Locandina del film "Le chiavi di casa", part.
 

IL RISCATTO DELLA SOFFERENZA
NELL'AUTENTICITÀ DELL'IMMAGINE

Molte discussioni e commenti seguite al primo appuntamento della rubrica su Cinema e spiritualità hanno posto l’accento sul perché l’immagine della morte abbia a che fare con il mondo spirituale. I problemi posti sul campo da queste osservazioni sono diversi, ma tutti si riferiscono all’estetica della morte e, più in generale, alla rappresentazione del tragico nell’ incerto rapporto tra arte e spettacolo.

 
CINEMA E SPIRITUALITÀ


IL RISCATTO DELLA SOFFERENZA
NELL'AUTENTICITÀ DELL'IMMAGINE


di ANDREA FIORAVANTI


«Senti tu, viè qua, te devo di ‘na cosa:.. Peruzzi, Oddo,
Pancaro, Giannichedda, Couto, Simeone…»
Paolo ad un infermiere tedesco nel film "Le chiavi di casa
"

a Paolo… mio fratello!


Molte discussioni e commenti seguite al primo appuntamento della rubrica su Cinema e spiritualità hanno posto l’accento sul perché l’immagine della morte abbia a che fare con il mondo spirituale. I problemi posti sul campo da queste osservazioni sono diversi, ma tutti si riferiscono all’estetica della morte e, più in generale, alla rappresentazione del tragico nell’ incerto rapporto tra arte e spettacolo. Ogni discorso che pretenda di essere spirituale deve per forza di cose essere materiale, anzi di più, quasi carnale; lo stesso rapporto tra cinema e spiritualità nasce proprio dalla presenza del corpo filmico che è nel suo fascio di luce immagine-movimento, memoria, gioia e dolore fino a scomparire ad essere morte. Niente è più vicino al cinema delle forme spirituali che si possono collocare nella zona rarefatta tra il visibile e l’invisibile, tra la discontinuità delle forme riconoscibili e la continuità dell’appena percepibile, tra la vita (la visione?) e la morte (l’occultamento?). Il tragico, il dolore, la morte e la rappresentazione di questi stessi aspetti sono spirituali nella misura in cui impongono l’urgenza della domanda sul loro senso. Ma oggi l’inautentico rapporto con il tragico e con la sua rappresentazione fa sì che manchi anche il rapporto con lo spirituale che da esso deve dipartire e con esso tutti le facciate della rappresentazione che problematizzano gli aspetti complessi della presenza. La categoria della presenza non è solo un aspetto fisico che può essere riproposto, ma è la rappresentazione legata alla domanda di fondo sul suo senso della apparenza. come la rappresentazione del dolore di cui ci occuperemo in questo numero. . La sofferenza non è mai solo una questione meramente biologica-medica, è segno di una esperienza più profonda, è un percorso che attraverso le tappe di una quotidiana via crucis può portare alla distruzione o alla purificazione, può ridurre alla bestialità o essere sentiero di luminosità interiore e catarsi. Il cinema segue il medesimo percorso che si diparte verso il crinale dell’abbrutimento spettacolarizzato del dolore o al contrario in direzione del versante della redenzione della sofferenza attraverso l’immagine. Fedele all’intento di utilizzare questo spazio come una sorta di laboratorio di ricerca libera che prende in esame singoli film dalla forma o dal contenuto spirituale, o abbraccia un tema comune a più film, in questo numero ci proponiamo di partire dal contenuto trasversale di un gruppo di film che tiene conto delle urgenze degli argomenti sul dolore e non direttamente dalla forma filmica di una singola pellicola come la volta scorsa (anche se la stessa pellicola analizzata nello scorso numero, Il mestiere delle armi, sarà ripresa e di nuovo proposta all’attenzione). L’occasione (come le chiamava Montale) di ripensare il dolore e la sua rappresentazione viene dalla lettura di un articolo (1) di Mons. Gianfranco Ravasi come al solito illuminante, cui questa rubrica si propone di fare l’eco cinematografico fin a partire dal suo titolo: Il riscatto della sofferenza. Questo perché è possibile, oltre che doveroso, ampliare non solo la domanda di senso universale posta alla base dello scritto di Ravasi, perché il dolore?, ma anche il suo corollario, vale