I CORPI, LA PITTURA ED IL SACRO
TRA I MISTERI DE L’OPERA SEGRETA

Il nuovo appuntamento della rubrica sul rapporto tra cinema e spiritualità propone oggi una leggera deviazione dai sentieri che normalmente vengono percorsi in queste pagine. D’abitudine in questa rubrica vengono presi in considerazione dei film aventi un rapporto con lo spirituale, per forma, tematiche o soggetto.

 
CINEMA E SPIRITUALITÀ


I CORPI, LA PITTURA ED IL SACRO
TRA I MISTERI DE L’OPERA SEGRETA


di ANDREA FIORAVANTI


Alla speranza del teatro, unico eterno amore…

Il nuovo appuntamento della rubrica sul rapporto tra cinema e spiritualità propone oggi una leggera deviazione dai sentieri che normalmente vengono percorsi in queste pagine. D’abitudine in questa rubrica vengono presi in considerazione dei film aventi un rapporto con lo spirituale, per forma, tematiche o soggetto; in questo nuovo colloquio invece si tratta della riflessione a margine di uno spettacolo teatrale che al suo interno ha un momento cinematografico.
Questo scostamento avviene perché lo spazio della rubrica fin dall’inizio si è ripromesso di essere un laboratorio di ricerca libera, senza griglie o barriere, ma solo lo sviluppo degli stimoli che le occasioni di manifestazioni dello spirituale nelle immagini ci offrono. Ed inoltre questo excursus dai sentieri canonici del cinema ha delle ragioni personali profondissime legate allo stato d’animo attuale di chi scrive che è sempre più percorso dall’estetica e dall’amore del sacro, amore per il corpo, devozione per il volto che nasce dall’amore terreno e si eleva dalle sue coordinate spazio temporali (purtroppo finite) che diventano eterna-infinità. In una parola l’ossessione per la divina-umanità.
Divina umanità alla cui rappresentazione mirava il nuovo lavoro ideato e diretto da Mario Martone, L’opera segreta|trittico, da L’opera segreta e Partitura di Enzo Moscato. Prodotto dal Teatro Stabile di Napoli. Un trittico che nella sua articolata struttura – il film d’apertura Caravaggio, l’ultimo tempo, è ispirato alle tele dell’ultimo periodo di Caravaggio, seguito dalla messa in scena di La città involontaria, riscrittura di Enzo Moscato dall’omonimo racconto di Anna Maria Ortese e da ‘A ginestra ‘e pontone da Partitura, affidato all’interpretazione dello stesso Moscato e portata sul palco da De Francesco – compone un inquieto e visionario corpus narrativo, rintracciato nella pittura del Caravaggio, nella scrittura della Ortese e negli squarci esistenziali di Leopardi a Napoli: anime e sguardi stranieri “avvinti” dalla città.
Ovviamente visto il rapporto di tale rubrica ci occuperemo principalmente del film d’apertura riguardante la pittura sacra che si esprime attraverso i corpi terreni ed i colori lividi di Caravaggio, presa a spunto da Martone per un parallelo con i vicoli della Napoli d’oggi. Ciononostante ci occuperemo anche delle altre tavole che compongono questo trittico.
A quattro anni da I dieci comandamenti di Raffaele Viviani e a tredici da Rasoi, Mario Martone torna a interrogarsi su Napoli, sui suoi spazi e sui suoi corpi, in un momento drammatico nella vita della città, e lo fa realizzando un’opera complessa, dove le immagini del film convivono e dialogano non sempre in maniera armonica e in un continuum tematico e espressivo, con la rappresentazione dal vivo. Certamente quest’opera si pone sulla scia diretta di quel capolavoro di Martone che era il film Teatro di Guerra, il cui centro fondamentale dell’opera era il conflitto, sviluppato poi in diverse direzioni, fisiche o spirituali, metaforiche o dirette reali o immaginarie, ma soprattutto un conflitto che veniva espresso attraverso il volto di una Napoli sotterranea rappresentata nella sua parte teatrale dalla tragedia greca I sette a Tebe e nella sua parte filmica dai problemi della messa in scena di questa tragedia. Sarajevo o Napoli, teatro stabile o teatro sperimentale, cinema o teatro, questi e altri conflitti che sviluppavano la dialettica dell’opera del 1998.
