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  RELAZIONE 2005 SULL’ECONOMIA
DELLA PROVINCIA DI PERUGIA

In Umbria, secondo le stime rese disponibili dall’ISTAT alla fine del 2004, il PIL a prezzi costanti si sarebbe ridotto nel 2003 del –0,4% (di contro al +0,7% del Centro Italia ed al +0,3% dell’Italia); questa riduzione seguirebbe quella del 2002 (-0,5%, rispetto al +0,6% del Centro ed al +0,4% dell’Italia)...
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RELAZIONE 2005 SULL’ECONOMIA DELLA PROVINCIA DI PERUGIA

di PIERLUIGI GRASSELLI
Dipartimento di Economia, Università degli Studi di Perugia


1. Il quadro congiunturale

Come sottolinea il Rapporto Italia 2005 redatto da Unioncamere, mentre per il 2004 si calcola una crescita dell’economia mondiale (+5%) al tasso più elevato degli ultimi venti anni, in particolare sotto la pressione dell’espansione della Cina (+9,5%) e dell’India (+6,4%), ma anche degli SUA (+4,4%), per l’area dell’euro si stima una crescita solo del 2%. Quanto all’Italia, l’incremento annuale del PIL nel 2004 si sarebbe fermato al +1,2% , segnando solo un lieve aumento rispetto al +0,3% del 2003.
In Umbria, secondo le stime rese disponibili dall’ISTAT alla fine del 2004, il PIL a prezzi costanti si sarebbe ridotto nel 2003 del –0,4% (di contro al +0,7% del Centro Italia ed al +0,3% dell’Italia); questa riduzione seguirebbe quella del 2002 (-0,5%, rispetto al +0,6% del Centro ed al +0,4% dell’Italia), configurandosi in tal modo una performance economica di livello particolarmente basso. Soprattutto alla flessione del valore aggiunto dell’industria in senso stretto sarebbe imputabile la caduta del 2003, anche se su questi dati sono state avanzate delle perplessità.
Cercherò di concentrare la nostra attenzione sui caratteri più recenti e attuali del percorso che l’economia provinciale sta compiendo, impiegando a tal fine in via principale i dati forniti per l’occasione di questa giornata da Unioncamere nazionale.


2. Lo sviluppo economico e sociale nella provincia di Perugia: potenziali, identità, attuazione

Ciò richiede in primo luogo un chiarimento sul modo di concepire il processo di sviluppo locale. Io propongo la concezione secondo cui questo può intendersi come attuazione dei cosiddetti “potenziali endogeni” del territorio, fertilizzati da una molteplicità di stimoli e componenti esogene, e compatibilmente con i vincoli imposti dall’ambiente esterno.
Al cuore di tale sviluppo, in un’economia definita “della conoscenza”, quale quella attuale, troviamo processi di continuo apprendimento, orientato in una molteplicità di direzioni: si pensi alla situazione di una generica impresa, immersa nei mercati globali, che deve continuamente aggiornare le sue conoscenze sui mercati, sui prodotti, sui clienti, sui concorrenti, sui fornitori, sulle tecnologie, sulle modalità organizzative, sull’assetto normativo e legislativo... Un tale sviluppo è particolarmente attento al potenziamento della dimensione relazionale e alla creazione di forme innovative nei vari campi della vita associata (non solo in quella economica).
In esse includiamo tutte quelle forme collaborative, tra Attori individuali e collettivi, interni ed esterni rispetto al territorio, che possono promuovere la competitività dei singoli, dei gruppi, dei “sistemi” a vario titolo riferibili al territorio. Applicando un approccio che definirei “personalista” alla rappresentazione dello sviluppo locale, possiamo affermare, seguendo il filosofo Attilio Pavan, che lo sviluppo si compie “lungo le coordinate dell’auto-identità e della relazione… secondo la denotazione dell’apertura… sui processi dell’autorealizzazione”.
In linea con questa concezione dello sviluppo, tra i suoi presupposti possiamo includere “…un’individuazione accurata dei “potenziali” racchiusi nel territorio”… da valorizzare attraverso meccanismi endogeni e concorso di fattori esogeni…” Un ‘esigenza, questa, che richiede uno studio attento dei tratti caratteristici dell’economia e della società locali analizzate dai punti di vista di maggior rilievo: la storia produttiva del luogo e la natura delle relazioni esistenti (ed istituibili) di natura territoriale ed extra-territoriale.
I dati forniti da Unioncamere per la redazione del Rapporto 2005 sull’economia provinciale si prestano a gettare una qualche luce su alcuni degli aspetti ora ricordati. Anche se non consentono uno studio organico, solidamente fondato, possono suggerire aspetti e problemi da sottoporre a verifica e/o ad ulteriore approfondimento.

