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Franco Gentilini, Chiesa di San Donato, part.
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ENZO
BIANCHI: UN MONACO DI OGGI
E LA SUA VISIONE DELL'ODIERNO
«Sentinella, a che punto è la notte?». La risposta è enigmatica
e forse anche deludente: «Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!». Il profeta
apre il futuro, dà futuro all'oggi, suscita speranza. E chiede
che, nel frattempo, si continui a domandare, a interrogare e
a interrogarsi sul giorno e sulla notte, dunque sul senso del
tempo, della storia e della vita. |
CONVERSAZIONI
IN LIBRERIA
ENZO BIANCHI: UN MONACO DI OGGI
E LA SUA VISIONE DELL'ODIERNO
TRA NUOVE APOCALISSI E SOCIETÀ
di GIULIO LIZZI
Il
problema dell’identità del cristiano nel mondo odierno è
un tema cruciale e quanto mai urgente in questa epoca postmoderna
e postcristiana segnata da relativismo, complessità, indifferentismo,
e nella quale i riferimenti oggettivi sono diventati progressivamente
più labili. Interrogarsi sul senso dell’essere cristiani
nella società contemporanea non è più rinviabile, nel momento
in cui la crisi e lo smarrimento del nostro tempo interpellano
direttamente l’ecclesiologia e la stessa autocomprensione
dei cristiani. Da questa premessa prende avvio la riflessione
di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose
e acuto osservatore della realtà odierna, nei due testi
(1,2) ai quali si rimanda per un approfondimento dei temi
che qui verranno solo in parte accennati. Ancor prima di
addentrarci nella riflessione di Bianchi, occorre procedere
ad alcune precisazioni di natura lessicale. Stando ad una
lettura superficiale – ma ahimé assai diffusa nel nostro
tempo – potrebbe sembrare paradossale che ad occuparsi del
rapporto tra i cristiani e la società sia proprio un monaco;
si ritiene infatti che sia proprio del monaco il distacco
dalla dimensione storica del mondo, e che tale distacco
costituisca la condizione essenziale per porre lo spirito
in atteggiamento di ascolto nei confronti della parola di
Dio. Una lettura, questa, certamente fuorviante rispetto
al senso più proprio dell’esperienza monastica, che è anzitutto
vita nel mondo, partecipazione alla vicenda umana e alla
stessa comunità cristiana. Il monaco cristiano, spiega Bianchi,
«tenta di comprendere in modo contemplativo gli eventi della
storia dalla quale non si ritiene esente, bensì testimone
e anche responsabile». Da ciò si evince che la chiave di
volta del rapporto tra il monaco e la società è appunto
la capacità di gettare uno sguardo contemplativo sulla vicenda
umana. Questa definizione ci offre lo spunto per una ulteriore
precisazione di natura lessicale: contemplazione non è -
o non è soltanto - attività da compiersi nel chiuso di una
cella, è bensì impegno di interpretazione del mondo e delle
vicende umane attraverso il filtro della misericordia di
Dio. Contemplazione è dunque ricerca incessante e lotta
interiore: la fatica del pensare e la responsabilità della
fede si esercitano nel momento contemplativo del cristiano
che riflette sulla società in cui vive. Spiega Bianchi che
nel credente è sempre viva quella «dimensione di incredulità
che pur sempre lo abita e che lo rende vicino all’uomo in
ricerca, più che all’uomo che ha sempre risposte e certezze»,
laddove incredulità è da intendersi come acquisizione del
dubbio e propensione alla ricerca; dunque la visione contemplativa
del mondo, intesa come momento di ricerca e di ripensamento,
si pone come punto cardine del rapporto tra cristiani e
società, ponendo inevitabilmente la questione dell’identità
del cristiano. Tale questione si pone per la prima volta
– almeno in tempi recenti – all’indomani dell’esperienza
per molti aspetti traumatica del Concilio Vaticano II: nel
1965 viene pubblicato infatti un libretto che porta la firma
del teologo Hans Urs von Balthasar e si intitola appunto
“Chi è il cristiano?”. Da allora l’eco di quella domanda
risuona incessantemente fino ai nostri giorni, e il suo
reiterarsi non può che essere letto come una «grande grazia
del Signore», spiega Bianchi, dal momento che l’identità
per il cristiano è da intendersi non come patrimonio definito
e “concluso”, bensì come percorso di ricerca di senso e
di integrazione armonica dei diversi aspetti della vita;
un percorso del pensiero in cui si compie il cammino di
