I DUBBI DI CLINT
È difficile commentare un film che ha suscitato in noi forti emozioni; in particolare quando si nutre un pregiudizio negativo verso le opere che fanno della sofferenza un elemento centrale ed ostentato, essendo robusto il sospetto di un suo uso strumentale, ricattatorio, per la naturale empatia e identificazione emotiva che talune situazioni drammatiche sono in grado di sollecitare nello spettatore.

 
CINEMA E SPIRITUALITÀ


I DUBBI DI CLINT:
UN RACCONTO CREPUSCOLARE
NELL'ORIZZONTE DEL SENSO


di ANDREA FIORAVANTI


«Nella boxe è tutto innaturale, si va incontro al dolore invece di allontanarsi,
ci si muove in una direzione lavorando con il piede opposto»
Scrapt (Morgan Freeman) in Million Dollar Baby


MILLION DOLLAR BABY: I MOTIVI DI UNA SCELTA

È difficile commentare un film che ha suscitato in noi forti emozioni; in particolare quando si nutre un pregiudizio negativo verso le opere che fanno della sofferenza un elemento centrale ed ostentato, essendo robusto il sospetto di un suo uso strumentale, ricattatorio, per la naturale empatia e identificazione emotiva che talune situazioni drammatiche sono in grado di sollecitare nello spettatore. Ma fin dall’inizio di questo colloquio instaurato con i lettori della Nottola abbiamo scommesso sul particolare tipo di indagine che esamina le pellicole che fanno della sofferenza esibita qualcosa di più alto, che trascende la semplice esperienza fisica. La sofferenza non è mai solo una questione meramente biologica-medica, è segno di una esperienza più profonda, è un percorso che attraverso le tappe di una quotidiana via crucis può portare alla distruzione o alla purificazione, può ridurre alla bestialità o essere sentiero di luminosità interiore e catarsi. Il cinema segue il medesimo percorso che si diparte verso il crinale dell’abbrutimento spettacolarizzato del dolore o al contrario in direzione del versante della redenzione della sofferenza attraverso l’immagine.
Ci vogliamo occupare in questo numero dell’ultimo film di Clint Eastwood, Million Dollar Baby, film che molte polemiche, dovute alle complesse tematiche che affronta, ha suscitato al suo arrivo nelle sale.
Se nel primo numero abbiamo parlato del film di Olmi, Il mestiere delle armi, è perché nella seconda parte il film diventa il racconto di un soffrire e di un morire con dignità. Giovanni vorrebbe imporre al destino la propria identità di giovane guerriero con tutta la forza che ruolo e natura gli consentono, ma quando incontra sulla propria strada la sofferenza, non più come semplice possibilità, ma in tutta la sua necessità, si produce in lui un cambiamento rapido e risoluto. La sensazione di onnipotenza della giovinezza si trasforma, attraverso la sofferenza, in umile risposta alla chiamata del nuovo destino.
Nel secondo appuntamento chiamato esplicitamente Il riscatto della sofferenza nell’autenticità dell’immagine abbiamo seguito lo stimolo per riflettere su tre pellicole diverse e distanti tra loro per una valutazione sulla rappresentazione del dolore. Opere sul dolore, narrazione di percorsi che dalla sofferenza portano alla morte. Da quella ricognizione sul riscatto della sofferenza attraverso l’immagine, emerge la domanda sotterranea sulla rappresentazione del male, attraverso la quale, forse, non si ha la risposta al quesito più profondo e radicale sul senso del dolore ma la sua possibilità di leggerlo in chiave positiva. Come nel film Million Dollar Baby.
Dunque, ecco il perché si può parlare e riflettere sul film di Eastwood senza paura di affrontare argomenti dolorosi fatti di dilemmi etici in cui è difficili destreggiarsi.
Inoltre, come detto, questo film sembra la summa degli argomenti precedentemente affrontati, come il doloroso rapporto padre figlio nella malattia come ne Le chiavi di casa o Un silenzio particolare dove la malattia del ragazzo porta in evidenza nelle opere l’esitazione il rischio della paternità. La paternità non è immediata, non è immediatamente corporea ed è per questo che di fronte alle difficoltà o anche solo alla materialità del figlio un padre può esitare
Ma se Amelio, Rulli o Bergman, rifiutano accuratamente di speculare sulla rappresentazione del dolore un altro autore di cui ci siamo occupati a proposito di una sua pellicola si abbandona totalmente alla speculazione della sofferenza. Si tratta di Amenabar in Mare dentro, un film cui Million Dollar Baby è stato da molti rapportato per la tematica dell’eutanasia, confronto e paragone di cui parleremo ampliamente più avanti.
