DELITTO (E CASTIGO?)
La pallina gialla vola da una parte all'altra, entrando e uscendo dall'inquadratura. La voce fuori campo del protagonista riflette sull'incidenza del caso nella vita degli esseri umani: «Chi disse preferisco avere fortuna che talento aveva capito l’essenza della vita. Succede, nel corso di un match, che la pallina urti il bordo superiore della rete e s'impenni per pochi decimi di secondo.

 
CINEMA E SPIRITUALITÀ


DELITTO (E CASTIGO?)


di ANDREA FIORAVANTI


Sofocle ha detto non venire al mondo può essere il più gradito dei doni.
Chris ai fantasmi di Nola e della vecchia in Match Point


Tra le cose più divertenti ed interessanti che si sperimentano nel tenere una rubrica su una rivista c’è l’aspetto del dialogo continuo che si stabilisce con i lettori, gli amici ed i collaboratori. Se poi l’appuntamento fisso riguarda lo scrivere di cinema, arte la cui fruizione è il condivisibile per eccellenza, allora questo spazio, che da sempre si propone di essere una sorta di laboratorio di ricerca libera, diventa non solo una riflessione personale ma anche il risultato di confronti sulle emozioni e le considerazioni che alcune opere hanno prodotto su chi scrive e su chi con esso ha condiviso e discusso di queste emozioni. A loro è dedicato questo scritto.


Premessa

La pallina gialla vola da una parte all'altra, entrando e uscendo dall'inquadratura. La voce fuori campo del protagonista riflette sull'incidenza del caso nella vita degli esseri umani: «Chi disse preferisco avere fortuna che talento aveva capito l’essenza della vita. Succede, nel corso di un match, che la pallina urti il bordo superiore della rete e s'impenni per pochi decimi di secondo. Con un po'di fortuna, cadrà sul lato del campo che vi dà la vittoria. Ma può cadere su quello opposto e allora avrete perduto». È il prologo di uno dei film più profondi ed interessanti della stagione cinematografica, oltre ad essere uno dei più nitidi e avvincenti film di Woody Allen da molti anni a questa parte. Tutto gira e a poco a poco sprofonda attorno a questa metafora della fortuna che il regista newyorkese ribalta, giocando «l'incontro» a Londra con dialoghi scritti in stato di grazia centrando tutti i dettagli psicologici, tutte le sfumature ambientali, tutte le chiavi narrative, mantenendo sempre alto l’interesse, e, inquadratura dopo inquadratura, aumentando la tensione lanciandosi verso un finale in crescendo che sfocia nel tragico.
Chiariamo fin da subito un punto, non siamo d’accordo con chi ha parlato di un film che sembra non realizzato da Allen, o di un Allen irriconoscibile. Se si considera l’esclusione dell’humour surreale, dell’acidità ribelle, dei vezzi metropolitani e di tutto il repertorio che innerva solitamente il suo cinema, la nostra posizione può sembrare paradossale.
Allen rinuncia a molti dei suoi stereotipi estetici, e ciononostante mantiene la sua autorialità. Anzi, se vogliamo, l’autore si libera proprio di quelle “coperte di Linus” con cui da troppi film a questa parte nascondeva il suo cinema per riflettere seriamente su quelle che da sempre sono le sue ossessioni: la colpa, il fato, la morte, il castigo. Liberarsi di certi fardelli gli giova ed anzi lo rende libero di esprimersi sui suoi temi senza più inseguire o copiare se stesso. Innanzi tutto abbandona la commedia brillante e torna sul terreno per lui non sconosciuto del noir; rinuncia al MOMA di New York per la Tate Gallery di Londra, ripudia il jazz per l’opera lirica, niente più personaggi di origine ebraica, ma scalatori sociali irlandesi ed americani che si muovono tra rampolli dell’alta società britannica; ma, cosa più importante, niente più vezzi narrativi o chiacchiere cerebrali chic, piuttosto regia classico-essenziale e parole che si servono della cultura non più come esercizio intellettuale ma in funzione di un senso più profondo.
