
e in maniera sintetica alcuni punti fondamentali del pensiero
francescano, con particolare riguardo alla teologia di S.
Bonaventura. Il Dottore Serafico, che ha saputo tradurre
stupendamente l’esperienza di S. Francesco in una “sapida
scientia”, propone un pensiero teologico volto a descrivere
il cammino verso un’ulteriorità che si chiarisce come ulteriorità
dell’io e, ad un tempo, del mondo in cui esso è ambientato.
L’adesione della persona al Cristianesimo è un itinerarium
mentis in Deum che intanto è possibile in quanto primariamente
si attua un itinerarium Dei in mentem. Scrive S. Bonaventura:
«Poiché la beatitudine non è che il godimento del Sommo
Bene, e il Sommo Bene è sopra di noi, nessuno può giungere
alla beatitudine se non trascende se stesso […] Ma non possiamo
elevarci sopra di noi se non a causa di una virtù superiore.
Qualunque siano le disposizioni interiori, queste a nulla
valgono senza l’aiuto della grazia divina […] E’ questa
il principio e la sorgente della nostra elevazione» (Itinerario
della mente in Dio, I,1). In altre parole: l’io è nella
possibilità di ascendere a Dio poiché Dio è presente in
lui. Va chiarito subito che tale innalzamento non concerne
esclusivamente l’uomo a scapito del mondo oppure una specifica
facoltà piuttosto che un’altra. L’ascesi è riconquista del
reale nella sua integrità, sì che il Cristianesimo-ascesi
non può fare a meno della concretezza coscienziale e mondana,
pena il presentarsi come ascesi mortificante e fumosa. In
effetti ad elevarsi è la realtà tutta ed è questa totalità
dell’io e del mondo l’atto in cui il Cristianesimo si esplica
facendo del cristiano un testimone di Verità. Tutta la speculazione
bonaventuriana è tesa a mostrare la consustanzialità dell’io,
nella sua integralità di io pensante-volente-senziente,
e del mondo. La coscienza o “mens”, rigorosamente singolare,
esprime questa consustanzialità e tanto può perché fondata
nell’Unica Sostanza (Dio) che è Principio della coscienza
o, il che è lo stesso, è Fondamento dei molti io e, ad un
tempo, del mondo. Ragion per cui il mondo si prospetta come
l’ambiente coscienziale, che è tale nella misura in cui
risulta assieme con gli ambientati (cum-scientes) e che
fornisce il terreno per poter dialogare societariamente
del Principio divino. S’aggiunga, per chiarire ancor meglio,
che la coscienza è “atto d’esperienza”, non già col significato
che l’atto soggettivo pone il mondo, ma nel senso che l’io
e il mondo, lungi dall’essere due sostanze separate attestanti
due diversi ordini di realtà, l’uno spirituale l’altro materiale,
sono uniti in una correlazione quidditativa per cui il mondo
reca sempre il nome e il volto della persona singola e questa
è sempre “mondità in atto”. Voglio dire, insomma, che il
mondo non funge da sostegno dell’esperienza di un io che
la riscontra da fuori, quasi che essi possano essere presupposti
all’esperienza, ma si annuncia in questa unitamente con
i molti io. Sarà da vedere come questa esperienza altro
non è che experientia Dei: viva memoria del Principio dell’essere
degli essenti e del pensare dei pensanti visto che, bonaventurianamente,
idem est Principium essendi et cognoscendi. È qui che si
inserisce la dottrina dei livelli di coscienza come graduabilità
dell’esperienza a seconda dell’aspectus e della qualità
con cui si offre. Aspetto e qualità che cambiano in rapporto
al riconoscimento o al misconoscimento del Principio della
coscienza-esperienza. Vale a dire che questa si attesterà
su due piani o modi d’essere: l’uno ove si sa Dio (sapientia),
l’altro ove non si sa Dio (insipientia). Alla luce di quanto
suddetto è chiaro che la coscienza implica la possibilità
di cadute e salite, tali da non essere fuori di essa ma
interne alla medesima. In altre parole a cadere o a salire
è l’io e con esso il mondo. Il che richiama all’opportunità
di un innalzamento rispetto alla minimità della coscienza,
che in tanto è ammissibile in quanto a richiamarci non è
una Forza estranea ma presente in questa. Una Forza che
dà senso e significato al concetto francescano dell’ascesi.
Avrei anche potuto dire restitutio ad integrum della mondità
personale giacché l’ascesi altro non è che il rivelarsi
a sé medesimo del cosciente, allorché questo, trasumanato,
si trova ad essere ciò che è nel superamento del piano della
mera materialità. Superamento – o se si vuole trasfigurazione
– d’un livello coscienziale dove le cose constano in qualità
di mere corporeità e, ad un tempo, trasumanazione. Non già,
allora, negazione delle cose-mondo e disumanizzazione, bensì
recupero e potenziamento in una ulteriorità che chiede d’essere
intesa qualitativamente non di certo spazialmente e cosalisticamente.
