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  RESPONSABILITÀ SOCIALE D'IMPRESA
La responsabilità sociale d’impresa manifesta una tensione dell’impresa a soddisfare le attese economiche, sociali e ambientali dei vari “portatori di interesse” nei confronti dell’attività della stessa. All’origine dei comportamenti responsabili d’impresa troviamo le caratteristiche della persona, con una concezione della socialità come ricchezza, presupposto per lo sviluppo integrale dell’uomo.
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Relazione tenuta al Convegno UCID su “Efficienza economica e
funzione sociale nell’impresa responsabile” il 18 febbraio 2005

PROFILI ANALITICI E RUOLO DELLA PERSONA
NELLA RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA


di PIERLUIGI GRASSELLI
Dipartimento di Economia
Università degli Studi di Perugia


1.Profili analitici in tema di responsabilità sociale d’impresa

Per avviare il discorso propongo la nota definizione di responsabilità sociale d’impresa (RSI) contenuta nel Libro Verde 2001 della Commissione Europea (“Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”) di “integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali ed ecologiche nelle loro operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate”. Pur nella sua apparente semplicità, questa definizione pone in evidenza la complessità del concetto di RSI, evolutosi dal riconoscimento della “businessmen social responsibility” alla consapevolezza dell’esigenza di vere e proprie “strategie sociali” (Chirieleison 2004). Essa presuppone, come suggerisce un libro uscito di recente, una tensione dell’impresa a soddisfare con la propria attività, al di là degli obblighi di legge, le attese economiche, sociali e ambientali dei vari portatori di interesse (o stakeholder) interni ed esterni (Molteni, 4).
Può dirsi anche che la RSI sia una modalità di attuazione della missione produttiva dell’impresa. Specificamente, col termine responsabilità può indicarsi “la volontà e/o la necessità di rispondere a uno o più soggetti che avanzano richieste ed attese”. Quanto alla qualifica di “sociale”, essa potrebbe giustificarsi già per il fatto che si tiene conto delle istanze degli azionisti e dei collaboratori; a maggior ragione si comprende se vi si includono interventi, di natura donativa, a favore di esigenze della società civile (che richiama la cd corporate philanthropy), oltreché a beneficio di fornitori, clienti, e per neutralizzare l’impatto sull’ambiente naturale della produzione dell’impresa (Molteni, 4-15).

Si osservi la complessità dell’analisi della RSI così intesa: l’orientamento alla RSI può infatti intendersi come una prospettiva sotto la quale tutta l’attività d’impresa può essere riconsiderata, nelle sue molteplici direttrici di svolgimento; ovvero, come un corrispondente modo di essere di tale attività, che può ripercuotersi su tutto il ventaglio dei risultati possibili (economici, sociali, ambientali).

Sono perciò numerosi i profili di analisi da cui la RSI può essere considerata (e i problemi conseguentemente individuabili): quello --delle forme che può assumere, e --dei portatori d’interesse volta a volta coinvolti, --dei fini che può proporsi, e --dei risultati, positivi o negativi, che può conseguire, e della loro misurazione --dei costi che essa implica, e della loro misurazione, --degli elementi che spingono ad adottarla, --dei fattori da cui dipendono la possibilità di praticarla (si pensi in particolare alla dimensione dell’impresa) e la corrispondente rilevanza dei risultati, in particolare --del margine di discrezionalità che essa richiede e --dei vincoli cui comunque è sottoposta, --degli atteggiamenti ed eventuali pregiudizi nei suoi confronti, --dei processi aziendali a cui si applica e delle variabili corrispondentemente prese in esame. Tra le forze che spingono per adottarla, ricordiamo l’esigenza dell’impresa di acquisire legittimazione agli occhi della società, attraverso la valorizzazione delle virtù cosiddette “civiche”, e di procurarsi una reputazione, proponendo l’equità come tratto dominante della cultura d’impresa, da impiegare per compiere opera di persuasione, a proprio beneficio, nei confronti di tutti coloro che operano nell’impresa (Zamagni.a).