Torneremo poi sull’analisi di queste benefiche trasformazioni nell’opera di Allen e all’economia da loro assunta nel bellissimo Match Point (nel tennis punto decisivo per vincere la partita) che il regista gioca a viso aperto con lo spettatore.
Merita ora capire come Woody Allen, regista da molti ormai dato per finito, abbia realizzato un opera così densa e complessa.
L’indebitamento dell’ardito produttore Steven Spielberg, costretto a vendere l’apparentemente florida Dreamworks, società di produzione-distribuzione da lui fondata, riesce a liberare Woody Allen dal contratto che gli imponeva di sfornare commedie a getto continuo. Il sospetto che le più recenti prove di Allen fossero molto simili a un fascio di stinte fotocopie era ormai diventata una certezza. Dopo anni in cui Allen si rimirava allo specchio dibattendosi nelle sue opere senza trama né trovate (degne di nota), oggi il regista è tornato finalmente a girare un film per guardare il vuoto dritto negli occhi. Ha dichiarato il regista «Naturalmente continuo ad amare New York, ma lavorare negli Stati Uniti diventa sempre più difficile. Le major investono ancora su un regista come me e non avrei difficoltà a trovare i soldi, ma vogliono mettere bocca nel progetto, influire sulla scelta degli attori, sulla sceneggiatura, sulle location. Non l'ho mai sopportato, io voglio fare i film alla mia maniera, in totale autonomia. A Londra non ho subito pressioni né sono stato costretto a cedere a compromessi, una situazione ideale». Ma gli anni passati da un film serio e di spessore come Pallottole su Brodway (1994) sono tanti per dare la colpa semplicemente ai problemi produttivi, i titoli inutili sono troppi e a nulla servirebbe enumerarli. Limitiamoci a citare i punti più bassi, da Tutti dicono I love You (1996) e Celebrity (1997) fino a Melinda e Melinda (2004) passando per La Maledizione dello scorpione di Giada (2001) e soprattutto quell’ Hollywood Ending (2002) epitaffio non molto decoroso di mortifera autoreferenzialità. Sono più di 10 anni di film appena sufficienti a strappare qualche risata per le solite battute al vetriolo. Mancavano regia, intesa come narrazione filmica e direzione degli attori, ma soprattutto una scrittura di consistenza. Il problema autentico per Woody Allen era il tentativo di uscire dall’empasse in cui si era cacciato: continuare a scrivere su se stesso e per se stesso, realizzando film autoreferenziali e costruendo personaggi maschili scritti su misura per lui. Nel contempo si adoperava disperatamente per cercare un attore che costituisse un alter ego per sostituirlo nei film. Continuava ad alternare film diretti ed interpretati da lui a film in cui si serviva di attori maschili che diventavano nient’altro che suoi simulacri. A tutto questo poi si aggiungeva il tentativo di aggiornare i suoi vezzi le sue nevrosi alla società contemporanea per trarne fuori un umorismo adatto ai nostri tempi.
Liberato ormai dal contratto spielberghiano e probabilmente costretto dalla difficoltà di trovare finanziamenti per i suoi film negli Usa, Woody compie un doppio salto mortale rispetto alla sua ormai più che consolidata tradizione narrativa: depurato dell’umorismo e dell’ironia che nelle ultime prove del regista newyorkese avevano offerto ben poco costrutto, il film si concentra con efficacia di maniera sull’aspetto drammatico, con puntate perfino sul terreno della pura azione, dove sortisce un risultato sorprendente: la progressione che culmina nella sequenza del duplice omicidio sembra realizzata da un agguerrito veterano del genere; Allen non si ritaglia particine e non lascia spazio alle battute, niente più risate, ma un conflitto d'anime che sconfina nel dramma.