2.1. Composizione e dinamica dello stock delle imprese secondo i Registri camerali
Secondo il Riepilogo delle imprese per sezioni e divisioni di attività economica nel periodo 1998-2004, quelle registrate in Provincia di Perugia passano da 65.110 a 71.005, con un aumento del 9,054 %.
Sotto l’effetto di dinamiche differenziate delle varie divisioni, muta la composizione dello stock di imprese: in termini di incidenza sul totale delle imprese registrate, si riduce nel periodo considerato quella dell’Agricoltura e del Manifatturiero, in particolare del comparto Moda, Legno e Mobili in legno, mentre aumenta, se pur lievemente, l’incidenza dell’Alimentare e di alcune divisioni della Metalmeccanica. Aumenta altresì quella delle imprese di Costruzioni e di alcune divisioni del Terziario.
Specificamente, il numero delle imprese in agricoltura, dopo un contenuto aumento nel 1999 e nel 2000, inizia una discesa che nel 2004 porta detto numero al 97,7% del 1998 (-2,27%).
Anche per le attività manifatturiere, dopo modesti aumenti nel triennio 1999-2001, il numero di imprese si riduce progressivamente sino ad assumere nel 2004 un livello solo lievemente superiore rispetto al 1998 (+0,65%). Il dato aggregato riflette andamenti differenziati: dalla forte caduta nella Confezione articoli vestiario (-18,27%) all’aumento nelle Industrie alimentari (+15,77%) e in alcune divisioni della Metalmeccanica.
Molto rilevante e pressoché continuo nel periodo in esame risulta l’aumento del numero delle imprese delle Costruzioni (+25,05%).
Aumentano anche le imprese commerciali (e di riparazione) nel complesso (+2,6%), sotto la spinta del Commercio all’ingrosso (e degli intermediari commerciali) (+8,85%). Consistente e continuo nel tempo risulta altresì l’aumento del numero di Alberghi e Ristoranti (+15,54%). Rilevante, anche se limitato al triennio 1998-2001, risulta l’espansione delle attività di Intermediazione monetaria e finanziaria (che riflette quella delle attività ausiliarie) (+32,3%). Continuo e assai sostenuto risulta altresì l’incremento di Attività immobiliari (+102,32%), Servizi informatici (+39,69%), di Ricerca e sviluppo (+40,74%, ma la base di partenza è di 27 unità) e di Altre attività professionali e imprenditoriali (+32,9%). Incrementi si osservano infine per Sanità e altri servizi sociali (+53,33%) e per Altri servizi pubblici, sociali e personali (+10,07%, sotto la spinta dell’incremento di attività ricreative, culturali e sportive (+53,67%).
Se lasciamo questo orizzonte di medio termine, e fermiamo la nostra attenzione sulle ultime dinamiche congiunturali, cogliamo segnali preoccupanti: il 2003 e soprattutto il 2004 mostrano per le varie divisioni la prevalenza di tassi di sviluppo negativi o nulli. Nel 2004, in particolare, il saldo tra iscrizioni e cessazioni è negativo o nullo per la quasi totalità delle divisioni.
Per l’Italia, si osserva una composizione con un’incidenza nettamente inferiore delle imprese agricole rispetto al Perugino, e lievemente inferiore delle imprese manifatturiere, e invece superiore per le principali divisioni del Terziario. Si osservano altresì dinamiche non molto dissimili da quelle provinciali, anche se Perugia mostra un’espansione più accentuata nella gran parte delle divisioni del Terziario sopra ricordate; espansione che per lo più porta le rispettive incidenze provinciali molto vicine ai valori nazionali.
Per le imprese artigiane, un confronto in tema di composizione dello stock relativo al 2004, mostra, tra l’altro, un’incidenza nettamente superiore, nel Perugino rispetto all’Italia, delle Industrie tessili e della Lavorazione dei minerali non metalliferi, e invece un minor peso di alcune divisioni del Terziario (quali il Commercio al dettaglio e le Altre attività professionali ed imprenditoriali).
Sotto il profilo giuridico, si osserva un rafforzamento dell’incidenza delle Società di capitale (sempre nel periodo 1998-2004, mostrano un incremento forte (+44,69%) e continuo che le porta dal 10,64% al 14,12% del totale).
Contestualmente, si accresce l’articolazione e la differenziazione della platea imprenditoriale, con un forte aumento degl’imprenditori extra-comunitari (un aumento del 63,57% nel periodo 1998-2004), e con una sensibile espansione delle donne imprenditrici: nel periodo 2000-04 le donne imprenditrici aumentano ad un ritmo continuo e sostenuto (+61,4%), soprattutto in Agricoltura, nell’Alimentare e in alcuni comparti del Terziario.
Se definiamo come imprese femminili quelle in cui la percentuale di partecipazione femminile è superiore al 50% (tenuto conto della natura giuridica dell’impresa, dell’eventuale quota di capitale sociale detenuta da ciascun socio donna, e della percentuale di donne presenti tra gli amministratori o titolari o soci d’impresa), dai dati dell’Osservatorio sull’imprenditorialità femminile emerge che dette imprese alla fine del 2004 in provincia di Perugia ammontano a 17.629, intorno ad un quarto del totale; di esse, il 92% mostrano una presenza femminile di tipo esclusivo. Tra i settori economici in cui sono maggiormente presenti le imprese femminili, troviamo l’agricoltura e il commercio al dettaglio.
Con riferimento alle imprese “veramente nuove”, così da non tener conto, nell’ambito delle imprese iscritte nel 2002, dei casi di trasformazioni, scorpori, separazione o filiazioni d’impresa, possiamo cogliere la manifestazione più attuale dei potenziali endogeni del territorio: esse sono pari al 51,7%, e suggeriscono delle variazioni in linea con quanto osservato per il quadro generale. Si caratterizzano per un’incidenza di tali imprese superiore al dato medio alcune divisioni della Metalmeccanica e quelle più importanti del Terziario (Commercio, Trasporti, Intermediazione finanziaria, Informatica...)
Per cogliere più correttamente le vocazioni e le potenzialità del territorio, in tutte le sue articolazioni, anche sulla scorta delle differenti dinamiche messe in evidenza da recenti analisi condotte al livello dei sistemi locali del lavoro, sottolineo l’interesse di predisporre una rappresentazione territorialmente disaggregata dello stock delle imprese e dei loro flussi di variazione, riferita alle numerose aree a vocazione differenziata incluse nella provincia (Eugubino-gualdese, Trasimeno, Alta Valle del Tevere, Assisano, Spoletino, Perugino, Media valle del Tevere, Nursino…).
Gli andamenti dei Fallimenti e delle Liquidazioni delle imprese sono indicatori importanti delle condizioni di salute del complesso delle imprese. Secondo una dinamica non molto dissimile da quella nazionale, l’entità delle aperture annuali di fallimento è aumentata considerevolmente nel biennio 2003-04, superando il numero di 100 aperture annuali di fallimento. Per quanto riguarda il fenomeno delle liquidazioni, il 2004 ha fatto invece registrare, a livello sia nazionale che provinciale una sensibile riduzione; in provincia di Perugia, le aperture sono ammontate a 702.

