DOPO IL "NO" DELLA FRANCIA:
L'EUROPA MUORE A PARIGI
di GIULIO LIZZI
Nella vittoria del “No” al referendum francese sulla
ratifica della Costituzione europea sembrano concentrarsi un
viscerale desiderio di chiudersi nazionalisticamente dietro
le frontiere, così come la speranza delusa in un'Europa che
non è ancora potenza, ma forse anche una paura xenofoba
legata all'allargamento ad est dell'Unione e il timore che
questa, così impostata, non sia in grado di proteggere dalle
tempeste di un mondo in frenetica mutazione. Vale a dire, le
medesime incertezze che attraversano indistintamente,
ancorché in forme diverse, l’intero continente. Ciò che è
posto in discussione con il rifiuto francese non è - o non è
soltanto - la Costituzione, che peraltro pochi hanno letto,
ma l’idea di Europa che ha ispirato quel testo. Un’idea che
prende forma nelle istituzioni lontane e incomprensibili a
molti; un'Europa che la gente non capisce e di cui non vede
prospettive, e che anzi vede sparire a poco a poco sotto il
peso degli egoismi nazionali e delle “piccole patrie”
politiche ed economiche. E allora, nell’opinione pubblica
prevale il giudizio negativo riguardo all’euro, la moneta
comune, unico elemento tangibile nella selva di astrazioni:
la gente si fa i conti in tasca e conclude che è meglio
senza Europa. Ma è pur vero che non soddisfa questa
Costituzione, concepita come la summa dei trattati finora
stipulati tra i paesi europei, dunque un testo burocratico,
privo di visione strategica, di ideologia - una parola che
le moderne democrazie non dovrebbero aver timore di
riscoprire. L'Europa esce a pezzi dalla prova francese,
sebbene il fronte del “No” sia animato da mille
contraddizioni e reso compatto da un’infausta commistione
tra politica nazionale ed europea. Come ha ricordato Barbara
Spinelli, la parola “crisi” in origine non vuol dire
patologia, malanno: la parola indica piuttosto l'ora della
decisione, del discernimento tra una rosa di possibili vie.
È il malessere che si prova quando si giunge al punto di
biforcazione, che ha dato alla crisi il colore di una
condizione patologica, dalla quale si uscirebbe con farmaci
o addirittura col riposo e non, come invece urge, con la
contromossa consistente nel prendere una decisione,
nell'agire scegliendo la via ritenuta migliore. L'Europa non
muore a Parigi: il processo delle ratifiche non sarà
interrotto solo perché il 55% degli elettori ha detto “No”
in uno dei 25 paesi. D’altro canto sarebbe irresponsabile
ignorare i richiami che il rifiuto francese esprime:
l'eccessiva burocratizzazione delle istituzioni comunitarie,
le incognite dell'allargamento ad est dell’Unione, le
perplessità riguardo all'eventuale inclusione della Turchia,
la questione d'Oriente in Ucraina. In questa ora più che mai
siamo chiamati all'arduo compito di discernere il presente,
ripensare il senso di questa Europa, condurre una
riflessione su identità e alterità che la questione europea
inevitabilmente ci pone, come unico antidoto alla paura e
all'arroganza.
Anno III n.3, maggio/giugno 2005