Andrej Tarkovskij.
 

PITTURA, CINEMA E SPIRITUALITÀ
TRA RUBLËV, TARKOVSKIJ E RUPNIK

Dopo Il riscatto del dolore attraverso l’immagine della sofferenza, nel terzo appuntamento di questa rubrica mi ero ripromesso di parlare di tre film aventi delle caratteristiche comuni tra loro. Queste sono: il provenire dall’oriente e, quindi, il non appartenere ad una cinematografia occidentale; il possedere una particolare leggerezza spirituale nelle immagini legate al tema del corpo e del ricordo.

 
CINEMA E SPIRITUALITÀ


PITTURA, CINEMA E SPIRITUALITÀ
TRA RUBLËV, TARKOVSKIJ E RUPNIK
La comunicazione spirituale attraverso
le icone nel film "Andrej Rublëv"


di ANDREA FIORAVANTI


«Ognuno porta la sua croce, e ci sarà sempre qualcuno disposto a venderti per
un po’ d’argento, ma poi l’uomo incontra un altro sguardo d’uomo ed è come
se avesse fatto la comunione e si sente rinfrancato, è come se gli avessero tolto
il peso di dosso… e Gesù crocefisso per riconciliare gli uomini è Dio per sempre»
Il monaco Andrej Rublëv a Teofane il Greco ne l’Adrej Rublëv di Tarkovskji


INTRODUZIONE
Dopo Il riscatto del dolore attraverso l’immagine della sofferenza, nel terzo appuntamento di questa rubrica mi ero ripromesso di parlare di tre film aventi delle caratteristiche comuni tra loro. Queste sono: il provenire dall’oriente e, quindi, il non appartenere ad una cinematografia occidentale; il possedere una particolare leggerezza spirituale nelle immagini legate al tema del corpo e del ricordo; infine, queste tre pellicole sono state distribuite nell’arco di poco tempo sul mercato italiano, a riprova di una rinata sensibilità nei confronti del cinema orientale. I tre film in questione sono La foresta dei pugnali volanti, del cinese Zhang Yimou, 2046 del honkonghese Hong Kar-wai e Ferro 3 del coreano Kim Ki-duk. Film obiettivamente molto diversi tra loro per struttura, immagini e realizzazioni, ma, nella loro contemporaneità, dettavano l’esigenza di una riflessione sullo sguardo non occidentale rivolto a tematiche spirituali. Infatti, come ripeto ogni volta, la rubrica si propone di essere una riflessione che tiene conto delle urgenze degli argomenti a seconda di quelle che Montale chiamava occasioni qualora ne veda rispecchiata l’estetica in un film o in un gruppo di pellicole. Uno spazio che è una sorta di laboratorio di ricerca, affrancata da qualsivoglia esigenza del tipo promozione-recensione e che, dunque, può prendere in esame film molto liberamente. Ed infatti quando ormai il tema della rubrica era già deciso, mi è capitato (come a molti, visto che la sala dei Notari di Perugia era gremita) di assistere alla conferenza di padre Rupnik [1] incentrata su una riflessione intorno all’affermazione dello scrittore russo Dostoevskji, la bellezza salverà il mondo, presente in uno dei suoi capolavori L’idiota, in cui il protagonista, il principe Myskin, come ha ricordato Padre Rupnik, si presenta come una creatura spiritualmente superiore. Il gesuita ha esordito sulla attualità di questa affermazione, la bellezza salverà il mondo, ed ha proseguito dicendo che molti ripetono questa frase proprio perché in essa è racchiuso il senso profondo delle riflessioni che si dipanano a partire dalle connessioni tra corpo, linguaggio dell’arte, bellezza, natura e mondo. In questi pochi termini si stabiliscono relazioni e problemi che hanno investito la riflessione del mondo occidentale. La riflessione di Padre Rupnik a cavallo tra l’estetica, la filosofia teoretica e la teologia è poi proseguita in maniera chiara ed interessante fino a quando dopo aver citato Soloviev e aver pronunciato la definizione della verità di Pavel Florenskij, il quale si è occupato della verità e della bellezza di fronte alla Trinità, dipinta dal pittore Rublëv, “la verità rivelata è l’amore, l’amore realizzato è la bellezza”, ha citato un altro russo, che ha a che fare con Rublëv ed in generale con l’arte. Riporto interamente il passaggio perché fondamentale: “in un mondo così carico e massiccio di cosmetica è difficile trovare la bellezza, perciò noi abbiamo una possibilità, quella di amare il mondo. Come diceva il grande artista, forse il più grande artista del XX secolo, Andrej Tarkovskij, grande regista, il problema non è che sono tanti i peccatori, anzi che siamo tanti i peccatori nel mondo; il problema sta nel fatto che non c’è più amore per i peccatori…il mondo non è più disposto ad abbracciarli”. Personalmente ho fatto un balzo sulla sedia, sentire citato da un grande artista e grande critico come Padre Rupnik il nome di Andrej Tarkovskij, che ai più risultava sconosciuto, sentirlo definire forse il più grande artista del Novecento, ed in più citarlo con una sua frase riguardante non la sua concezione artistica, ma una valutazione sui peccatori e sull’amore, mi ha colpito ed impressionato. Ha generato quella che precedentemente ho definito occasione Montaliana, l’occasione per riflettere adeguatamente su questo cineasta russo, in particolare sul Tarkovskij dell’ Andrej Rublëv (già citato nella nostra rubrica [2]) il film sul famoso pittore d’icone russo tra l’altro, come ricordato, anch’esso citato nella conferenza da Padre Rupnik. Ma in questa sede non potevamo limitarci ad analizzare il film, l’occasione di un’analisi su pittura, cinema e spiritualità tra Rublëv, Tarkovskij e Rupnik, in particolare sulla comunicazione spirituale attraverso le icone nel film Andrej Rublëv, era troppo allettante da poter essere persa solo parzialmente. Ed allora l’attuale appuntamento di questa Rubrica presenta una riflessione sul complesso rapporto tra cinema e pittura (prospetteremo soltanto le possibili modalità d’approccio al problema); una introduzione, per lo più sulla scorta delle analisi di Padre Rupnik, sul particolare tipo d’arte sacra che sono le Icone; ed infine, l’analisi del film che racconta l’esistenza del più grande pittore d’icone appunto L’ Andrej Rublëv di Tarkovskij. Tutti questi argomenti hanno ovviamente in comune l’approccio di un’indagine della comunicazione spirituale attraverso l’arte delle immagini, siano esse in forma di pittura o di immagini-movimento filmiche. Ogni singolo pezzo di questa rubrica può essere letto separatamente dagli altri, ma se si vuole avere uno sguardo complessivo e totale sul rapporto tra la pittura e il cinema, in particolare sulla caratteristica forma d’espressione che sono le icone (in special modo quella di Rublëv) e il film di Tarkovskij, ci auguriamo che il numero della rubrica venga letto per intero.