a dire il senso che ha raccontare il dolore attraverso la sua mostrazione filmica. Questa domanda è presente e si insinua sotterranea anche tra le righe dello scritto del biblista, fino a diventare esplicita nel rimando finale di cui daremo conto anche noi alla fine. Partiamo dunque dallo scritto di Ravasi, dalla sua riflessione sul dolore per incontrare e riflettere poi su tre pellicole tra loro diverse (per provenienza, stile, contenuti ed epoca), ma che ci serviranno, come detto nella presentazione della rubrica, da stimolo per la riflessione sulla rappresentazione del dolore. Il biblista parte per la sua ricognizione sul dolore dal richiamo al grande mistico medioevale tedesco Meister Eckhart il quale affermava «nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l’anima dell’aver sofferto». Le religioni, prosegue Ravasi, hanno dovuto ingaggiare una fiera battaglia, quella che ha dato origine a un genere filosofico-teologico, la teodicea, consapevoli delle alternative radicali messe sul tappeto da Epicuro: «se Dio vuole togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può allora perché esiste il male e non è da lui eliminato?». Inutile dire allora che bisogna ripensare la sofferenza, anche a partire da come la si racconta. Il primo film che viene in mente e che intendiamo analizzare per ciò che riguarda il racconto di una sofferenza è l’opera di Bergman, Sussurri e Grida, cui nella precedente occasione abbiamo più volte paragonato la seconda parte de Il mestiere delle armi. La storia del film di Bergman è molto semplice: nel primo Novecento, assistita da due sorelle e una governante, Agnese muore di cancro in una villa alla periferia di Stoccolma. Si tratta una memorabile riflessione sul dolore e la pietà, di «un capolavoro insuperato, complesso e limpidissimo allo stesso tempo» (2). Sinfonia in rosso maggiore di un Bergman in gran forma espressiva, il film parla della sofferenza e morte di un corpo; un film sul dolore che porta alla morte (tre donne che aspettano la quarta morire) e diventa un film sull’anima, ma non sulla psicologia, parola che davvero non esaurisce mai l’universo artistico di Bergman e il suo lavoro di scavo sui personaggi, quanto sul primo piano dettato dal dolore fisico, perché l’anima si trasforma sempre in qualcosa di concreto, di corporeo, di carnale. Si può certamente iniziare a parlare di Sussuri e grida partendo da una frase che Bergman pronunciò a Cannes durante la conferenza stampa: «Quattro donne vestite di bianco in una stanza rossa.[…] All’inizio non sapevo naturalmente come si chiamassero le donne e perché si muovessero nella luce grigia di un mattino freddo in una stanza dalla tappezzeria rossa» (3). Sempre nella stessa intervista Bergman regalò un’altra immagine che a molti sembrò spiegare perfettamente il film senza coglierne la sconcertante banalità (ma si sa che la banalità di un genio può coincidere con la genialità stessa): ovvero che il rosso era il colore dell’anima. In questo film Bergman indugia sulle inquadrature per tempi molto lunghi, veri e propri piani sequenza in cui la macchina da presa viene mossa impercettibilmente e all’interno del campo i personaggi parlano come in un quadro. Bergman concentra l’azione nei pochi ambienti della casa, compreso il bel giardino decadente e, più che uno spazio e un tempo fisico, egli cerca uno spazio ed un tempo interiore, anima e memoria, così come il colore non è semplicemente scenografico, ma simbolico. La rigorosa messa in scena permette a Bergman di tenere sotto controllo la forte emotività del racconto. «Un film ricco dunque di valori formali e sostanziali» (4). Bergman realizza un film sulla sofferenza che porta alla morte, ma, come in tutti i suoi film, anche questa volta senza dare una definizione di questo percorso. Le stanze foderate di rosso cupo fanno pensare all’interno della donna, all’interno dell’anima, e il film potrebbe anche essere letto come la penetrazione cinematografica all’interno di un anima che soffre: l’anima di Agnese. Lei, affetta da una malattia incurabile, trascorre la