fede. L’impegno intellettuale che la costruzione dell’identità
comporta non può prescindere da fattori essenziali tra i
quali almeno due devono essere qui accennati: il rapporto
con la comunità e la concezione del tempo. L’analisi del
primo fattore induce ad interrogarci su quale sia il “luogo”
del cristiano, in una società come quella odierna in cui
si fanno sempre più frequenti forme di allergia alle domande
di impegno, allergia da cui discende il rifiuto delle istituzioni,
prima fra tutte la Chiesa. Il luogo del cristiano è certamente
la comunità, al di fuori della quale egli non può certo
pervenire alla piena maturazione della sua identità, dal
momento che «unus christianus, nullus christianus», l'amore
reciproco all'interno della comunità cristiana è elemento
di veridizione dell'autentico discepolo di Cristo (3). Al
contrario, si assiste oggi ad una progressiva degenerazione
della fede verso una dimensione individuale e privata, che
occasionalmente assume forme solo apparentemente partecipative
nei grandi assembramenti di persone che occupano intere
piazze. L’efficacia mediatica di quegli eventi, che vivono
spesso nello spazio ristretto di una trasmissione televisiva,
induce a dimenticare che a quelle piazze gremite di gente
corrispondano molte chiese vuote; l’immagine artificiosa
della partecipazione in massa ad un evento religioso spesso
nasconde l’assenza dell’impegno quotidiano nella parrocchia,
l’assenza cioè della vera partecipazione intesa come vicinanza
al prossimo, che non è dunque la vicinanza occasionale della
piazza, bensì relazione tra persone umane cristianamente
definite. La comunità è dunque il luogo dove il bisogno
dell’altro trova conforto, il luogo in cui comprendere la
diversità e la complessità, dal momento che, ricorda Bianchi
«i cristiani, come tutti gli uomini, sono chiamati ad accogliere
la diversità, ad assumere la complessità; l’altro non è
l’inferno ma la sola salvezza che abbiamo e la nostra unica
occasione di comunione». Altro fattore dell’identità del
cristiano di cui qui si accenna è la concezione del tempo.
Un rapporto che nell’odierna società occidentale pare essere
segnato da una sostanziale inimicizia. L’incessante “lotta
contro il tempo”, l’avvicendarsi sempre più rapido e incalzante
degli eventi, sia collettivi che individuali, provoca infatti
una distorsione nella percezione del tempo, ormai sempre
più frammentato in una frenetica concatenazione di “tempi”,
del tutto autonomi ed estranei rispetto ad una concezione
unitaria del tempo vissuto. La prima vittima della proliferazione
dei “tempi” quotidiani è senza dubbio la propensione alla
ricostruzione del senso e in definitiva al pensare. Per
questo motivo la frammentazione del tempo si riflette inevitabilmente
nella frammentazione dell’identità, nella perdita di consistenza
del senso della storia e nell’appiattimento della riflessione
sull’unica dimensione del tempo presente. Evidenti sono
le analogie tra questa percezione del tempo e la rappresentazione
che di esso offrono i mass-media, in particolare la televisione.
Alla concatenazione incessante dei “tempi” televisivi, che
tende a privare di ogni spazio intermedio di ripensamento,
si affianca la sottrazione di quella necessaria distanza
temporale interposta tra l’osservatore e l’evento, quello
spazio vitale in cui si esercita la capacità dell’uomo di
riflettere sul mondo. Tale distanza è annullata in nome
di una presunta “realtà” del tempo: “in tempo reale” sembra
essere il nuovo mantra della società contemporanea. Si assiste
al paradosso per cui la venerata immediatezza, il presunto
azzeramento di qualsiasi mediazione tra l’osservatore e
l’evento rappresentato, si attua proprio nello spazio di
mediazione per eccellenza, cioè il mezzo televisivo. La
prima vittima della cultura del “tempo reale”, ricorda Bianchi,
è «il pensare, il frapporre una distanza tra un evento e
se stessi, tra un dato e la sua interpretazione». A questo
si aggiunge la generalizzata propensione al rifiuto del
ripensamento e della rielaborazione di tutto ciò che scorre
inesorabilmente sullo schermo televisivo, così come nelle
nostre vite. Pressati come siamo dall’istante che fugge,
la rielaborazione di un fatto è processo arduo, faticoso:
riemerge la propensione a rifuggire le domande di senso,
la fatica del pensare, la visione contemplativa del mondo.