Detta così, attraverso questo rimando all’opera di Amenabar, sembrerebbe trovarci di fronte all’ennesima pellicola laica che, attraverso il problema del dolore reso manifesto ed insopportabile, teorizza la “dolce morte”. Eppure, scrive Emanuela Martini, «se c'è un film profondamente religioso, di una religiosità umana e, se vogliamo, laica, questo è Million Dollar Baby; non solo perché il peccatore Frankie sconta da 23 anni andando a messa tutti i giorni e tutti i giorni ponendo domande alle quali il prete non vuole rispondere ("Cos'è la Trinità? pane, burro e marmellata buttati insieme in un sacchetto?", "E l'Immacolata Concezione?"). Ma perché quella di Maggie Fitzgerald, spazzatura bianca che si riscatta, è un'autentica Passione» (Emanuela Martini, Film TV n. 8).
Nondimeno se ci pensiamo bene stiamo parlando “semplicemente” di un film sul pugilato. Ma Million Dollar Baby è molto di più di un film sul boxe, per quanto questo sport giochi un ruolo di primo piano nella narrazione - o perlomeno per buoni due terzi di essa. Questo perché il film ha (per l'appunto a circa due terzi della sua durata), una brusca e inaspettata variazione, che riguarda però più la forma della narrazione che non i suoi temi ed il suo contenuto: dolore e dignità, da temi sommessi e mimetizzati nel racconto che erano, vengono sovresposti e resi in modo diretto allo spettatore. Ci vuole la mano felice di un regista in stato di grazia per conservare una “misura”, un tono asciutto che lascia attoniti. Si tratta di una variazione di cui parleremo poi per non precorrere troppo i temi del film, limitandoci ora a dire che non condividiamo affatto le riserve morali e moralistiche di quanti hanno criticato (anche aspramente) ciò che viene mostrato nella parte finale del film. Perché, e qui anticipiamo la nostra tesi, si può essere d’accordo o meno con il gesto compiuto dal protagonista nel finale del film, e noi decisamente non lo siamo, ma non si può mettere in discussione la grandezza del suo modo di raccontarlo. Million Dollar Baby non è un film a tesi che dimostra la giustezza dell’eutanasia. Il film di Eastwood non teorizza e giustifica la “dolce morte”, più semplicemente (o se vogliamo, per converso, più spaventosamente) la mostra all’interno di un racconto nella cui economia questo gesto è lasciato al giudizio dello spettatore. Tant’è, ed è prova della maturità narrativa ormai raggiunta da Eastwood, «che il protagonista del racconto, alla fine si escluda dalla scena, dal "vissuto" filmico per riprendere in segreto quell'interrogarsi su Dio e il vivere che lo aveva fin lì caratterizzato». (Francesco Bolzoni Da L'Avvenire, 18 Febbraio 2005)
II film di Eastwood, dunque, «comunica un sentimento profondamente religioso, mentre riscopre parole dimenticate dai tempi del grande, vecchio Ford: amicizia, sentimenti sinceri (e basta un semplice bacio sulle labbra a comunicarceli), pudore, desiderio di riscatto. Losers, perdenti nati, certo, ma con qualcosa dentro che li rende speciali» (Luigi Paini Da Il Sole-24 Ore, 17 Febbraio 2005). Si tratta di un film bello, « bello quanto Mystic River, che era bellissimo, e quanto quello capace di parlarci del nostro bisogno etico in un mondo che etico non è più (ma lo è mai stato?) » (Emanuela Martini, Film TV n. 8). Million Dollar Baby è un concentrato di pessimismo a volte quasi insostenibile, l'happy end è bandito, i destini di tutti sono inevitabilmente segnati fin dal primo minuto, ciononostante, difficile dire perché, in quest’apparente onnipresenza di nichilismo, il messaggio di speranza è vivo e pulsante.