Analisi del film

«Ventotto anni fa, Alvy Singer e Annie Hall si incontravano a New York durante una partita a tennis; imbarazzati, si piacevano, si corteggiavano e, finché durava, si mettevano insieme. Nella loro “partita”, nessuno vinceva e nessuno perdeva, perché non era giocata sulla prevaricazione ma sull’affetto e sul rispetto. Oggi, a Londra, i tempi sono cambiati; ci sono in circolazione una durezza di cuore, un’insensatezza dei gesti, una fragilità psicologica e morale che rendono il gioco inevitabilmente duro e scriteriato. Oggi, si fa punto, e chi perde non si risolleva più. Dalla commedia (amara) di Io e Annie si passa al dramma (rarefatto) di Match Point»1
L'arrampicatore è il bellissimo attore Jonathan Rhys- Meyers: un maestro di tennis irlandese di origini popolari che per il suo fascino, la sua gentile pazienza e la sua bravura viene assunto in un club aristocratico di Londra, diventa amico di Tom un giovanotto dell'alta società appassionato di lirica come lui (Matthew Goode), ne seduce la sorella (Emily Mortimer), si rende simpatico al padre che gli dà un posto nella propria azienda. Ma intanto lui ha perduto la testa per Nola, la fidanzata dell'amico (Scarlett Johansson), un'aspirante attrice americana bionda, sensuale e nella seconda parte anche un po’ volgaroccia. Questa scintilla è solo l’inizio di una discesa agli inferi per il protagonista. Il film ci assorbe completamente attraverso l’incipit sospensivo e affascinante, una partenza lenta ma tesa, uno sviluppo riuscito che si dipana limpido in un crescendo di suspance ed assume gradualmente toni diversi con lo sviluppo della vicenda e delle personalità. Insomma la macchina da presa asseconda la teatralità del tragico che si esprime in un dramma in cui è analizzata l’anima umana e i conflitti interiori che la agitano. «In ammirevole stile classico, Allen racconta una storia classica d'amore, di morte e dei destini del caso, affrontando insieme i fenomeni sociali più contemporanei: l'ambizione senza qualità, il delitto senza castigo»2. Tutto sommato Match Point è una storia semplice ed esemplare, narrata in modo programmatico per chiudere il cerchio aperto nel bel prologo, con mirabile coerenza.
Superbe la levità e insieme la forte critica sociale con cui la tragedia è raccontata; l'ironia è sempre sottesa, mai espressa però evidente. E qualche volta fanno capolino le vecchie gag come nel dialogo di Chris che racconta di suo padre mutilato: “Ha perso le gambe ma ha trovato Dio”; “Non mi sembra un granché di scambio”è la risposta di Tom; oppure nella battuta sul matrimonio visto come compiuto amalgama tra nevrosi.
Le due coppie, come detto continuano a frequentarsi, ma è l’intimità tra Nola e Chris a stringersi, come immediatamente dopo il provino “toppato” dall’attrice. Chris le sta accanto e la ascolta parlare un po’ alticcia: «Gli uomini dicono che sono speciale», dice lei; «E lo sei?», s'informa lui; «Nessuno ha mai chiesto d'essere rimborsato», replica lei. Apparentemente lo scambio sembra essere vinto dalla Femme Fatale, ma dopo alcuni secondi, fissati su un primo piano stupendo delle labbra sensuali di Nola che aspirano una sigaretta la macchina da presa torna con un semplice controcampo sul volto di lui: labbro un po’ tremante ma sguardo di ghiaccio: «Dov’era tutta questa sicurezza quando ti serviva al provino?».
Si tratta di un melodramma-noir se vogliamo classico, interpretato da una brillantissima squadra di giovani attori che hanno una recitazione mai sopra le righe ma sempre naturalmente finta, per alcuni versi teatrale. Emily Mortimer, fidanzatina scialba, dolce, inconsapevole – forse per questo va letteralmente pazza per la vita in tutti gli aspetti che conosce – sembra ideale per essere tanto distrattamente notata dallo spettatore quanto distrattamente Chris le sta accanto, e poi Tom suo fratello, rampollo che incarna perfettamente l’eredità borghese della famiglia, fatta di auto di lusso e lavoro, godere del denaro ma sempre con il rispetto verso i consanguinei. Entrambi sono belli, di una bellezza vacua e dalla quale l’opacità morale emerge, se ci si passa il bisticcio, con trasparenza.
È perfetto il contrasto fra la crudele durezza degli stati d’animo e dei fatti e la lussuosa piacevolezza dell'ambiente: la Londra dei ricchi, impeccabile e stupenda; le belle case di campagna, la dolce vita dei giovani, gli arredamenti preziosi e comodi, l'eleganza troppo semplice delle donne e quella troppo ricercata degli uomini, le automobili, i ristoranti, i libri, il teatro.