CINEMA E PITTURA:
CREAZIONE-ELABORAZIONE DI UNA MEMORIA DIALETTICA

Fra i molti genitori di quel figlio un po’ illegittimo che si chiama cinema, un posto di rilievo come abbiamo visto spetta senza dubbio alla pittura. Una linea di parentela che, puntigliosamente ripercorsa fino alle origini, ci costringerebbe a risalire a ritroso alcuni secoli più in là del fatidico 1895, se è vero che i principi di funzionamento della cinepresa (come già era stato per la sua antenata diretta, la macchina fotografica), si fondano sulle idee e sulle tecniche della camera obscura e della prospectiva artificialis di leonardesca memoria. Ma anche volendo prescindere da una filiazione tanto legata al dispositivo stesso della cine-riproduzione, andrebbero prese in considerazione altre questioni passate in eredità dall’ambito figurativo a quello filmico, come la cornice che seleziona e ritaglia porzioni di spazio successivamente composte ed organizzate al proprio interno; oppure lo studio del punto di vista e dei tagli di luce, delle gradazioni cromatiche e dei rapporti volumetrici. «Nelle vicende artistiche del Novecento la relazione tra il cinema e le arti visive ha un grande rilievo sia per la riflessione teorica (il cinema è entrato prepotentemente a far parte delle problematiche del pensiero estetico), sia per il fare artistico (i pittori si sono espressi con il cinema nelle età delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie). Oltre alla collaborazione di letterati e drammaturghi, il cinema ha fatto ricorso all’opera di pittori, architetti, sarti e designers per l’allestimento delle proprie scene. […] A lungo la riflessione teorica ha cercato di definire l’artisticità del cinema a partire dal riconoscimento di una serie di aspetti in comune con le altre arti: romanzo e letteratura in genere, fotografia, pittura, teatro. […] Da una subordinazione della nuova arte al modello pittorico (e alla sua ideologia) che caratterizza le manifestazioni del cinema nei primi tempi (1885-1915), si è passati a un suo uso spregiudicato da parte dei pittori delle nuove avanguardie storiche (1915-1935) che in esso vedono una via di uscita dalla separatezza dell’arte. Negli ultimi tempi, comunque come espressione di una ricerca costante nella storia del cinema, i cineasti si sono impegnati in un lavoro di recupero del modello pittorico di fronte all’invasioni multimediali e alle figure virtuali»[3]. Certo è che la fruizione di massa delle grandi mostre, che richiamano ormai più pubblico di un film in prima visione (guardiamo il caso di Vincent Van Gogh a Treviso, la pittura metafisica alle scuderie del Quirinale a Roma, la gigantesca mostra del Perugino in Umbria), ha favorito lo sviluppo di gadget e souvenir (dal catalogo alla videocassetta, e da ultimo il cd-rom o il dvd, ancor meno ingombranti e assai più capienti in quanto possono immagazzinare una grande quantità di immagini fisse o in movimento, oltre a testi, musiche e commento). Questi nuovi strumenti hanno reso vagamente arcaico il genere cinematografico di pittura filmata o il documentario su un pittore. Non mancano tuttavia esempi di grande rilievo, come il programma paspartue di Philippe D’Averio tutte le domeniche su Rai Tre. Inoltre, anche grazie alle produzioni televisive sull’arte, ora diffuse da emittenti specializzate (Artè, Raisat-art e altre), si è sviluppato un particolare documentario che si configura come un vero e proprio saggio in forma audiovisiva. Il problema è che ciò che manca a queste produzioni è appunto il cinema, anche se la saggistica su supporti audiovisivi è destinata ad uno sviluppo. Ma tornando al rapporto cinema-pittura abbiamo: un cinema che è influenzato dalla pittura, pittori che collaborano con i cineasti o realizzano essi stessi film, film sulla pittura, film biografici su pittori, film teorici sul rapporto immagine filmica-pittura, documentari sulla pittura, insomma per definire la dinamica delle interazioni tra cinema e pittura abbiamo a disposizione varie proposte di catalogazione. Quelle che qui di seguito vengono elencate hanno una finalità puramente orientativa, attenta più all’individuazione di una ripartizione chiarificatrice che all’elaborazione di un discorso teorico che, in questa sede, è impossibile affrontare oltre al fatto che sarebbe di scarsa utilità se non partisse appunto da precisi riferimenti a testi filmici. Le strade in cui viaggia la relazione cinema e pittura sono molte, quelle che vengono accennate, facendo riferimento a qualche film, sono solo le più battute.
La strada di costruzione e articolazione dell’immagine: quella, cioè, che chiama in causa i metodi di costruzione e articolazione dell’immagine nella complessità di un testo, lo sperimentalismo della stagione delle avanguardie. Film come Cabiria (1914) di Pastrone, Thais (1916) di Anton Giulio Bragaglia, Entr’acte (1924), scritto da Fracis Picabia e diretto da René Clair, Un chien andalou (1928), e L’age d’or (1930), entrambi di Luois Bunuel in collaborazione con Salvador Dalì, Il gabinetto del dottor Caligari (1919) di Robert Wiene, Metropolis (1927) di Fritz Lang; questi film con i nomi dei loro autori, testimoniano come nel periodo delle avanguardie artistiche, il futurismo, il dadaismo, il surrealismo, l’espressionismo si siano interessati al cinema. La strada di immagine: quella cioè che riguarda il puro e semplice riconoscimento delle somiglianze tra immagine pittorica e immagine filmica. Modalità in cui la storia della pittura, filtrata dalla sensibilità e dalla cultura visiva pittorica dei registi e, forse soprattutto, dei direttori della fotografia, si trasforma in enorme repertorio di ispirazione iconografica – talvolta spinta fino al calco letterale – per interni ed esterni, abiti e acconciature, oggetti e soggetti. Pensiamo ai “tableau vivant” nel cinema italiano, in particolare in due autori: Visconti (sensazionale l’uso della pittura macchiaiola nei film Il Gattopardo e Senso), Pasolini (citazioni e espliciti rimandi alla pittura medioevale si possono trovare in tutti i suoi film, in particolare Pontorno e Rosso Fiorentino nel film La Ricotta e Mantengna nel Decameron). Per fare qualche nome di regista straniero si possono citare come esempio il Kubrick di Barry Lyndon (1975), che ha mirabilmente costruito il film facendo ampio riferimento all’iconografia inglese del Settecento; Ingmar Bergman in particolare in Sussurri e grida (1972) con l’effetto cromatico della pittura; in tempi più recenti, Rohmer, in La nobildonna e duca (2001), ha fatto ricorso alle tecnologie digitali per inserire i protagonisti dentro sfondi-quadro della pittura del Settecento francese. Inoltre, si può seguire la strada sul rapporto tra cinema e pittura attraverso film che possono