Ne L’opera segreta invece si parte dai potenti quadri caravaggeschi del film - che aprendosi svelano visioni di volti, luoghi e umori della città reale, insieme alle immagini sugli ultimi giorni di vita del pittore - il sipario si alza sulla dolente umanità abitante i Granili, alle porte della città, descritta dalla Ortese ne Il mare non bagna Napoli, per chiudersi sul racconto di un’altra inquieta esistenza, quella di Leopardi, nel monologo di Enzo Moscato portato sul palco da De Francesco. Caravaggio, Leopardi, Ortese: tre sensibilità di non-napoletani che, in epoche diverse e in diversi modi, si compenetrano con l’essenza di Napoli e con le sue tante facce, e che seppero cogliere, attraverso la trasfigurazione permessa dall’arte, parte di un affascinante mistero nel quale finirono per riconoscersi. “Anna Maria Ortese – dichiara infatti il regista – non era napoletana, e la sua rappresentazione fatta dall’esterno di una Napoli vissuta come scoperta interiore, mi sembra simile a quelle di Caravaggio, di Leopardi, di Pasolini…Una città che sfugge anche a chi c’è nato, come sfugge agli sforzi della politica, ai tentativi di raccontarla, e produce, in tutti, rapporti di appartenenza dolorosi”.
Eppure quest'ardua orchestrazione ha diviso il pubblico, suscitando sulla stampa reazioni che hanno travalicato il giudizio critico: le crisi di rigetto si possono capire, perché è ovvio che l'accostamento dei tre illustri visitatori che Napoli l'hanno guardata “dall'esterno” non può essere che forzato e macchinoso. E viene quasi spontaneo domandarsi il perché esso fugga una inevitabile necessità di sintesi fra i tre passaggi, che pure obbediscono ad una unica logica di fondo.
Il filo sottile che cuce il trittico è dato, infatti, da questi tre sguardi “stranieri” su Napoli. Tre sguardi che dalla città sono rimasti profondamente segnati. Tanto da lasciare tracce molto profonde nelle loro opere. Non è vero come ha scritto certa critica che Caravaggio, La Ortese e Leopardi stanno insieme “come i cavoli a merenda” (al di là del fatto che chi recensisce opere d’arte, pittoriche, teatrali, cinematografiche o quant’altro dovrebbe avere a disposizioni strumenti critici più affinati che stereotipi da proverbi), questo era scontato dall'inizio, difficile pensare che un autore lucido come Moscato ed un regista attento come Martone non lo avessero messo in conto. L'intento era evidentemente diverso da quello di giustapporre tre diversi sguardi sulla città, o tre modi di vivervi o di morirvi.
L'intento, evidentemente, era quello di procedere per accumulo e per sottili variazioni emotive, in una circolarità ossessiva che non vuole lasciare scampo alla coscienza dello spettatore: e in tal senso la materia ci colpisce anche al di là della sua veste stilistica, anzi ancor più ci colpisce proprio perché lo stile è secondario, e la realtà d'ogni giorno, la realtà dei bassi, degli scontri fra bande, della delinquenza minorile, ci piomba addosso nella sua spietata immediatezza.
Ma questa felice intuizione di Mario Martone, che sembra cercare di Napoli, la sua parte più vera e viscerale, negli occhi degli “altri”, non riesce a trovare soprattutto nella messa in scena, che pur presenta momenti di indubbio valore, una reale coesione drammaturgica, e con essa un’unità stilistica che gli permetta di comunicare con forza la sua pur molto accattivante idea di fondo. Ciò accade soprattutto nella parte centrale, La città involontaria che è il cuore dello spettacolo. Lo stesso testo della Ortese, che attraverso una maggiore elaborazione letteraria avrebbe potuto aprire abissi a metà tra il sottoproletariato di Pasolini e certe strette soffocanti descritte ne Il Processo di Kafka, si ferma, invece, appena un passo più in là di un sofferto, ma a tratti anche bozzettistico, rendiconto giornalistico. E’ come se l’elaborazione drammaturgica di Enzo Moscato fosse rimasta imbrigliata dai limiti presenti nel racconto originale. Un antro scuro, un budello. Un inferno dei vivi che forse vivi non sono, ma ombre. Proiezioni malefiche di demoni e mostri che sembrano generati dalle viscere purulenti e sofferenti della città. E ne rappresentano l’anima. Corrotta, marcita, putrefatta, ma anche il suo cuore pulsante nell’esplorazione dei vari gironi infernali; ciononostante essa stessa resta vincolata ad una dimensione di stereotipo purtroppo rappresentativo, partecipe certo, eppure slegato, da quella triste realtà che vuol rappresentare. Di conseguenza appaiono eccessivamente pesanti e dense le zavorre naturalistiche che appesantiscono il respiro dell’opera. Ciò è evidente a volte nel linguaggio e, altre volte, nella costruzione dell’immagine (come nella scena del funerale) spesso didascalica.