maggior parte del suo tempo a letto, tra il dolore del presente e i suoi ricordi passati. Capito La malattia si aggrava e le due sorelle sembrano prodigarsi per Agnese. Però man mano che la malattia porta alla morte Agnese, le due sorelle si ritraggono vinte dalla paura e dalle loro reciproche gelosie e preda dell’egoismo non riescono a rimanere con Agnese nel momento della morte. Il momento della verità si ha quando Agnese, morta (e mostrando lei già morta che non abbandona questa terra perché non amata), pretende di restare da sola con le sorelle e di essere tenuta da loro tra le braccia, solo la governante resiste e riesce, sorretta da un istinto materno, a tenerla in braccio in una sorta di pietà michelangiolesca al femminile, che ci fa capire il senso della vita e dell’amore. Tutte e quattro le donne sono sole, ma soltanto Agnese e la domestica riescono a colmare questa sofferenza perché aperte all’amore e dunque all’infinito. Certo nell’ambito della produzione Bergmaniana non si può non notare che riemerge il tormento di Bergman sulla trascendenza, sull’anima e sul Dio inteso come amore. Il secondo film che prendiamo in questione è invece un film da poco passato nelle sale Mare dentro di Alejandro Amenabar, che racconta la storia di Ramon da anni costretto su un letto, a causa di un incidente che lo ha paralizzato. Il regista Amenabar da sempre apprezzato per la profondità delle sue pellicole è a nostro avviso un autore piuttosto modesto che copre la superficialità di approccio al problema mediante l’ambizione dei temi che, si direbbe, scelga sulla scorta di un manuale liceale di psicologia. Date queste premesse non sorprende che il regista cileno, naturalizzato spagnolo, abbia grande successo nel cinema main stream Hollywoodiano (5). La pellicola che ha fatto incetta di premi a alla 61 Mostra del cinema di Venezia (6), è ispirata ad una storia vera, quella di Ramon Sampedro, costretto a letto per 30 anni. Il 23 Agosto 1968, Ramón Sampedro si tuffa in acqua dagli scogli e batte violentemente la testa contro la sabbia del fondale basso. Si rompe l'osso del collo e rimane a galleggiare a faccia in giù per diversi secondi fino a quando qualcuno non gli salva la vita tirandolo fuori dall'acqua. Ramón rimane però paralizzato dal collo in giù. Dopo due anni confinato a letto, accudito dai suoi famigliari, si rivolge ad un'associazione di assistenza chiedendo di poter 'morire con dignità'. Ventisei anni più tardi, si rivolge ad un avvocato per avere il permesso legale di commettere eutanasia. Durante la permanenza a letto il suo unico sguardo sul mondo è la finestra della sua stanza, la vista emozionante su quel mare che ha solcato spesso e che lo ha costretto a letto troncando la sua giovinezza. Il film parla di un uomo che vuole tornare a decidere in prima persona del proprio tempo, della propria vita. Solo che, per Ramon Sampedro, questa decisione coincide con la libertà di morire. Era un ragazzo giramondo, vitale, pieno di donne: un tuffo in mare, il calcolo sbagliato della risacca, una tremenda zuccata sul fondo ed eccolo immobilizzato per sempre. Nonostante sia circondato dall'amore dei familiari, Ramon vuole farla finita. Chiede l'eutanasia, ma la “cattolica” Spagna gliela rifiuta (a questo proposito davvero di cattivo gusto il teatrino grottesco messo in scena nello scontro ingaggiato dal protagonista contro un prete anch'esso tetraplegico, paralizzato, come lui, ma pieno solo di dogmi, risolto in macchietta). La drammaticità del film risiede purtroppo solamente nella sua storia e non emerge mai, rimanendo sempre ad un livello di superficie, non arrivando mai a scalfire i sentimenti più profondi dello spettatore. Non ci troviamo di fronte ad un brutto film purtroppo, ma piuttosto di fronte ad un film furbo, come del resto, ci si permetta, tutta la produzione del giovane regista, evidentemente più attento allo scegliere temi accattivanti che all’onesta di sviluppo degli stessi. Indubbiamente l’eutanasia è un argomento troppo complicato perché Amenabar possa aver pensato di affrontarlo di “petto”. Ed