PER UNA LETTURA DELLO
SVILUPPO ECONOMICO NELLA
PROSPETTIVA DELLA PERSONA
di PIERLUIGI GRASSELLI
Dipartimento di Economia,
Università degli Studi di Perugia
1. Sviluppo locale e persona
Nelle considerazioni che mi accingo ad esporre, esaminerò in particolare il profilo locale dello sviluppo economico, riferito cioè ad un determinato territorio: in tale ambito, vive un raggruppamento umano, si svolgono le attività economiche da esso esercitate, sono stabilite per la maggior parte le rispettive relazioni sociali quotidiane (Sforzi, p.7). Per ragioni intuibili, che saranno volta a volta sottolineate, il profilo locale si presta particolarmente ad un’analisi delle dinamiche economiche e sociali nella prospettiva della persona. Seguiamo Becattini nel supporre che l’assetto produttivo tenda a realizzarsi secondo caratteri specifici sotto l’influsso dell’interazione tra condizioni naturali, culturali ed economiche del luogo stesso (Becattini 2001, pp.18-22). Si noti inoltre come il locale possa ritenersi qualificato non solo dal patrimonio relazionale e conoscitivo di cui dispone, ma anche dalla sua natura di nodo di una rete globale, in cui si combinano risorse endogene ed esogene, si intrecciano relazioni locali e sovralocali, circolano saperi locali e non locali, impliciti ed espliciti (Mela, pp.43-48). Considerare la dimensione locale dello sviluppo economico, nel quadro dei mercati globali, è molto importante (anche sotto il profilo delle politiche pubbliche per lo sviluppo) in presenza di una vigorosa affermazione delle autonomie regionali e locali, quale si è registrata negli anni recenti in Italia, accompagnatasi ad un massiccio processo di decentramento politico-amministrativo, ed al corrispondente maggior coinvolgimento dei governi locali nelle politiche di sviluppo economico e di welfare1. Lo sviluppo delle potenzialità delle economie locali può ritenersi decisivo per il nostro paese, fortemente caratterizzato da economie radicate nel territorio, in cui prevalgono imprese di dimensioni piccole e medie, che beneficiano delle economie esterne e dei beni collettivi predisposti a livello locale (Consiglio italiano per le scienze sociali, pp.18-23, 61, 67). In questo quadro, le politiche di sviluppo nazionali e regionali possono sostenere il cammino delle economie locali attraverso molteplici iniziative 2. Quanto all’idea di persona, la riflessione accumulatasi su di essa nel tempo, sino ai giorni nostri, suggerisce l’opportunità di gettar luce sui processi di autorealizzazione, concernenti individui singoli o loro raggruppamenti, sotto profili di particolare pregnanza: badando, ad es., alla loro “apertura”, alla creazione di “forme” nuove, al ruolo delle componenti esogene nell’attuazione dei potenziali endogeni, agli sviluppi dell’aspetto relazionale, alle modalità di comunicazione e apprendimento. Tale riflessione invita altresì a porre attenzione e cura per il rispetto della dignità delle persone e della sostenibilità dei processi economici, per la considerazione della vita umana nella sua interezza e per l’equilibrio da mantenere tra le varie dimensioni del vivere. Fa risultare infine con evidenza il ruolo decisivo dei processi di messa in valore, il punto nodale del rapporto da preservare tra ragione (strumentale) e intelligenza (alla ricerca di senso), la necessità di mettere a punto e perseguire un progetto di benessere integrale dell’uomo. Da tutto ciò può risultare un quadro complessivo di riferimento, oggetto di condivisione da parte degli attori dei processi di sviluppo considerati, che può permettere di valutarne la direzione complessiva, indicando l’opportunità di verificare eventuali scostamenti tra disegno e realtà, e di por mano ad iniziative corrispondenti di aggiustamento. Come rileverò volta a volta, l’osservazione delle dinamiche reali mostra come nei percorsi di sviluppo locale possano rintracciarsi caratteri in linea con quelli attribuibili ai processi di autorealizzazione della persona. E sembra di potersi ritenere con fondatezza che ciò che promuove le persone faccia sviluppare l’economia locale e viceversa.