Ed è lo stesso impianto scenografico ad essere un elemento di tolleranza messo talvolta a dura prova, brillando nelle sequenze visionarie, e urtando confliggendo con quelle realistiche. Dimostrando che la legge strutturale di questo spettacolo è appunto il rimando altrove, la rifrazione, l’analogia. Decidere di rappresentare sembra impoverire questo universo, significa allora non sentire più la necessità della carne, della caratterizzazione, del grido e accettare anche l’organismo incompiuto nella sua ostentata rappresentazione mostrazione.
Lo spettacolo si chiude con il testo ’A ginestra ‘e pontone, tratto da Partitura di Moscato, un monologo, – serbatoio di spunti e di prospettive. Un lungo inserto dedicato a Leopardi e al suo soggiorno napoletano, portato sul palco in un bel monologo da De Francesco.
Giacomo Leopardi fu a Napoli dal 1833 e qui visse i suoi ultimi anni. Le speranze, le illusioni che avevano popolato i modi idillici delle sue opere svanirono per lasciare il posto al materialismo più cupo. Lo sguardo del grande poeta sulla città in cui cercò un impossibile sollievo, si intrecciò fino alla fine con la dolorosa presa di coscienza dell’“arido vero” che lui sentiva connaturato alla vita.
Nonostante la bellezza dei testi originali in sé, la rappresentabilità scenica delle altre due tavole del Trittico rileva molteplici incongruità, dovute alla loro non-narratività, o forse a volte antinarratività, carattere che costituisce tra l´altro uno dei motivi del loro fascino. Lo spettatore si trova spesso confuso, travolto da una slavina di materiali verbali e soprattutto sprovvisto di griglie di accesso al magma degli episodi. Le ottime prestazioni di alcuni attori, a volte del gruppo di Teatri Uniti, o di De Francesco nell’ultima sezione, non sono sufficienti a fugare l’effetto di un’opera realizzata se non altro con una regia parzialmente disattenta al rapporto tra intensità e difficoltà dei materiali e alla loro ricezione da parte del destinatario della comunicazione

DOCUMENTARE LA DIVINA UMANITÀ
Ma è sull’opera d’apertura che volevamo riflettere, sull’intensità di quei 50 minuti che costituiscono il film, prodotto oltre che dal Teatro Stabile di Napoli anche dalla Regione Campania, Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano e Banca Intesa.
Ma prima di iniziare la nostra riflessione vale la pena inserire una riflessione di Mario Martone sul rapporto tra cinema e teatro che, come detto anche in precedenza, tiene conto anche del film Teatro di Guerra: «Paradossalmente, io preferisco tenere separati i due livelli. Per esempio, anche in questo spettacolo non è che il film si contamini con il teatro: il film è il film e il teatro è il teatro. Caravaggio, l’ultimo tempo ha la sua autonomia cinematografica. E anche all’interno del processo creativo che ha portato a Teatro di guerra, il lavoro dove ho mescolato di più i due linguaggi, ho tenuto ben separate le due cose: ho fatto prima lo spettacolo teatrale, I sette contro Tebe, che è andato in scena e di cui ho filmato le prove; poi, sulla base del lavoro teatrale, ho realizzato il film, ma i due tronconi sono nettamente separati (lo spettacolo teatrale è del 1996, mentre il film Teatro di guerra è del 1998 Ndr). Credo che si possa fare cinema e teatro, però partendo dalla consapevolezza della diversità di questi due linguaggi. E’chiaro che dei contatti ci sono: anzi, essi sono continui. Ma se è forte il rapporto tra cinema e teatro, è ugualmente forte il rapporto tra cinema e pittura, tra teatro e letteratura, tra fotografia e cinema, tra musica e cinema: il montaggio è praticamente una forma musicale… direi che la cosa più vicina all’idea di montaggio cinematografico è proprio la musica. A questi legami sono molto sensibile, ma non bisogna dimenticare che cinema e teatro sono comunque due linguaggi autonomi».