L’ATTUALITÀ DI PERSONAGGI CLASSICI

Ed allora per iniziare correttamente la riflessione sull’opera si deve partire proprio dai personaggi, quei perdenti che rappresentano l’altra faccia della medaglia del sogno americano. «Come accadeva in Mystic River, anche qui Clint Eastwood (regista e protagonista) parte da un racconto di genere (dalla raccolta Lo sfidante di F. X. Toole, sceneggiato da Paul Haggis) per allargare lo sguardo alle pieghe più nascoste e alle piaghe di una società che non è più a misura d’uomo». (Emanuela Martini Da Film Tv, n. 7, 2005)
Ma se Mystic River era un film abbastanza corale, Million Dollar Baby sceglie fin da subito i suoi protagonisti. Frankie Dunn (Clint Eastwood), Scrapt (Morgan Freeman) Maggie (Hilary Swank) danno vita a tre personaggi tormentati, intensi, umanissimi: tutti e tre carichi di dubbi, di nostalgie, di sogni destinati a realizzarsi (completamente o meno) solo attraverso il dolore e la sofferenza. Ognuno di loro è alla ricerca di un personale riscatto, ognuno è portatore di gesti, parole, sguardi il cui significato simbolico travalica il singolo momento e la singola situazione ed arriva a toccare l'universalità dell'esistenza.
Frankie Dunn (Clint Eastwood) è un allenatore/manager di boxe che gestisce una palestra insieme al suo amico di sempre Scrapt. E' un tipo scorbutico, deluso dalla vita, che passa le sue giornate tra la chiesa e la palestra di cui è proprietario. Il suo Frankie è un uomo ruvido, tormentato dal passato, che trova in Maggie la seconda opportunità per rimediare agli errori professionali e personali della sua esistenza; errori che continuano a perseguitarlo e dai quali non riesce a liberarsi. Fantasmi del passato che non lo libereranno nemmeno alla fine del film, ma con i quali attraverso il dialogo, l'apertura, l'accettazione di realtà scomode, Frankie imparerà a convivere.
Eastwood, ottimo anche come attore e non solo come regista, continua come da anni sta facendo a lavorare su se stesso e sul suo essere icona cinematografica, mettendo in scena senza timori o pudori di sorta un se stesso invecchiato, cambiato, tormentato più nello spirito che nell'aspetto fisico dal peso degli anni e da quello che questi anni hanno significato. Nel film circa 23 anni. Un arco di tempo in cui i suoi pugili lo hanno tradito per ingaggi e occasioni più allettanti, sua figlia lo ha ripudiato rimandando con ostinazione le sue lettere al mittente e Dio sembra averlo abbandonato alla sua dannazione di manager fallito e uomo amareggiato.
Clint , dunque, si rimette in gioco in prima persona, intuendo che la sua faccia di cuoio e il suo humour velenoso sono ideali per impersonare Frankie Dunn, allenatore troppo attaccato ai propri pugili, troppo impegnato a proteggerli per fargli spiccare il volo. Dunque uomo di chiesa e padre addolorato per una figlia che non vede più. Ma un surrogato di lei arriverà dietro le spoglie di Maggie Fitzgerald, macchina da pugni che ha solo bisogno di essere oliata e messa in pista nella squallida palestra dell’hit pit.
Proprio lì vive il suo unico amico Scrapt (Morgan Freeman), un ex pugile che gli fa da uomo delle pulizie del club. Si tratta di un ambiente sempre illuminato con luce artificiale, dove il sogno americano è povero e sudato, fatto di molta oscurità, e di poche occasioni avute e perdute, e dove l'unica forma di ordine e buon odore (si potrebbe azzardare: l'unica forma di salvezza) è nel detersivo di marca che un delirante perfezionista come Scrapt utilizza come dovere professionale necessario.
Morgan Freeman, è anche la voce narrante che ci conduce in modo lucido e rispettoso lungo la vicende della pugilessa e del suo allenatore, senza dimenticare di raccontarci che anche lui ha un passato, fatto di opportunità svanite e di una carriera spezzata che si è interrotta violentemente. Ed è proprio lui all’inizio del film a spiegarci che il pugilato è soprattutto rispetto, quindi altro dal tirare cazzotti. Frankie un po’ bistrattato e sempre fedele, a cui è assegnato il compito aiutare il protagonista a intraprendere i cambiamenti decisivi per la propria vita, è anche colui che si prende cura di Danger, un ragazzo sventurato, che abbandonato in città dal suo padre adottivo trova la sua casa nella palestra, in cui coltiva il sogno di poter salire un giorno sul ring finalmente a combattere anche lui il suo match. Aiutato da quella figura di padre che risulta essere Scrap, proprio a loro nel finale è affidato il delicato compito di lanciare quel messaggio di speranza che la vicenda dell’altra paternità mette atrocemente in discussione.