allora la sua opera cinematografica punta tutto sulle emozioni forti, sulla “resurrezione” fisica e spirituale del protagonista, ma proprio qui si registrano le cadute di stile più evidenti, come nella sequenza in cui Ramon si rialza dal letto o quando Amenabar fa librare il poveretto in un volo onirico pieno di libertà sopra il mare aperto (con la musica pucciniana a tutto volume). Il tema, dunque, è delicato, terribile, e il 32enne Amenabar lo affronta giocando con le regole del melodramma, parlando con ovvietà di temi molti forti come l’amore, la morte, la vita, il sesso. Ma lo svolgimento è scontato e spesso i protagonisti agiscono seguendo schemi francamente prevedibili. Anche quando si ha l’impressione che la storia stia per decollare (vedi la suggestiva sequenza del bacio) immediatamente si viene riportati a terra da una frase di troppo, da una sequenza inutile, da un dispiegarsi schematico dell’opera che inevitabilmente annoia e non coinvolge. Ed infatti a livello tecnico egli non ha fatto altro che appoggiarsi agli stilemi di una rappresentazione che, per quanto vuole autocontrollarsi, in realtà, come già detto, smania per l’evasione immaginaria con voli oltre la finestra di quella stanza che rasentano la fiction televisiva, come quando la sinuosità della macchina da presa si lascia andare alle aperture che mostrano i sogni ed i desideri irrealizzabili del protagonista, preceduti da zoom lentissimi che vanno verso i primi piani dei protagonisti raccolti intorno al suo letto. Ma è evidente quanto questo dimostri le reali intenzioni del regista che usa gli strumenti più collaudati della lirica della sofferenza per risvegliare l’emotività degli spettatori e proporre la tesi dell’apertura della via legale alla morte. Quanto melodramma spacciato per realismo, quanti luoghi comuni sulla disabilità, quanta arroganza umanista con i suoi corollari mitici, come l’idea di essere artefici del proprio destino e di poter decidere della propria vita o morte? quanta “libertà” individuale? Si va verso la dimostrazione del teorema che di fronte all’impossibilità di essere e di riconoscere se stessi non c’è vera vita, non c’è motivo di vita che tenga e si deve preferire la morte, senza pensare che ogni condizione di vita ha in essa la possibilità di essere vissuta. Nello scorso numero abbiamo parlato del film di Olmi, Il mestiere delle armi, che nella seconda parte diventa il racconto di un soffrire e di un morire con dignità. Giovanni vorrebbe imporre al destino la propria identità di guerriero giovane con tutta la forza che ruolo e natura gli consentono, ma quando incontra sulla propria strada la sofferenza, non più come semplice possibilità, ma in tutta la sua necessità, si produce in lui un cambiamento rapido e risoluto. La sensazione di onnipotenza della giovinezza si trasforma, attraverso la sofferenza, in umile risposta alla chiamata del nuovo destino. L’umiltà di Giovanni di riconoscersi docile fibra dell’universo, la capacità di accogliere l’annichilamento fisico con la dignità di chi accetta il proprio percorso, non va però confusa con un banale fatalismo. Non c’è passività in quest’accettazione, in questo “amor fati”, al contrario è la consapevolezza dettata dalla forza interiore, dalla profondità spirituale che ci aiuta a capire che la vera forza non è il rifiuto della vita, ma l’accettazione di essa. La contrapposizione della forma filmica di queste due pellicole ci permette di riflettere più in profondità sul perché un artista decide di affrontare la rappresentazione del dolore. Nell’arte il dolore si costituisce come una forma di conoscenza e le tracce di questo cammino diventano esprimibili come gradi cognitivi della via della sofferenza che porta l’artista a superare il dolore non per via di una negazione di esso, ma di un’accettazione. La peculiarità del rappresentare artistico sta infatti in quel superamento che è dato in termini di un confronto autentico fatto di plasmazione non già di rimozione catartica di esso. L’artista scrive Rosenzweig «non cerca né di tacere la sofferenza né di gridar fuori