Questo lungo brano tratto da un’intervista a Mario Martone risulta esemplificativo della sensibilità con cui il regista si avvicina alle varie forme espressive. Il rispetto che egli porta per l’autonomia di ciascuna arte rappresentativa si fonde con il tentativo di accostarli in modo intelligente e cioè senza facili scorciatoie.
Dunque Caravaggio, l’ultimo tempo, un film che, ispirandosi alla mostra appena terminata presso il Museo di Capodimonte, cerca una corrispondenza tra i luoghi e i volti della città e quelli dipinti da Caravaggio sulle sue tele, alla ricerca di un’anima profonda che sembra non essere mutata nei secoli.
Il film è visibilmente girato sotto le forti impressioni percettive dei dipinti che si alternano a taglienti visioni notturne dei vicoli di oggi, mentre il testo ricavato da pagine di Anna Maria Ortese, è letto fuori campo da Danio Manfredini. Martone si comporta in questo caso come un visitatore/estraneo/intruso, che subisce l´effetto straniante e disorientante della singolarissima opera del grande pittore, soprattutto perché si tratta del periodo più teso e intenso della sua produzione, quello dopo il 1606 a sud di Roma, tra Napoli e Malta. Caravaggio arrivò a Napoli nell’ottobre del 1606: la città fu per lui un rifugio, un luogo pieno di stimoli dove poter ricominciare una nuova fase della propria vita e della propria creatività. Napoli lo accolse, lo protesse e lo conquistò con la sua vitalità inquieta, contraddittoria, sempre sospesa sulla conciliazione impossibile dei risvolti opposti della quotidianità. La sua opera subì potentemente il fascino della frenesia dei vicoli e dei personaggi che li animavano, le suggestioni che si sprigionano dai dipinti del periodo napoletano di Michelangelo Merisi sono le maschere, i volti, le figure che Caravaggio osservava tra le pieghe della città e che cominciarono a popolare i suoi dipinti, caratterizzando in modo determinante l’iconografia di alcuni dei suoi maggiori capolavori, allontanandola dal solco della tradizione. E’ Caravaggio stesso, infatti, a fornire la dimensione del sacro (sacer in latino raccoglie entrambi i sensi di negativo e positivo). E Michelangelo Merisi (1571?-1610), detto il Caravaggio, ebbe una vita ribalda e vagabonda. Risse, ferimenti, omicidi, torbidi rapporti con i potenti della Chiesa e i bassifondi. Amori ambigui, morte romanzesca. Ed è questo che ha affascinato anche lo scomparso regista inglese Derek Jarman, il quale, per l’appunto, pittore, scrittore, scenografo, regista della libertà e poeta del cinema, ha firmato un film biografico assolutamente anomalo sulla vita del pittore (1). Dunque c´è già di per sé qualcosa di fantasmatico nella biografia di questo personaggio: un uomo dalle forti passioni a stretto contatto con la morte – sia presente nelle classi indigenti a lui care, sia nella professione della prostituzione a lui familiare (nei modelli per la morte della vergine, nei celebri prostituti modelli) - e un omicida; ma di fronte al senso di persecuzione così forte nell’”ultimo tempo”, l´urgenza e la potenza sinistra delle impressioni ricevute da Martone e ri-proiettate nel film emergono tanto più.
I vicoli di Napoli, i volti, si confondono con i personaggi sofferti e sofferenti delle tele di Michelangelo Merisi. La voce di Danio Manfredini, fuoricampo, scivola rapida sulle immagini portando i testi di Anna Maria Ortese rielaborati da Enzo Moscato. Si fatica un po’ ad entrare nello spirito di quello che si vede e si sente. Le voci affiorano dagli anonimi casamenti popolari, voci che parlano di un destino di stenti, di miseria di morte: una sacralità delle viscere.