In questo iperrealistico universo di “perdenti” entra Maggie (Hilary Swank), che fa la cameriera e vuole tirare di boxe. Motivata dal sogno impossibile di farsi amare dalla sua ripugnante famiglia d'origine, la donna vince le riluttanze di Frankie, e quando insiste con il vecchio scorbutico perché l'alleni e la faccia diventare una "pugilessa" professionista, lui nonostante un'iniziale reticenza, finisce per accettare, mettendo da parte diffidenza e pregiudizi.La non più giovanissima Maggie si rivela dotata e intraprende un'irresistibile ascesa nel campionato femminile di boxe. Finché il Fato non interviene, con tutta la sua crudeltà, a spezzare la storia d'amore tra i due.
Appropriata davvero risulta essere la protagonista. L’attrice, la bravissima Hilary Swank - giustamente premiata con l’Oscar - con il suo corpo robusto, flessibile e cesellato è davvero perfetta per lo scopo. Con un semplice sorriso sa essere femminile, piena di passione e di tenerezza; eppure ci turba e ci lascia di stucco quando sul ring in brevissime sequenze di colpi manda al tappeto le sue avversarie, con una furia controllata di rara potenza. Lei è una ragazza con un solo obiettivo: diventare una pugilessa. Per sfidare sul ring la sua vita, che l’ha sempre bastonata senza pietà. È chiaro quanto Eastwood regista ami e abbia lavorato sul personaggio di Swank. Dell'attrice, oltre alla malinconica grazia d'acciaio, devono essergli piaciuti anche la disponibilità al rigore del training fisico (non ci sono controfigure, gli incontri li ha combattuti lei) e quel sorriso obliquo.
Maggie assurge a quintessenza del loser eastwoodiano, tratteggiata proprio come uno zombie pilotato da un unico scopo (la passione per la boxe) che si ciba della carne altrui (gli scarti raccolti sui tavoli del ristorante in cui lavora) consumando la sua esistenza diurna prima che la notte la restituisca alla squallida palestra di Frankie. La protagonista ama una famiglia composta da esseri abbietti, la feccia della società. Una famiglia che ripaga l’amore di lei con opportunismo, cinismo, avidità. Un microcosmo parallelo, dove i demoni urbani cercano di riciclare le loro esistenze, stridendo visivamente a contatto con la normalità del materiale umano: i parenti della protagonista, nella loro visita ospedaliera finale, colorati dalle magliette di Disneyland sfiorano l’iperrealismo burtoniano. Ed anche il nucleo narrativo dedicato alla famiglia della ragazza, che sembra eccedere nella sua stereotipata caratterizzazione e fossilizzarsi in un macchiettismo in cui Eastwood può sembrare che scivoli, non distrae e non disturba. In questa esuberanza di superficie, in realtà il regista trova dell’ottimo materiale umano, anch’esso funzionale alle qualità più introspettive della pellicola. L’altezza dei nodi tematici, ed è questa la vera dimensione verticale del film, ci viene offerta attraverso un modo di raccontare limpido, lontano da cerebralismi o virtuosismi e anche perciò tanto più efficace nella sua messa in scena. Non c'è mai vera gioia, il pessimismo è latente così come avevamo visto in Mystic River, Nel film precedente, il nucleo famigliare si rivelava un gorgo micidiale che abbatteva ogni remora morale, o un fallimentare tentativo di salvezza dalle proprie ossessioni, o ancora un rassicurante rifugio nel quale inabissare la propria responsabilità nei confronti degli “altri”. Qui, se viene meno la proiezione sociale e politica del dramma privato – la sequenza finale di Mystic River è un esplosivo atto d’accusa contro il paese che volle farsi giustizia da sé, e che trionfa mandando al sacrificio non solo i nemici presunti colpevoli ma anche i propri figli – rimane intatta la sua altissima carica etica, il cui segno viene però addirittura rovesciato.
Il quadro è abbastanza chiaro, le dinamiche psicologiche sono riconoscibili ma mai stucchevoli, e per buona parte il film scorre pacato, essenziale, classico. Gli screzi dialettici virili tra Frankie, Scrap e Maggie potrebbero venire da un western di Ford perché il suo è un cinema vecchia maniera, un cinema fatto di bianco e di nero, di ombre e di sentimenti. Un cinema che ti prende per mano, e ti narra di persone, del loro presente, dei loro rimpianti e dei loro sogni. Ad Eastwood, che è un moralista vero, non interessa affatto fare un film a tesi: dall'interno di una squallida palestra di boxe, ci racconta una storia di solitudine e affetti, di conti col passato, di rispetto di se stessi; roba fuori moda, ma che è anche l'unica a contare davvero.