mostrare un affresco come ne La prima notte di quiete di Zurlino in cui il protagonista, un professore di liceo, porta la sua giovane allieva a vedere La madonna del parto di Piero della Francesca, a Monterchi e davanti le recita il passo del Paradiso di Dante “Vergine e Madre, figlia del tuo figlio…”; un film può mostrare una tela (ritratto, paesaggio ecc.): ne La dolce vita (1960) di Fellini l’intellettuale in crisi Steiner si sofferma nel corso di un cocktail davanti ad una tela di Giorgio Morandi e commenta il significato delle forme, pure e concrete ad un tempo; un film può mostrare più tele (galleria, museo, collezioni private ecc.): ne La donna che visse due volte di Hitchcock,, in Vestito per uccidere di De Palma, ne La sindrome di Stendhal di Dario Argento e Elegia del viaggio di Sokurov, vengono mostrate gallerie d’arte in rapporto alla tematica del film (memoria, inconscio o arte che sia), la cornice racchiude un quadro che a sua volta è racchiuso dalla cornice dello schermo, un quadro all’interno di una storia è sempre una storia che ricomincia, apertura su un’altra storia, su un universo diegetico di secondo grado. Un personaggio davanti ad un quadro in un film replica la posizione dello spettatore davanti al film, la cui convenzione narrativa cinematografica impone l’interdizione a guardarci, i personaggi dei quadri ci guardano: a forza di guardare i quadri, abbiamo dimenticato che sono i quadri che ci guardano. Un film può mostrare la pittura nel suo farsi, ci sono cioè film su realizzazioni di uno o più quadri, realizzazioni di affreschi ed altro, questi come La Bella scontrosa (1991) di Rivette Tre donne immorali Di Walerian Borowczyk, I misteri del giardino di Compton House di Greenaway, Lezioni di vero di Scorsese, possono essere definiti film teorici sul cinema. Da ultimo possiamo prendere in considerazione i film in cui si riproducono le biografie parziali o totali dei pittori, tra i più fronteggiati vi è Michelangelo Buonarroti, affrontato ad esempio ne Il tormento e l'estasi (1965) di Carol Reed; poi c’è Van Gogh, messo in pellicola in film lontani tra loro nel tempo e nella concezione d’insieme come Brama di vivere (1956) di Vincent Minnelli e Vincent e Théo (1990) di Robert Altman; poi c’è Picasso, Il mistero Picasso (1955) di Henri-Georges Clouzot, Surviving Picasso (1996) di James Ivory; oppure la vita ribalda e vagabonda fatta di risse, ferimenti, omicidi, torbidi rapporti con i potenti della Chiesa e i bassifondi in Caravaggio (1986) del grande Derek Jarman; possiamo poi citare Frida (2002) di Julie Taymor in cui si racconta, nel Messico dell’inizio del '900, la tempestosa vita privata e pubblica di Frida Kahlo. Il problema è che spesso questi film (e chi ha visto di recente La ragazza con l’orecchino di perla lo sa) cadono nei fastidiosi tableaux che costituiscono, come sappiamo, l’attrazione degustata con ammirato stupore da parte del pubblico, ma trattata con perplessità da parte della critica. Inoltre, al di là della superficie, invano si cercherebbero in questi film – quasi tutti francamente deludenti, con qualche rara eccezione (Caravaggio di Jarman su tutti) – spunti capaci di trascendere i riveduti, corretti, ma pur sempre canonici schemi della biografia di individui variamente straordinari, con gli annessi stereotipi del genio, del mistero della dannazione dei pittori. Come accade per i film sui musicisti, nei quali la musica diventa materia essenziale della rappresentazione e polo d’attrazione spettacolare, nelle biografie dei pittori il rifacimento filmico dell’universo figurativo dell’artista diventa un aspetto altrettanto caratterizzante.
Altre volte la biografia di un artista offre spunti per affrontare con serietà una riflessione sulla natura dell’arte e della rappresentazione. In questo ambito una posizione di assoluto rilievo spetta ad Andrej Rublëv (1966) di Andrej Tarkovskij, film biografico, ma soprattutto film teorico sulla pittura che affronta. Infatti il regista realizza il film attraverso l’analogo sentire di chi realizza le icone, rispettando in primo luogo proprio ciò che l’icona è. Nel film dedicato ad una delle più grandi figure della pittura russa, non si vede mai l’artista intento a dipingere. È uno dei grandi film degli anni '60 (completato nel 1967, presentato a Cannes nel 1969, distribuito in URSS nel 1972 e in Italia nel 1975), il capolavoro di Tarkovskij è il più maturo risultato, in campo cinematografico, della cultura del dissenso nell'URSS. Nel film di Tarkovskij il monaco Rublëv (1360 ca.-1430), pittore di icone, passa attraverso 9 capitoli che compongono un vasto affresco del Medioevo russo in cui egli fa da spettatore o “passeggero”. Poi con un epilogo a colori di 10 minuti, una sorta di documentario sulla pittura di Rublëv condotto dal regista, che in prima persona attraverso lo sguardo della macchina da presa illustra le icone del pittore, si rende omaggio alla sua arte dopo aver reso omaggio alla sua vita.

SPIRITO-VITA PITTURA-IMMAGINE MOVIMENTO:
LA SPIRALE DELL'ARTE SACRA IN RUBLËV, TARKOVSKIJ E RUPNIK
Dunque Andrej Rublëv, ma chi era questo pittore di cui Tarkovskij fa una biografia che è un capolavoro? Ben poco sappiamo di questo pittore di icone vissuto tra il 1300 il 1400, ma ancor meno forse oggi si sa dell’icona di cui Rublëv era il maestro incontrastato.
Da qualche anno anche nell’Europa occidentale la fortuna critica delle icone è molto grande «…nei negozi di arte sacra, non si trovano quasi altro che icone. Non è meno strana l’invasione delle icone nelle cappelle delle comunità religiose…»[4]. Ma che cos’è l’icona?
L’icona come forma di arte sacra esprime Dio e la Chiesa dei primi anni, prendendo progressivamente coscienza di sé, ha elaborato un suo linguaggio iconografico in funzione della fede. Dall’iconografia elementare che nasce nelle catacombe romane, si sviluppa a partire dall’impero di Costantino nel IV secolo, un movimento iconografico che, soprattutto in oriente, grazie alla grande diffusione del monachesimo, trova enormi sviluppi. L’iconografia diventa una parte organica della tradizione religiosa divenendo sempre più una Teologia visiva. L’enorme diffusione delle immagini sacre in oriente e gli abusi nel culto delle icone, porteranno addirittura ad una crisi irreversibile nel 726 quando si apre la lotta per l’iconoclastia e la frattura tra l’impero bizantino e la Chiesa di Roma diventa insanabile. Diverse ondate iconoclaste (730-783; 813-842) mettono a rischio la sopravvivenza dell’immagini sacre in occidente, ma il ritorno dell’ortodossia (843) conferma la forza dell’icona e la sua distanza dal simbolo e dall’idolo. Il mistero dell’Icona è che nasconde e rivela allo stesso tempo, ciò che resta è la visibilità dell’invisibile.