2. “Apertura” e innovazione
“E noto come le dinamiche dello sviluppo locale si caratterizzino per un profilo spesso marcatamente innovativo, riguardante la morfologia del tessuto produttivo, le modalità della produzione, l’intreccio economia-società locale, l’assetto istituzionale, le politiche perseguite: in linea con le indicazioni di un’interpretazione evolutiva delle vicende socio-economiche, si delinea un “persistente e continuo arrivo di innovazioni, a livello tecnologico, organizzativo e istituzionale” (Dosi, 21). Come sottolinea Matsuyama, lo sviluppo è “…an eternal process of innovation, in which economies make progress as they discover better combination of activities, or a better system of coordination…”. E in aggiunta: “…the success of capitalism depends on its ability to maintain an environment that encourages open experimentation” (Martino, 2-4). Mutuando un’espressione di Pavan, possiamo affermare che nei processi di sviluppo l’uomo produttore di nuove forme tende a prevalere sull’uomo abitatore delle forme esistenti (Pavan, 491). La persona –osserva Danese- si manifesta come creatività, come capacità illimitata di mettere a punto nuove forme di mediazione: come scrive Ricoeur, “il suo atto di esistere è l’atto stesso di operare mediazioni tra tutte le modalità e tutti i livelli di realtà al di fuori di sé e in se stesso” (Danese, 1996, 403). Con riferimento all’azione politica per lo sviluppo locale, le innovazioni investono gli orientamenti di fondo della stessa, con l’attribuzione di un ruolo centrale alle politiche territoriali nella sfida competitiva, con un’attenzione crescente agli aspetti della protezione ambientale, con la messa a punto di progetti cosiddetti integrati, rivolti a una pluralità di settori e/o di aree di intervento, nella prospettiva di un ampio ventaglio di obiettivi di natura economica e sociale (Ciciotti e Spaziante, 19-21). Sul versante istituzionale, cresce la rilevanza di forme organizzative partenariali rispetto a quelle fondate sull’autorità, come mostra l’affermazione della cosiddetta “programmazione negoziata”, nelle forme dei Contratti d’Area, dei Patti territoriali, degli Accordi ai vari livelli (Barca, 33), con diffusa applicazione dei nuovi principi di cooperazione, concertazione, attenzione alle istanze locali. A mo’di esempio, si rifletta sui molteplici aspetti innovativi che hanno caratterizzato negli ultimi anni le politiche attive del lavoro, formulate in Italia dalle regioni ed attuate dalle province, nel più ampio quadro della Strategia europea dell’occupazione e della recente riforma Biagi: ricordiamo, tra l’altro, le azioni di formazione e le forme di contrattazione territoriale nell’ambito delle iniziative di programmazione negoziata (alla base di un più ampio processo di concertazione locale, descritto in modo magistrale da Dei Ottati per i distretti industriali), l’ampliamento degli spazi operativi delle agenzie private per il lavoro, l’integrazione tra servizi pubblici per l’impiego ed agenzie private per il lavoro, la creazione della Borsa per il lavoro, lo sviluppo di servizi personalizzati, la messa a punto di nuove forme contrattuali per un più stretto legame tra istruzione, formazione e lavoro… (Ferretti, Perugini e Signorelli). Sul tema delle politiche ambientali territoriali, un’interessante analisi degli aspetti innovativi è compiuta da Montesi. L’importanza della creazione di forme nuove sta ovviamente nella loro idoneità a soddisfare le esigenze avvertite dalla società e dallo sviluppo locale. In linea con quanto suggerito da recenti riflessioni, che indicano nella denotazione all’apertura (all’altro come alla trascendenza) la connotazione paradigmatica della persona, si coglie l’opportunità che dette forme rafforzino l’intonazione all’ “apertura” del processo di realizzazione dei potenziali dei singoli agenti e del territorio, nel senso di: --poggiare su un quadro il più possibile ampio ed articolato delle esigenze suddette, --promuovere l’individuazione e la valorizzazione delle risorse personali e collettive, nonché il coinvolgimento, la concertazione, la partecipazione alle scelte decisionali e attuative, --sviluppare la dimensione relazionale, anche in un orizzonte extra-locale, --tenere adeguatamente conto delle connessioni sistemiche nella progettazione delle iniziative, e perseguire integrazione e sinergia tra le varie linee di azione. Alle “aperture” attribuibili, nel senso indicato, all’apparato produttivo ed alla società locali può ritenersi corrispondano, per lo più, “aperture” a beneficio delle persone singole, tali cioè da promuoverne e sostenerne i rispettivi percorsi di autorealizzazione. Le innovazioni suaccennate in tema di politiche del lavoro sembrano andare in tali direzioni: da esse può discendere un impatto positivo sull’apertura reciproca e sulla collaborazione privato-pubblico, nonché sull’ampliamento delle possibilità di valorizzazione delle persone, in quanto favoriscano trasparenza, informazione simmetrica, integrazione tra profili complementari. Si rilevi l’interesse di poter misurare e comunque tener conto in qualche modo degli aspetti indicati di “apertura” e innovazione (ampiezza quadro risorse prese in esame, integrazione tra progetti, sviluppo aspetti relazionali,…) sia per scegliere tra iniziative tra loro alternative, sia per valutarne gli effetti sulle principali variabili economiche e sociali. Osservo altresì, anticipando alcuni punti successivi, la connessione riscontrabile tra il carattere dell’ “apertura” e quelli, cui accenneremo più aventi, della relazionalità e della multidimensionalità.
3. Territorio: componenti endogene, esogene ed aspetti relazionali