«Più di trent’anni dopo Clint, con una lenta ma continua progressione, mentre il cinema d'autore americano dei Coppola e dei Scorsese mostra cenni di rallentamento, diventa un riferimento assoluto: il suo genio è la capacità di rielaborare una classicità perduta ritrovando nel mito del fantasma, dello straniero senza nome, la forma per descrivere la morte, all'interno di un universo vitale. Come in Mystic River anche qui Clint inventa un'opera cupa e angosciante, forse più del film precedente, perché cadenza negli interni di una triste e squallida palestra di pugilato» (Paolo Marocco, da www.cinema.it). Con uno stile essenziale che non sgarra mai, sempre a un passo dal cliché e dall'effetto, sempre puntuale nel tagliare o dissolvere una scena quando sta per sgranarsi nel melodramma, e scritto con un'economia e un'ironia che riproducono fedeli il carattere schivo (classico) dei protagonisti, Million Dollar Baby è un film sulle radici buone e su quelle cattive, sui sogni che ci portiamo dentro, sulla parte migliore di noi, perché l’opera, tra le più scarne, amare e pure, procede senza mai scadere nel banale, nel ridondante, senza ammiccare alla lacrima facile, eppure senza far sconti. «Un classico, alla Hawks, in cui l'azione non ha luogo né tempo: siamo nell'eternità dei primari sentimenti (americani). Film di poche, essenziali parole, compresa quella, non sempre ascoltata, di Dio: un ritratto impietoso di un angolo sperduto del Grande Paese» (Maurizio Porro Da Corriere della Sera, 19 Febbraio 2005).
La fotografia con i suoi chiaroscuri che riproducono quel limbo esistenziale ("tra il nulla e l'addio") in cui si trovano ad interagire i personaggi, l'uso dei piani come tentativo di scarnificare le maschere che ogni uomo indossa, i dialoghi in bilico tra l'ironia (intesa come unica difesa rispetto alla crudeltà della vita) ed il silenzio (inteso come unica possibilità di comunicazione), le note di piano o di steel guitar (per una colonna sonora minimalista composta dallo stesso regista insieme a suo figlio) danno al tutto il sapore di una vecchia ballata che ci trasporta in una dimensione “altra” da quella luccicante dei film odierni. È dall’assoluta disperata bellezza del film, a partire dallo stile fino alla costruzione dei personaggi attraverso l'essenzialità delle vicende, dei dialoghi, delle situazioni e nelle ottime scelte di regia visiva di Eastwood che si possono definire meglio le emozioni che questo film suscita. L’altezza del film risiede completamente nell’espressione con cui vengono dati i suoi contenuti, dove la grandezza della forma veicola lo spessore del tema e raggiunge i vertici delle emozioni autentiche che parlano e ci raccontano degli sguardi dei non detti silenziosi e della complessità e delle difficoltà della vita (dei personaggi e di tutti noi).


IL RING DELLA VITA E DELLA MORTE NEL RAPPORTO PADRE-FIGLIO

“A volte per tirare un colpo vincente bisogna arretrare, ma se arretri troppo non combatti più”. “Nella boxe è tutto innaturale, si va incontro al dolore invece di allontanarsi, ci si muove in una direzione lavorando con il piede opposto”.
All’inizio del film Freeman-narratore ci spiega, attraverso alcune massime che il pugilato è soprattutto rispetto, che non è solo questione di cuore, coraggio o determinazione. Quello stesso rispetto che ha Eastwood nei confronti del cinema. Non il classico film sportivo che offre parallelamente successi atletici e riscatti personali. La boxe ha avuto i suoi eroi cinematografici, Eastwood lo sa, e così questo aspetto non è che a margine di trattazioni più profonde. Ciò che interessa a quest'attore divenuto ormai grande anche dietro la cinepresa, è far vivere i suoi personaggi. E la vita si svolge in una palestra e attraverso uno sport dove c’è gente che si picchia per vivere, eppure questa gente è tutt’altro che gentaglia. Come i due vecchi protagonisti che abitano ormai ai margini del mondo. «Da dove stanno, il mondo si vede bene, e non è un bello spettacolo. Non lo è quello della boxe, dove ci sono impresari che comprano e vendono pugili, che volentieri si fanno vendere e comprare. E non lo è neppure quello più vasto, il mondo in cui ci si ama o ci si odia o, solo, ci si è indifferenti. Hanno ben motivo di starsene ai margini, Frankie ed Eddie. Dopo una vita lunga, sanno che nel mondo abita una miseria umana che è l’altra faccia della ricerca cinica del successo. E ha ben motivo anche Eastwood, di starsene saldo nel suo cinema ampio, trasparente, antico, ai margini di un “mercato” che compra e vende successo. Non accetta di fare come tutti gli altri. Non accetta di pagare il successo con la miseria delle mode, e la volgarità degli effetti. Non solo perché è più bravo, ma anche perché, a 75 anni, non si accontenta di meno” (Roberto Escobar, da Il Sole-24 Ore, 17 Febbraio 2005).