2.2. Occupazione
Di particolare importanza per la rappresentazione dell’assetto produttivo provinciale, espressivo dei potenziali del territorio, risultano il livello e la composizione delle risorse umane da esso impiegate. I dati sull’occupazione, e più in generale sulle forze di lavoro disponibili, sono a tal fine essenziali. Con riferimento al lavoro dipendente, rileviamo l’importanza della composizione per professioni, correlata anche alla qualità della produzione, ad es. sotto il profilo del contenuto e del tipo di conoscenza in essa incorporata.
Come noto, dai dati ISTAT sulle forze di lavoro risulta una miglior collocazione relativa (rispetto al dato nazionale e del Centro Italia) della Provincia di Perugia sotto il profilo del tasso di attività, del tasso di occupazione, del tasso di disoccupazione. Perugia sembra caratterizzarsi per un mercato del lavoro meno squilibrato.
Quanto alla composizione degli occupati, essa si caratterizza, rispetto al dato nazionale, per un peso superiore dell’Industria ed uno inferiore del Terziario. Alcuni aspetti interessanti discendono (dati Unioncamere) dalle dinamiche positive degli addetti collegati alla produzione o all’utilizzo di IT (Tecnologie dell’informazione: per il periodo 1991-2001, marcata variazione positiva degli addetti ai servizi produttori di IT), nonché degli addetti con qualifica alta (aumento maggiore della media nel periodo 1991-2001) e delle professioni di profilo più avanzato: in particolare i dati ISCO mostrano un aumento di rilievo del fabbisogno professionale per lo sviluppo della ricerca, per lo sviluppo dei mercati, e del totale delle professioni del “Capitale organizzativo e della ricerca” (anche se con una caduta nel 2003). Al contrario si riduce quello delle professioni del “Core” produttivo, per lo sviluppo delle attività produttive interne (Installatori, Manutentori, Addetti alle lavorazioni in genere) e delle reti produttive (Assemblatori e altri addetti).
Potrebbe trattarsi insomma di altre indicazioni di processi di modificazione in corso, desumibili anche sulla base dell’analisi della composizione dello stock di imprese, delineata in precedenza.
Peraltro, valutazioni di sintesi sulla base di tali dati vanno compiute con molta cautela: trattasi infatti di dati eterogenei, raccolti con metodologie differenti e con periodizzazioni diverse. Sono segni eterogenei, che possono suggerire direzioni di variazione, che andrebbero verificate con i dovuti approfondimenti.

2.3. La dotazione infrastrutturale – anno 2004
Tale dotazione risulta di ovvia rilevanza per delineare i potenziali produttivi della provincia. Con riferimento ad indici di dotazione infrastrutturale, posta la situazione italiana pari a 100, quella perugina, secondo i dati stimati da Unioncamere, risulta marcatamente inferiore in quasi tutte le tipologie considerate, con valori tra i più bassi nella Rete stradale, negli Aeroporti, nelle Strutture e reti per telefonia e telematica ; in corrispondenza il Centro Italia mostra valori o vicini o superiori ai dati nazionali.
Se consideriamo l’indice relativo al totale delle infrastrutture economiche, posta l’Italia pari a 100, Perugia ha un indice di 82,5 e il Centro di 111,7.
Considerando anche le infrastrutture sociali, Perugia sale a 92,1 e il Centro a 122,7. L’indice perugino rimane inferiore a 100 per tutte le tipologie strutturali considerate; raggiunge il suo valore più elevato nelle strutture per l’istruzione. Seguono le strutture culturali e ricreative e quelle sanitarie.
Questi riferimenti alla dotazione infrastrutturale risultano di particolare importanza. Tra le ragioni di ciò ricordiamo le seguenti: --le economie esterne che derivano dalla infrastrutturazione più direttamente connessa con l’attività economica sono essenziali per garantire la cosiddetta competitività di sistema (a beneficio di tutte le imprese del territorio), --anche l’infrastrutturazione sociale ha un ruolo molto importante per l’economia (oltre a quello, decisivo, per garantire equità e coesione sociale): l’assistenza è il fulcro dello sviluppo economico, afferma l’UNCTAD, --nel concorso alla realizzazione di tale infrastrutture si manifesta un aspetto centrale delle politiche degli Enti pubblici periferici . Perciò i dati Unioncamere -di cui peraltro andrebbero approfonditi i presupposti teorici e le modalità costruttive, e che comunque confermano almeno in parte una valutazione corrente e diffusa- possono concorrere a generare motivi di preoccupazione sulla situazione provinciale.
I dati fin qui presi in esame mostrano dunque una struttura dell’economia locale in via di trasformazione, in linea con tendenze analoghe al livello sia del Centro Italia che dell’Italia , che sembrano orientate verso una “terziarizzazione” del tessuto economico, di cui naturalmente occorrerebbe conoscere molto meglio le caratteristiche (modalità e ritmi di attuazione, comparti principalmente coinvolti, risvolti di tipo occupazionale…)