Nella prima parte dell’opera predomina il silenzio cinematografico, quella commistione di rumori di fondo, quell’orizzonte che non ha bisogno di parole. La parola è sempre storica: il silenzio si pone fuori della storia, nell’assolutezza dell’immagine.
Il suono del film infatti richiama costantemente atmosfere, mai chiaramente definite e precisate e quindi, per legge inderogabile della percezione, tanto più inquietanti e persecutorie, atmosfere di torture e sofferenze, di anime ossessionate e ossessionanti.
È una Napoli ben lontana dal Vesuvio delle cartoline, una Napoli avulsa da qualunque sentore pittoresco, nera, buia, feroce, quella che ci viene mostrata. Ciò che più si percepisce della Napoli vista con occhi caravaggeschi per la durata di tutto il film è la dimensione della sofferenza, dell’abbandono e della deriva letale. Sono, in un certo modo, le dimensioni cardinali di questo luogo, di questa “non-città”, non solo perché non vediamo altro che esse, ma anche perché sembrano consustanziali alla sua essenza, alla realtà della sua vita, quella appunto intima, non quella della buccia esterna (a volte di fasto, nei monumenti, a volte di mero benessere e di godimento) che forse altri, altrove, ci presentano di lei. Con un immediato cortocircuito mentale o emozionale ci si rende conto, anche da spettatore profano e magari ignaro del Caravaggio, che questa dimensione sconsolata e disperata è il vero concentrato della vita reale, non solo specificamente napoletana, ma di ciò che è vita. Reale è solo lo sconforto, la miseria della vita vera nella sua definizione ultima. E, addentrandosi nel film, si deduce presto che è con questi occhi che Caravaggio ha guardato e anche amato Napoli: la rappresentazione più intensa del contingente, del mondo visibile nella sua pittura non può essere mai sedotta da bellezze ultraterrene, idealizzanti, ma al contrario, quasi sempre soltanto dal disfacimento, dall’´orrore, dallo sfaldamento della forma anziché della sua preservazione incolume.
Questa lezione insegna e mostra tutti i suoi volti, gli sguardi tra lo stralunato e il disorientato in una infinita gamma di varianti dell’´inquietudine, le sue bocche contratte e in generale tutta la mimica dei suoi protagonisti. Ma uscendo tra le strade che dal porto si perdono nel cuore febbricitante di Napoli, si capisce nel documentario che sono proprio gli spettacoli incompiuti e sbrindellati, quelli che colpiscono maggiormente. Perché nelle loro spaccature e mutilazioni, è ancora possibile vedere quella scintilla pura della creazione che raramente riesce a brillare attraverso un guscio chiuso, quasi mai perfetto.
Volti silenziosi di ragazzine già sfiorate dal vizio, di adolescenti ai confini della legge, di uomini nei cui occhi si riflette un'ordinaria condizione di violenza. E poi le prostitute eloquentemente colte nelle loro stanze con pretese di rispettabilità piccolo-borghese.
È il volto come contenitore del mistero del sacro quello che si impone fin dalla prima sequenza con gli apostoli interpretati da persone comuni. Apostoli che ricordano quelli del Pasolini del Vangelo secondo Matteo. Pasolini riconosceva al volto la capacità espressiva dell’uomo. Il primo piano non è un semplice ingrandimento che strappa il suo oggetto all’insieme di cui farebbe parte; un primo piano, un volto, rappresenta “il sentimento-cosa”, l’Entità manifestatesi, «l’immagine-affezione è astratta dalle coordinate spazio-temporali che la rapporterebbero a uno stato di cose, e astrae il volto della persona a cui appartiene» (2). Il volto, l’immagine-affezione non è più una lettura affettiva né tanto meno emotiva della rappresentazione, quanto piuttosto il tentativo di conferire uno statuto allo sforzo paradossale di dire ciò che non si può dire (3).