Successivamente l’icona si sviluppa nell’arte bizantina e poi nell’arte medioevale russa. Si tratta di una ricchezza del levante perché la sua teologia è stata elaborata in Oriente, anche in modo doloroso. L’occidente ha seguito un’altra strada entrando in un orbita culturale totalmente nuova. E fino a tutti gli anni sessanta del secolo scorso questa forma di rappresentazione sacra era perlopiù sconosciuta da noi. Il papa Giovanni XXIII, che propone ai fedeli «la meravigliosa icona della Vergine di Vladimir come l’immagine dell’unita dei cristiani» [5], in un certo senso invita i cristiani a riscoprire l’icona. Ed, ovviamente in misura minore, la distribuzione del film di Tarkovskji Andrej Rublëv, mostrato al Festival di Cannes nel 1969, contribuisce all’interessamento occidentale nei confronti delle icone. Infine, mostre, studi, cataloghi, a partire dagli anni Ottanta hanno completamente sdoganato l’icona come oggetto artistico in Europa. Ma per comprendere le icone non vanno sottovalutati gli aspetti culturali e le tradizioni ecclesiali, le esigenze spirituali ad essa propri ed entro cui quest’arte nasce. Senza questo contesto, l’icona diventa un oggetto d’arte incompleto, mutilo cioè del suo ambito più proprio vale a dire l’ambito della comunicazione con il trascendente. Questa è vista sempre più come una tecnica artistica nata in un certo periodo, che ha avuto il suo momento di splendore e poi la decadenza superata da altri stili artistici. Dimentichiamo sempre il suo contesto religioso ed i suoi contenuti, fatti di ispirazioni cristiane oggi sempre più confusi genericamente con aspetti religiosi tuot court. «L’icona è un immagine, ma un’immagine sui generis. È un’Immagine-Parola. L’icona ha un percorso storico e teologico che converge nell’unità della Parola-Immagine. Essa infatti coglie la Parola di Dio come Immagine» [6]. Il percorso delle icone dunque prosegue attraverso i fondamenti teologici dei Padri della Chiesa che rivelano la teologia trinitaria e la possibilità di un’immagine dell’invisibile, la cristologia e il luogo della manifestazione del volto e della trasfigurazione della materia. «I padri ci mostrano che l’immagine è complementare della parola perché noi siamo corpo ed anima e pensiamo coi nostri corpi e coi nostri sensi. Di fronte alla teologia puramente concettuale, […] si manifesta nell’immagine in virtù stessa dell’incarnazione, la percezione sensibile del mistero, senza pretendere di abolire la differenza» [7]. Dunque non si confonda l’icona con una semplice resa figurativa di episodi evangelici o biblici in generale, come cioè interpretazioni tendenzialmente scenografiche di ciò che è contenuto nelle Sacre Scritture. In queste sacre rappresentazioni medioevali che sono le icone, è presente l’istanza di dare figurazione al racconto biblico, ma non attraverso un riconoscimento illustrato, quanto piuttosto attraverso una complessità di linguaggio che veicola un contenuto spirituale, teologico. Si tratta di una Parola Immagine operante, fatta ad immagine di Cristo come Logos, Parola incarnata, fatto immagine. «La vera arte cristiana, arte che procede sulla scia della comunicazione, è possibile solo sulla base della teologia dell’incarnazione. E quindi si sviluppa su una base cristologica. Soprattutto dopo il concilio di Calcedonia (451), che definisce le principali questioni cristologiche relative alla umanità e divinità di Cristo, l’icona si sviluppa come una vera e propria arte della fede cristiana. […] L’icona avrà sempre un linguaggio complesso solo apparentemente semplice. Come apparentemente semplice era il destino storico di Cristo. […] L’icona è un linguaggio complesso, perché è immagine e allo stesso tempo parola, è rivelazione e allo stesso tempo anàmnesis, memoria. Forse si potrebbe addirittura dire che il fascino più grande dell’icona consiste in questa straordinaria unità della parola immagine, che comporta a livello psicologico-comunicativo, l’unità di concetto e sentimento, di ragionamento ed intuizione» [8]. E dunque l’iconografo era al servizio di questa comunicazione divino-umana, percorrendo, per meglio rispondere a questa grazia che si serviva di lui, un cammino di ascesi e rinunce, di digiuno dei sensi, sacrificando a questa missione tutto ciò che poteva essere una sua visione individuale delle forme, rinunciando alla abbondanza di bei modelli che la natura gli offre, rigettando dunque le forme inutili, realizza, attraverso un “digiuno degli occhi”, l’essenziale come relazione d’amore che lo unisce all’immagine della sua creazione. E a chi le osserva con attenzione non sfugge che in realtà sono essi che si lasciano guardare dalle icone, che si lasciano trascinare nell’immenso fiume dell’appartenenza in Dio che è infinito. L’icona non può far conoscere Dio che è infinito, ma l’immagine stimola, accende, infiamma il desiderio della conoscenza di Dio che in nelle icone si manifesta. L’attualità metafisica dell’icona deve mantenere l’integrità che è l’esperienza in Dio di chi l’ha creata e di chi ne fa esperienza visiva, dobbiamo eliminare il tipo di visione estetica separata che ne fa avere una fruizione ambigua. Come quella che non si deve avere nei confronti della pittura di Rublëv. Come altri pittori russi di Icone Andrej Rublëv parte da modelli bizantini, ma li filtra attraverso la sua esperienza che lo porta a trascurare il significato letterale dell’opera a vantaggio di un significato complesso della stessa. Come nel suo capolavoro la Trinità angelica in cui si racconta l’episodio biblico della visita ricevuta da Abramo e Sara da tre sconosciuti che predicono la futura maternità dell’anziana donna, ed Abramo si convince che i tre sconosciuti altri non sono che un apparizione di Dio stesso. Questo avvenimento biblico già presente nella pittura bizantina e in seguito in quella russa, è raffigurato nell’icona di Rublëv attraverso notevoli distingui dalle opere precedenti aventi lo steso soggetto; nelle Trinità Bizantine Abramo e Sara erano effigiati in atteggiamento premuroso verso gli angeli, e l’angelo centrale dominava la scena rispetto ai due laterali. Nella Trinità angelica invece la presenza di Sara ed Abramo è solo suggerita dalla casa sullo sfondo e nell’ambiente, teatro dell’evento, attraverso il mondo sensibile si dischiude il mondo divino e con esso avviene una reale comunicazione. Nella scena sono raffigurati solo i tre angeli, tutti uguali, un’icona dunque dalla quale viene emanato quell’amore imperscrutabile, inaccessibile che hanno tra di loro le santissime persone, un amore palpabile, umano segnato dalla storia e dalla cultura della terra. L’amore che unisce il creatore con la sua creazione, l’icona di Rublëv diventa così unica perché in essa la tensione comunicativa spirituale divino-umana raggiunge livelli irraggiungibili. Ma molte altre sono le Icone del pittore Russo che torneremo ad analizzare al termine di queste pagine, quando lo stesso regista Tarkovskij ce ne darà modo mostrandoci le sue opere. Ora una domanda più urgente sorge nell’analisi di un opera filmica che vuole parlare delle icone e di tutto ciò che queste comportano: come rendere allora tutto questo in un film su un pittore di icone? Come raccontare attraverso le immagini-movimento l’opera e la vita di Andrei Rublëv? Come si è avvicinato ad esso Tarkovskij? Qual è l’approccio che il regista riserva al problema del rapporto tra cinema e pittura?