Per comprendere lo sviluppo delle persone e della società locale riveste una grande importanza il territorio di riferimento, relativamente sia alle risorse materiali ivi reperibili che al patrimonio di conoscenze, culture, valori, tradizioni, che possono avere un ruolo decisivo nella lotta per la competizione. Si rilevi in particolare la funzione attiva che il territorio può svolgere, per la generazione e la diffusione delle conoscenze in genere e in specie delle innovazioni, in virtù dell’interazione tra i diversi soggetti, economici, sociali ed istituzionali che ad esso in vario modo si riferiscono. Al contempo, la dimensione comunitaria territoriale è basilare per la dinamica dell’azione sociale, dipendente dall’intreccio di relazioni delle persone che vi appartengono Al fondo dello sviluppo delle potenzialità della società locale e delle persone che ad esso fanno riferimento a vario titolo, troviamo dunque anche i punti di forza e i punti di debolezza del territorio, con le possibili, collegate letture in chiave di evoluzione della realtà economica e sociale (Dosi, 22). Come ci ricorda Giacomo Becattini, “…ogni sviluppo locale… ha dentro di sé… il proprio metro…” (Becattini 2002, 17). Lo sviluppo effettivo viene a dipendere dalle combinazioni concretamente attivate di fattori immobili, territorialmente definiti (capacità imprenditoriali ed organizzative endogene, economie di agglomerazione e di urbanizzazione, dotazione di capitale fisso e di conoscenze tacite,…), e di fattori mobili (capitale finanziario, conoscenze codificate,…), e più in generale dall’intreccio di componenti endogene ed esogene. Dalla contaminazione di endogeno ed esogeno, dalle innumerevoli possibili combinazioni dinamiche di organizzazioni, conoscenze (contestuali e codificate) ed istituzioni, che influiscono sul sistema dei valori e sulla formazione e sviluppo delle capacità umane (Sforzi 2005, 13-4), deriva la molteplicità dei sentieri di sviluppo delle società locali, che è dato osservare nella realtà del nostro paese (Bonomi). Come l’essere umano si costruisce in virtù della sua apertura intrinseca, e la coordinata della relazione (con l’altro da sé) svolge un ruolo centrale, così lo sviluppo economico si fonda sul “capitale di beni relazionali” della economia locale (Storper, 181; ma qui tale capitale è inteso in senso più ampio), e sul suo potenziamento. L’aspetto relazionale si collega strettamente al nodo basilare del coordinamento tra gli agenti, e propone l’esigenza di comprensione reciproca e di condivisione di conoscenze e valori tra attori che operano in condizione di incertezza. Spinge perciò ad approfondire motivazioni, requisiti, modalità e conseguenze del coordinamento tra attori economici, e tutta la molteplicità di possibili implicazioni delle interazioni economiche, nel quadro della relazione costituita (Gui, 28-30; Grasselli, 55-58). A valorizzare l’aspetto relazionale concorrono la divisione del lavoro cognitivo, nel quadro dell’attuale economia della conoscenza, e la produzione di beni pubblici per la competitività d’impresa: entrambe implicano la creazione a livello territoriale di reti di attori, individuali e collettivi, ovvero strutture di relazione. Sempre più spesso si tratta peraltro di reti cd “virtuali”, aperte ad un numero potenzialmente infinito di relazioni, e “multiterritoriali”, in quanto collegano soggetti provenienti da contesti diversi (Rullani, 211 segg.). Tutto ciò conferma l’importanza di detto aspetto per lo sviluppo territoriale, e delle iniziative volte al rafforzamento dello stesso: tale rafforzamento compare infatti tra gli obiettivi perseguiti dalle svariate forme della “nuova programmazione”, avviata in Italia negli anni recenti e ancora in corso, e in special modo dai cd Patti territoriali, nell’ambito del più generale affermarsi di logiche di comportamento di tipo cooperativo (Cersosimo-Wolleb, 379; Dipartimento Politiche di Sviluppo, 10-63). Sull’intreccio realizzatosi tra politica agraria e politiche per lo sviluppo locale, attraverso la forma della programmazione negoziata, e in particolare del “patto territoriale”, segnalo le interessanti considerazioni di Musotti. In corrispondenza, si è registrato, nei processi di sviluppo, il passaggio da un assetto di government ad uno di governance, con coinvolgimento di tutti gli stakeholders delle economie e delle società locali 3. L’esperienza italiana dei Patti territoriali mostra, tra le principali determinanti della loro efficacia, sia nella fase di programmazione che in quella di realizzazione progettuale, la presenza di un partenariato incisivo (Magnatti e altri, 91-99). Si intuisce inoltre la rilevanza del ruolo che può essere svolto dal principio di sussidiarietà, verticale e soprattutto orizzontale, nella prospettiva di un profondo mutamento nel modo di concepire l’intervento pubblico (di affiancamento ai privati, invece che di sostituzione ad essi (Bàculo, 173; Alfano ed altri). Queste notazioni convergono nel sottolineare l’importanza per lo sviluppo locale del cd capitale sociale territoriale, definito in senso ampio come comprensivo, oltre che della capacità di networking (reti economiche, reti sociali), della capacità innovativa, del sistema delle attitudini sociali e culturali e dello sviluppo istituzionale (sotto il profilo della razionalità, del coordinamento, dell’attenzione al territorio) (Rizzi, AISRE 2003, 19). Al crescere della capacità cooperativa tra i soggetti collettivi locali (purché non orientata a fini collusivi, per l’affermazione di interessi di gruppo) possono aumentare l’efficienza e l’efficacia del governo locale e dei processi di governance, e quindi la probabilità di avviare a soluzione i problemi più complessi del territorio (che presuppongono una visione sistemica, risorse cospicue e tempi lunghi) (Trigilia 2005a, 135). Si osserva dunque una correlazione positiva tra l’efficacia delle politiche di sviluppo e la cooperazione tra attori, a sua volta collegata positivamente alla presenza di fiducia reciproca (Pendenza, 12). Più in generale, viene segnalata l’importanza di uno sviluppo della relazionalità tra i soggetti collettivi locali, sia per la produzione di economie esterne, sia per la mobilitazione di risorse aggiuntive, sia per gli effetti di interazioni che, oltre ad una componente di negoziazione, contengano anche “una componente dialogica, importante