C’è molta cultura, soprattutto molta letteratura e cinema precedente. Si tratta, però, non di eleganti citazioni, quanto piuttosto di concetti che vengono rimessi in moto e diventano funzionali alla narrazione trasformandosi in parte integrante del film. Nonostante Allen si schernisca quando qualcuno gli fa notare i suoi colti riferimenti letterari, questi abbondano nell’opera. «Quando ho avuto l'idea per il film non ho pensato a darle una profondità, che potesse ricordare la letteratura del XIX secolo, come quella russa - citata con il riferimento a Dostoevskij - e che considero una delle più affascinanti di quel periodo. E' impossibile esplorare tutto in un film, andare a fondo di ogni spunto, devi essere veloce e non puoi permetterti il lusso che ti concedono 600 pagine, per cui è ovvio che non si possano emulare quelle profondità...». Eppure un segnale l'autore lo fornisce subito, quando ci presenta il suo Chris, l’ex campioncino riciclatosi come maestro di tennis nella grande città, mentre legge Delitto e castigo. Attenzione perché al momento giusto riconosceremo, in veste di variazioni inattese, Raskolnikov, l'usuraia assassinata e il giudice Porfirio. Però sulle prime più che dalle parti di Dostoevskij sembra di essere da quelle de Il rosso e il nero, Chris è un «Bel Garcon» con la racchetta in mano, che incanta e seduce per scalare uno a uno i gradini della società. Il bel Jonathan Rhys-Meyers ambiguo e perverso, come un eroe di Stendhal è colto, e forse anche puro all’inizio, ma la sua scalata non può lasciare posto ai sentimenti, deve essere lucida e razionale.
Tutti i personaggi (come gli attori che li interpretano) assecondano impeccabili i piani del regista (sempre incantevole direttore d’attori) aiutati da sontuose ambientazioni inglesi, come nel caso della sequenza in durante il week-end in campagna in cui ci sono tutti i membri di questa famiglia borghese allargata ai due nuovi ospiti.
E sono gli agi, i lussi, le regole della sua nuova famiglia a condurre la danza, la quale sarà macabra come nel suo Strindberg prediletto, che nella casa in campagna cerca disperatamente prima di raggiungere Nola, arrabbiata e ubriaca, e cadere con lei nel grano a far l’amore sotto la pioggia torrenziale, autentica gemma visiva della parte centrale dell’opera.
Per Chris è difficile, forse impossibile, abbandonare il nuovo ambiente dopo che si è entrati a farne parte. La situazione comincia a farsi pressante da un lato Chris prova di nuovo ad agganciare Nola ma lei si rifiuta, dall’altro egli è trasportato dalla corrente familiare entro cui si è gettato, come se non bastasse, il suocero riesce a piazzarlo all’interno di una delle sue tante società, dove l’ex istruttore di tennis riesce a fare una rapida carriera che lo trascina sempre più alla deriva, verso un lavoro che lui stesso vuole ma che comincia a soffocarlo come un “nodo alla gola”. Non a caso la sensazione che il protagonista sente può essere espressa con il titolo di un film del maestro inglese della suspance che il regista richiama fin dall’ambientazione dell’opera, quell’alta borghesia londinese che gioca a tennis che è il medesimo contesto di Delitto per delitto di Hitchcock, il più disincantato maestro di cinismo, che Allen cita impercettibilmente altrove, nei dialoghi paradossali tra i due poliziotti (Frenzy), nell’andirivieni nello scantinato nel quale sono riposti i fucili da caccia (Notorious), nella stessa sensualità pigra della Johansson, che non può non richiamare Kim Novak»3. Ma sono molti i film che possono venire in mente da Un posto al Sole del 1951 di George Stevens ai precedenti di Allen stesso come Crimini e misfatti e Misterioso omicidio a Manhattan; si capisce, però, che Allen, come nel caso della letteratura, del teatro e della lirica, utilizza il cinema non come un provvisorio bricolage di pellicole precedenti, niente tediosa caccia alla citazione, quanto immagini-concetti messi di nuovo in moto ed utilizzati ai fini dell’atmosfera del film, atmosfera che in alcuni momenti ricorda più Chabrol che il mentore bergmaniano. Ed infatti è l’atmosfera del noir, quella di una generale incertezza che prende il sopravvento e che domina tutta le seconda parte del film. Apparentemente tutto sembra allontanare l’aspetto tragico della situazione: Chris e la sua fidanzata si sposano, seguiti di li a poco da Tom che, lasciata Nola, sposa la sua nuova fiamma, già in attesa dell’erede del casato. Chris prova a cercare Nola, ma lei ha fatto perdere le sue tracce. Tutto sembra seguire i canoni di benessere un po’ noioso per il protagonista, che tenta, senza risultati, di dare un figlio a sua moglie.