Come è ben noto, una letteratura sempre più nutrita, e la stampa specializzata, concordano nel sostenere che “…la CSR fa bene alle imprese. Essere socialmente responsabili, infatti, -->migliora il clima aziendale e aumenta la motivazione dei collaboratori, -->aumenta le capacità d’impresa di attrarre e mantenere personale più qualificato, -->contribuisce a differenziare il marchio e dunque a rafforzarlo nei confronti di mercati sempre più affollati, -->riduce i rischi di iniziative di boicottaggio, interne ed esterne, -->accresce la reputazione complessiva dell’impresa, -->migliora la relazione con le istituzioni finanziarie, nel senso di un più facile accesso alle fonti di finanziamento in virtù di una riduzione generale del profilo di rischio” (Progetto CSR, Il Sole 24 ore, 10/12/04, pag.9).

Da ciò si deduce l’importanza dei fattori immateriali, dei cosiddetti intangibles. Tra i benefici, se si rinuncia all’ipotesi di una quantificazione dell’effetto economico diretto di un intervento di RSI, può indirizzarsi l’analisi verso le variabili “intangibili” interposte tra RSI e risultati economici. Con la locuzione “risorse intangibili” possono intendersi “…beni di natura immateriale, di cui l’azienda detiene il possesso diretto o le potenzialità di accesso, e che costituiscono fonti di valore, in quanto in grado di contribuire in futuro alla generazione di flussi di reddito e , nel caso delle imprese quotate, all’incremento dei valori di borsa”. Secondo una possibile classificazione, possono includersi tra tali risorse il capitale organizzativo (a sua volta comprensivo di profilo strategico, corporate governance e processi o procedure impiegate nell’impresa), il capitale umano (quantità-livello di competenze e capacità dei collaboratori, e livello di motivazione/coinvolgimento) e il capitale relazionale (rete di relazioni e collaborazioni a vario titolo intrattenute dall’impresa) (Molteni, pp. 69-82).

Il complesso dei beni intangibili influisce in misura determinante sui risultati economici dell’impresa, secondo la connessione “RSI-intangibles-performance economiche” .
Anche ammesso di aver individuato le variabili che hanno tratto beneficio dagli interventi di RSI, si incontrano difficoltà di rilievo nel tentativo di misurare tali benefici, seguendo la connessione suddetta (ad es., relativamente al collegamento RSI-intangibles, si consideri l’impatto sulla reputazione, misurato dalla variazione della reputazione nel periodo in esame, al netto delle variazioni indotte da fattori estranei all’intervento di RSI).

L’esercizio della RSI così intesa implica che il management disponga di spazi di discrezionalità nello svolgimento della propria attività. Vincoli molteplici possono diversamente condizionare, da un lato, gli esponenti dei vertici aziendali, dall’altro il management di livello intermedio (Magatti e Monaci, pp.34 segg.). La forza di questi vincoli è variabile, e propone il discorso già accennato sulle determinanti dell’effettiva, concreta configurazione della RSI. Se ad es. consideriamo l’economia dell’Umbria, in particolare in alcuni comparti attualmente attraversati da marcate difficoltà di sopravvivenza, possiamo ritenere che questi vincoli assumano una consistenza molto rilevante ?




2.Sulla connessione tra prospettiva aziendale e profilo etico

Passo alla questione fondamentale circa la separabilità tra i due profili, aziendale ed etico. Nell’ambito della sfera delle decisioni e dei comportamenti riferibili alla RSI, possiamo supporre una distinzione tra prospettiva aziendale e profilo etico, ed un’eventuale priorità della prima rispetto al secondo ? Ma è pensabile una distinzione tra i due piani, oppure il profilo etico (es. rispetto dei diritti umani fondamentali) è indissolubilmente connesso a quella che abbiamo chiamato prospettiva aziendale ? ‘E possibile pervenire ad una decisione che non sia responsabile ?.