L’ ANDREJ RUBLËV DI TARKOVSKIJ
Nato intorno al 1370 il suo nome è ricordato perché il concilio ecclesiastico dei Cento Capitoli lo proclama modello di pittura nell’anno 1551. Fu santificato. Concluse una lunga e secolare ricerca della pittura russa, che nell’ambito della tradizione bizantina, rigida e ieratica, cercava l’espressione della sua voce. Lavorò in chiese e monasteri. Erano tempi di efferata crudeltà. I tartari sentivano avvicinarsi la fine del loro dominio in Russia, ma avevano ancora la forza di organizzare feroci spedizioni. Ed infatti il film è ambientato in una Russia messa a ferro e fuoco dalle invasioni asiatiche e sconvolta dalle lotte di potere tra piccoli potentati. Il monaco Rublëv (1360 ca.-1430), pittore di icone, passa attraverso 9 capitoli (Il volo, Il buffone, Teofane il Greco, La passione secondo Andrej, La festa, Il giudizio universale, La scorreria, Il silenzio, La campana) che compongono un vasto affresco del Medioevo russo. Nel 1° è assente, in altri fa da spettatore o “passeggero”, nell'ultimo – una delle più alte pagine filmiche di epica del lavoro umano – è in disparte, testimone silenzioso. Nella sua tragica epicità, nella sua struttura, nella sua altera complessità vi traspaiono rimandi alla cultura, alla tradizione e alla memoria. Una memoria che è fatta di piccole cose e di poveri gesti che segnano l’interiorità dell’artista che vediamo svilupparsi e prendere sempre più consapevolezza di sé e del ruolo dell’arte. Ma soprattutto grandissimo valore assume nel film il senso della pittura delle icone, che trascina con sé lo spessore, l’estetica e tutti gli altri significati dell’opera Andrej Rublëv; un percorso di senso che, come il significato delle icone le quali disvelano la ricchezza del senso al di là dell’apparente semplicità figurativa della rappresentazione, così nel film si disvela una coscienza che va al di là del dato biografico che la frammentarietà dei singoli episodi narrati ci offrono. Come già detto in precedenza, tra i vari approcci e sentieri che si possono battere nel realizzare un film sul rapporto cinema e pittura, Tarkovskij decide di percorrere apparentemente quello biografico, in realtà si accosta più di quanto superficialmente si possa credere alla pittura delle icone ed al suo modo di essere concepita. Addirittura il regista russo percepisce l’analogo sentire di chi realizza le icone, rispettando in primo luogo proprio ciò che l’icona è, e ciò che l’icona rappresenta per i cristiani.
Tra le cose che seguendo il film subito salta agli occhi e che lo differenzia dalla maggioranza dei film biografici sui pittori vi è la quasi totale assenza del momento pittorico, in particolare, e cosa quanto mai strana, del suo protagonista: in un film dedicato ad una delle più grandi figure della pittura russa, non si vede mai l’artista intento a dipingere. Un assenza enigmatica ma non troppo, si tratta in realtà di una scelta che testimonia come il regista russo conosca l’arte delle Icone, la rispetti, e soprattutto come egli attraverso questa scelta e le altre che vedremo cerchi di renderne il senso. Questa assenza va ricercata nel valore che l’Icona ha principalmente in ambito teologico e in ambito estetico. Per ciò che concerne il primo aspetto dobbiamo legarci alla definizione che delle Icone si dava all’origine come “non fatto da mano d’uomo”. Tra le varie Icone quella del volto del Cristo, conosciuta in occidente sotto la denominazione “Santo Volto”, è detta anche “archeiropoietòs”, cioè “non fatto da mano d’uomo. Questa icona occupa un posto centrale tra le rappresentazioni sacre e la sua realizzazione avviene proprio grazie all’incarnazione del figlio di Dio. Ed infatti dopo l’incarnazione, la legge mosaica (Es. 20, 4) che proibiva le immagini, non aveva più senso, anzi le icone diventavano testimonianza inconfutabile dell’incarnazione di Dio. È per questo motivo che Tarkovskij testimonia di conoscere che «gli iconografi non devono creare secondo il proprio gusto, “di loro mano”, ma devono seguire una tradizione che li lega all’originale “non fatto da mano d’uomo”»[9]. Tradizione che il film rispetta anche a livello estetico, vale a dire che il mostrare il pittore di fronte alla sua arte avrebbe voluto dire creare delle copie delle icone, scelta questa che va immediatamente contro il significato delle icone stesse le quali come copia negano la loro essenza; una tavola di legno su cui sono stesi dei colori può essere formalmente perfetta, e come sottolinea padre Rupnik, oggi si dipingono Icone formalmente perfette, ma senza la profondità del richiamo teologico: «la copia infatti è sempre una realtà anemica e senza forza comunicativa. Chi copia non vive il dinamismo tra contenuto e memoria»[10].
Ma al di là di queste sottigliezze teologiche o estetiche il film dimostra di avere una sua forza ed un suo spessore e di vivere benissimo in maniera autonoma, ciononostante il rimando al rapporto che quest’opera può avere con le icone, oltre ad essere il nostro tema specifico come indagine di un cinema spirituale attraverso il rapporto con la pittura, ci aiuta a capire ancora di più in profondità l’opera, che per ben più importanti motivi, può essere legata all’estetica delle icone come ora andremo a vedere. Innanzi tutto l’opera di Tarkovskij, come le icone, rifiuta la figurazione rappresentativa a favore di un’indagine sul senso delle cose. «Per Tarkovskij fare cinema significa agire non in termini codificati, per schemi convenzionali. Equivale, cioè, a rifiutare il carattere di anemico cronista o lirico del mondo; significa svolgere un’azione di aperta, personale indagine sulla realtà. […] Tarkovskij costruisce Andrej Rublëv (ed in generale i suoi film) privilegiando le esigenze della polemica anti-intreccio e insistendo sull’interesse dei distinti avvenimenti, dei singoli particolari che, nel loro insieme creano la necessaria unità: senza un nodo drammatico centrale, gli episodi si susseguono in una prospettiva orizzontale, sincronica»[11].