Ma il destino sembra seguire strade diverse e l’ombra comincia ad espandersi su tutto il film. Il nuovo casuale incontro tra i due giovani Chris e Nola diventa il punto di svolta che aumenta il tasso di violenza e di erotismo dell’opera, stabilendo i prototipi classici del melodramma noir, come il triangolo amoroso, una geometria diabolica che racchiude un mondo di sessualità pronto a scoppiare che porta verso il baratro. Allen è delicato e il massimo della passione rappresentata è una camicetta strappata. Ma il vortice di ossessione e passione è innescato. È descritto con autentica maestria l'appetito (anzi, la fame) sessuale degli amanti che si trovano finalmente a poter esprimere la passione senza temere d'essere scoperti, senza sentirsi in soggezione.
Il tema della seconda parte del film, che entra così in un’autentica spirale d’angoscia, è proprio la clandestinità degli incontri e la lenta ma costante metamorfosi di Nola; la ragazza non si accontenta più degli incontri bollenti e segreti nella camera del suo modesto appartamento in affitto: vuole di più, e minaccia di dire tutto alla moglie. Lui prende tempo.
Altro elemento imprescindibile dell’universo noir è l’anti-eroe classico, che da sempre, come categoria del genere, ha tra i suoi obiettivi la liberazione da una sua precedente condizione disagiata, l’indipendenza attraverso il denaro conquistato con l’inganno. Si tratta di un individuo combattuto tra due mondi e due ruoli: quello per bene e quello per male, il primo attraverso la famiglia porta alla normalità. Il secondo, attraverso la corruzione, inevitabilmente porta delitto. Infine la femme fatale, una donna apparentemente eterea e distante che a poco a poco mostra sempre più il suo carattere debole e i suoi vizi e addirittura viene definita da Tom che come Chris casualmente la rincontrata con la solita espressione che dice ehi accomodatevi. Insomma lei è sempre stata nostra signora della bottiglia, ma ora sembra una donna indurita. E mentre pronuncia queste parole seduto in un ristorante la macchina da presa stringe sul volto di Tom che apparentemente distratto in realtà si consuma a morsi un labbro. Una donna persa con una storia di dolori e disastri. Questo personaggio vulnerato e appassionato, fino a un certo punto paziente e poi pronto a esplodere, è una palpitante creazione di Scarlett Johansson, attrice che ha davvero nelle sue corde la possibilità di incarnare la femme fatale del nuovo corso del noir americano (sarà la protagonista del prossimo film di Woody Allen sempre girato a Londra e la Dalia nera, nel prossimo film di De Palma tratto da uno scrittore noir per eccellenza come Leroy). Come sempre i protagonisti del noir sono divorati da un’ansia di morte che scambiano per anelito alla felicità quasi sempre adulterina. E Chris e Nola non fanno eccezione. Inseguono una passione che non li porta da nessuna parte se non a godere dell’attimo, finché anche tra loro le esigenze divergono. Nola comincia a diventare opprimente, pressa il suo amante affinché lasci la moglie e il suo lavoro, convinta dallo stesso ragazzo che quella realtà gli è insopportabile. La bellissima Nola da amante sensuale senza pretese comincia a trasformarsi in donna fragile ed insicura.