Si opera un’astrazione dell’oggetto dalle sue coordinate spazio-temporali, lo si eleva a stato di Entità. Estrarre il processo di identificazione dalla superficie, estrarre dall’avvenimento quella parte inesauribile e folgorante che lo oltrepassa, che supera la propria attualizzazione, questo è ciò che si propone Martone. Gli apostoli o i sacerdoti, i poveri o i re, le stesse giovani prostitute non hanno volti scelti con risalto, ma si caratterizzano per la loro assurda normalità che li rende intercambiabili tra loro. Agli innumerevoli volti delle comparse autoctone che spaziano senza imbarazzo attoriale nelle rovine della propria civiltà, è concessa unicamente una recitazione mimica, fatta di espressioni rubate dalla cinepresa. Le espressioni dei volti costituiscono una toponomastica degli stati d’animo e delle condizioni di vita, valorizzata dall’espressionismo dei dipinti. Il registro espressivo appare estremamente complesso, il tessuto connettivo tecnico-tematico si disegna attraverso una fitta rete di rimandi e di collegamenti che possono apparire anche contraddittori tra loro. Esemplare in questo è la figura centrale di quel Cristo il cui volto è anch’esso significativamente posto a mezza via tra l'umano e il divino, e si muove in un territorio che è una terra di nessuno (o di tutti), un orizzonte indefinito, sospeso tra la riconoscibilità geografica e il senza spazio.
L´ultimo tempo ha il grande merito di mostrare con icasticità e allo stesso tempo scarna immediatezza la perfetta sovrapposizione della dimensione della vita dei diseredati nella sua mai autenticamente tollerata verità (in quanto verità che ferisce, è infatti sempre elusa e rimossa da chi si occupa di arte e di pittura, esentato dalle angosce della sopravvivenza) e della visione della vita quale Caravaggio offre nelle sue opere. Una sovrapposizione scioccante da un punto di vista gnoseologico così come umano, che solo il mezzo cinematografico, nella sua potenza poteva offrire, anche oltre il teatro e la pittura. Emergono, dunque, corpi, volti e sguardi di gente comune, che incontrano la macchina da presa creando il fascino della miseria reale. Sono costanti gli elementi di un realismo povero, contraddistinto dal silenzio e da gesti semplici.
In quest’opera si alternano primi piani ripresi con il grandangolare a campi sonoro-visivi lunghissimi, con frequenti spezzature logiche e salti cronologici sottolineati da ellissi temporali: elementi che insieme all’ambientazione appena ritoccata ma riconoscibile dei vecchi vicoli di Napoli, tendono a restituire una dimensione scabra, smitizzante e preistorica delle vicende narrative che fanno da controcanto agli episodi evangelici del Vangelo dipinti da Caravaggio.
La tematica del film si sviluppa attorno alla dialettica, non priva di tensione, tra sacro e profano, all’interno della quale si sviluppano una serie di doppi molto interessanti, come il sentimento vitale della morte, la passione delle persone inverata nella loro solitudine, nella loro umiliazione, nella loro “fame”. In quest’opera il senso del sacro viene analizzato attraverso la cultura degli umili guardata con gli occhi della morte. Martone intende esplorare ancora più a fondo l’autenticità del sacrificio, radicalizzando il discorso sul divino. Attraverso quella classe che Pasolini chiamava sottoproletaria, cui quei corpi appartengono, vediamo i volti che sono il materiale umano per le comparse del film. Essi donano sguardi ed espressioni pieni di quella grazia fornita dalla semplicità un po’ volgare e pacchiana.
È la semplicità della morte che introduce con uno scarto violento la presenza del tragico e del sacro in un mondo “doloroso” che ne sancisce ogni giorno la verità e paradossalmente lo allontana dalla perdizione.
Proprio legato alla passione della morte è l’altro rimando del doppio, e cioè il rapporto tra la passione rappresentata in modo convenzionale, statica e scristianizzata e la vera passione terrena che attraverso il mistero della morte, quale possibilità autentica di riscatto, si eleva e si concretizza nel mistero sacro. Ed è per questo che l’apparente eterogeneità visiva e sonora non è da considerarsi semplicemente come imponente e audace serie di citazioni diluite nella più placida delle alleanze, ma messa in gioco di un’esperienza interiore in tensione. Uno stato d’ansia irrisolto che testimonia l’esigenza della ricerca del divino.