Million Dollar Baby non sarebbe così emozionante se non lavorasse neanche troppo segretamente su due livelli. Uno, implacabile, sportivo-melodrammatico. E un altro, come dire, religioso-esistenziale. Ed è utilizzando la boxe come grande metafora della vita che, anche quando abbandona il ring, il regista non spezza né modifica la storia, rendendo la parte conclusiva della pellicola assolutamente consequenziale a tutto il resto. «Il pugilato è solo la metafora di una scommessa con la vita che non ha mai fine, di un “allenamento” interiore che ti consente di essere te stesso, con dignità, fino in fondo, di un’etica che travalica il “cattivo” senso comune e l’orrore del mondo» (Emanuela Martini Da Film Tv, n. 7, 2005).
La boxe funge da pretesto allegorizzante per poter mettere in scena un vero e proprio saggio filosofico di rara purezza - in cui la funzione narrativa non risolve mai anche quella esplicativa - sulle categorie che dominano l'esistenza e la religione, soffermandosi in particolare sull'analisi dei rapporti interpersonali e sullo scontro tra dogma ed esperienza: la colpa, il perdono, la fiducia, la fedeltà, la lealtà tutto ciò viene ripreso da Eastwood con una stile lirico e sacrale, classico al limite dell'astrattismo, pregno di una tensione etica che invano si cercherebbe in altri registi americani e che, per dirla con Bresson, lascia autenticamente trasparire emozioni oltre la patina e le incrostazioni delle immagini. Eastwood ci consegna una prova notevole di moderazione. Senza scadere nel melodramma per lacrime facili e senza restare vigliaccamente privo di morale, ci racconta attraverso la boxe anche la complessità del rapporto padre-figlio. «Qui ci sono quattro personaggi, speculari, ancora una volta due “padri” e due “figli”, impegnati in un addestramento-iniziazione che è anche espiazione. Tutti, non solo Frankie, hanno dei peccati da scontare, magari quelli degli altri, di un match andato male e di una carriera stroncata, di una famiglia balorda e avida, di aver scaraventato un ragazzino esile e un po’ tardo dal Texas fino alla porta dell’Hit Pit». (Emanuela Martini Da Film Tv, n. 8, 2005).
Maggie non ha niente e nessuno, solo la boxe e una spinta interiore capace di travolgere ogni resistenza, poi avrà un padre, un accappatoio di seta verde Irlanda, ed un soprannome di cui non conosce il significato (Macushla). Frankie scorge in lei, pur senza ammetterlo, la figlia che non vede ormai da troppi anni. Inizia così il loro sodalizio, che comprende la totale dedizione della donna per quell’uomo che sembra essere l’ultimo legame tra lei ed il resto dell’umanità. La ragazza lo raggiunge, e gli si impone: si impone ai suoi occhi, giorno dopo giorno, orgogliosa del proprio sogno, dolcemente e ferocemente decisa a farsi prendere per mano. È questo il movimento innaturale che l’amore, come la boxe, richiede: andare incontro a ciò che si vuole attraverso il dolore. E sono bravissimi, Eastwood e Swank, a fronteggiarsi e a cercarsi come un padre e una figlia necessari.
La strana famiglia alla fine si disgrega, Clint modula tutti i tempi nella composizione e disfacimento di questo nucleo fino alla perdita completa di tutti; a lui sempre più solo e fuori dal mondo, che sparisce verso non ci è dato sapere dove, resterà un ulteriore carico di sofferenza, un nuovo senso di colpa dal peso forse insostenibile.