Ma è soprattutto il protagonista a riflettere la profondità del film: un uomo che non riusciamo mai a scoprire fino in fondo (quanto calcolo c’è nella sua scalata e nelle sue scelte? Quanto sincero è il suo attaccamento alle persone oltre che all’ambiente?), ma che svela un’umanità ben lontana da freddi stereotipi. Quando la ragazza gli comunica di essere incinta Chris si trova dinanzi a due alternative: perdere tutto quello che ha conquistato con tanta difficoltà andando a vivere con l'attrice squattrinata e il figlio frutto dell'adulterio, oppure trovare un'altra, drammatica e definitiva, soluzione.
Il fulcro del film è proprio il ragazzo, un freddo calcolatore che perde la testa come un qualsiasi innamorato e senza grande impegno sembra lasciarsi trascinare dagli eventi passionali ma poi, prima che possiamo sospettarlo, gela la sala con una fucilata folle, impacciata, geniale, per poi scoppiare a piangere tremando come uno qualunque.
Il ragazzo sembra determinato, anche se poco lucido, e continuamente commette errori nella preparazione del suo piano, fino a giungere alla drammatica sequenza del duplice omicidio, realizzata da Allen come se fosse un consumato regista della suspense nell’azione criminosa. Da un lato il regista marca stretto il protagonista nei suoi gesti preparatori convulsi, spaventati ma decisi; dall’altro, con un montaggio alternato, Allen ci mostra gli altri protagonisti della vicenda anche loro mentre si avviano all’appuntamento con il destino di quella sera. Nola è convocata da Chris a casa sua per parlare, la moglie lo aspetta a teatro per vedere il musical i cui biglietti sono il regalo di compleanno. E ci tornano in mente le parole del suo amico tennista che lo aveva lusingato nella sua competitività sportiva: “perché hai lasciato il tennis? Eri bravo, lucido se messo sotto pressione, a tuo modo un poeta della racchetta”. Ed ora lui è sotto pressione. L’azione si fa serrata Chris si avvia verso la casa con la sua sacca da tennis per finire la sua partita. Chiede di entrare nell’appartamento della signora di fianco e dentro di noi è il perturbante dostoevskijano sembra sempre più prendere corpo anche grazie ad un accompagnamento musicale da brividi. Una colonna sonora qui come in tutto il film dominata dal melodramma della lirica. Donizetti, Verdi, Bizet e Rossini riproposti però in edizioni antiche musicalmente e vocalmente. Il film è tutto contrappuntato da arie d'opera italiane, per ricordarci che oscillando fra amore e morte la vita è un melodramma: Una furtiva lagrima (Elisir d'amore), Un dì felice, eterea (Traviata), Caro nome» (Rigoletto), Mal reggendo l'aspro assalto (Trovatore), e poi ancora Guglielmo Tell, Macbeth, per sottolineare, all’unisono o in contrasto quei passaggi in cui l’apparente idillio slitta nel tragico. Nella scena il cui l’assassino si reca dalla sua vittima, nell’esplicita citazione di Delitto e Castigo, il protagonista una volta dentro l’appartamento monta il suo fucile da caccia con impaccio e poi, senza pensarci uccide la vecchia, e l’aria musicale di Desdemona tratta dall’Otello si fa sempre più vibrante e strilla la colpa e il sangue. Il brano verdiano in cui Jago fa cadere il Moro nel proprio inganno (scena di fraudolenta conversazione deduttiva in cui il sentimento di rabbia viene messo in moto) sembra fatto apposta per commentare una scena d’azione violenta: il compimento sanguinoso del disegno del protagonista, il quale si muove in preda a paura e rimorso, e dopo aver freddato la vecchia signora ha un gesto di rabbia, subito contenuto, e procede verso la conclusione del suo piano. Inscena una rapina, e poi aspetta la vittima sulle scale. Siamo al culmine della tensione: la musica è altissima, lei arriva, esce dall’ascensore e da le spalle al suo amante assassino, lui la chiama, lei si volta, lui la fredda con una fucilata al petto. Essenziale, ma mirabile, campo controcampo. Ora la tensione si sgonfia: lui fugge, urta i passanti, raggiunge il teatro pallido e sudato. Bacia la moglie e consegna la sacca al guardaroba. Rilassiamoci, va in scena il musicall.
Chris ha deciso lucidamente di eliminare la «lussuria» con un colpo di fucile e di praticare la paternità di classe. Due figli erano in viaggio, sceglierà quello vincente.