per ridefinire le preferenze, scoprire nuovi interessi e partecipare a progetti ad elevata interdipendenza, che richiedono una forte componente fiduciaria” (Trigilia, 2005a, 191). Sotto il profilo dell’analisi econometrica, Rizzi mostra, nonostante le difficoltà della misurazione empirica, per le regioni italiane un’evidente correlazione tra innovatività, networking e prosperità regionale in termini di pil pro-capite (Rizzi, SR, 2003, p.82). In un volume di recente pubblicazione da parte della Banca d’Italia, Di Giacinto e Nuzzo studiano il ruolo dei fattori istituzionali nel promuovere lo sviluppo di distretti industriali in Italia, e forniscono sostegno empirico alla tesi della rilevanza delle istituzioni sociali (famiglie estese o “forti”, capitale relazionale, misurato da quote di imprese artigiane associate sul totale, quote di imprese agricole che aderiscono a cooperative, quota di esercizi commerciali aderenti ad unioni commerciali, presenza di consorzi fidi,…) nel promuovere l’agglomerazione industriale. Un’analisi di Pagnini, contenuta nel ricordato volume della Banca d’Italia, ha invece ad oggetto le determinanti dei tassi di crescita occupazionale a livello locale e settoriale per l’economia italiana, e pone in evidenza un effetto forte e positivo della variabile dipendente spazialmente ritardata sulla crescita dell’occupazione a livello provinciale: il riferimento è a spillover spaziali, in particolare nella forma di “traboccamenti” di conoscenza, come di collegamenti all’indietro o in aventi. Il modello impiegato non corrisponde però ad un “full local growth model” derivato da ipotesi di base in tema di tecnologie e funzioni di preferenza dei consumatori; rappresenta piuttosto un’analisi di equilibrio parziale, con le dinamiche dell’occupazione guidate dalla domanda di lavoro, quindi dalla dinamica della produttività, quindi da importanti aspetti della struttura industriale a livello locale. Benché si tratti di analisi complesse, che richiedono tra l’altro (nel caso di Pagnini) la rappresentazione della distribuzione spaziale degli effetti di traboccamento e (nel caso Di Giacinto-Nuzzo) la costruzione di banche dati specifiche, esse rimangono rappresentazioni parziali dello sviluppo locale. Come rimarcheremo più avanti, l’aspetto economico, sociale, politico risultano indissolubilmente intrecciati, e vanno considerati assieme per comprendere i processi di sviluppo (potendosi in corrispondenza parlare di multidimensionalità degli stessi). E in ogni processo di sviluppo specifico, l’intreccio dei caratteri e delle determinanti appare un unicum irripetibile (come vedremo). In presenza delle accennate difficoltà per la costruzione di modelli econometrici rappresentativi dei processi di sviluppo locale, si riscontra un ricorso diffuso e con risultati non trascurabili all’impiego di batterie di indicatori per misurare le caratteristiche di tali processi e gli effetti delle politiche orientate allo sviluppo suddetto (Magnatti, pp.83 segg.). Con riferimento ai Patti territoriali si è ricorso ad indicatori per la selezione dei casi di studio, per misurarne l’impatto sull’economia, sulla governance locale e sulla performance complessiva. Oltreché sulla documentazione disponibile per ciascun Patto (protocolli, verbali, relazioni, ecc), la costruzione di tali indicatori si basa sui risultati di interviste a testimoni qualificati del Patto (osservatori ben informati, responsabili istituzionali e figure-chiave, responsabili delle organizzazioni degli interessi locali, policy makers, imprenditori), per rilevare il giudizio di questi sull’efficacia del Patto nel migliorare la situazione locale sotto profili diversi (economici, istituzionali, progettuali sociali…). Inoltre sono state raccolte informazioni di tipo “relazionale” e “reputazionale” per “ricostruire la mappa e l’influenza dei soggetti che hanno esercitato un ruolo importante nelle vicende del Patto” (Magnatti ed altri, 135). Trattasi di procedure che possono consentire di cogliere anche importanti aspetti qualitativi, ma che non si sottraggono a un’impressione di discrezionalità, parzialità e vaghezza; di qui l’esigenza di progredire nella raccolta di dati che conferiscano alla valutazioni una maggiore oggettività (sia perle modificazioni strutturali e infrastrutturali che per l’impatto sulle istituzioni locali e sulla progettazione territoriale basata sul partenariato) e una maggior capacità di rappresentazione della complessità dei processi in corso. Con una qualche analogia a quanto già osservato per le tendenze all’ “apertura”, osserviamo che ad un ispessimento delle relazioni fra soggetti collettivi (es., per la firma di un protocollo di intesa tra associazioni di imprese e associazioni di banche locali) si accompagna ragionevolmente un potenziamento di quelle tra i singoli operatori appartenenti alle associazioni stesse. Tutto questo concorre a far rimarcare la centralità di un’espansione adeguata e appropriata dell’ aspetto relazionale per lo sviluppo pieno dei potenziali di un territorio, e delle persone che vi fanno riferimento. Come sopra accennato, ci troviamo in linea con un approccio basato sulla persona, con la sua intonazione all’apertura e alla relazione (Pavan, 489). E ci ricorda la tensione permanente, sottolineata da Bruno Forte, nella persona tra interiorità ed esteriorità, eredità del pensiero ebraico-cristiano: “l’esteriorità è il trionfo della relazione sull’affermazione solitaria di sé… lo spazio della possibilità e del nuovo… (che) supera la prigionia dell’individuo chiuso in se stesso…” (Forte, 53-55). Il dinamismo della vita personale si realizza “…in un permanente uscire da sé per andare verso l’altro… in un rapporto circolare per cui uscendo da sé la persona si ritrova nell’altro e accogliendo l’altro in sé ne è arricchita…” (ibidem, 73). Si noti l’estrema rilevanza che questa dinamica personale, del tutto estranea alle consuete valutazioni di natura economica, può rivestire rispetto all’intensità dei processi di sviluppo.