Una ulteriorità, tendo a precisare, che è tanto dell’io,
non più uomo ma persona con nome e cognome, quanto delle
cose-mondo, non più oggetti fisici bensì cose reali. Diversamente
dalle usuali, quanto superficiali, concezioni che si hanno
del concetto di ascesi, tutte associate dal presupposto
per cui salire vale perdere, la tradizione francescana propone
un significato del tutto nuovo. L’apice della mente, che
è apice della fede, convoglia in sé, dunque, le tre potenze
della mente: intendere, volere e sentire. Sono evidenti
le importantissime implicazioni che reca con sé questo augusto
pensiero. La fede è, sì, il riconoscimento della fondamentalità
di Dio tale, però, che essa determina una disposizione totale
della persona all’assenso e all’adesione. L’assenso non
produce nuove cognizioni, non aggiunge nulla alla Verità
che si rivela, piuttosto esso fa sì che l’io faccia sua
la Verità così da realizzarlo intimamente. Tanto equivale
a dire che nell’assenso sopraggiunge un “più” nel soggetto,
tale da rivelarlo in quella che è la sua autentica e reale
natura. Nel movimento adesivo della fede l’io accoglie,
senza intaccare, la Verità sebbene questa lo trasformi in
positivo rivelando quell’ulteriorità in cui riposa la vera
essenza del suo intendere, del suo volere e del suo sentire
e che consiste nel loro essere “fedeli” o, meglio, nel loro
qualificarsi nella fede come forme “sapienti”. La fede,
cioè, è la cognizione reale ed esistenziale di Dio, una
cognizione “affermativa” in quanto “affettiva”: una vera
e propria “cognitio experimentalis”. Ognuno vede quanto
si è lontani dalle tante e troppo astratte dimostrazioni
dell’esistenza di Dio! Dio non è questione di verità e falsità
a livello logico ma è questione di sapienza e di insipienza.
E’ qui che si inserisce quel ripristino dell’affectus e
del sentire in particolare che, se ve ne fosse ancora bisogno,
ribadisce che con l’io sale anche la terrenità senza la
quale esso sarebbe pura astrazione. Quella del sentire è
“una riabilitazione che sa di gloria”, giacché è la più
alta assicurazione che la cognitio Dei rimanda ad una esperienza
non astratta, nozionistica e analogica, ma concreta e vitale
come concreti sono i sensi che attestano la Presenza di
Dio in ogni creatura. «Patet etiam, quam ampla sit via illuminativa,
et quomodo in omni re, quod sentitur sive quae cogniscitur,
- dice il Serafico – interius lateat ipse Deus» (Riconduzione
delle arti alla teologia, n. 26). E l’ala posta ai piedi
del Serafino è garanzia inequivocabile che nell’ascesi l’io
è seguito dal mondo che lo sostiene. Non è forse questa
la sapida scientia che è «non tantum per modum cognitionis
speculative et intellectualis, verum etiam saporitivae et
experimentalis ?» (La perfezione evangelica, q. 1, concl.)
Certamente sì. Dunque l’ascesi rifiuta il presupposto di
una salita che non faccia tutt’uno con una crescita sostanziale
della persona nella sua singolarità e del mondo. È evidente,
per precisare più e meglio, che nel sàpere fedele non si
ha che fare con una realtà altra e diversa da quella in
cui siamo invitati ad ambientarci. Tuttavia – si badi bene
– lungi dal configurarsi nella sua consueta fisicità, essa
emerge ad un nuovo aspetto in grazia di una Luce che, nell’illuminarla,
la fa chiara sì da renderla, per la persona che ne giova
e che può tanto perché anch’essa raggiunta dalla Luce, aperta
ad una fruizione più profonda. Tornano ad hoc le parole
sapide di S. Agostino: terra, nisi luce illustrata, videri
non potest. La vera ed essenzialissima novità nel livello
della fede è da individuare, casomai, in questa Luce grazie
alla quale riesce possibile la perfetta messa a fuoco della
realtà, altrimenti sfocata e scolorita, che viene restituita
alla propria “graziosità” e bellezza edenica; onde l’ascesi
è attuazione di uno status Gratiae. Una grazia che S. Bonaventura
vive in modo talmente pieno e devoto tanto da affermare
apertamente, a conferma del suddetto, che «la grazia potrebbe
essere così abbondante, che, esistendo qui, parrebbe di
essere come in paradiso» (Collationes in Hexaemeron, coll.
XVIII, 24). L’esperienza di Dio, la cui logica è la dinamica
dell’unità amorosa fra Creatore e creatura, è condensata
da S. Bonaventura in quell’ “affermazione mirabile” del
contuitus. Il contuito è la logica dell’ influentia che
corre tra Fondamento e fondati, tra la Coscienza Reale –
che è Cristo – e i coscienti. Insomma: il contuito è come
la descrizione dell’itinerario mentale che nel passare –
senza perdere – per l’assenso, l’intelligenza e il sentire,
li dinamizza in Dio. Esso come logica del livello superiore
della coscienza, la fede, dice l’affidarsi-raccogliersi-posizionarsi
in Dio. Come Dio nel Figlio si è affidato all’uomo, si è
raccolto in un uomo e ha posto se stesso nel mondo, così
l’uomo in Cristo deve affidarsi a Dio, raccogliersi in Lui
e qui dimorare. Veramente Cristo è il Medio che riconcilia
e fuori del quale non v’è realtà. Ecco perché S. Bonaventura
diceva che il teologo (filosofo) principaliter agit de operibus
reconciliationis. Il contuito come logica dell’ascesi mentale
è “accomodamento” - leghein -, “adesione” al Logos. Non
è forse l’alter Christus l’esempio luminoso, sopra ogni
tempo e oltre ogni spazio, dell’incarnazione di questa logica
del contuito?
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copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004