Tutto sembra finito, ma il problema della colpa è l’aspetto centrale del film, ed infatti l’opera non si chiude con l’omicidio, e nemmeno con la cattura del colpevole. Se da un lato Allen non permette il castigo questo lo fa perché una società che permette la scalata sociale di un adultero prima e omicida poi è una società che è condannabile. La condanna sociale di Allen è evidente, ma non è certamente l’aspetto principale dell’opera, si tratta di seguire le due strade della passione rispetto alla sicurezza e all’agio connesso al sentiero della trasformazione indotta da un atmosfera di cannibalesco benessere, che divora chiunque vi si avvicina.
All’inizio la narrazione alleniana ci mostra le sue passioni del protagonista tali da sembrare pure, e forse lo sono. Ma successivamente la sua intelligenza, la sua educazione la sua passione culturale (la lirica, l’arte, il teatro e la letteratura), vengono messe al servizio della sua ambizione, della sua sete di riscatto sociale. La sua voglia di emancipazione si affida alla sua amorevole adattabilità che conquista. Ben presto però le sue conquiste finiscono con il soffocarlo (nell’asettico spazio del lavoro rivolto alla sua segretaria le chiede se ha mai sofferto di claustrofobia in quell’ufficio), la passione verso la donna amata è l’unico sollievo.

Alla fine nella notte dei sogni shakespeariani i dialoghi ci rivelano la sofferenza ed il rimorso, alla presenza delle due donne uccise lui confessa la sua pena. Nola dice che il suo agire è stato pieno di errori ed è come se lui stesso un po’ come tutta la psicologia degli assassini non avesse fatto altro che lasciare tracce per venire scoperto. E allora lui risponde «se ci fosse giustizia dovrei essere scoperto».
Salto di montaggio, da un sogno all’altro, il commissario si sveglia urlando che sa che è stato a commettere il duplice omicidio; il sogno, da sempre portatore di verità gli ha rivelato come Chris ha realizzato il suo diabolico piano. A questo punto il fato che da sempre, dalla tragedia greca a quella shakespeariana dalla letteratura dell’Ottocento alle tragedie liriche, sembra punire il colpevole gioca un tiro vincente.
Se fosse stato Hitchcock, Woody Allen non avrebbe preso alla leggera l'imprevisto che non salva mai il colpevole. Ma Allen è qui particolarmente amaro, disilluso e implacabilmente matematico nel descrivere la fortuna dei criminali, che sbagliano, lasciano tracce, mentono, imbrogliano e la fanno franca. I ricchi vincono barando, e Chris Wilton ormai è uno di loro.
Il bello è che tutto questo possiamo dirlo dopo, a film finito, ma in platea ogni cosa, a partire dalla voce narrante, ci porta a vivere la vicenda con gli occhi del personaggio peggiore, ovvero a simpatizzare con lui, a sposare il suo punto di vista e le sue ragioni, senza immaginare che passo dopo passo lo spiantato opportunista diventerà un criminale. Spalleggiato da comprimari ignari ma non migliori di lui anche se nessuno infrange la legge, nessuno si sporca le mani ma tutti in fondo, fra buone maniere e convenienze sociali, spingono nella sua stessa direzione. Ma il film non sarebbe così crudo e sferzante se non mescolasse abilmente le carte della libidine e del (ri)sentimento di classe.
Potremmo sembrare perseguitati dall'importanza di questo film, eppure ci capita di pensare per associazione ad altri due film forse per l’età anagrafica del suo autore: Mystic River rappresenta l'opera che casualmente ha fatto deflagrare una “tendenza” in film assai diversi e lontani tra loro, e Million Dollar Baby che ha aperto la riflessione sull’esistenza.
