PASTORALE DELL'INTELLIGENZA
«Le nuove generazioni sono il terreno più difficile, ma anche il più necessario di una nuova pastorale dell’intelligenza». Così il cardinale Camillo Ruini, a conclusione del convegno ecclesiale della diocesi di Roma, lo scorso 5 giugno, in cui si è affrontato il tema della rimozione del problema religioso in molti ambiti della vita civile e segnatamente tra le nuove generazioni.

 
LA DOMANDA DI ATTUALITÀ


PASTORALE DELL'INTELLIGENZA:
QUALI PERCORSI?


di GIULIO LIZZI


«Le nuove generazioni sono il terreno più difficile, ma anche il più necessario di una nuova pastorale dell’intelligenza». Così il cardinale Camillo Ruini, a conclusione del convegno ecclesiale della diocesi di Roma, lo scorso 5 giugno, in cui si è affrontato il tema della rimozione del problema religioso in molti ambiti della vita civile e segnatamente tra le nuove generazioni. Prendendo le mosse dalla constatazione di una «difficoltà crescente nell’educare i giovani alla fede», la riflessione di Ruini si è aperta ad un tema più complesso che concerne la difficoltà di «ricomporre la frattura tra razionalità tecnico-scientifica e mondo delle esperienze»: una frattura che i giovani avvertono, spesso ad un livello che potremmo definire subliminale, e di cui soffrono manifestando forme diverse di disagio. Il vicario del Papa per la diocesi capitolina ha fatto più volte riferimento al discorso con cui Benedetto XVI aveva aperto il simposio, citando in particolare i due fondamentali motivi di difficoltà indicati dal papa: agnosticismo e relativismo. I giovani «vivono prevalentemente nel mondo dell'immediatezza dei sentimenti»; cadono in questo orizzonte «la sessualità che viene intesa come finalmente liberata» e «l'attrazione del denaro e del consumo, oltre che del successo». D'altro canto, però, «i giovani imparano a scuola e da piccoli la razionalità tecnico-scientifica che si presenta loro come l'unica veramente valida e sicura», anche se non può rispondere alle domande fondamentali della vita. Si determina così, appunto «una frattura nell'unità della persona tra la sua razionalità e la sua esperienzialità». Una frattura che, secondo Ruini, «sta diventando una crisi della nostra civiltà, come appare dalla mancanza, molto frequente, di grandi motivazioni e da una debole volontà di futuro». Di qui la proposta di una via risolutiva nella forma della «pastorale dell'intelligenza»: non si può evitare la questione della verità, «snobbando» la quale «ci adattiamo al contesto agnostico del nostro tempo». Non si tratta infatti di una questione teorica o filosofica e priva di conseguenze per la nostra vita. Come ha spiegato in altra sede mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, «occorre eliminare ogni timore nel porre la verità della fede a confronto con le autentiche conquiste della conoscenza umana». Fin dai primi passi del Pontificato, Benedetto XVI ha esortato i fedeli a rendere ragione della speranza cristiana. Il dialogo tra fede e ragione offre la possibilità di percepire in modo più efficace e convincente la ragionevolezza della fede. I giovani hanno un bisogno inconsapevole, e addirittura contraddittorio, di valori di verità, di bellezza, di giustizia e di bene, e rischiano di vivere ai margini della vita, abbandonati a se stessi, cioè senza una proposta adeguata di vita; che non sia questo essere introdotti non solo sbrigativamente ma anche agevolmente nella società dei consumi. Con la pastorale dell’intelligenza, la Chiesa ritrova il coraggio di una proposta di verità, che va alla esigenza di verità ultima della persona, del giovane, e la sua ultima responsabilità. La pastorale dell’intelligenza sembra riassumere in modo originale la grande intuizione di Giovanni Paolo II, secondo cui «se la fede non diventa cultura, non è realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata».

Anno IV n.3/4, maggio/agosto 2006
 


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