di sé: la rappresenta. Nella rappresentazione egli concilia la contraddizione del suo esistere e del fatto che anche il dolore esiste: concilia questa contraddizione senza pregiudicarla minimamente»7. La sofferenza che l’artista propone viene allora ad essere un’infinita assenza, una ricerca in trasparenza verso l’altrove. L’altrove è quel punto della topologia assurda su cui si esercitano attrazioni opposte, il luogo problematico dove si consuma un esistenza irreale, una vita non-vita bruciata dalla propria apparenza. E questo altrove è perennemente attraversato dalla domanda cui non si può e non si deve dare risposta. Il non senso della risposta sarebbe il tentativo di fermare la ricerca verso l’infinita interiorità in cui si discoprono sempre nuovi strati di senso che perdono di significato non appena li si prova a fermare, catturare ed ad esporre. Per ciò che concerne la sofferenza il problema è parlarne attraverso il primato della presenza, cioè di una determinazione individuata nelle immagini. Tuttavia la sofferenza conserva una dimensione la cui forza redentrice permane oltre la nostra coscienza e oltre le forme di conoscenza. L’esperienza ci indica ininterrottamente che il modo in cui la sofferenza ci si rivela non corrisponde all’essenza della sua realtà, che va compresa al di là della nostra coscienza. Si tratta di una sorta di impensabile e di irriproducibile cui non può essere data risposta e, di conseguenza, non bisogna affrettarsi a portare in evidenza le sue conclusioni, in quanto la categoria estetica dell’evidenza ne farebbe presto dissipare la forza del paradosso. Questo trascina con sé anche l’approccio diretto alla riproduzione del soffrire umano, una vera e propria estetica della sofferenza in cui, come detto, ogni domanda possiede più forza della risposta, che il responso non contiene più nella dissipazione della sua evidenza. Tornado alle nostre pellicole il film di Amenabar, purtroppo, ha dentro di sé, nel suo sviluppo narrativo e nelle scelte estetiche di fondo la risposta, una tesi da sviluppare che è quella di una libertà individuale che paradossalmente non lascia libero lo spettatore. Proseguendo la nostra ricognizione sull’immagine del dolore, seguendo sempre in trasparenza la domanda di fondo proposta da Ravasi sul senso del dolore, ci avviamo verso l’interrogativo più assurdo e se si vuole ancora di più lacerante: quando la sofferenza diventa “ordinarietà”, quando la sofferenza non è come una folgorazione che scuote, come in Ramon Sampedro, o dignità come mostra Olmi con il suo Giovanni dalle Bande Nere, e non è neppure una sentinella che ammonisce come nel caso di Bergman e del suo Sussurri e Grida (o di Luci d’inverno), ma si riduce a bieca e modesta cronicità che umilia in modo permanente una creatura come un bambino. Che senso ha in quel caso la sofferenza? E come raccontarla attraverso le immagini? Non ci sono risposte certe. Resta fermo un solo principio che ha nel suo cuore una parola a prima vista imbarazzante: nel dolore è necessario più amore. Ed è per questo che ci avviciniamo all’ultimo film che analizziamo in questa ricognizione dell’immagine della sofferenza, la sofferenza permanente di un handicap portata con grazia e con orgoglio da un bambino disabile raccontata ne Le chiavi di casa. Un'entusiastica recensione di le Monde evoca per il film di Gianni Amelio la «semplicità di Giotto», «l'umiltà e il senso rosselliniano della conoscenza dell'altro». Ma innanzi tutto vogliamo dare la spiegazione del perché abbiamo deciso di parlare del film di Amelio immediatamente dopo il film di Amenabar. Se i contenuti e in qualche modo anche la messa in scena possono apparire simili e rimandare allo stesso doloroso universo, è la scelta morale della rappresentazione che divide le due pellicole. Infatti, va preliminarmente detto che, pur nell’accostamento affine riguardo al problema della sofferenza e di una rappresentazione minimalista, Amelio rifiuta accuratamente di speculare sulla rappresentazione del dolore speculazione alla quale invece si abbandona Amenabar in Mare