Dunque come non si deve confondere l’icona con una semplice resa figurativa di episodi evangelici o biblici in generale, non si deve confondere il film come la semplice ricostruzione di alcuni episodi biografici del pittore. Come detto in precedenza, nelle sacre rappresentazioni medioevali che sono le icone, è presente l’istanza di dare figurazione al racconto biblico, non attraverso un riconoscimento illustrato, quanto piuttosto attraverso una complessità di linguaggio che veicola un contenuto spirituale, teologico. Allo stesso modo nella apparente essenzialità narrativa e visiva del film si tende a rimanere e a trascendere la vita ed il contesto storico del pittore; la semplicità del racconto trova nella povertà dello stesso la sua ricchezza. Si supera e contemporaneamente si resta nella fisica corporea della storia. Questo perché, come detto in precedenza, l’icona ha sempre un linguaggio complesso, solo apparentemente semplice. Ed anche il film è un linguaggio complesso, perché è anàmnesis, (memoria cronachistica della esistenza del pittore) e allo stesso tempo rivelazione, nell’immagine-movimento, dell’Immagine-Parola che sono le sue icone e del senso incarnato delle stesse. Rublëv, come l’iconografo, è al servizio del senso nella semplicità della figura e sacrifica a questa missione tutto ciò che poteva essere una sua visione individuale delle forme, rinunciando alla abbondanza del narrativo a vantaggio della micro narrazione di singoli episodi, rigettando dunque le forme inutili per realizzare l’essenziale come relazione d’amore che lo unisce all’immagine della sua creazione. Tarkovskij attraverso la semplicità del racconto rimanda ai moduli della più antica tradizione annalistica delle “cronache medioevali”, nelle quali, attraverso uno stile spoglio ed impersonale, si avvicendavano racconti geografici e discorsi diretti, novelle di ambiente e descrizioni di battaglie sanguinose. La memoria si fa quotidiana e «con un asciutta disadorna solennità, si snodano le gesta del film […] per una strana simbiosi culturale l’attitudine severa di un artista che fa professione di realismo si è fusa con quella candida e contemplativa dell’antico annalista che, fedelmente tramanda, con la stessa serafica compostezza, le gesta dei santi e le cruente scorrerie dei barbari. Le sequenze dell’Andrej Rublëv come gli “eventi” delle cronache medioevali prendono la mano al narratore, gli impongono un proprio ritmo specifico, lo costringono ad una sorta di passività densa di meraviglia e di stupore, segno di un’antica impotenza di fronte ad avvenimenti che portano il marchio dell’extra umano e del divino»[12]. La Macchina da presa dunque si lascia andare a questa scrittura, alternando momenti di lenta apertura sui totali, alla concitata e crudele messa in scena di feroci battaglie e luttuoso dolore. Una vorticosità che spesso rallenta nel suo fluire narrativo a vantaggio delle piccole miniature che Tarkovskij realizza indugiando sui particolari fatti di utensili, cenci, tronchi, acquitrini, funi carne e sangue quest’ultimo spesso versato a causa della tirannide esercitata dalla voracità degli uomini che utilizzano spade, ori, diamanti, croci con la violenza del potere. Già dal primo episodio, Il volo, la Russia vista dall’alto del pallone aerostatico si presenta come un territorio immenso, solcato da corsi d’acqua, costellato da calmi laghi, popolato da un umanità intenta al lavoro dei campi. Fin dalla prima sequenza attraverso panoramiche e carrelli che si sollevano alti, il regista offre un panorama della terra, della gente, dell’anima russa. E anche il commento sonoro chiarisce questo tipo di sguardo: mentre scorrono i titoli di testa si odono rintocchi di campana, rintocchi che accompagneranno spesso il film e che preparano e suggeriscono l’episodio finale, il culmine drammatico dell’opera, la fusione di una campana che si recupera grazie alla memoria che lega l’uomo alla sua terra e al suo cielo, e alla creazione della stessa contribuiscono proprio i due elementi che la rappresentano: la campana, come simbolo, sospesa tra cielo e terra, simbolo di un’armonia universale e dell’anima di una terra, di un popolo. Ed è soprattutto questa che il regista cerca, attraverso l’uso sapiente dei primi piani degli abitanti, volti degli uomini tesi a lacerare la loro fisionomia per cercare in essi qualcosa d’oltre, il pensiero, forse l’anima. Ed il personaggio della sordomuta ben rappresenta questa umanità afflitta e dimessa, questo mondo del silenzio, questo popolo inselvatichito, angosciato e spaventato. Tutto il film dunque ripercorre un discorso spirituale sul rapporto divino-umano nel dolore e nella memoria, per far questo, come detto in precedenza, Tarkovskij utilizza il pittore d’icone non solo come percorso biografico, ma soprattutto mediante il significato della sua arte, attraverso cioè il senso delle Icone. Ed il regista espone non tanto un significato razionale delle Icone quanto il loro venir percepite per mezzo della fisicità del racconto, che come detto si avvicina alle cronache medioevali. Inoltre, il significato delle icone attraversa il film mediante i rimandi espliciti; rimandi che nel film non sono semplici riferimenti biografici, o estetici, o meglio sono anche questo, ma soprattutto si inseriscono nella profondità del significato narrativo, inteso come “racconto del senso”.
Fin dal prologo e dai primi episodi riusciamo a capire come il pittore d’icone abbia una diversa sensibilità dal resto degli altri che indagano il mondo, scherniscono il potere o cercano Dio nella natura in una festa Pagana (il Prologo, il Buffone, La festa); allo stesso modo capiamo la differenza che esso pone con gli altri pittori di icone come il suo amico Kirill che non rinuncia alla sua visione individuale e che cerca di eccellere nell’arte del dipingere per raggiungere il successo; il monaco Kirill è un fanatico religioso ma non possiede l’arte e la sua vanità si trasforma in risentimento ed allora abbandona il monastero ingiuriando i monaci; Rublëv è autenticamente al servizio di questa comunicazione divino-umana, egli infatti rinuncia alla personale proiezione artistica per meglio rispondere a questa grazia che si serviva di lui. E, come detto più volte, è significativo che in un film su una delle maggiori glorie della pittura russa non si veda mai l’artista intento a dipingere. Nell’opera di Tarkovskij diventa fondamentale il rapporto dell’artista con se stesso e con la Storia, la microstoria personale quotidiana e la storia del potere politico-religioso si innestano tra loro attraverso il tema dell’arte e della memoria. La delicatezza biografica del film ci consegna non un eroe, ma una persona nella sua integrità, facile vittima di sconforti e di esitazioni, inevitabilmente percorsa da dubbi e tentata dalla sfiducia nell’ opporsi al flusso crudele della realtà. Ciononostante essa, proprio a causa di ciò di cui è testimone, è animata da un inesausta volontà di comunicare, di preparare con essi un avvenire più giusto. Testimone di ciò è l’episodio “La passione secondo Andrej – anno 1408” in cui Rublev e Teofanie il greco, rinomato pittore di icone, discutono in un bosco e scoprono di avere una visione completamente diversa della realtà. Anche Teofane come Kirill è un fanatico religioso che però possiede il dono della pittura e attraverso di essa realizza opere mirabili per la gloria di Dio; egli però disprezza gli uomini, la loro stupidità, i loro vizi, i loro difetti, in una parola la loro finitudine umana ed afferma “Dio ha mandato suo figlio in mezzo agli uomini e loro cos’hanno fatto? Lo hanno crocifisso!! Ed oggi sarebbe la stessa cosa!!” Rublev risponde affermando che “si