3. Dimensione relazionale, processi di apprendimento e attività di ricerca e innovazione

3.1. Le relazioni tra imprese
Nella economia della conoscenza, caratterizzata dalle tecnologie ICT, la complessità dell’impegno conoscitivo si traduce in complessità relazionale, manifestata, come ha ben illustrato Enzo Rullani, dalla costituzione di quei “sistemi organizzati di interazione comunicativa” che sono le reti tra operatori, anche di tipo virtuale, “aperte ad un numero potenzialmente infinito di relazioni”, anche appartenenti a contesti territoriali diversi (reti multiterritoriali). Le reti permettono una risposta rapida e flessibile alle richieste più diverse e più variabili.
Per sviluppare appieno i potenziali, per promuovere le più promettenti strategie di crescita occorre perciò espandere in misura adeguata e articolata la dimensione relazionale, la capacità delle imprese di relazionarsi con l’esterno, e in particolare con altre imprese, attraverso relazioni e reti sia territoriali che extra-territoriali.
Sotto questo profilo le indicazioni Unioncamere in tema di gruppi di imprese danno la consistenza di reti formali costituite tra imprese, possibili generatrici delle più varie sinergie tra le stesse. Anche i dati riguardanti i processi di localizzazione e delocalizzazione in qualche modo fanno riferimento ad una costituzione di reti tra unità produttive e in aggiunta forniscono indicazioni su tendenze di apertura dell’assetto produttivo locale. Lo stesso può dirsi per gli investimenti diretti esteri.
In sintesi, si rilevano dinamiche positive dei gruppi di imprese con localizzazione perugina della capogruppo: anche se l’incidenza del fenomeno è minore a Perugia (coinvolgendo il 24% degli addetti del territorio) rispetto ad Italia (32%) e a Centro Italia (39%), il numero di tali gruppi (nel 2002, 747, per un totale di 1607 imprese italiane) registra tra il 2000 e il 2002 una variazione del 21,1%, superiore a quella del Centro (+18,1%) e ancor più a quella dell’Italia (+12%). Vi si affianca inoltre un livello non trascurabile del grado di attrazione verso imprese con sede esterna alla provincia, che nel 2001 risulta superiore a quello calcolato per il Centro Italia. Anche gli investimenti diretti esteri riferibili alla provincia di Perugia riflettono il grado di integrazione internazionale della sua economia, come è stato recentemente dimostrato in modo analitico.
Osserviamo che tutti questi dati, peraltro bisognosi di specificazioni aggiuntive, aprono un vastissimo campo interpretativo, non facile da percorrere in assenza di ulteriori elementi conoscitivi.
Le indicazioni accennate mostrano come la Provincia di Perugia partecipi alle tendenze generali allo sviluppo della relazionalità, dell’articolazione e della diffusione territoriale del tessuto produttivo, anche se la costruzione di reti e di raggruppamenti tra imprese potrebbe ulteriormente potenziarsi, così da governare almeno parti significative della filiera produttiva, anche oltrepassando i confini amministrativi, territoriali, associazionistici (come auspicava la Relazione Unioncamere 2004 sul sistema Italia, e come confermano le esigenze attuali in Umbria della Moda e dell’Automotive). La complessità relazionale, come dimostra Castaldo, è strumento che permette, tra l’altro, di affrontare la complessità conoscitiva. Dunque i fenomeni accennati in misura più o meno intensa si possono collegare ai processi di divisione del lavoro cognitivo e quindi ai processi di apprendimento intesi in senso ampio. A questi possono inoltre affiancarsi i processi legati all’attività di ricerca e innovazione.

3.2. I processi di apprendimento e l’attività di ricerca e innovazione
Per quanto riguarda i processi di apprendimento, disponiamo per la provincia di Perugia di indicazioni sui processi formativi degli addetti alla produzione. Con riferimento all’aliquota dei dipendenti formati sul totale dei dipendenti (al 31.12.2003, a Perugia, il 16,7%), segnalo un valore minore di quello medio per Meccanica e Tessile ed abbigliamento. Quanto all’incidenza dei fondi propri delle imprese sul costo totale della formazione, il dato perugino (90,84%) risulta inferiore a quello nazionale e ancor più rispetto a quello del Centro Italia (94,41%). Secondo la dimensione d’impresa, tale incidenza mostra una tendenza a ridursi al crescere della dimensione, passando dal 95,4% (1-9 dipendenti) all’87,72% (10-49 dipendenti) all’82,85% (50-249 dipendenti); alla dimensione più elevata (>=250 dipendenti) tale quota risale al 91,64%.
Per l’attività di ricerca e innovazione, si può fare riferimento ad una batteria di dati , riguardanti sia --la spesa destinata alla suddetta attività che --gli addetti dedicati ad essa (dati per l’Umbria), o comunque legati alla dimensione dell’innovazione, che --i risultati di tale attività (numero di brevetti). In corrispondenza, la situazione perugina (o quella umbra) appare talora pressoché in linea con quella nazionale o del Centro Italia, talora in posizione di inferiorità. Tale inferiorità si rileva per ciò che riguarda il basso valore pro-capite dei brevetti europei (oscillante, nel periodo 1997-2002, tra il 44,6% e il 79,6% del dato nazionale), nonché la minor quota sul pil della spesa per R&S (nel 2002, 0,9% rispetto all’1,2% nazionale e al 2% del Centro). Dai dati disponibili potrebbe dedursi altresì la necessità di un maggior impegno delle imprese nel dedicare personale all’attività di R&S.
Si osservi che tutti gli aspetti indicati fanno riferimento a fattori che possiamo chiamare immateriali dello sviluppo locale, e pure di importanza centrale, cuore del motore dello sviluppo. Peraltro, sia con riferimento ai processi di apprendimento che alle attività di ricerca e innovazione non disponiamo di una rappresentazione articolata, oltreché disaggregata per i comparti fondamentali e per le aree di specializzazione del territorio provinciale. Ciò rende difficile delineare gli sviluppi possibili dell’economia provinciale ed anche formulare politiche razionali di natura sistemica (orientate in modo coordinato su una molteplicità di fronti) per dare sostegno ad apprendimento, ricerca e innovazione.