dentro. Amelio fin dalla prima sequenza fatta di gesti quotidiani eppure carichi d’imbarazzo ci porta con sé nel viaggio che i suoi protagonisti affrontano e ci disorienta nel loro vivere, soffrire, conoscersi. Amelio è perfetto nella sua ricercatissima semplicità, mettendo la macchina da presa al servizio delle emozioni e del vissuto dei suoi protagonisti. In sottofondo ci sono i rumori del Bar di una stazione, due uomini discutono in modo teso anche se non arrabbiato. In un semplicissimo campo controcampo i due si scambiano battute cariche di malesseri, sottointesi, paure ed aspettative. La prima sequenza del film di Amelio dà il tono di tutto il film «un film che s’inanella, si racconta, senza svelare i suoi misteri […] ma rendendocene partecipi»8. Successivamente «la macchina da presa mostra il letto vuoto del ragazzo, che lo spettatore non ha ancora visto, identificandosi con l'angoscia del genitore»9. Il viaggio a Berlino occupa la prima parte della pellicola ed è tutto giocato su questo cauto avvicinamento tra padre e figlio, con momenti di estrema tenerezza, alternati a momenti di panico e di tensione. Questa è la parte più silenziosa e più riuscita del film di Amelio. Il regista sa tenersi in disparte, per lasciare spazio alla bravura dei due protagonisti. La telecamera esplora con frequenti primi piani in campo e controcampo che sanno alternare tensioni e tenerezze. I due protagonisti si inseguono, si "annusano", si studiano, cercando disperatamente di trovare un punto di incontro. Il padre continua a non accettare i momenti di chiusura estrema del figlio, i momenti in cui questi elenca gli impegni quotidiani, ostenta le chiavi di casa come simbolo di indipendenza, momenti in cui è maggiormente in difficoltà, in cui il suo mondo interiore si chiude ermeticamente a quello esterno. In questa fase, grande rilevanza ha la figura interpretata da Charlotte Rampling, madre di una ragazza gravemente handicappata, per la quale la donna ha sacrificato ogni energia vitale. L'attrice americana funge da guida spirituale allo smarrito Rossi Stuart. Lei è portatrice del messaggio forte del film: «I portatori di handicap non soffrono molto della loro condizione, i genitori sono destinati a prendere il pesante fardello sulle proprie spalle». Ed è sempre Charlotte Rampling che disvela al giovane e inesperto amico gli "abissi" di sofferenza cui lei ha imparato ad opporre un'amara consapevolezza, che può essere scambiata per serenità, se non fosse che in un soffio confessa: «A volte mi chiedo: perché non muore?», parlando della figlia la quale a fatica può emettere suoni inarticolati. Inutilmente, dunque, il papà cerca di rimediare all’abbandono, inutilmente paga con la vergogna, con l’eccessiva apprensione, con un impossibile imposto surplus d’affetto quella sua colpa lontana. Per quanto faccia, per quanto soffra, tra lui ed il figlio rimarrà sempre l’abisso sul quale gettare un ponte non è semplice. Nel film dimentichiamo in fretta le anomalie fisiche di Paolo nell’alternanza di quegli stati umorali perché è del rapporto tra un padre ed un figlio che si argomenta, «al di là e ben prima di ogni considerazione sull’inabilità»10 Nella seconda parte, però, il film "cresce" in modo ammirevole. Allorché l'uomo libera il ragazzo dalle torture dell'ospedale, e si prende cura soltanto del suo corpo, parte con lui per la Norvegia alla ricerca di una fantomatica Kristine di cui Paolo ha fatto conoscenza via Internet. Il fiorire del rapporto tra padre e figlio culmina in un gesto simbolico (l'adulto getta in mare la stampella con cui il ragazzo è obbligato a camminare), facendoci intendere che Gianni sta imparando a essere padre. Ma non finisce qui. Come il personaggio della "mater dolorosa" interpretato da Charlotte Rampling, aveva pronosticato a Gianni, la vita accanto a Paolo sarà irta di difficoltà. Amelio lo dice nella bellissima ultima sequenza, la scena in cui il ragazzino afferra il volante dell'auto in corsa che, per un istante, mette paura. L’elaborazione del lutto del bambino sano mai nato da parte di una madre