Eastwood e Allen, le cui pellicole sono sempre state intrise di un pessimismo amaro sulle contraddizioni umane, forse per ragioni anagrafiche sono giunti con i loro ultimi lavori ad un momento di bilancio delle rispettive poetiche: abbandonando ogni tipo di “maschera” che potesse frenarle (che siano la comicità di Allen o i “generi” di Eastwood) esse sono deflagrate, raggiungendo un punto di non ritorno che difficilmente potrà essere superato, lasciando a noi spettatori delle opere monumentali dove l’assimilazione e la rimozione delle proprie colpe e dei propri errori sembrano diventate l’unico modo per continuare a sopravvivere, dove il caso e la “fortuna” diventano necessari ed essenziali per riuscire a “nascondere la polvere sotto il tappeto”, e dove quindi inevitabilmente la speranza, l’espiazione e la catarsi rimangono (e rimarranno) per sempre banditi. Una visione tragica che ha affinato le capacità di entrambi, giunti ad una sinteticità ed essenzialità invidiabili nel raccontare del disfacimento morale di personaggi sempre più compressi nei propri ruoli sociali.
Quanto si è disposti a sacrificare di se stessi per arrivare al successo? Quanto si è pronti a distruggere di buono in noi pur di conquistare quello che riteniamo essere il meglio?
Allen si rimette in gioco si tratta della sublimazione cinematografica di un atto teatrale elegante e raffinato, contemporaneo e, al tempo stesso, eternamente antico. Che tipo di elaborazione del drammatico abbiamo oggi? Che possibilità di udienza ha presso l’uomo di oggi turbato e distratto, in particolare presso il pubblico giovane, quella originaria forma di elaborazione del vissuto tragico che parte dalla tragedia greca e da Shakespeare alla letteratura del XIX secolo al melodramma lirico e al cinema Noir Allen riformula?
Prendendo spunto da un universo di simboli significanti Allen analizza la complessità dell'animo umano in ogni possibile sfumatura, ora variando i temi sul dilemma, ora sull'inganno, per vedere sino a che punto un uomo si può spingere nelle sue convinzioni ed accettare le conseguenze delle proprie azioni.
Si tratta di un film con un pensiero spirituale alle spalle. Match Point riguarda la passione e l'ambizione. Sentimenti e pulsioni che Allen sviscera con grande eleganza e freddezza. Match Point è anche un film sul caso e sulla sua necessità. Allen svelando il ruolo decisivo della fortuna denuncia la mancanza di giustizia e di un “senso”. Una messinscena del nichilismo messo a dura prova dal rimorso, nonostante la fortuna del caso. il cinismo, l’indifferenza, un mondo dove Dio pare aver distolto lo sguardo dall’uomo, la fanno da padrone, un mondo senza più baricentri etici, un mondo che ignora i colpevoli e si accanisce sui non vincenti, schiaffeggiandoli senza pietà.
Nella conversazione che concludeva Crimini e misfatti Martin Landau, assassino impunito rasserenato e soddisfatto, esprimeva a un attonito Woody Allen il proprio scetticismo sull’idea di una giustizia che prima o poi si imporrebbe nei destini umani: l’occhio di Dio è cieco, e affidarsi al senso di responsabilità dell’uomo nei confronti dei suoi simili sarebbe “letteratura”, ingenuo illusionismo umanistico.
Eppure in questo film qualcosa nella visione di Woody cambia. Forse l’aspetto più importante dal punto di vista morale è proprio la sequenza finale, in cui l’intera famiglia con tanto di tata sudamericana, rientra a casa dopo il parto del piccolo rampollo, l’atteso figlio di Chris, e brinda al nuovo arrivato. C’è aria di festa, ma la macchina da presa dopo aver indugiato sui vari protagonisti intenti a vezzeggiare il neonato segue proprio Chris e si avvicina con un piccolo zoom al suo volto, appoggiato alla finestra, fino a concentrarsi sul suo sguardo, distratto, distante mentre fuori campo sentiamo ancora le voci di festa degli altri. E alla fine resta così, estraneo e distante dal mondo che si è garantito. E non certo per il moralismo che sente di dover punire almeno indirettamente il colpevole. Ci lascia così con l’inquietudine nell’anima del colpevole senza pena, ma che sconta i suoi ricordi.

NOTE
1 Emanuela Martini da Film Tv, 10 gennaio 2006
2 Lietta Tornabuoni da La Stampa, 13 maggio 2005
3 Emanuela Martini da Film Tv, 10 gennaio 2006

Anno IV n.1/2, gennaio/aprile 2006


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