4. Conoscenza, ragione, intelligenza
Nell’attuale contesto di “ipercompetizione” praticata in mercati sempre più “globali”, può ritenersi determinante il contributo della conoscenza all’espansione e allo sviluppo dell’economia e della società locali, considerate nelle loro parti e nel loro complesso. Dal punto di vista dei singoli operatori, si tratta delle conoscenze che concernono clienti, fornitori, concorrenti, tecnologie, canali distributivi, canali di finanziamento, e quant’altro permetta di affermarsi con produzioni a vario titolo competitive. Dal punto di vista dell’economia locale nel suo complesso, si propone la conoscenza della sua presumibile posizione, nel contesto nazionale e internazionale (in corrispondenza dei principali, possibili scenari evolutivi), i potenziali territoriali di occupazione e sviluppo, i vantaggi competitivi perseguibili attraverso progetti specifici, spesso di natura integrata. Si raccomanda una conoscenza volta ad individuare complementarietà ed interdipendenze, per conseguire obiettivi complessi, di quantità e di qualità, di efficienza produttiva e di coesione sociale. Per il policy maker si pone l’esigenza di favorire i processi di apprendimento individuali e di gruppo, anche promuovendo fenomeni di knowledge spillover, attribuibili non solo alla prossimità geografica ma anche allo spazio relazionale locale (apprendimento collettivo, basato sulla mobilità della forza lavoro e sull’operatività dei network locali), e di estrarre le conoscenze private disperse, per farne patrimonio di tutti e base di progetti per lo sviluppo del territorio (Barca, 18-23). In ogni caso, il riferimento è a processi di cooperazione, comunicazione ed apprendimento, fondati sulla dimensione relazionale e sul suo potenziamento. Processi che si calano nella dinamica culturale in senso ampio dei singoli e della società locale, che ne richiedono l’inserimento nei network più appropriati, e che suppongono, come suggerisce la teoria della crescita endogena, un corretto bilanciamento tra le esigenze di ricerca di acquisizione di nuove conoscenze, e l’utilizzo del patrimonio di conoscenze accumulate (Lodde, 12-13). Si intuisce la delicatezza dell’equilibrio che dovrebbe instaurarsi affinché un miope ossequio all’imprinting comunitario non soffocasse possibili sviluppi dinamici innovativi, o questi all’opposto non cancellassero il primo; un equilibrio che dovrebbe comporsi sapientemente sul piano sia della vita individuale (persone) che di quella associata. Secondo le notazioni riportate, lo sviluppo locale si distingue per una particolare complessità, con un intreccio di aspetti economici, sociali e culturali, e risulta problematica una rappresentazione quantitativa adeguata del medesimo. Ciò nonostante, viene avanti uno sforzo sostenuto e articolato di puntare a tale rappresentazione, come accennato nel paragrafo precedente, anche in vista di una misura dell’efficacia delle politiche orientate a sostenere tale sviluppo. Studi recenti si prefiggono di avviare un tentativo di delineare il ventaglio di obiettivi perseguiti, ai vari stadi, intermedi e finali, a cui essi sono configurabili, con una verifica della coerenza rispetto a questi degli strumenti impiegati, e quantificazione del rapporto strumento-obiettivo (Brancati 2005, 13) 4. Difficoltà in questa direzione di analisi provengono dalla necessità di prevedere progetti integrati di sviluppo, che tengano conto delle interdipendenze tra i fenomeni economico-sociali, e perciò puntino, a mezzo dell’integrazione delle linee di intervento seguite, a perseguire congiuntamente più obiettivi (ad es., potenziamento della competitività, promozione dell’occupazione e salvaguardia dell’ambiente). Operativamente, si ritiene che avanzamenti significativi debbano essere compiuti sia per specificare un modello teorico, ivi inclusa la costruzione della funzione di preferenza delle Autorità, che per la stessa quantificazione delle variabili di riferimento (Rey, 69-75). A complicare il problema di tale rappresentazione concorre la necessità di comprendervi caratteri e dinamiche dell’ambiente in cui opera il sistema locale, e di tener conto dei rapporti tra i diversi livelli di governo che a vario titolo risultano coinvolti nel sostegno al suo sviluppo. Comunque, il tipo di razionalità che viene applicata in questi tentativi alle svariate aree decisionali prese in esame è di tipo “strumentale” , idonea ad “…ordinare concetti secondo coerenza formale, a costruire dispositivi esplicativi… ma la razionalità umana è anche intelligenza, bisogno di senso…” (Pavan, 549). Abbiamo ricordato in precedenza alcune analisi quantitative di singoli aspetti dei processi di sviluppo locale, con applicazione del tipo di razionalità indicato. Ma si pone l’esigenza di valutare il ruolo dei diversi obiettivi, perseguiti nel quadro della promozione dell’economia e della società locale, per l’attuazione della configurazione condivisa di benessere complessivo (ammesso che questa risulti individuata e perseguita); ovvero, di analizzare il significato del perseguimento di tali obiettivi e il loro influsso su questo benessere. Come osserva Pavan, è diffusa la tendenza a rimanere nell’area della ragione, senza affrontare il cammino dell’ “intelligenza”, che supponiamo volta ad indagare l’ordine delle finalità. Occorre in altri termini curare la “ricomposizione della funzione di organizzazione e della funzione di senso” (Pavan, 551-553); ricomposizione che può compiersi anzitutto all’interno della persona, e riguardare tutti gli operatori, in primo luogo i policy maker.
5. Multidimensionalità dello sviluppo e formazione del benessere
Ritengo importante proporre una recente riflessione di Giacomo Becattini sullo scopo stesso della vita sociale e sui criteri di valutazione dei cambiamenti del sistema locale: “…ammesso che il vivere in società abbia lo scopo di raggiungere un maggior grado di soddisfacimento dei bisogni avvertiti, in ogni dato momento, dagli individui di ogni dato raggruppamento territoriale, il metro per giudicare se un certo cambiamento, in un dato intervallo temporale, è per un dato sistema locale… un avanzamento o un arretramento su qualcuno dei sentieri potenzialmente contenuti nel punto di partenza… può essere derivato dal modo in cui gli agenti umani di quel processo percepiscono e giudicano i diversi esiti… (Becattini 2002, 7, 19). Si osservi come la persona possa ritenersi al contempo soggetto ed oggetto, in posizione centrale, della vita individuale ed associata, che può supporsi essenzialmente volta alla sua promozione. Si noti inoltre il rapporto stretto e diretto che si pone tra il piano della persona e la scala locale (ad es., dei Sistemi economici locali) dell’osservazione e dell’azione: a tale scala infatti si determinano in misura rilevante le esigenze della popolazione e (almeno in parte) le capacità di soddisfarle, e quindi mostra un particolare rilievo l’analisi del benessere (Becattini 2004, 160; Casini Benvenuti e Ciclone, 333). Gli stati del benessere possono ritenersi risultanti dalla interazione tra decisioni individuali, organizzazione sociale e scelte della politica economica e sociale; più alla radice, troviamo il sistema di valori prevalente, la mappa dei diritti individuali socialmente riconosciuta, gli elementi ritenuti costitutivi del well-being personale. Sempre sotto questo profilo, in riferimento ad un dato livello territoriale, è importante