Anche Morgan Freman ha un figlio adottivo, il giovane Danger (Jay Baruchel), ingenuo e indifeso nel suo sogno impossibile di salire sul ring. Anche lui non vuole che proteggere questo figlio dell’umanità, (“proteggersi sempre” è il motto di Frankie). Ed alla fine il vecchio boxer, che ha interrotto la sua carriera in modo drammatico con la perdita di un occhio e che sconta il suo passato in quella palestra, tornerà a combattere il suo ultimo incontro per salvare la vita al giovane sbandato, che nel finale lo premierà tornando in palestra e parlando di quell’episodio solo come di una sconfitta che fa parte della vita. Sta proprio qui la grandezza del film, nell’affidare al personaggio più singolare e debole il messaggio vigoroso del film: non ci si deve arrendere per una sconfitta. Ed a questi temi legati alla sconfitta, alla colpa, alla sofferenza si aggiunge quello forse più inquietante. «Inchiodata a un letto d'ospedale, appesa a mille tubi che la tengono in vita, la ragazza da un milione di dollari chiederà al suo allenatore una grandissima, intollerabile, prova d'amore. E nella migliore tradizione eastwoodiana, il vecchio allenatore che è andato in chiesa tutti i giorni per vent'anni a cercare redenzione, farà la scelta più dolorosa, solitaria e difficile». (Giulia D'Agnolo Vallan, da Il Manifesto, 19 Febbraio 2005). Eastwood affronta questo passaggio narrativo indiscutibilmente delicato con consapevole fermezza. L’ortodossia della religione viene sfidata senza spocchia, con il rispetto di chi, credente da sempre, compie un gesto in cui non crede e si affida totalmente al suo amore di uomo verso sua figlia, mostrando come, in ogni essere umano, siano forti e deboli allo stesso tempo i temi della vita e della morte e le scelte che da esse derivano.
Dunque è nel rapporto tra padre e figlia, nella tensione d’amore che esso genera che si colloca l’ultimo grande tema del film da prendere in esame: lo straziante dilemma etico dell’eutanasia. Paralizzata in seguito a un colpo sferratole a tradimento dalla sfidante durante un incontro di boxe, Maggie tenta il suicidio e, bloccata, chiede insistentemente al proprio padre-allenatore, di aiutarla a morire. «Non posso», risponde l'uomo. Ma poi la dignità mostrata fin a quell’istante cede il passo alla disperata convinzione della ragazza di farla finita e lui staccherà la spina che le consente di respirare. A questo punto sarebbe necessario analizzare i blocchi di sequenze che con forza rappresentativa esaminano quella ferocia, quella violenza di cui parla Scrap all'inizio e alle quali finirà per aderire, sia pure fra lacerazioni dell'anima e della coscienza, lo stesso Frankie. Rinunciando a verbose operazioni di propaganda ideologica, Eastwood concentra tutto in poche battute: la vita immobile della ragazza dopo l’incidente; la terribile richiesta d’aiuto; il dialogo col sacerdote; il gesto d’amore e di morte, d’amore e perciò di morte, compiuto dal vecchio padre verso la figlia che proprio quel gesto gli aveva chiesto; l’eco di un sorriso, e poi più nulla; Eastwood che si allontana, curvo e disperato; il volto di Freeman che emerge dall’ombra. Sono questi i capitoli dolorosi, la via crucis del rapporto di quella giovane donna con la passione che subisce il suo corpo.
Scrive Ferzetti «Million Dollar Baby , per quanto laico, moderno, razionale, è a suo modo un martirologio…Con un’insistenza sul male, inteso proprio come dolore, che può ricordare un’altra Passione . Anche se Gibson con tutti i suoi effettacci, resta epidermico e profano. Mentre Eastwood dà ai misteri della fede, di cui il suo personaggio fra l’altro discute di ciò che sta per fare col parroco, una notevole evidenza fisica. (Fabio Ferzetti Da Il Messaggero, 18 Febbraio 2005).