Consideriamo le caratteristiche di un’economia qual è la nostra, detta “della conoscenza”, protesa all’attuazione di un’innovazione continua, che presuppone il coinvolgimento e la valorizzazione di tutto il personale dell’impresa, che poggia sempre più sull’inserimento fruttuoso di questa in una rete spesso complessa di relazioni con altre imprese e con Enti privati e pubblici (a fini di produzione, distribuzione, ricerca e finanza). Assumiamo inoltre un orizzonte di medio-lungo termine, in cui manifesti appieno i suoi effetti la reputazione acquisita dall’impresa medesima. In questa prospettiva, una buona performance economica sembra debba associarsi ad un orientamento alla RSI. Sembra che il buon governo dell’impresa non possa non caratterizzarsi per una responsabilità sociale “autenticamente vissuta”. E che quindi, nelle condizioni indicate, l’esercizio della RSI non possa non risultare incluso nella strategia dell’impresa, costituendone altresì un elemento di vantaggio competitivo. Potrebbe perciò affermarsi che il problema si sposti in realtà sul piano delle modalità e dell’intensità dell’esercizio della responsabilità sociale ? In questa prospettiva, acquista una collocazione di rilievo la ricerca di soluzioni innovative idonee a conciliare efficienza e aspettative dei portatori d’interesse, e perciò tali da costituire fattori di potenziamento della competitività dell’impresa. A tale livello, che si colloca nel contesto delle “strategie sociali” adottabili dalle imprese (Chirieleison, pp.91 segg.), Molteni attribuisce la qualifica di “creatività socio-competitiva”. Sulle condizioni di sviluppo delle sintesi socio-competitive, si osserva come esso presupponga un contesto aziendale caratterizzato da “…una cultura che ha nell’attenzione alle attese di tutti i portatori di interesse uno dei suoi cardini” (Molteni, pp.9, 15,18 segg.).
Va ricordato inoltre che la sostenibilità dello stesso sviluppo dell’intera economia si fonda sull’attività di imprese sostenibili in quanto socialmente responsabili (Vercelli, p.14)).

Dunque, in un orizzonte siffatto l’impresa non considera esclusivamente i risultati economici, ma tiene conto anche di quelli sociali e ambientali, peraltro strettamente intrecciati ai primi. È un ampliamento degli orizzonti che si accompagna al superamento di una tendenza strettamente autoreferenziale riscontrabile anche nell’attività economica. Che invita a tener conto della realtà dell’impresa nella sua interezza e sotto una pluralità di angoli visuali; superandosi così la tendenza culturale tipica della nostra civiltà tecno-mercantile ad un doppio riduzionismo: per il concentrarsi dell’attenzione su singoli aspetti della realtà indagata, a scapito dell’unità di questa, e privilegiando uno specifico punto di vista, a scapito della pluralità di ottiche assumibili dall’osservatore.

Gli aspetti indicati si ritrovano nella raffigurazione dell’impresa compiuta nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, al n.338 (L’impresa e i suoi fini) : “l’impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili, in una logica di efficienza e di soddisfacimento degl’interessi dei diversi soggetti implicati… oltre a tale funzione tipicamente economica, l’impresa svolge anche una funzione sociale, creando un’opportunità di incontro, di collaborazione, di valorizzazione delle capacità delle persone coinvolte… nell’impresa pertanto la dimensione economica è condizione per il raggiungimento di obiettivi non solo economici, ma anche sociali e morali, da perseguire congiuntamente...”

L’impresa può così collocarsi in un certo senso tra la dimensione personale e la configurazione condivisa di bene comune, che viene a delinearsi come obiettivo finale anche per l’impresa, pur se sotto il vincolo dell’economicità, per poter perdurare con successo nel tempo. Ed è sul fondamento dell’etica del bene comune che il discorso sulla RSI –suggerisce Zamagni-potrebbe trovare un assetto più soddisfacente di quelli finora sperimentati (Zamagni.a, p.15).
In particolare, il riferimento alla persona ci porta sul versante antropologico dell’attività economica e d’impresa, che possiamo ritenere, come è stato fortemente sottolineato anche a Bologna, nel corso dell’ultima Settimana Sociale dei cattolici, alla radice dei temi attuali più dibattuti dell’economia e della politica.
Proprio su tale profilo, nel corso dell’incontro Lionistico svoltosi in questa sede il 21 gennaio u.s., ho cercato di mostrare le implicazioni di alcuni orientamenti alla RSI (con specifico riferimento ai rapporti con il personale) in chiave di sottostante concezione dell’uomo, mettendo in evidenza la corrispondente individuazione di alcune caratteristiche che il più recente pensiero filosofico conferma tipiche e basilari della concezione personalista (Pavan).





3.Per una lettura personalista della RSI


Come noto, il “cuore” del Progetto CSR , messo a punto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, è costituito dallo strumento del Social Statement, cioè da uno schema di lettura costruito per valutare e monitorare l’impegno e le attività realizzate, in modo volontario, in tema di RSI (in inglese, CSR :Corporate Social Responsibility) o responsabilità sociale delle imprese. In tal modo, si ritiene di accrescere la consapevolezza dei vantaggi legati all’adozione di pratiche di CSR, e di aumentare l’efficacia dei comportamenti socialmente responsabili.