analizzare i meccanismi di formazione del reddito disponibile, di generazione delle entrate e delle spese della P.A., l’effetto sull’ambiente dell’attività produttiva e residenziale, le caratteristiche della formazione e dell’incontro della domanda e dell’offerta di lavoro, sia in termini di occupazione/disoccupazione che di soddisfazione legata all’attività lavorativa; e inoltre (senza pretendere di esaurire gli aspetti rilevanti per la formazione del benessere) i caratteri della vita di relazione (àmbiti, diffusione, intensità) e la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Se per esempio consideriamo le politiche per l’occupazione e per il lavoro decentrate a livello locale, oltre che agire sui caratteri strutturali specifici del mercato del lavoro, esse contribuiscono a produrre e riprodurre i beni competitivi collettivi locali (si pensi ad es. alle attività formative). Richiedono inoltre, per essere efficaci, un’appropriata struttura di governance, con applicazione del principio di sussidiarietà, sia verticale che orizzontale, e naturalmente del principio di equità nell’adattamento di domanda e offerta. Per vie molteplici, dunque, le politiche del lavoro influiscono, in modo diretto e indiretto, sul benessere individuale e collettivo (Ferretti, Perugini e Signorelli). In un modo ancor più evidente, ciò vale per le politiche sociali, che possono ritenersi “parte integrante e inscindibile di una strategia complessiva di sviluppo territoriale che coniughi qualità sociale e qualità dello sviluppo” (Lombardi). Si osservino le implicazioni di un approccio siffatto per la stessa idea di sviluppo, e per il concetto d’uomo che in corrispondenza si intende promuovere. Quanto osservato mostra come lo sviluppo locale si caratterizzi per lo stretto collegamento tra gli aspetti economici e quelli sociali. Di ciò tengono conto alcune tipologie delle cd “nuove politiche per lo sviluppo locale”, quali i cd “piani strategici per le città”. Tali piani documentano con particolare evidenza la necessità di un collegamento stretto tra crescita economica e qualità sociale, nonché del rilievo strategico, per lo sviluppo locale, del perseguimento di obiettivi integrati (economici, sociali, infrastrutturali, di medio e lungo periodo) (Trigilia 2005a, 138-140; Spaziante). Tutto questo porta a sottolineare l’interdipendenza tra le varie dimensioni che caratterizzano i processi di sviluppo locale (e non solo locale): le specializzazioni produttive, la dotazione infrastrutturale, le istituzioni culturali, formative e di ricerca, i servizi sociali, la qualità ambientale. Da un lato, lo sviluppo economico, accrescendo le opportunità per attività lavorative stabili e qualificate e fornendo risorse aggiuntive per finanziare la domanda di protezione sociale, contribuisce ad accrescere l’inclusione sociale e a ridurre le aree di disagio. Dall’altro, per rafforzare date specializzazioni produttive possono risultare determinanti collegamenti adeguati con le politiche della ricerca, della formazione, o anche dell’inclusione sociale (si pensi, per es., al tema dell’immigrazione) (Consiglio italiano, 2 ; Bàculo, 192). Da queste affermazioni risulta confermata l’appropriatezza della concezione personalista dello sviluppo umano, distinto, nel quadro della sua connotazione generale di apertura a beneficio dei processi di autorealizzazione, da una costante attenzione alla multidimensionalità dello sviluppo medesimo. La complessità dei processi di sviluppo e degli effetti sul benessere risulta anche dagli intrecci temporali tra effetti di breve e di medio lungo periodo (Magnatti, 107 segg.), intrecci che accrescono la complessità dell’analisi e degli effetti sul benessere: il valore aggiunto delle nuove politiche dello sviluppo locale sta –come in particolare è stato osservato per i patti territoriali- nella possibilità di potenziare, attraverso l’avvio contemporaneo di una molteplicità di iniziative di investimento, la “complessiva densità e interconnessione imprenditoriale di un’area”, così da accrescere il rendimento di queste, ma anche le aspettative sul futuro e gli investimenti correlati. Perché questi effetti di lungo periodo si manifestino, occorre un progetto complessivo di qualità elevata, in linea con le potenzialità del territorio e il più possibile condiviso dagli attori che vi operano (Magnatti, 107 segg). In corrispondenza, ricordiamo il riferimento, per la rappresentazione di situazioni di benessere, al criterio del well-being, proposto da Dasgupta, a costituire il quale concorrono la dimensione economica (misurabile dal consumo privato pro-capite), sanitario-demografica (aspettativa di vita alla nascita), educativa ( titolo di studio), quella riguardante le libertà civili e quella espressiva delle libertà politiche (Dasgupta, 77-114). Alcuni studiosi propongono di approssimare il concetto di well-being analizzato da Dasgupta con quello di coesione sociale, intendendo che questa, con riferimento ad una comunità, “…esprima la capacità di tenuta, di cooperazione, di pacifica e produttiva coesistenza fra tutte le componenti della società, e quindi faccia riferimento sia alla qualità che alla quantità (intensità) delle relazioni che caratterizzano il gruppo o la comunità…” (Signorino, p.184). Si rilevi che la coesione sociale, dipendente, tra l’altro, dall’efficienza delle istituzioni e della governance partecipativa della comunità, può influire positivamente sulla capacità degli individui di sviluppare le proprie potenzialità, e di relazionarsi tra loro e con l’organizzazione politica di riferimento, nonché sulla soluzione dei conflitti d’interesse. Per tutto questo, può generare effetti favorevoli alla produttività dei fattori (si ricordi il tasso di crescita della total factor productivity) ed alla competitività complessiva del sistema locale. ‘E opportuno segnalare recentissimi progressi nella rappresentazione teorica della crescita comprensiva dell’accumulazione di capitale sia privato che sociale, e della formazione del benessere individuale, l’utilità dell’individuo rappresentativo essendo determinata da beni di consumo privato (impiegati per soddisfare bisogni di base), da beni relazionali (es., relazioni amicali), e da beni di consumo privati (es., beni di lusso) che fungono da sostituti rispetto ai beni relazionali. La scelta di base nel modello è quella sulla distribuzione del tempo disponibile tra partecipazione sociale, lavoro e consumo privato (e sulla divisione di questo tra i due beni di consumo) (154-5). In una situazione di relativa abbondanza del capitale sociale rispetto a quello privato, l’interazione sociale si rivela (in equilibrio), insieme al consumo di sussistenza, essere la fonte principale del benessere individuale (equilibrio socialmente orientato); viceversa, se il capitale sociale è scarso rispetto al capitale privato (equilibrio orientato verso il privato) (166) (Antoci, Sacco e Vanin, 154-66). Uno sviluppo importante del modello potrebbe essere quello di far dipendere la produzione dei beni privati anche dal capitale sociale, e dei beni relazionali anche dal capitale privato. Va poi notato, ancora, tra l’altro, che proprio una conseguenza del processo di sviluppo potrebbe essere quella di cambiare le elasticità di sostituzione tra le componenti del benessere. E che occorrerebbe tener conto della disomogeneità sociale, e dell’interdipendenza tra i comportamenti e le propensioni degli agenti.