4.La performance dell’economia in Provincia di Perugia

4.1. Valore aggiunto ed export
Sulla base dei potenziali accennati in precedenza e con applicazione dei molteplici processi di apprendimento richiesti, l’assetto economico-sociale della Provincia di Perugia persegue una dinamica di cambiamento quantitativo e qualitativo, realizza un performance di cui sono riportate qui di séguito alcune manifestazioni.
In termini di valore aggiunto, la provincia di Perugia (che risulta maggiormente dipendente dalle imprese di piccola e media dimensione) mostra dinamiche per lo più in linea col dato del Centro Italia e con quello nazionale: nel 2002 si manifesta una netta decelerazione (+0,9%), seguita da una lieve ripresa (+1,5%) nel 2003. La composizione indica rispetto al Centro Italia una minor incidenza delle Altre attività.
L’Artigianato manifesta ritmi espansivi più elevati insieme a modifiche sensibili nella composizione: nel periodo 1995-2002, il tasso medio annuo risulta nettamente superiore nei Trasporti e comunicazioni (+7,4%) e soprattutto nell’Informatica e servizi alle imprese (+11,3%).
Anche per il commercio estero la provincia mostra andamenti e composizione [(con la Metalmeccanica al primo posto dell’export (42,4%), seguita da Moda (23,7%) e Alimentare(10,6%)] non troppo dissimili rispetto a Centro Italia e Italia. Tra i paesi di sbocco, in prima posizione l’UE a 15 (56%), seguita dai Paesi europei non UE (13,6%) e dall’America settentrionale (12,4%).
Sono da segnalare, con riferimento al periodo 1995-2001, il maggior dinamismo delle esportazioni di beni specializzati e di produzioni con innovazioni basate sulla ricerca scientifica, e delle esportazioni di beni di elevata qualità, nonché il saldo positivo 2003 della bilancia dei pagamenti tecnologica, anche per effetto degl’incassi relativi ai servizi di ricerca e sviluppo. In generale, si coglie con chiarezza il ruolo di discrimine svolto dall’anno 2001, con avvio di variazioni negative.
Ma le luci si mescolano con le ombre: anche nel 2004, applicando la tassonomia di Pavitt, continuano a prevalere le esportazioni di prodotti tradizionali e standard (59,7% del totale).
Si rileva inoltre come i dati 2004 dell’export per impresa e per abitante siano pari per lo più a meno della metà di quelli del Centro Italia e dell’Italia.
Si nota altresì la tendenza alla diminuzione del saldo attivo della spesa per turismo internazionale.

4.2.Credito
Sul fronte dell’intermediazione finanziaria, i dati resi disponibili da Unioncamere, riguardanti la dinamica di depositi e impieghi nel periodo 1998-2003, mostrano tra l’altro per la provincia di Perugia un marcato dinamismo degli impieghi e della creazione di sportelli bancari, superiore a quello registrato in corrispondenza nel Centro Italia e in Italia.
Ma per ottenere indicazioni più significative ai fini dell’interpretazione qui proposta dello sviluppo locale, occorrerebbero, tra l’altro, dati sulla portata e sulla crescita della cosiddetta finanza innovativa, orientata al finanziamento di progetti promettenti per redditività ma sprovvisti di adeguate garanzie reali, e sul grado di effettiva cooperazione tra banche e imprese: aspetti, questi, in buona parte anche qualitativi.