Il Social Statement è stato ottenuto tenendo conto dei principali standard e iniziative nazionali, europei ed internazionali, cercando di considerare tutti gli aspetti di un comportamento CSR sul piano delle relazioni intrattenute dalle organizzazioni con i principali stakeholder. Nel Social Statement sono incluse otto categorie di stakeholder: 1) risorse umane, 2) soci/azionisti/comunità finanziaria, 3) clienti, 4) fornitori, 5) partner finanziari, 6) Stato, Enti locali e P.A., 7) comunità, 8) ambiente.

La parte centrale del Social Statement è costituita da un set di indicatori: esso è suddiviso in indicatori comuni (venti indicatori che coprono le otto categorie di stakeholder) utilizzabili da tutte le imprese, e in indicatori addizionali, applicabili alle imprese con più di 50 dipendenti ad integrazione degli indicatori comuni. Quanto alle imprese quotate, esse devono utilizzare, indipendentemente dalla dimensione, il set di indicatori completo (circa un centinaio di performance indicator).

Attualmente, come già indicato, un numero crescente di aziende sta adottando comportamenti socialmente responsabili in quanto essi producono un aumento complessivo della competitività. Nell’ottica di uno sviluppo duraturo per l’impresa, come conferma un numero crescente di esperti e di studiosi, la CSR equivale ad un investimento che, appropriatamente integrato nella strategia aziendale, concorre alla creazione di valore, migliorando la performance dell’impresa, abbassando il profilo di rischio e producendo un vantaggio competitivo per l’impresa.

Consideriamo ora i più importanti comportamenti inclusi –e perciò oggetto di un qualche tentativo di misura- nei principali indicatori del set ricordato.

Il primo e più importante blocco riguarda le risorse umane: politiche di assunzione, avanzamento, fidelizzazione del dipendente, l’applicazione del criterio della pari opportunità, l’attenzione verso i disabili, le direttive in tema di interventi formativi dell’azienda (sviluppo delle professionalità individuali e crescita dell’azienda), livelli retributivi applicati, rispetto dei diritti di associazione, livello dell’interazione azienda/sindacati, comunicazione interna, sicurezza e salute sul luogo di lavoro, iniziative per potenziare la soddisfazione del personale…(premio recente: Technogym azienda ideale tra le 10 al top in Europa: codice di condotta e impegno sociale, Il Sole 24 ore, 12/01/05)

Quali orientamenti di fondo corrispondono ad una dinamica positiva di questi indicatori ? Sottolineo in primo luogo la necessità che la dirigenza sia disponibile, in senso ampio, ad un’apertura sui processi di realizzazione dei collaboratori d’impresa … ciò può accompagnarsi all’individuazione di forme nuove (che si tratti di forme organizzative, gestionali, degli assetti di governo o di governance, di pacchetti strategici…) Apertura ed innovazione, dunque, per assicurare nel più alto grado possibile la realizzazione dell’umano, la sua espansione. Ma questa espansione è condizionata da una tensione: --verso il rispetto della dignità (della nobiltà) dell’uomo --verso il rispetto della sostenibilità delle dinamiche personali, di gruppo e d'impresa --verso la messa in valore di ciò che nell’umanità è ritenuto comune o universale (tutto questo richiedendo, nelle condizioni migliori, un confronto tra i vari operatori, la ricerca di una valutazione condivisa, il necessario spazio alla diversità delle opinioni…) Si profila dunque lo sforzo continuo di tener conto di tutte le principali dimensioni dell’umano, contro il rischio sempre incombente di una visione e di un’azione parziale.

Osservo come una riflessione sulle politiche per il personale ci mostri come al suo cuore l’attività d’impresa sia attraversata dall’esigenza ineludibile dell’efficienza ma altresì dal richiamo imperioso della giustizia, e come in particolare la stessa efficienza sia dipendente dalla soddisfazione della giustizia. Il che ci richiama l’influsso determinante, già ricordato e su cui torneremo più avanti, di molti fattori cosiddetti “intangibili” (e difficilmente misurabili) sulla produttività d’impresa.