Si perviene dunque ad una percezione della storia come un
amalgama di fatti indistinti, accomunati dalla stessa oscurità
di senso. Il corso degli eventi è osservato con occhi incapaci
di leggerne la logica concatenazione di cause ed effetti:
uno sguardo sul mondo incapace di interpretare quegli stessi
eventi come rivelazioni di senso, apocalissi intese nel
significato etimologico di “alzare il velo”, svelare il
senso delle cose. Il dovere che si impone oggi ai cristiani
è dunque quello di recuperare la dimensione perduta del
tempo, di vincere la paura del pensare (4). Non resta quindi
che comprendere in profondità la vicenda spirituale umana
come un «incessante viaggio interiore» (5), intendere la
fede come un cammino intellettuale ancor prima che spirituale:
mai come oggi, infatti, risuonano con forza le parole di
Dietrich Bonhoeffer secondo cui «il concetto non biblico
di “senso” è solo una traduzione di ciò che la Bibbia chiama
“promessa”». Interrogarsi sul ruolo del cristiano nella
società contemporanea non può prescindere da un profondo
ripensamento del significato della profezia evangelica.
Se la profezia è storica e sempre usa linguaggi e assume
configurazioni differenti, oggi più che mai occorre, spiega
Bianchi «assumere la forma dell’ “invenzione del senso”,
vivendo e trasmettendo la fede come “cammino del senso”».
Se i teorici del postmoderno ci dicono che le domande odierne
– e ancor più le future – riguardano la funzionalità e l’utilità
delle cose, delle nozioni e dei saperi, e non la loro verità
o bellezza, la chiesa può resistere a questa tendenza, cercando
di porsi quale luogo in cui la domanda sul senso viene custodita
e tramandata come ciò che può veramente umanizzare l’uomo.
La profezia è lotta anti-idolatrica: la lotta contro l’individualismo,
l’omologazione, l’asservimento al tecnologico, la rimozione
dell’interiorità, la perdita di consistenza del problema
del senso, richiede un lavoro paziente e nascosto di tessitura
della profondità umana, di ricostruzione di una “grammatica
dell’umano”. L’indicazione del profeta riguarda priorità
precise da rispettare nel compiere determinate scelte nella
vita, è la guida del cristiano nella società, e questo affinché
la chiesa possa “essere segno”. Se il profeta è «colui che
fa segno» (6), la comunità cristiana è chiamata a essere
segno e a declinare questa sua vocazione profetica come
“invenzione del senso”, come reperimento e creazione di
senso. La Bibbia ama applicare al profeta l’immagine della
sentinella per la quale risuona costantemente la domanda:
«Sentinella, a che punto è la notte?». La risposta è enigmatica
e forse anche deludente: «Viene il mattino, poi anche la
notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!».
Forse il profeta non sa, neppure oggi, indicare quando verrà
il mattino, ma ne attesta la sicura venuta: il profeta apre
il futuro, dà futuro all'oggi, suscita speranza. E chiede
che, nel frattempo, si continui a domandare, a interrogare
e a interrogarsi sul giorno e sulla notte, dunque sul senso
del tempo, della storia e della vita. La sentinella scruta
i segni dell’aurora portando nel cuore le preoccupazioni
e le attese della città su cui veglia, perché di essa è
parte, abita lo spazio ai margini dove la visuale è più
sgombra e dove le diversità si toccano e imparano a conoscersi.
Dunque i cristiani inseriti nella società, sebbene tormentati
dalla paura del nulla e dall’ansia esistenziale, non possono
rinunciare ad interrogarsi sulla ricerca della verità e
della bellezza nelle cose: è questa infatti l’unica via
che riesce veramente ad umanizzare l’uomo. E il Cristo,
che dà nome alla promessa e volto alla carità, è la sola
risposta che offre direzione, finalità e significato al
vivere umano.
NOTE
1 E. Bianchi, Cristiani nella società, Rizzoli, Milano
2003.
2 E. Bianchi, Nuove apocalissi, Rizzoli,
Milano 2003.
3 Cfr. Gv 13,35.
4 E. Bianchi, Primo, riprendersi
il tempo, in Avvenire, 17/02/2002.
5 E. Bianchi, Merton e l’etica del viandante,
in Avvenire, 9/10/2004.
6 Cfr. Is 8,18.
Anno
II n.6, novembre/dicembre 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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