Attraverso questa umanità il racconto raggiunge il vertice di una autentica emozione lirica di cui si scorge la matrice mistico-autobiografica, in cui l’estetica acquista un timbro nuovo e ben diverso da quello dell’ideologia figurativa. Ciò che colpisce della versione quasi evangelica di Martone, dunque, è il tentativo di spogliare il soprannaturale dall’aspetto magico trascendente per riportarlo attraverso lo sguardo commosso dei semplici, alla scelta scandalosa, all’assurdo paradosso della comparsa di Dio in terra, della divina umanità, che lo stesso Caravaggio nella sua pittura sanguigna cercava. È per questo che l’opera di Martone appartiene all’arte sacra; non soltanto perché in essa è rappresentato un tema sacro, ma perché le sequenze artisticamente più valide traducono immediatamente nella stessa qualità delle immagini un’esperienza religiosa, la tragica testimonianza di un’ansia del divino nel qui ed ora, nel corpo.
Una mistica della persona tradotta nel volto.


NOTE

1 Condannato a rimanere periferico, costretto a recitare suo malgrado il ruolo di regista maledetto, Jarman alla fine degli anni settanta viene considerato un personaggio politico scomodo, perché attivista per i diritti degli omosessuali, perché portavoce della lotta contro l’AIDS (che lo stroncherà a Londra a soli 42 anni), e perché strenuo innovatore delle arti visive. I suoi film più importanti si possono dividere (in maniera solo indicativa) in biografici e politici, pur avendo caratteristiche comuni come le proprie passioni e le proprie convinzioni etico-politiche. Tra i primi ricordiamo San Sebastiano (1976), unico esempio di film girato interamente in latino (prima della pessima Passione di Gibson); la lunga sequenza introduttiva, con i corpi nudi in un orgia di danza e sesso, apre lo scenario sul palazzo di Diocleziano nell’anno 303 d.C. e precede l’esilio di Sebastiano, soldato romano cui non viene perdonata la sua fede cristiana. In Edoardo II (1991) l’ambientazione è ridotta ad ampi locali vuoti, sale, stanzoni, corridoi che non comunicano mai tra di loro. Sono spazi polivalenti individuati solo dalla presenza di singoli elementi: un trono, una scrivania, un letto, una gabbia ecc. che qualificano la geografia del racconto. Ed infine il Wittgenstein (1992/93). Le vicende che hanno scandito l’esistenza di questi personaggi sono narrate in modo semplificato e soprattutto non sono romanzate, tramite criteri di rappresentazione che non mirano ad esaltare l’intreccio drammaturgico, ma vengono presentate come se si trattasse di un accidente. I dati dell’esistenza di Wittgenstein e degli altri sono visti attraverso l’inquietudine del loro pensiero.
Tra gli altri film ricordiamo Giubileo (1978), La tempesta (1979), La fine dell’Inghilterra (1987), ed infine Il giardino (1990), quest’ultimo dedicato alla sua grande passione, in comune con Wittgenstein, del giardinaggio. Fino alla fine Jarman ha pensato di fare cinema o pittura. Una parte enorme di energie, e doveva averne molte, sono dedicate a queste due arti. Il suo ultimo film, Blue (1994), sottolinea questi due aspetti, oltre al carattere atipico del regista. Ormai gravemente malato e privato della vista, Jarman realizza un film unico, interamente monocromo, privo di immagini in movimento, ispirato all’opera dell’artista francese, il pittore Yves Klein. Il film ruota intorno ad una precisa architettura di suggestioni acustiche di diversa natura come richiami, echi e citazioni da precedenti film dello stesso regista. «In Caravaggio (1986) l’elemento narrativo è dato dai quadri stessi, evitando di fare dell’eccezionalità dell’artista il soggetto del film, rifiutando la reverenziale immagine del genio al lavoro, ed opta per il semplice racconto almeno ad un primo livello di lettura, di un triangolo d’amore che finisce con un doppio omicidio»i. L’intuizione di fondo che anima e struttura il film è quella che trova nella costruzione di scene-atomiche, di blocchi spazio temporali astratti, la possibilità di fuggire al pericolo di rappresentare alcunché di romanzato, di ridurre tutto alla temporalità lineare biografica, alla raffigurazione degli ambienti e alla psicologia del personaggio. Ed infatti la pellicola è girata interamente in teatro di posa, come molti altri suoi film. Quindi anche se può sembrare contraddittorio, sappiate