Ma come sappiamo la considerazione del personale è ben lungi dall’esaurire il quadro degli stakeholder, e dei connessi orientamenti di responsabilità sociale. Si pensi ai soci azionisti e al problema della partecipazione di questi -minoranze incluse- al governo dell’impresa. Si pensi ai clienti, ed alle iniziative di Customer satisfaction (con lo scopo di soddisfare le loro aspettative, risolvere insoddisfazioni e prevenirle). Si pensi ai fornitori, ed alle politiche di ricerca e selezione di questi, volte a responsabilizzarli sulle tematiche sociali, ambientali e di sicurezza. Si pensi alla Pubblica Amministrazione, nelle sue varie articolazioni, e all’adesione ad accordi su specifiche iniziative aventi valenza economica (sviluppo del territorio), ambientale o sociale. Si pensi alla Comunità –o alle Comunità- nel cui ambito l’azienda svolge la sua opera, e all’impegno di questa nel sociale (con riferimento, ad es., alla solidarietà, alla cultura, alla scuola, al ricupero ambientale) attraverso donazioni ed altre liberalità.

Tutti questi ulteriori versanti ci mostrano come apertura, innovazione e multidimensionalità per l’espansione dell’umano si risolvano in un ispessimento del tessuto relazionale, in una moltiplicazione e in un rafforzamento delle relazioni tra gli operatori. Sono per lo più relazioni con una ispirazione collaborativa di fondo, anche se spesso attraversate da conflitti tra le diverse categorie di portatori di interessi, che possono richiedere un’opera di mediazione anche molto ardua da parte della dirigenza dell’impresa (Chirieleison,pp.76-78).

E ci mostrano altresì l’importanza del ruolo dell’intelligenza rispetto a quello della ragione, per conseguire una dimensione più compiuta di razionalità. In cui la ragione, carattere fondante dell’attuale modello prevalente di sviluppo è la facoltà di costruire, analizzare e ordinare concetti secondo coerenza formale, mentre l’intelligenza è ricerca di senso: e quindi, nell’impresa, si cerchi compiutamente il senso dell’azione di questa nella soddisfazione, a vario titolo, dei suoi numerosi stakeholder .
E ci suggeriscono l’esigenza di superare, in questa direzione di marcia dell’impresa, il doppio riduzionismo, già ricordato, tipico del modo di pensare attuale.

Se ora ricapitoliamo queste brevi riflessioni, e consideriamo assieme quegli orientamenti che abbiamo associato alle manifestazioni tipiche della responsabilità sociale d’impresa, e cioè apertura, innovazione, relazionalità, crescita nel segno della dignità e della sostenibilità, attenzione alla multidimensionalità, e alla compresenza di ragione e intelligenza, troviamo i tratti che sono rinvenibili nella concezione di persona, come questa si è venuta via via configurando nel tempo, in particolare durante la complessa elaborazione compiuta nel ventesimo secolo e tuttora in corso di attenta rivisitazione.

Se ricordiamo l’influsso sulla performance d’impresa di numerosi elementi di tipo intangibile, tra cui “il valore della conoscenza e la capacità di innovare, il consenso e la fiducia delle diverse categorie di stakeholder, la reputazione, la disponibilità a contribuire al benessere della comunità” (Progetto CSR-SC, Il Sole 24 ore, 10/12/04, p.9), e notiamo il collegamento con la questione del sistema regolativo dell’attività economica (d’impresa), possiamo rilevare il ruolo ulteriore di un approccio personalistico. Per comprendere i comportamenti socialmente responsabili ricordati in precedenza, non ci aiuta il ricorso al principio dell’equivalenza dello scambio, o del contratto, quanto piuttosto il principio di reciprocità, per cui si dà, come ben afferma Zamagni, in vista di un ricambio non ben precisato, che verrà in un tempo futuro non chiaramente definito, secondo un rapporto non necessariamente di stretta equivalenza, rapporto influenzato da sentimenti di stima e benevolenza (Zamagni.b, pp.97 segg). Insomma, un aspettativa di reciprocità che, come ci ha ricordato Paul Ricoeur in occasione del recente Convegno romano su Emmanuel Mounier, può contraddistinguere un approccio personalistico al tema dello scambio sociale (E ora torna la persona, Avvenire, 12/01/05, p.26).

