LAICITÀ E LAICISMO: COSA DARE
A CESARE E COSA DARE A DIO?
di GIULIO LIZZI
“Riguardo ai temi etici di rilievo, la Chiesa è tenuta ad esporre il suo pensiero
sull’uomo, senza pretesa di imporlo ad alcuno. Il principio di laicità afferma
chiaramente la distinzione tra Chiesa e Stato e la legittima autonomia delle realtà
terrene”. Così affermava il cardinale Camillo Ruini a chiusura della 55ª assemblea
generale della Cei ad Assisi. Dunque, secondo il cardinale, non può definirsi
ingerenza l'intervento della Chiesa nei confronti dello Stato italiano, quando
i temi in discussione sono centrali per l’uomo. Sui grandi temi etici la Chiesa
non può non pronunciarsi, perché così facendo ignorerebbe il suo dovere fondamentale,
quello di indicare una via all’uomo. Né si potrebbe mai escludere la Chiesa dalla
vita pubblica, chiedendo che avesse rilevanza solo privata per ciascun cittadino,
proprio perché i temi affrontati sono di rilevanza pubblica e chiamano in causa
la comunità degli uomini. Si tratta di individuare un fulcro di cooperazione,
l’unico argomento sul quale la Chiesa è tenuta a fornire un contributo allo Stato:
la persona umana, con i valori inerenti alla sua dignità individuale e sociale.
Pare assurdo che l’impegno aperto e concreto della Chiesa a favore della persona
umana rappresenti, agli occhi di alcuni politici italiani, una violazione della
laicità della nostra Repubblica, anziché un contribuito offerto alla libertà di
ciascuno, secondo il più laico degli approcci intellettuali. Un dibattito pubblico
democratico non può che giovarsi della ricchezza di opinioni e allontanare il
più possibile le polemiche sterili, concentrandosi sui temi centrali del nostro
tempo: la persona, l’uomo e la donna nella loro identità e nella loro socialità,
le frontiere della famiglia e della vita. Questioni tutt’altro che “specializzate”,
sulle quali oggi si misurano la libertà e la giustizia, le basi e gli sviluppi
della nostra civiltà, i diritti e i doveri. L’atteggiamento laicista, che vorrebbe
una dimensione religiosa esclusa dalla vita pubblica e reclusa nell’intimo di
ciascuno, si trova oggi a confrontarsi con gli esiti di un processo di secolarizzazione,
che, lungi dal portare alla dimostrazione del paradigma della progressiva emarginazione
della religione, assiste al riemergere delle domande di senso e di identità. La
vera vaccinazione contro ogni ideologismo, clericalismo o laicismo, è in fin dei
conti il buon senso, la realtà della vita, con le grandi domande che ritornano
e che richiedono risposte. La laicità intesa come principio di distinzione tra
stato e religioni - ricorda Enzo Bianchi - oggi è non solo accettata dai cristiani,
ma è divenuta un autentico contributo che essi sanno dare all’attuale società,
soprattutto in questa fase di costruzione dell’Europa. Si è passati gradualmente
da una laicità di rifiuto o di restrizione, il laicismo, a una laicità di rispetto
o di neutralità positiva. Giovanni Paolo II, a questo proposito, ha parlato di
“giusta laicità”, in cui tutti i cittadini possano sentirsi rappresentati, a qualunque
fede, etica e cultura appartengano. Dunque il ruolo fondamentale dello Stato oggi
è quello di esercitare una pratica della laicità vigilante e accogliente, come
ha ricordato il vescovo Ricard, presidente della Conferenza episcopale francese.
Uno Stato che, in nome della laicità, difenda la libertà di coscienza, vegli affinché
sia possibile una coesistenza sociale pacifica tra le componenti della società,
si opponga a ogni forma di violenza utilizzata per far prevalere idee e convinzioni
religiose, senza tuttavia dimenticare che lo stato è laico, ma la società civile
non lo è. La via del “dialogo strutturato”, più volte ricordato dal cardinal Sodano,
cioè un dialogo formalmente definito nei termini e nelle modalità, sulle materie
che riguardano la vita delle chiese e delle confessioni religiose, sarebbe uno
strumento di ascolto reciproco che permetterebbe di non marginalizzare le religioni
e di giungere a comuni valutazioni dinamiche capaci di orientare un’efficace legislazione
valida per tutti. Si tratta di fare i conti con il bisogno di spiritualità dell’uomo,
che non può essere cancellato per decreto. D’altro canto, una “giusta laicità”
offrirebbe alla Chiesa l’opportunità di non scivolare verso una dimensione di
“religione civile”, quanto mai estranea alla sua natura, e conservare la forza
profetica del messaggio cristiano.
Anno III n.5/6, settembre/dicembre 2005