In questa parte del film v’è un momento a nostro avviso cruciale nel confronto col sacerdote. Questi afferma: “…non devi fare nulla; sta a Dio aiutarla”. La risposta di Eastwood è bruciante “è a me che ha chiesto aiuto, non a Dio”. La replica del sacerdote conferma ciò che sappiamo: “se farai ciò che ti chiede, te ne sentirai per sempre in colpa”. È vero, la scelta e la colpa sono inestricabili: possiamo salvarci dalla seconda solo delegando la prima a Dio. Ed infatti poco prima, avevamo visto Eastwood pregare invano per la salvezza di una persona amata, come chiunque di noi ha fatto almeno una volta nella vita. Ma Clint da grande autore non fa sconti e pone sul piano narrativo un dilemma, forse poco cattolico ma intriso di religiosità, che non conosce risposte soddisfacenti. Ed è in quella risposta “è a me che ha chiesto aiuto, non a Dio”, che si concentra la scelta finale. Il prezzo che ci viene estorto come spettatori può essere insopportabile, ma dobbiamo essere disposti a pagarlo se vogliamo davvero apprezzare l’opera. Il vecchio Clint lo sa, e amiamo ogni solco della sua faccia perché ha saputo raccontarcelo con la forza devastante di un autore vero che attraverso una narrazione disperata ci trascina nella scelta dolorosa di cui neanche il suo protagonista è convinto. La completa mancanza di intenti didascalici ci permettono di affrontare temi tanto seri senza risposte facili o amoralità a buon mercato, perché tutto ciò fa semplicemente da contorno ad una storia d’amore bellissima e straziante come poche nella storia del cinema, senza possibili interpretazioni dietrologiche mosse da inguaribili ottimismi o accuse di relativismo di valori. Eastwood cerca di mostrare l’aldilà della corteccia nichilista di chi avverte la grevità della vita e non sa come risolverla, un senso del pudore ed una tenerezza non comune nel cinema contemporaneo. La pellicola diventa così un invito alla fede, secondo la consueta ma sempre sorprendente maestria di Eastwood di mostrarti un solo rovescio della medaglia. Lasciando la banale, meccanica conseguenza dell’azione sbagliata lontana dallo schermo. Lui mostra le azioni dei protagonisti. Il messaggio, la presa di posizione etica dell’autore sta nel non mostrato, nel non detto. Sta fuori dallo schermo, perché dentro le nostre coscienze di testimoni del gesto. «Il nervo del discorso di Eastwood risulterà evidente se si intende che la figura-guida del racconto non è tanto chi determina le azioni (ossia Frankie) quanto chi le osserva e le analizza: Scrap. «C'è nel pugile diventato inserviente una tensione di testimone che non rinuncia a un giudizio morale, che sa intendere, ma non accetta la scelta drammatica di Frankie» (Francesco Bolzoni Da L'Avvenire, 18 Febbraio 2005).
La regia di Clint Eastwood trasuda sincerità evitando noiose liriche inopportune e troppo facili dilatazioni spettacolari. Million Dollar Baby è un film sullo sport ed insieme un trattato di filosofia, che non si limita a riflettere in maniera assolutamente importante alcuni temi girati e rigirati al cinema (l’ultimo Amenabar Mare Dentro, senza però cadere nella pseudo-poetica moralista che di solito pervade questo genere), ma va oltre evidenziando con una semplicità sconcertante un certo esistenzialismo quasi oggettivo nella sua soggettività.
Certo i due film affrontano con singolare parallelismo questo tema di fondo, evitando consapevolmente di farne l'oggetto esplicito della loro attenzione. Ma se in Mare dentro il fulcro del racconto è la dimostrazione della giusta causa dell’eutanasia, in Million Dollar Baby l’eutanasia è all’interno di un economia narrativa che va verso altro, verso quella via crucis fisica che porta seriamente a riflettere sul dolore. Il tema, dunque, è delicato, terribile, e se il 32enne Amenabar lo affronta giocando con le regole del melodramma, parlando con ovvietà di temi molti forti come l’amore, la morte, la vita, il sesso; Eastwood «in virtù di un linguaggio essenziale, scarnificato, può accogliere motivi e situazioni al limite e, nel finale, descrivere nei dettagli la cosiddetta "dolce morte"» (Francesco Bolzoni Da L'Avvenire, 18 Febbraio 2005). Il reale obiettivo del regista spagnolo, che usa gli strumenti più collaudati della lirica della sofferenza per risvegliare l’emotività degli spettatori, è quello di proporre la tesi dell’apertura della via legale alla morte. Con Mare dentro si va verso la dimostrazione del teorema che di fronte all’impossibilità di essere e di riconoscere se stessi non c’è vera vita, non c’è motivo di vita che tenga e si deve preferire la morte, senza pensare che ogni condizione di vita ha in essa la possibilità di essere vissuta.
Al contrario Clint Eastwood esibisce un’altra costola spezzata e dolorante del mondo occidentale, in particolare degli Stati Uniti, perché si riconferma, invece, grande narratore di dilemmi morali, sempre più crepuscolari e sottilmente imbricati nel tessuto del dibattito contemporaneo. Ed è così che ancora oggi, o forse soprattutto oggi, il regista tiene viva la magia di lontani capolavori di meraviglioso classicismo. Cinema appeso alle emozioni, alla semplicità. Intorno tutto il resto: la provincia americana, la sconfitta, la morte, l’amicizia, il rapporto padre-figlio e una vecchia ossessione: la morte
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Anno III n.2, marzo/aprile 2005


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