Quindi, all’origine dei comportamenti responsabili d’impresa, che per definizione trascendono le norme cogenti cui questa è sottoposta, possiamo supporre persone: creature cioè dotate del necessario grado di autonomia, di libertà, di responsabilità, propense ad intendere la socialità non solo come bisogno per soddisfare le molteplici esigenze dell’uomo, ma anche come ricchezza, presupposto per lo sviluppo integrale dell’uomo (Kerber, pp.39 segg.). Persone che possono per tutto ciò aspirare al contemperamento di utilità individuale e perseguimento del Bene Comune (Zamagni.c, p.263). E quindi ad assicurare quella continua e intensa innovazione diffusa, in tutte le espressioni della vita associata, che è richiesta con tanta forza per assicurare alle nostre società un futuro di efficienza e di giustizia.



4.Considerazioni finali

I rilievi compiuti suggeriscono come l’adozione di orientamenti alla RSI, le forme e l’intensità da essi assunte dipendano dall’esperienza, dalla lungimiranza e dagli orientamenti valoriali della dirigenza. Tali orientamenti possono essere inseriti stabilmente nella strategie dell’impresa, con consapevolezza della molteplicità delle loro implicazioni, nella ricerca di contemperamento delle esigenze dei diversi stakeholder, e possono sprigionare al meglio i loro effetti, ammesso anche “un adeguato sviluppo delle responsabilità partecipative di tutti quelli che operano nell’impresa, nell’assunzione di una prospettiva di interesse collettivo e di solidarietà che trascende l’impresa stessa e si apre alla comunità” (Caselli, p.14).
Comunque, nelle attuali condizioni ed esigenze del nostro capitalismo, in un’economia basata sulla conoscenza, può ritenersi fondatamente, oggettivamente, che un orientamento alla RSI possa costituire una componente importante del successo duraturo di un’impresa.

Occorre riconoscere che l’esercizio della RSI così intesa implica in concreto per la direzione dell’impresa spazi di discrezionalità, e il superamento di vincoli molteplici. Se ad es., come sopra accennato, consideriamo l’economia dell’Umbria, in particolare in alcuni comparti attualmente attraversati da marcate difficoltà, possiamo ritenere che dei vincoli condizionino seriamente la possibilità di esercitare la RSI ? E analogamente, se riflettiamo alla prevalenza schiacciante di micro-imprese, possiamo chiederci quali limitazioni possano derivarne ad un esercizio consapevole e significativo della RSI, per il quale potrebbe assumere rilevanza il livello associativo. Così come potrebbe cercarsi di valutare l’effettivo impatto della normativa regionale umbra sull’istituzione dell’Albo delle imprese certificare SA8000 (L.R.20/2002). Ciò conferma l’ampiezza del campo di osservazione e ricerca che si apre alla riflessione sulla responsabilità sociale d’impresa, e la grande rilevanza che questa potrà assumere nel contribuire ad uno sviluppo della nostra economia, coerente con i requisiti dell’efficienza e attento alle esigenza della giustizia e della promozione integrale della persona.




Riferimenti bibliografici


L.Caselli, Relazione al Convegno nazionale UCID su Etica del profitto e responsabilità sociale dell’impresa, Genova, 26-27 marzo 2004

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C.Chirieleison, L’evoluzione del concetto di Corporate Social Responsibility, in Rusconi G. (a cura di), La responsabilità sociale d’impresa, Angeli, Milano, 2004

W.Kerber, Etica sociale, San Paolo, Milano, 1998

M.Magatti e M.Monaci, L’impresa responsabile, Bollati Boringhieri, 1999

M.Molteni, Responsabilità sociale e performance d’impresa, Vita e Pensiero, Milano, 2004

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A.Pavan, Dire persona nell’età globale dei diritti umani, in A.Pavan (a cura di), Dire persona, cit.

Progetto CSR, Il Sole 24 ore, 10/12/04

A.Vercelli, Responsabilità sociale e sostenibilità dell’impresa, Relazione tenuta al Convegno organizzato dalla FUCI di Terni su “Le nuove dimensioni del rapporto tra etica ed economia”, Terni, 6 novembre 2003

S.Zamagni.a, La responsabilità sociale dell’impresa: presupposti etici e ragioni economiche, Università di Bologna, 2002

S.Zamagni.b, L’economia delle relazioni umane: verso il superamento dell’individualismo assiologico, in P.L.Sacco e S.Zamagni, complessità relazionale e comportamento economico, Il Milano, Bologna, 2002

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Anno III n.1, gennaio/febbraio 2005


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