lo crocefifiggerebbero ancora ma poi? Poi ci sarebbe sempre il perdono del Padre. E la crocifissione c’è stata proprio per questo. E cosi doveva essere”. Poi mentalmente Andrej Rublëv rappresenta la Passione ed immediatamente egli ripudia le convinzioni di Teofanie secondo il quale gli uomini sono una massa di malvagi votati alla dannazione fin dall’inizio dei tempi e professa la sua fede nella capacità di operare per il bene nell’aiutare gli uomini a scoprire le loro possibilità. Il corpo l’uomo la sua finitudine è accettata da Rublëv che è al servizio della comunicazione divino-umana ed allora non disprezza l’uomo proprio perché in esso c’è la capacità di scorgere Dio. La visione della crocifissione ambientata nello splendido contesto del paesaggio russo tra la neve ed il freddo prosegue suggestiva e Rublëv continua a spiegare come il dolore ci sarà sempre “ognuno porta la sua croce, e ci sarà sempre qualcuno disposto a venderti per un po’ d’argento, ma poi l’uomo incontra un altro sguardo d’uomo ed è come se avesse fatto la comunione e si sente rinfrancato è come se gli avessero tolto il peso di dosso…Gesù crocefisso per riconciliare gli uomini è Dio per sempre”; e mentre queste ultime parole si spengono la visione della icona della crocifissione prosegue e nello spazio totale Giovanni la Madonna e la Maddalena si disperano inquadrati nei primi piani, essenza del dolore e poi attraverso un totale del bianco che è il pesaggio russo di un colle viene alzata la croce di Gesù crocefisso, mentre sotto le altre macchie scure degli uomini vanno dileguandosi tra la neve. Forse il momento più alto del film; raramente al cinema una passione assume un significato cosi profondo nel rapporto Dio uomo, e diventa esemplificativa dello scopo dell’arte di Rublëv, testimoniare attraverso l’incarnazione dio nell’icona. Senza disprezzare l’umano con il fanatismo religioso, senza relegare Dio ad una favola per mezzo del radicalismo umanista. La visione della Passione in questo episodio testimonia di come l’iconografo sia al servizio della comunicazione divino-umana che trova il suo mezzo per eccellenza nell’icona della passione. L’icona dunque è un ambiente dove si forma il pensiero, dove, come testimonia Tarkovskij l’icarnazione divina si fa storia, dove il quotidiano si fonde con l’eterno. Il figlio di Dio si consegna alla crudeltà secolare dell’uomo ed abbraccia la croce e Tarkovskij attraverso Rublëv ci fa capire come questo episodio sia annunciatore di tutto il film. Si tratta di una visione della crocifissione come evento che rivela la scelta dell’essere umano, che qui diventa scelta etico-estetica da parte di Rublëv e con lui di Tarkovskji il quale sa qual è la missione da compiere senza proclami: l’icona come luogo divino umano, il film come luogo in cui la memoria è quotidiana ed insieme sovrastorica. La visione della passione mentre discute con Teofane il greco, posta in uno dei primi episodi, segna l’ideale scorrere della pellicola, secondo Rublëv non bisogna dipingere la crocifissione così come è avvenuta, ma in maniera tale che chi la vede possa, come il centurione, dire: «costui era veramente il figlio di Dio». Della realtà che si coglie all’esterno coi sensi, Rublëv riesce a cogliere interiormente la dimensione divina e con essa lo scopo nell’agire. Di fronte alla sofferenza non bisogna reagire attraverso atteggiamenti ribelli per lo più velleitari; «Tarkovskji era scettico, riguardo a questo atteggiamento affermava che chi cerca di cancellare a tutti i costi la sofferenza e il male spesso arrivava ad uccidere l’uomo»[13]. Ma era altresì contrario all’accettazione passiva del dolore da parte di chi cerca attraverso le varie forme di compromesso di ammorbidirla e di contrastarla rimuovendola con il piacere. La visione dell’icona della Passione nell’Andrej Rublëv ci introduce invece ad un terzo tipo di atteggiamento nei confronti del dolore vedendo in esso un significato spirituale, attraverso cui la sofferenza diventa parte integrante dell’amore verso l’uomo trasfigurando così il quotidiano del periodo di Rublëv ed il piccolo quotidiano di sempre.
Ma è a partire dalla fine della prima parte con l’episodio de Il giudizio Universale, che prende corpo e si avvia quella sorta di digiuno del mondo che sfocerà poi nella possibilità di dipingere autenticamente l’icona e in essa testimoniare l’incarnazione. Nell’episodio sopra detto, Rublëv deve dipingere il Giudizio Universale, ma è dilaniato da un contrasto interiore in quanto non intende dipingere il Giudizio secondo gli schemi tradizionali perché ama gli uomini e non vuole spaventarli. Si susseguono le violenze e vengono addirittura uccisi i suoi aiutanti perché avevano creato bellezza. Andrej colto da sconforto imbratta le pareti e rifiuta di procedere nei lavori seguendo un passo delle scritture. Successivamente lo vediamo rifugiato nella stessa cattedrale assediata da tartari e nemici del principe, quando irrompono seminano morte e rovina; per salvare la sordomuta è costretto ad uccidere un uomo. Al calar della sera la città è cosparsa di cadaveri e in preda alle fiamme. Nella cattedrale, Andrej immaginando di parlare con Teofanie, morto da anni, gli comunica la decisione di non dipingere più ed inoltre sceglie di non parlare più con nessuno al fine di espiare l’omicidio. Ritiratosi in un Monastero Andrej passa le sue giornate tra umili lavori mentre nel paese dilaga la sofferenza e la carestia, ed i Tartari continuano a spadroneggiare nel paese. Ma nell’ultimo episodio La campana – anno 1423, nel paese distrutto dalle scorrerie dei tartari e dalle pestilenze, un giovane si affida ad una memoria che gli è propria, ma che non ha; Tarkovskij racconta la storia di un ragazzo, figlio orfano di un maestro fonditore di campane, che riesce da solo a fondere una campana senza che il padre gli abbia trasmesso l’arte per farlo. Il padre gli aveva comunicato la passione e il ragazzo, avendo visto che la campana si fonde colando il metallo fuso nella forma scavata nella terra, segue l’intuizione forte che la terra stessa gli rivelerà: il mistero di come fondere la campana. «C’è una memoria, una sapienza che ha penetrato tutto il creato…» [14] scrive Rupnik a proposito di questo commovente finale. Dopo la fusione il giovane scappa, Rublëv lo raggiunge. Accovacciato in terra il giovane confessa di aver mentito: non conosce i segreti della fusione perché il padre li portò con sé nella tomba. Andrej, in primo piano, lo consola e gli dice che lavoreranno insieme, l’uno dipingendo icone, l’altro fondendo campane. La macchina da presa si allontana da loro e si fissa sui tizzoni ardenti, segue per stacco un totale in cui l’obbiettivo attraversa lo spazio con una lenta carrellata da sinistra a destra, si sentono i rintocchi della campana che, come preannunciato, chiudono l’opera in un’armonia celeste e terrena insieme, la memoria ci possiede e noi dobbiamo metterci al suo servizio per raccontare l’arte. E per questo nella proposta di Andrej al giovane fonditore di campane si cela la rinascita: dopo il dubbio, la macerazione, la colpa e l’espiazione, i rintocchi di campana annunciano la riscoperta dell’innocenza e di una più completa disponibilità ad una memoria superiore che lo porterà a dipingere nuovamente icone. Ancora poche immagini e la macchina da presa torna sui tizzoni ardenti che assumono dopo una dissolvenza incrociata un rosso ardore. Il film fino a questo momento in bianco e nero ed ora dopo questo episodio Tarkovskij mostra le immagini a colori in cui si vedono le opere del suo protagonista. Se tutto il film è percorso dalla violenza, dall’infelicità, dalla prevaricazione, dall’invidia, e la desolazione e la