4.3.Indicatori economico-finanziari (calcolati sui dati per la provincia di Perugia desumibili dall’Osservatorio Unioncamere sui bilanci delle società di capitale)
L’indice di liquidità immediata (o Acid Test Ratio) corrisponde al rapporto tra le attività a breve, considerate al netto delle rimanenze, e le passività a breve. Si ritiene che normalmente tale indice debba avere un valore superiore ad uno, i debiti correnti potendo essere fronteggiati con le liquidità immediate e con quelle prontamente realizzabili. Per Perugia l’indice dà un valore oscillante tra 0,74 e 0,79 negli anni compresi tra il 1997 e il 2002, in genere lievemente inferiore al dato italiano. Non ci si può non chiedere però come un valore di un indice possa rendere conto di una realtà variegata e complessa qual è il tessuto di imprese di un’economia provinciale o regionale o nazionale.
L’indice di liquidità corrente, dato dal rapporto tra le attività a breve e le passività a breve, riflette la capacità dell’azienda di far fronte alle passività correnti con i mezzi prontamente disponibili o con quelli liquidabili in un periodo abbastanza breve (crediti e magazzino). Si ritiene che il valore corretto non debba essere di molto inferiore a 2, e che sia bene non scenda al di sotto di 1,4-1,5. Per Perugia nel periodo considerato (1997-2002) l’indice oscilla tra 1,06 e 1,11, mantenendosi sostanzialmente in linea con il dato nazionale.
Il rapporto di indebitamento (debt/equity) si calcola rapportando le passività a breve e a lungo (capitale di credito) al capitale netto tangibile (valore del capitale netto diminuito dell’importo delle immobilizzazioni immateriali). Misurando il ricorso all’indebitamento esterno per unità di capitale di rischio, il rapporto, estremamente variabile a seconda del valore assunto dalle immobilizzazioni immateriali, fornisce una misura della solvibilità. L’indice di Perugia nel periodo indicato varia tra 3,65 e 4,42, mantenendosi per lo più sensibilmente superiore al dato nazionale.
Il rapporto MOL/OF tra il Margine operativo lordo (valore aggiunto – costo del lavoro, derivante dalla gestione operativa corrente) e gli oneri finanziari misura la capacità della gestione caratteristica di coprire gli interessi passivi. L’indice calcolato per Perugia sale dal valore di 2,31 del 1997 a quello di 4,07 del 2002, rimanendo per lo più al di sotto del dato nazionale (tranne che nel biennio 2001-02).
L’indice ROE misura la redditività del sistema produttivo attraverso il livello di rendimento del capitale di rischio; rapportando il risultato d’esercizio al patrimonio netto, rappresenta il reddito netto per unità di capitale di rischio impiegato nell’attività dell’impresa. L’indice calcolato per Perugia oscilla sensibilmente tra il 2,26% del 1997 e il 6,14% del 2001, risultando talora più elevato talora più basso del dato nazionale.
L’indice ROA rapporta la somma di margine operativo netto e proventi finanziari (EBIT, earnings before interest and taxes, ovvero reddito delle complessive attività patrimoniali) all’attivo totale, misurando la remunerazione relativa ad ogni unità di impieghi compiuti dall’impresa. L’indice calcolato per Perugia oscilla tra il livello di 4,67% e quello di 5,20% e si mantiene per lo più leggermente al di sotto del dato nazionale.
Conto economico e Stato patrimoniale delle medie imprese industriali (sulla base dell’indagine Unioncamere-Mediobanca sulle medie imprese industriali) Con il termine “medie imprese industriali” si indicano le imprese manifatturiere con un fatturato compreso tra 13 e 260 milioni di euro, e un numero di dipendenti tra 50 e 499. In Italia costituiscono lo 0,6% del totale, ma in termini di ricchezza e sviluppo hanno realizzato oltre il 14% del valore aggiunto manifatturiero. In provincia di Perugia, nel periodo 1996-2001, tali imprese hanno realizzato un aumento pressoché ininterrotto del fatturato netto, che raggiunge nel 2001 un livello superiore del 28,15% rispetto a quello del 1996. La quota del fatturato totale destinata all’esportazione mostra una tendenza alla crescita passando, sia pure con delle oscillazioni, dal 14,6% del 1996 al 19,3% del 2001. Si tratta però di dati aggregati che nascondono le specificità settoriali, sulle quali occorre far conto per il rilancio dell’economia provinciale.
Ciò vale anche per il profilo finanziario fornito per l’aggregato delle medie imprese. Comunque, tale profilo mostra, per il periodo suddetto, un sostanziale stabilità. Così, con riferimento al Conto economico si osserva un quota del valore aggiunto oscillante tra il 23 e il 25%, con un reddito operativo che varia tra il 6% e il 7%, e una tendenza ad un lieve aumento della quota di ammortamenti che potrebbe suggerire l’operare di processi volti ad accrescere l’intensità di capitale. Per quanto riguarda lo Stato patrimoniale aggregato, si rileva una sostanziale stabilità della quota delle immobilizzazioni (oscillante tra il 32 e il 33%); l’Attivo circolante mostra una incidenza che varia tra il 66 e il 69%. I tassi di capitalizzazione si attestano intorno al 32,6% nel biennio 2000-01. Si manifesta altresì una tendenza alla diminuzione della quota delle redimibilità (nel 2001 al livello del 16%) e invece all’aumento di quella delle esigibilità (pari al 51,3% nel 2001).


5. Economia, benessere e promozione della persona

Come afferma Giacomo Becattini, le modificazioni ora analizzate e concernenti l’assetto economico-sociale della provincia di Perugia possono ritenersi un avanzamento lungo il profilo dinamico seguito da tale assetto in dipendenza del modo in cui le persone, che appartengono al corrispondente raggruppamento territoriale di individui e realizzano questo percorso, percepiscono e giudicano queste modificazioni. S’impone in altri termini un’analisi del benessere rilevabile, in senso oggettivo e soggettivo, che proprio sul pianolocale si rivela particolarmente pregnante, perché in corrispondenza di essa si determinano sia la scala dei valori alla base delle esigenze della società locale sia la capacità di soddisfarle (almeno in parte).
Nel quadro di un processo di sviluppo locale del tipo delineato in apertura di questa relazione, un’attenzione prioritaria va posta sull’attuazione della promozione e valorizzazione piena delle persone, che è al contempo presupposto e fine di detto processo, e della corrispondente configurazione condivisa di Bene Comune (che possiamo intendere nel senso indicato dal celebre punto 26 della Gaudium et Spes). Si osservi che, sul piano dell’attività economica, la piena valorizzazione delle persone è altresì presupposto primo per l’ottenimento di qualità e innovazione sul fronte produttivo.
Se adottiamo, più semplicemente, il criterio del well-being, come ci viene proposto da Dasgupta, il benessere risulta costituito da una molteplicità di dimensioni, tra cui quella economica, quella sanitario-demografica, quella educativa, quella riferita alle libertà civili, quella rappresentativa delle libertà politiche. Con riferimento alla nostra società, possiamo mettere a fuoco il tessuto delle relazioni sociali, la qualità del lavoro, il grado di protezione sociale, la qualità dell’ambiente, e il godimento effettivo delle libertà su indicate, incluso il grado di effettiva partecipazione dei cittadini alla vita pubblica). Si noti che un benessere equamente diffuso, e lo stato di coesione sociale che tende a derivarne, possono retroagire positivamente sugli stessi obiettivi sociali come anche sulla competitività complessiva del tessuto produttivo locale.
‘E peraltro a tutti nota l’inadeguatezza delle statistiche disponibili su questo fronte (che è invece essenziale). Comunque, tra le determinanti del benessere misurate dai dati esistenti, troviamo il reddito disponibile, in termini sia assoluti che pro-capite: esso mostra, a prezzi correnti, un tasso di aumento inferiore sia a quello dell’Italia che ancor più del Centro Italia e vede la nostra provincia arretrare di alcune posizioni nella graduatoria nazionale.
Rilevanti al riguardo possono ritenersi anche le modifiche sul fronte della distribuzione del valore aggiunto, che (calcolate sui dati dell’Osservatorio Unioncamere sui bilanci delle società di capitale) hanno visto ridursi la quota a beneficio del lavoro: dal 65,2% del 1997 al 60,5% del 2002, di contro ad un aumento di quella dei profitti lordi (comprensivi di tutto quanto non rientra nella remunerazione del lavoro e del capitale di credito) dal 20,6% al 30,4%.
Quanto ai Consumi finali interni delle famiglie in Umbria, la loro espansione supera quella del dato nazionale e risulta in linea con la crescita rilevata per il Centro Italia. Si segnala un aumento sia pur lieve della quota dei consumi non alimentari sul totale.
Se poi consideriamo il reddito pro-capite delle famiglie residenti secondo il numero di componenti, l’Umbria risulta avvantaggiata rispetto alla situazione nazionale sia per le famiglie con un solo componente che per quelle con 4 e con 5 e più componenti.
A tutto questo è necessario aggiungere le implicazioni negative sulla formazione del benessere complessivo delle caratteristiche ricordate in precedenza dell’infrastrutturazione economica e sociale.