6. Sviluppo, equilibrio dinamico e nuova razionalità
Sempre nella prospettiva della persona, con riferimento agli andamenti delle varie dimensioni del vivere (ad es., a livello individuale: attività di lavoro remunerato, della sfera familiare, della vita amicale, associativa e culturale, delle altre attività del tempo libero, della partecipazione alla vita pubblica), s’impone la verifica della presenza di un principio di “sostenibilità”: tra tali andamenti dovrebbe permanere una relazione compatibile con la dignità della persona, caratterizzata cioè da un grado di sostenibilità, secondo gli orientamenti e le indicazioni rilevabili presso le diverse componenti della popolazione interessata, in opposizione all’affermarsi di stati di frenesia nell’ambito di singole dimensioni. Ciò rimanda al ruolo basilare dei processi di formazione dei giudizi di valore, e dei fattori che li determinano, sul piano sia individuale che collettivo. Al riguardo, è interessante rilevare la presenza di studi orientati alla messa a punto di indicatori di sviluppo, che cercano di tener conto dell’ “equilibrio” tra i diversi aspetti dello sviluppo; tale equilibrio è impiegato come proxy del concetto di “sviluppo sociale sostenibile nel tempo, cioè uno sviluppo che possa minimizzare gli squilibri interni tra i suoi vari aspetti” (Casadio Tarabusi e Palazzi, 143: Palazzi, 281). In corrispondenza, possono auspicarsi sviluppi di ricerca per rappresentare con efficace sintesi le dinamiche relative delle varie componenti dello sviluppo. Con riferimento alle politiche per lo sviluppo locale (riguardanti infrastrutture, o incentivi o sussidi o trasferimenti, o regolazione di aspetti rilevanti della vita economico-sociale), la multidimensionalità può ritenersi dunque un carattere di grande rilievo, che può riguardare sia la singola politica (sotto il profilo della concreta presa in conto delle varie dimensioni della vita economica e sociale) sia il complesso delle politiche stesse (dal punto di vista dell’articolazione corrispondente ai diversi aspetti della vita associata). Si osservi come alla multidimensionalità possa correlarsi un’altra caratteristica di rilievo di tali politiche, correlabile alla multidimensionalità, rappresentata dalla già ricordata “apertura”, che a sua volta può collegarsi agli aspetti innovativi delle politiche medesime. Va sottolineato infine, sempre per tali politiche, il carattere di “relazionalità”, manifestata dalla numerosità e densità delle relazioni (di varia natura) impiegate per l’elaborazione e l’attuazione di esse, che può risultare fortemente intrecciata con l’acquisizione ed elaborazione di conoscenze 5. Le caratteristiche ora ricordate possono riguardare sia le modalità delle politiche in esame, sia i loro obiettivi che gli effetti da esse determinati, in corrispondenza di numerose esigenze che in vario modo richiamano difficoltà, necessità e speranze tipiche della persona. I rilievi precedenti hanno mostrato l’importanza delle interdipendenze sistemiche e del riferimento ad una visione complessiva dello sviluppo di un territorio, per la costruzione del benessere economico e sociale ad esso riferibile. A fondamento di questa troviamo l’insieme dei valori condivisi dalla comunità che fa riferimento al territorio considerato: come sottolinea la letteratura, manifestazioni rilevanti dello sviluppo locale si accompagnano alla presenza di interessi comuni e valori condivisi, e all’esercizio di appropriate forme di governance (Pichierri, 79-80). Da ciò si deduce, in presenza della crescente eterogeneità della popolazione dei territori, indotta dai movimenti migratori e dai processi di globalizzazione, l’importanza di stabilire forme di comunicazione, di partecipazione e di integrazione che consentano l’individuazione di una piattaforma comune di interessi, di un minimo comun denominatore di interessi e di valori. Tra i valori di fondo troviamo la ricerca dell’equità; al riguardo, ricordo la triade costitutiva dell’etica ternaria di Paul Ricoeur: stima di sé, sollecitudine verso l’altro, aspirazione a vivere in istituzioni giuste (Ricoeur 2002, 71; Ricoeur 1994, 94). Un punto centrale è costituito dal genere di razionalità richiesta ad operatori che collaborino in modo consapevole al processo di conseguimento del benessere di cui sopra. Al riguardo può supporsi che la loro funzione di utilità comprenda argomenti rappresentativi del benessere generale della collettività a cui appartengono. Può avanzarsi l’ipotesi che essi condividano delle preferenze di squadra, che facciano propria una “we-rationality” alla Hollis (Bruni, 50-51). ‘E interessante ricordare che la ricerca sperimentale sta portando avanti un riesame radicale delle basi motivazionali del comportamento economico, mostrando la sensibilità degli agenti a valutazioni di equità, e la loro tendenza a reciprocare, anche senza seguire lo stretto interesse personale (Devetag, 128). Come suggerisce la teoria dei giochi comportamentale, può mostrarsi l’esistenza di strutture motivazionali più complesse di quella riconducibile al tradizionale homo oeconomicus di matrice neoclassica, nonché il manifestarsi di preferenze sociali, ovvero di “disposizioni verso gli altri, sia positive che negative, non riconducibili al self-interest” (Sacco e Zarri, 138-9). Può essere interessante ricordare il fondamento di una “razionalità relazionale”, a cui di recente accennava Stefano Zamagni. Parlando delle relazioni tra persone, egli fa notare