sfiducia invadono il cuore, questo episodio testimonia la fede nella propria memoria attraverso il passaggio al colore che ci riporta ad un presente che illustra le opere del pittore in cui capeggiano colori primari soprattutto l’oro. La memoria, come questo film, si dischiude a coloro che si pongono davanti al mondo in un atteggiamento contemplativo che le permette di scoprire il senso delle cose. Conoscere è ricordare, conoscere non è dominare. Ed allora si può risalire alla memoria che si rivelerà come propria – quella vitale, quella efficace – proprio attraverso la memoria degli altri. «La memoria, come sappiamo, è sempre concreta, perché è legata al mondo delle relazioni, che sono la realtà che costituisce la persona. E la persona non è mai un concetto, un’astrazione, ma sempre un volto, perciò realistica»[15]. Solo dopo questa immagine Tarkovskij mostra le opere del suo pittore, come il risultato di quel percorso e di quel digiuno dei sensi che si spiegava in precedenza come espressione di un combattuto ascendere verso la comprensione del senso. Nell’ epilogo a colori, 10 minuti di documentario sulla pittura di Rublëv attraverso la presentazione delle sue icone e con il passaggio dal bianco e nero al colore, si «vuole mostrare la conquista della visione della pittura. È la tappa conclusiva d’un itinerario spirituale e figurativo complesso e travagliato, come sono del resto le vicende narrate. Il film in questo caso oltre ad offrire una rappresentazione del rapporto tra l’artista e la società del tempo, l’artista e il potere, integra nel suo sistema simbolico la diversità della visione della pittura: il mezzo filmico (attraverso il gioco delle sovrimpressioni, dei carrelli, delle dissolvenze) è utilizzato per proporre la modalità di visione, mobile e frammentaria, propria delle icone, che si differenzia come ha dimostrato Florenskij [16], dalla visione prospettica rinascimentale» [17]. “L’icona è una visione della verità” così ribadisce Tarkovskij mentre attraverso lo sguardo della macchina da presa illustra le icone di Andrej Rublëv indugiando anche qui sui particolari. Ritrae alcuni particolari della Natività, poi passa a quella del Cristo Pantocrate presentandola nella sua interezza, e, prima di affrontare la Trinità Angelica, si sofferma sui dettagli delle Icone raffiguranti la Trasfigurazione, la Resurrezione di Lazzaro e l’Entrata di Gesù in Gerusalemme. Ma la meta verso cui tende il discorso del regista è certamente la Trinità Angelica, Tarkovskij si sofferma a lungo su quest’opera. Nell’essenza del potere divino che si umanizza, egli vede collimare le sue aspirazioni le quali non contemplano solo rispetto ed adorazione per quanto è superiore, ma anche entusiasmo, fascino, amore. Su tutto ciò spazia lo sguardo di Rublëv e di Tarkovskij, i quali entrambi si scostano dai codici consacrati, ed entrambi esprimono concetti, idee, ricchezza spirituale esaltando la fiducia nella comprensione del mondo esteriore, nella capacità di amare e di creare da parte dell’uomo. Poi di compare il L’icona del Volto di Cristo alla quale Tarkovskij si avvicina lentamente rendendo esplicito il senso dell’incarnazione dell’opera. Su questa immagine si conclude il film, Tarkovskij vi giunge iniziando con un lento movimento della macchina da presa che ancora una volta ci restituisce il ritmo del film, come memoria artistica e della memoria umana. Ed allora vale forse per Tarkovskij la carità di cui parla Rupnik, la carità che ha immesso in noi lo spirito santo nell’ora della creazione e che «si fa sentire talvolta attraverso il fascino e l’attrazione che suscitano in noi alcune realtà o persone spirituali, pure vissute in un lontano passato o a grande distanza da noi. Cominciando a seguire questa attrazione, si può instaurare un vero e proprio dialogo e, risalendo la memoria degli altri, giungere alla soglia della propria memoria spirituale, cioè alla soglia di colui che ha plasmato la memoria spirituale della persona che ha seguito» . Un autentico risalire verso la conoscenza sulla base della memoria degli altri e della loro sapienza, diventa così un cammino sapienziale non astratto, ma in un movimento di incarnazione nella vita concreta, quotidiana.

NOTE
1
Conferenza di Padre Rupnik dal titolo La bellezza salverà il mondo, organizzata dal Centro Leone XIII tenutasi nella Sala dei Notari a Perugia il 10/12/’04.
2 Cfr Fioravanti Andrea, Il mestiere delle armi: la fine di un’epoca attraverso la guerra di un giovane capitano, in La Nottola di Minerva Anno II n.5, settembre/ottobre 2004. «[…] nell'osservare certe inquadrature de Il mestiere delle armi tra i nomi che emergono con più forza dalla nostra memoria cinefila vi è senza dubbio quello di Andrej Tarkovskij in particolare del Tarkovskij de Andrej Rublëv che condivide con la prima parte de Il mestiere delle armi la sconvolgente fascinazione visiva di certe atmosfere desolanti e fumose. Ampi spazi che si aprono su terre desolate, cupe, devastate da conflitti perpetui, immagini in grado di cogliere vividamente la cornice storica nella sua essenza primaria, spazi che sono segni di un tempo, di un momento della storia all'interno del quale si muovono le vicende private (ma non solo) della vita dei protagonisti».
3 Costa A., Il cinema e le arti visive, Einaudi, Torino 2002, p. 6-7. Non dobbiamo dimenticare anche il cinema che ha influenzato la pittura: «Basta ricordare la presenza dell’iconografia cinematografica in tutta la storia della pop art: tanto in precursori come Joseph Cornell con le sue scatole dalle quali ci guardano fascinosi volti di star; quanto in protagonisti come Andy Warhol e George Segal. […]. Senza dimenticare il ruolo che il modello figurativo e sintattico del cinema ha esercitato nell’opera di un pittore come Francis Bacon. Inoltre parentele non occasionali e, anzi, precisi luoghi di convergenza si possono individuare tra la pittura di Bacon e il new horror cinematografico: basterebbe ricordare un classico del genere come Eraserhead- La mente che cancella (1978) di un grande come David Lynch oppure citare il Joker del Batman di Tim Burton che ferma la furia distruttiva dei suoi scagnozzi davanti ad un quadro di Bacon “Alt! Questo è il mio genere, bob. Lascia stare”». Ibid p.7.
4 D. Rosseau, L’icona. Splendore del tuo volto, Edizioni Paoline, Milano 1990, p. 11.
5 D. Rosseau, L’icona. Splendore del tuo volto, Edizioni Paoline, Milano 1990, p. 12.
6 T. Spidlik, M. I. Rupnik, La fede secondo le icone, Lipa, Roma 2000, p. 6.
7 D. Rosseau, L’icona. Splendore del tuo volto, Edizioni Paoline, Milano 1990, p. 105.
8 T. Spidlik, M. I. Rupnik, La fede secondo le icone, Lipa, Roma 2000, p. 22.
9 D. Rosseau, L’icona. Splendore del tuo volto, Edizioni Paoline, Milano 1990, p. 211.
10 T. Spidlik, M. I. Rupnik, La fede secondo le icone, Lipa, Roma 2000, p. 16.
11 A. Frezzato, Tarkovskij, Il castoro cinema, La Nuova Italia, Firenze p. 31.
S. Vitale, Il messaggio religioso-politico di Rublëv: rovesciare la prospettiva, in “Il dramma”, n. 1, 1970.
12 T. Spidlik, M. I. Rupnik, La fede secondo le icone, Lipa, Roma 2000, p. 49.
13 M. I. Rupnik, L’esame di coscienza. Per vivere da redenti, Lipa, Roma 2002, p. 100.
14 M. I. Rupnik, L’esame di coscienza. Per vivere da redenti, Lipa, Roma 2002, p. 98.
15 Cfr P. Florenskij, La prospettiva rovesciata e altri scritti, a cura di N. Misler, Casa del libro, Roma 1983, pp. 73-135.
16 Costa A., Il cinema e le arti visive, Einaudi, Torino 2002, p. 60.
17 M. I. Rupnik, L’esame di coscienza. Per vivere da redenti, Lipa, Roma 2002, p. 101
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Anno II n6, novembre/dicembre 2004


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