6. Scenari previsionali

Per il periodo 2005-08, gli Scenari di sviluppo delle economie locali predisposti da Unioncamere per la provincia di Perugia prevedono una ripresa modesta dell’occupazione (+1,0%) e un’espansione più sostenuta del valore aggiunto e soprattutto delle esportazioni (+7,7%), una flessione del tasso di disoccupazione e un aumento del tasso di occupazione e di quello di attività; su tutti questi valori, Perugia segnerebbe un’espansione più sostenuta rispetto ai valori medi del Centro Italia.
Gli Scenari prevedono inoltre un incremento del valore aggiunto medio per abitante e del valore aggiunto medio per occupato che invece rimarrebbero al di sotto dei valori corrispondenti del Centro.
Naturalmente, per valutare l’attendibilità di questi dati dovremmo conoscere l’impianto modellistica sottostante e le ipotesi formulate in corrispondenza.


7. Sintesi e considerazioni conclusive

L’analisi delle potenzialità di sviluppo economico e sociale della provincia di Perugia, rivolta alle caratteristiche del tessuto produttivo locale, mostra una rilevanza dell’Industria superiore rispetto al Centro Italia e al dato nazionale e invece inferiore del Terziario (v. composizione dello stock delle imprese, degli occupati, composizione settoriale del valore aggiunto)… Al contempo mostra una dinamica che suggerisce una diminuzione dell’incidenza dell’Industria e un aumento di quella del Terziario (v.dinamica composizione stock imprese, variazioni nella composizione del valore aggiunto dell’artigianato, composizione consumi energia elettrica)
Altri aspetti interessanti, collegabili a processi di modificazione in corso, discendono dalle dinamiche positive degli addetti collegati alla produzione o all’utilizzo di IT, nonché degli addetti con qualifica alta e delle professioni di profilo più avanzato, e delle professioni riguardanti il “capitale organizzativo e della ricerca”. Potrebbe trattarsi insomma di altre indicazioni di processi di modificazione in corso, desumibili anche sulla base dell’analisi della composizione dello stock di imprese, delineata in precedenza.
Può ritenersi si tratti di modificazioni dell’economia locale in linea con tendenze analoghe al livello sia del Centro Italia che dell’Italia , che appaiono orientate verso una “terziarizzazione” del tessuto economico, di cui naturalmente occorrerebbe meglio conoscere le caratteristiche (modalità e ritmi di attuazione, comparti principalmente coinvolti,…)
In un’economia che sempre più si caratterizza, anche sul piano locale, nel contesto della globalizzazione, come economia della conoscenza, la complessità conoscitiva si traduce in complessità relazionale. La divisione del lavoro cognitivo tende a realizzarsi attraverso la costituzione di network, di reti, formali e informali, tra le diverse tipologie di operatori, in primo luogo tra le imprese. Su questo piano, a fronte di una minor rilevanza dei gruppi di imprese a Perugia rispetto al Centro Italia e all’Italia, si rilevano dinamiche positive dei gruppi di imprese con localizzazione perugina della capogruppo. Vi si affianca inoltre un livello non trascurabile del grado di attrazione verso imprese con sede esterna alla provincia.
Si tratta naturalmente di dati, peraltro bisognosi di specificazioni aggiuntive, che aprono un vastissimo campo interpretativo, non facile da percorrere in assenza di ulteriori elementi conoscitivi.
In ogni caso essi mostrano come la provincia di Perugia partecipi alle tendenze generali allo sviluppo della relazionalità, dell’articolazione e della diffusione territoriale del tessuto produttivo, anche se la costruzione di reti e di raggruppamenti tra imprese potrebbe potenziarsi.
A questi fenomeni che in misura più o meno intensa si collegano ai processi di divisione del lavoro cognitivo e quindi ai processi di apprendimento intesi in senso ampio si possono affiancare quelli legati all’attività di ricerca e innovazione. Sui processi di apprendimento, sulle dinamiche conoscitive e sull’attività di ricerca e innovazione disponiamo per la provincia di Perugia di indicazioni sui processi formativi degli addetti alla produzione, aspetto fondamentale dei già menzionati processi di apprendimento. Nel manifatturiero, troviamo i valori più elevati dell’incidenza dei formati sui dipendenti nella Fabbricazione dei mobili e nella Chimica; la Meccanica è invece al di sotto del dato medio, e ciò vale ancor più per il Tessile e abbigliamento. Si può fare riferimento inoltre ad una batteria di dati , riguardanti sia la spesa destinata alla suddetta attività che gli addetti dedicati ad essa (dati per l’Umbria), o comunque legati alla dimensione dell’innovazione, che i risultati di tale attività (numero di brevetti). In corrispondenza, la situazione perugina (o quella umbra) risultano talora pressoché in linea con quella nazionale o del Centro Italia, talora in posizione di inferiorità. Tale inferiorità si rileva per ciò che riguarda il minor numero di brevetti europei, nonché la minor quota sul pil della spesa per R&S. Dai dati disponibili potrebbe dedursi altresì la necessità di un maggior impegno delle imprese nel dedicare personale all’attività di R&S.