e di un padre che sognano per il proprio figlio se non la perfezione, senza dubbio non la sofferenza di una prigionia di un corpo che lo costringe, fa risaltare ancora di più la bellezza del padre, non a caso scelto nel corpo di Kim Rossi Stuart, che aumenta il disagio di due immagini diverse. Il problema come ha ripetuto lo stesso Amelio era quello di trovare un attore che facesse Paolo e l’incontro con l’attore Andrea Rossi non è stato l’incontro con l’attore fisicamente adatto ad interpretare Paolo ma con un ragazzo che sulla base dei suoi problemi ha contribuito alla creazione del personaggio. Un ragazzo che pur camminando con un bastone ama lo sport, tifa per la Lazio, deve andare a giocare a calcetto, deve tornare a casa perché deve "spicciare le faccende" ci dice con un accento romanesco che ne accentua la veridicità e che suscita un'innata simpatia. Lo stesso regista di conseguenza non ha avvicinato l’attore al personaggio, ma esattamente il contrario rielaborando il film in rapporto al ragazzo. La malattia del ragazzo porta in evidenza nel film l’esitazione il rischio della paternità. La paternità non è immediata, non è immediatamente corporea ed è per questo che di fronte alle difficoltà o anche solo alla materialità del figlio un padre può esitare. Sono le madri che fanno il lavoro sporco dice sempre Nicole-Charlotte Rampling. I padri non ce la fanno e fuggono, restano le madri a prendersi tutta la disperazione. È questa l’istantanea che Amelio scatta sulla sofferenza di un’altra vita segnata dal dolore di un ingiusta differenza tra madre e figlia. Il film è molto semplice nel suo linguaggio, senza virtuosismi o carrelli perché si privilegia il racconto nella fisicità degli attori che diventa la cifra stilistica del film tanto da riuscire a catturare anche l’imprevisto, quel vissuto della corporeità che si stabilisce tra i personaggi durante alcuni dialoghi tra due persone che si guardano, si parlano, si toccano Come nella sequenza della stanza d’albergo in cui padre e figlio ridono e giocano con i loro corpi e Amelio riesce a tenersi miracolosamente lontano dal ricatto della rappresentazione del dolore e dalla facile riconciliazione, perché se da un lato il papà è affascinato dall’inesauribile energia di Paolo dall’altro è innervosito, esasperato, disperatamente consapevole della distanza che li separa e sempre li separerà. Torniamo così all’ultima sequenza quando i due sembrano avvicinarsi, cantare insieme e ormai le barriere sembrano superate, ma ancora una volte le forze affettive non si incastrano perché il ragazzo afferra il volante, ed al rimprovero del padre si incupisce e vuole tornare a casa di nuovo quella casa di cui orgoglioso mostra le chiavi e della quale ripete in maniera atona come in un mantra orientale i riti quotidiani “da spicciare” (pulire, fare la spesa, la lavatrice…). Dunque ancora distanti. L’auto si ferma e il papà piange ormai vinto dalla disperazione di quel figlio che gli sta a fianco, ma che gli si sottrae e che si rinchiude in un mondo che lo esclude. A quel punto proprio le sue lacrime lo scioglimento della tensione, perché il bambino le vede, le sente e gli dice «nun piagne…ma che se fa così?» e si abbracciano. Ora per la prima volta sono davvero padre e figlio, le anime in pena frutto di un passato rimosso forse riusciranno a convivere. E la macchina da presa li inquadra di spalle e si allontana lasciandoli in mezzo alla natura abbracciati. In un finale né definitivo, né consolatorio. Semplicemente aperto. Ed allora, come anticipato in apertura, concludiamo questa ricognizione sul riscatto della sofferenza attraverso l’immagine, mediante la stessa conclusione presente nell’articolo di Ravasi da cui emerge quella domanda sotterranea dell’immagine del dolore e attraverso la quale, forse, non si ha la risposta alla domanda radicale sul senso del dolore ma la sua possibilità di leggerlo in chiave positiva. Il passo merita di essere riportato per intero visto la disarmante coincidenza con i nostri intendimenti. «In questa linea ci sembra suggestiva una sorta di