distinguere la semplicità della narrazione per scene dalla vita romanzata. Infatti il film di Jarman, a dispetto dell’evidente ponderosità del tema e della severità della messa in scena, non cede al didatticismo spicciolo. Presuppone, questo sì, la conoscenza dell’oggetto in questione (vita e opere del pittore), ma il racconto che ne scaturisce è quanto di più lontano si possa immaginare da una storia romanzata. Dice l’autore: «se è finzione è la finzione dei quadri». I personaggi principali diventano quindi celebri opere: il cardinale è San Gerolamo, Caravaggio lo vedremo appare come Bacco, il ragazzo con un cesto di frutta, Lena diventa la Maddalena, Jarman analizza in dettaglio un certo numero di tele del pittore, dalle quali trae lo spunto per i nuclei narrativi del film. L’azione congelata dei quadri si trasforma in tableau vivent, ma innanzi tutto senza alcun artificio, in secondo luogo perché il tableau non costituisce più un tempo di arresto del movimento, ma si integra nel ritmo narrativo del film, incide sulla narrazione. La storia dunque risulta essere una serie di flash accecanti che partono dalla negazione di uno spazio verosimile (pensate che nelle taverne che frequenta Caravaggio si sentono in sottofondo le partite di calcio trasmesse dalla domenica sportiva alla radio) che trova nella creazione di uno sfondo pittorico, che dalla luce alla simmetria luminosa rispetta la pittura di Caravaggio e nella messa in rilievo dei personaggi (data dai colori accesi degli abiti e degli oggetti), il suo momento concreto. La demarcazione geografica dei luoghi viene affidata ora ad un oggetto ora ad un altro. Il senza tempo pittorico da cui emergono i personaggi, lo spazio astratto, il carattere non obbligante del raccordo delle scene-atomiche, sono in qualche modo la risposta alla pittura dell’artista come messa in questione delle forme argomentative e discorsive dell’arte occidentale. «L’opera del pittore è analizzata attraverso le libere associazioni che guidano il racconto. I grandi quadri di Caravaggio, riproposti nella loro nuova forma di tableaux vivants, non vengono solo attraversati dal movimento (sia quello della camera che quello dei modelli), ma anche scomposti in dettagli. I volti dei personaggi ricordano altri volti, mentre numerosi oggetti (le monete, il pugnale, il cesto di frutta) e particolari specifici richiamano altri oggetti e particolari in momenti diversi del film attraverso speculari rimandi diegetici e non. Anche in conseguenza di ciò la vita di Caravaggio si dipana secondo una logica che non segue uno sviluppo diacronico, ma procede per liberi flash back, la cui organizzazione sfugge alle costruzioni cronologiche»i. A questo proposito va aggiunto che tutta la concentrazione su alcuni o su un personaggio singolo, non ne comporta necessariamente un’esplorazione psichica. O meglio l’esplorazione psicologica del pittore e degli altri personaggi si compie al di fuori della psicologia e, narrativamente parlando, al di fuori della parola intesa come unico veicolo per rivelare la personalità di un personaggio. I singoli personaggi sono de-psicologizzati e ridotti a quella che sembra essere una parodia dei tipi: il genio e sregolatezza.

2 G. Deleuze, “Cinema 1. L’immagine-movimento”, cit. p.120.

3 L’immagine-affezione è il primo piano, e il primo piano è il volto. E’ questa l’identità posta da Deleuze. L’immagine-affezione è come un ritorno su di sé dello sguardo, un auto sguardo. Si desume che per Deleuze l’immagine-affezione è il luogo privilegiato del film, in cui il soggetto si sente dall’interno. Al volto viene riconosciuta la capacità espressiva dell’uomo. «Il volto è una lastra nervosa porta organi, che ha sacrificato l’essenziale della propria mobilità globale e che raccoglie o esprime apertamente ogni specie di piccoli movimenti locali che il resto del corpo tiene normalmente nascosti. Ogni volta che scopriremo in qualche cosa questi due poli, superficie riflettente e micro-movimenti intensivi, potremmo dire: questa cosa è stata trattata come un volto, essa è stata “involtata” o piuttosto “voltificata” e ci fissa a sua volta, ci guarda..anche se non assomiglia a un volto». Ibid.110
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Anno III n.3, maggio/giugno 2005


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