come tale fondamento sia la realizzazione della persona, ovvero la sua “fioritura”; a questo fine, ciascuno dei soggetti di una relazione ha bisogno del necessario riconoscimento da parte dell’altro (Zamagni 2002, 91). Se proviamo a spostare la riflessione sul piano dell’interazione tra attori collettivi, per la realizzazione di una configurazione condivisa di bene comune riferita al territorio di appartenenza, possiamo supporre che una razionalità relazionale implichi la sensibilità delle parti in gioco alla fioritura delle controparti 6. In ogni caso, si noti l’influsso radicale dei processi di messa in valore sulle funzioni di utilità individuali e quindi sugli esiti complessivi dello sviluppo. Proprio il fuoco sulla persona può consentire un collegamento adeguato tra individualità e socialità (Zamagni 2003, p.263). In questa direzione, e sulla base delle osservazioni compiute, si può auspicare un potenziamento dell’attività di rilevazione, elaborazione e ricerca. I modelli teorici disponibili sono inadeguati a cogliere la complessità dei processi di sviluppo locale, e si richiede un lavoro accurato di potenziamento, anche se difficilmente si potranno rappresentare quei mutamenti di qualità, che spesso costituiscono gli indicatori più significativi dello sviluppo medesimo. In ogni caso, saranno benvenuti progressi ulteriori nell’elaborazione di indicatori, che consentano quanto meno di tener conto dei caratteri indicati (apertura, innovazione, relazionalità e multidimensionalità), o comunque di migliorarne la capacità rappresentativa della realtà. Ciò potrà concorrere a verificare la presenza nei processi di sviluppo di una prospettiva della persona, e ad attuare le condizioni per tentare di renderla operativa.
NOTE
1 Spingono in tale direzione anche le tendenze alla “denazionalizzazione delle politiche di regolazione” (per la contrazione delle capacità di controllo degli Stati nazionali e l’accentuazione delle specificità degli effetti locali delle dinamiche di integrazione ed internazionalizzazione delle economie europee) (Calafati, 6-7).
2 Si propongono azioni di promozione, di attenta selezione progettuale, di coordinamento e di governance multilivello (Consiglio italiano per le scienze sociali, 56), che orientino le classi dirigenti locali verso livelli più elevati di responsabilizzazione e di capacità di cooperazione (Trigilia 2005a, p.108). Si profila il problema di fondo: quello di una governance multilivello, basata su un ordinamento più completo dei rapporti tra centro, regioni ed autonomie locali, e sul coordinamento richiesto ai vari livelli (Consiglio italiano…, 121).
3 L’esigenza di una governance multilivello, e multiterritoriale, si coglie anche in riferimento alle esigenze di ristrutturazione di tali economie, per reggere la sfida competitiva, attraverso un governo integrato della filiera (con collaborazione interistituzionale e interassociativa) su base sovralocale (Unioncamere, 10-11).
4 Difficoltà in questa direzione di analisi provengono dalla necessità di prevedere progetti integrati di sviluppo, che tengano conto delle interdipendenze tra i fenomeni economico-sociali, e perciò puntino, a mezzo dell’integrazione delle linee di intervento seguite, a perseguire congiuntamente più obiettivi (ad es., potenziamento della competitività, promozione dell’occupazione e salvaguardia dell’ambiente). Operativamente, si ritiene che avanzamenti significativi debbano essere compiuti sia per specificare un modello teorico, ivi inclusa la costruzione della funzione di preferenza delle Autorità, che per la stessa quantificazione delle variabili di riferimento (Rey, 69-75).
A complicare il problema di tale rappresentazione concorre la necessità di comprendervi caratteri e dinamiche dell’ambiente in cui opera il sistema locale, e di tener conto dei rapporti tra i diversi livelli di governo che a vario titolo risultano coinvolti nel sostegno al suo sviluppo.
5 L’efficacia delle attività dei governi locali cresce al crescere della consapevolezza che gli Attori hanno della importanza della loro capacità di cooperare per la soluzione dei problemi collettivi, nonché con la presenza effettiva delle condizioni necessarie per lo sviluppo di forme cooperative, in particolare tra soggetti privati e pubblici. Si noti come l’adesione ad un progetto di sviluppo condiviso possa accrescere la probabilità di disporre di questi requisiti (Trigilia 2005a, 149-150).
6 In tema di politiche per lo sviluppo locale, ciò implica un orientamento crescente verso la modificazione delle funzioni di comportamento degli operatori locali, non più supposte date come nella teoria tradizionale della politica economica; e un’attenzione alla ricerca di integrazione, di complementarietà, di sinergie tra tipologie diverse di intervento; della combinazione più opportuna di forme regolative dell’economia (Cella, 30 segg.; Martinelli, 23 segg.; Trigilia, 1998, 354 segg.); ma anche dell’equilibrio dinamico richiesto per garantire dignità e sostenibilità ai processi di realizzazione dei potenziali endogeni (controllando possibili derive di frenesia di dimensioni specifiche), per la realizzazione di un progetto condiviso di sviluppo orientato alla promozione integrale della persona. E si avverte l’importanza di disporre di un progetto diffusamente e consapevolmente condiviso, per garantire incisività allo sviluppo locale.
Anno
IV n.1/2, gennaio/aprile 2006
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2004