parabola che ci ha lasciato una figura “laica” come Ennio Flaiano. A lui era nata nel 1942 una figlia, Luisa, che già ad otto anni aveva cominciato a rivelare un’encefalopatia epilettoide. Ebbene lo scrittore abruzzese nel 1960 aveva pensato a un romanzo-film di cui è rimasto solo l’abbozzo. In esso si immaginava il ritorno di Gesù sulla terra, infastidito da giornalisti e fotoreporter, ma come un tempo, attento solo agli ultimi e ai malati. Ed ecco “un uomo condusse a Gesù la figlia malata e gli disse: Io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: In verità quest’uomo mi ha chiesto ciò che veramente io posso dare». Avevo volutamente omesso di dire in precedenza che il film Le chiavi di casa di Gianni Amelio è ispirato liberamente al romanzo di Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, generato dalla esperienza autobiografica dello scrittore il quale aveva un figlio disabile. Il libro di Pontiggia si chiama Nati due volte, un testo che l’autore ha trovato il coraggio di scrivere quando suo figlio è nato “la seconda volta”, quando cioè suo padre la accettato. Il film di Amelio racconta invece il lungo e accidentato percorso che ti porta a questa rinascita, racconta la riscoperta di un rapporto che nel film si realizza attraverso l’amore e viene evidenziato nella conclusione mediante l’immagine dell’abbraccio amoroso tra padre e figlio, dove il secondo più piccolo e sofferente consola il più sano e più grande. Il quale non deve guarire, deve amare…questo solamente…quello che veramente si può dare.

NOTE
1
Gianfranco Ravasi, Il riscatto della sofferenza, “Il Domenicale”, inserto del Il Sole-24 Ore del 12 settembre 2004.
2 Paolo Mereghetti, Dizionario dei film 2004, Baldini e Castoldi, Milano 2003.
3 Bergman I., Immagini, Garzanti, Milano 1993, p. 71.
4 Trasatti S., Ingmar Bergman, Il castoro cinema 156, p. 112.
5 Alejandro Amenabar (1972), di padre cileno e madre spagnola si è trasferito in Spagna alla metà degli anni settanta. Ha realizzato Tesis (Sp. 1995) dove usa bene la tecnica della suspense ma indugia sui limiti etici nella rappresentazione della violenza, Apri gli occhi (Sp.-Fr.-It. 1997) un film dove non esiste separazione tra realtà e sogno (incubo) realizzatocome un virtuosistico e angoscioso congegno narrativo in forma di thriller. L’attore Tom Cruise ne ha comperato i diritti realizzando ed interpretando lui stesso Vanilla Sky un lambiccato psycho thriller che volgarizza, se possibile, l'originale: l'irruzione del caos nel cuore dell'immaginario; il senso di colpa; la perdita di controllo sulla propria vita. The Others (Sp. 2001). Affronta il tema del mondo dei morti che si mescola con quello dei vivi, una storia strutturata a scatole cinesi e fondata su quell'esitazione che, secondo Tzvetan Todorov, è il principio che dà vita al fantastico: qui l'incertezza è, insieme, dello spettatore e di alcuni personaggi. Il finale che la scioglie riporta al livello realistico (o almeno razionale in chiave psicoanalitica).
6 A chi come il sottoscritto frequenta il lido da un po’ di anni e conosce gli umori del Festival è parso strano che mai come quest’anno giurati ed addetti ai lavori si affannassero a dire che c’erano così tanti film belli, quando poi i 4 premi principali, Leone d’oro, Leone d’argento e Coppa Volpi migliore interpretazione maschile e migliore interpretazione femminile si sono spartiti andando a soli due film, entrambi di impostazione fortemente laica e che a nostro parere (soprattutto Mare dentro) affrontano in modo superficiale problemi come l’aborto e l’eutanasia. 7 Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, tr. it. G. Bonola, Marietti, Casale Monferrato 1985. 8 Emanuela Martini, Le chiavi di casa, Filmtv Anno 12, n. 38, p. 14. 9 Roberto Nepoti, Amelio, la vita ritorna nell'abbraccio di un figlio, La Repubblica  17/09/2004. 10 Roberto Escobar, L’esitazione di essere padri, Il Sole24-ore domenica 12 settembre 2004
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Anno II n6, novembre/dicembre 2004


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