Passando a considerare la performance del tessuto produttivo provinciale, con le caratteristiche ora supposte, la provincia di Perugia (che risulta maggiormente dipendente dalle imprese di piccola e media dimensione) mostra, in termini di valore aggiunto, dinamiche per lo più in linea col dato del Centro Italia e con quello nazionale. La composizione indica una minor incidenza delle Altre attività, il che trova conferma nel dato dei Consumi elettrici per settore. L’Artigianato manifesta ritmi più elevati insieme a modifiche sensibili nella composizione.
Anche per il commercio estero la provincia mostra andamenti e composizione (con la Metalmeccanica al primo posto dell’export, seguita da Moda e Alimentare) non troppo dissimili rispetto a Centro Italia e Italia. Risultano invece nettamente inferiori i dati dell’export per impresa e per abitante. Si coglie con chiarezza il ruolo di discrimine svolto dall’anno 2001, con avvio di variazioni negative. Da segnalare il maggior dinamismo delle esportazioni di beni specializzati e di produzioni con innovazioni basate sulla ricerca scientifica, nonché il saldo positivo 2003 della bilancia dei pagamenti tecnologica, anche per effetto dei servizi di ricerca e sviluppo, e la tendenza alla diminuzione del saldo della spesa per turismo internazionale
Ponendo infine l’accento sulla formazione delle determinanti del benessere nel territorio provinciale, troviamo fra esse in primo luogo il reddito disponibile, in termini sia assoluti che pro-capite, che mostra un tasso di aumento inferiore sia a quello dell’Italia che ancor più del Centro Italia e vede la nostra provincia arretrare di alcune posizioni nella graduatoria nazionale. Rilevanti al riguardo possono ritenersi anche le modifiche sul fronte della distribuzione del valore aggiunto, che hanno visto ridursi la quota a beneficio del lavoro dipendente. Quanto ai Consumi finali interni delle Famiglie in Umbria, la loro espansione supera quella del dato nazionale e risulta in linea con la crescita rilevata per il Centro Italia, mostrando un aumento sia pur lieve della quota dei consumi non alimentari sul totale. Indicazioni ulteriori si ottengono distinguendo le famiglie per numero di componenti e calcolandone il reddito pro-capite: alcuni casi mostrano l’Umbria avvantaggiata rispetto alla situazione nazionale.
A tutto questo è necessario aggiungere le implicazioni negative dell’inferiorità locale in tema di infrastrutturazione economica e sociale, da cui deriva un contributo di rilievo alla formazione del benessere complessivo.
Dalla sommaria rappresentazione compiuta, sembrerebbe dunque che l’economia della provincia stia cercando con fatica di seguire le tendenze in corso, di adattamento alle esigenze dei mercati globali, e che vantaggi potrebbero derivare da un’accelerazione di alcuni dei processi di modificazione su accennati.
La performance è corrispondentemente debole, anche se non mancano segnali promettenti, pur se lievi.
Secondo l’approccio che abbiamo seguito, il cuore dei processi di cambiamento , in cui occorre concentrare lo sforzo di ripresa, sta nei processi di apprendimento, che possono essere potenziati e qualificati, e nell’attività di ricerca e innovazione, anch’ essa in posizione di inferiorità rispetto ad altre situazioni territoriali.
Se accettiamo la centralità dei processi di apprendimento, di ricerca e di innovazione, in funzione di essi vanno riconsiderati, a livello d’impresa, ma anche di sistema territoriale, ai vari livelli di governo, gli assetti organizzativi, la gestione delle risorse umane, le strategie di crescita della competitività, le condizioni di finanziamento dell’attività economica.
Lungo queste direzioni l’economia e la società della provincia potranno guadagnare in apertura, competitività e qualità, sia di singole componenti che di sistema.
Il benessere, inteso in senso sia oggettivo che soggettivo, non è valutabile con i dati attualmente disponibili. ‘E invece decisivo approfondire questo aspetto, anche per comprendere le possibili motivazioni delle persone per un impegno molto molto forte, quale è richiesto da una incisiva e duratura ripresa. Penso in particolare ai giovani, nel contesto dell’attuale precarietà e frammentarietà di una parte consistente dei percorsi lavorativi.
Potremmo dire dunque che a tutti quelli da cui dipende, a vario titolo, il futuro economico e sociale della provincia, è richiesto uno sforzo intenso, individuale e collettivo, di riconsiderazione e approfondimento dei potenziali di sviluppo, di comprensione delle possibili traiettorie di crescita, di volontà di apertura, confronto, collaborazione e impegno lungo le corrispondenti direzioni operative. Ritroviamo così le radici di quell’approccio che ho definito “personalista” allo sviluppo di un territorio, rappresentate dal celebre trittico proposto dal genio di Sant’Agostino e costitutivo dell’interiorità dell’uomo: “esse, nosse, velle”, ovvero memoria, intelligenza e volontà. Sulla combinazione di queste facoltà negli Attori dello sviluppo locale si giocano, in parte rilevante, le sorti del futuro economico e sociale della provincia di Perugia.

Anno III n.3, maggio/giugno 2005


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