UNA QUESTIONE
DI VITA O DI MORTE

«Se gli uomini di scienza si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre e le vostre nuove macchine non saranno fonte che di nuovi triboli per l'uomo. E quando, con l'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall'umanità».
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LA DIFESA DELL'OVVIO

UNA QUESTIONE
DI VITA O DI MORTE


di GIULIO LIZZI


Nel finale della “Vita di Galilei” di Bertold Brecht, il protagonista esclama: «Se gli uomini di scienza si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre e le vostre nuove macchine non saranno fonte che di nuovi triboli per l'uomo. E quando, con l'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall'umanità. Tra voi e l'umanità può scavarsi un abisso così grande che, un giorno, a ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale». L’esclamazione di Galileo ci sembra quanto mai attuale in un frangente storico in cui – in vista del referendum abrogativo di alcune parti fondamentali della Legge 40/2004, che regolamenta la procreazione medicalmente assistita in Italia – autorevoli scienziati si schierano in difesa di una libertà di ricerca svincolata da qualunque limite etico. I temi in discussione riguardano il diritto alla procreazione, i diritti dell'embrione umano e la possibilità di usare lo stesso a scopo di ricerca. La complessità della materia è tale che la via referendaria ci sembri inadeguata e rischiosa, non essendo i cittadini in grado di accedere ad una adeguata conoscenza di un tema che interessa la scienza, il diritto, la filosofia, la fede. Per questo motivo crediamo che la modifica di questa legge in Parlamento rappresenti l'unica via percorribile per dare al Paese una equilibrata legislazione in materia. La nostra scelta di astensione dal voto si fonda su almeno due ragioni fondamentali: la convinzione che la vita umana non possa essere messa ai voti – perché di vita umana si tratta, sin dall’atto della fecondazione, cioè dal momento in cui si determina un nuovo patrimonio genetico, proprio di un individuo unico e irripetibile –; e la convinzione che il ricorso alla procreazione medicalmente assistita sia di per sé inaccettabile, in quanto rappresenta una grave ingerenza della tecnica nei delicati processi biologici che determinano la natura dell’uomo – un luogo, quello dell’origine della persona, al quale credenti e non credenti dovrebbero riconoscere un valore sacro. A questa legge va tuttavia riconosciuto il merito di aver delineato un perimetro di riferimento in una materia fino ad oggi abbandonata al vuoto normativo. Uno degli elementi più dibattuti della legge riguarda il divieto di produrre embrioni umani ai fini di ricerca. La legge obbliga inoltre ad impiantare tutti gli embrioni prodotti in vitro, e vieta di generare e congelare embrioni in soprannumero. I fautori del referendum sostengono che quest'articolo deve essere abolito poiché le cellule staminali embrionali – il cui utilizzo comporta la distruzione di embrioni umani, cioè di esseri umani dotati di un corredo genetico già definito, che costituisce dunque, non ci stancheremo di ripeterlo, un’identità personale irripetibile - sarebbero necessarie per sviluppare nuove cure per malattie devastanti. L’uso di queste cellule sarebbe autorizzato dal postulato secondo cui l'embrione umano non è vita, non è certo una persona e può dunque essere generato e distrutto liberamente. Postulato che dunque rende inutile orientare la ricerca verso cure alternative, come quelle derivate dallo studio sulle cellule staminali adulte, cioè prelevate da persone già nate, riguardo alle quali non sussiste alcuna obiezione di natura etica, non comportando l’utilizzo di queste l’uccisione di esseri umani. Come ha ricordato Angelo Vescovi, il contendere che in alcuni stadi di sviluppo l'embrione non sia vita poiché non in grado di "pensare" è preoccupante poiché, applicando lo stesso concetto a pazienti affetti da gravi danni cerebrali o da morbo di Alzheimer, ci si troverebbe a classificare anch’essi come non-persone. La distinzione tra esseri umani e persone rischia di innescare degenerazioni di cui il Novecento europeo ha già conosciuto le drammatiche conseguenze. Si accusano poi di oscurantismo coloro che difendono la vita degli embrioni. Paradossalmente, questa critica si basa su considerazioni che dell'oscurantismo sono l'emblema. Affermare che l'embrione sia un grumo di cellule senza diritti, è esattamente il tipo di considerazione oscurantista che rifiuta di guardare alla sostanza delle cose. Ma l'uomo razionale, che fa della ragione il suo metro di giudizio, non può che constatare come scienza e conoscenza dimostrino che l'embrione, pur “sembrando” un grumo di cellule, è uno stadio della vita umana. Stadio della vita umana. Decida il lettore chi è oscurantista tra coloro che giudicano in base all'apparenza o, in alternativa, per scienza e conoscenza. Ingenerare speranze circa la cura di terribili malattie per contestare l'innegabile diritto della vita umana a esistere non è lecito in base all'etica della nostra specie. La convenzione di Oviedo per la protezione dei Diritti dell'Uomo, che l'Italia ha ratificato, recita: «è vietata la produzione di embrioni umani a fini di ricerca». L'affermazione che si vota "Sì" per difendere la ricerca non corrisponde al vero. La ricerca scientifica deve agire nel rispetto dell'etica e della morale della specie e mai in assenza di regole, come accadeva invece prima della legge. Dare regole alla ricerca non significa violarne la libertà, ma mantenerla nell'alveo della sua primaria funzione: proteggere, difendere e curare la vita umana.

1. Negare all’uomo il diritto di vivere.
Sul sito internet dei promotori del referendum si legge che «equiparare i diritti del concepito a quelli di tutti “i soggetti coinvolti”, come impone la Legge 40/2004, significa dare per acquisito che un ovocita fecondato ai primissimi stadi di sviluppo è una persona, la cui distruzione equivale alla soppressione di una vita umana». Questa affermazione trova una clamorosa smentita in un documento pubblicato nel giugno del 2002 dal titolo “Appello alla ragione”, firmato da un gruppo di genetisti italiani. Le argomentazioni presentate nel documento ci sembrano di particolare interesse. In particolare, vi si afferma che «per documentare come la fertilizzazione sia attualmente il processo attraverso il quale il ricercatore riconosce l’inizio della esistenza di un nuovo individuo biologico - geneticamente, mitologicamente e organicamente differente da quello della madre e del padre del concepito - potremmo esibire una massa di dati e di osservazioni sperimentali depositate nella letteratura scientifica che impressiona per la sua ricchezza e consistenza interna. Per brevità, riporteremo la testimonianza sintetica che può essere raccolta dalle parole dei più autorevoli studiosi internazionali di biologia dello sviluppo e di embriologia, maestri riconosciuti che hanno condensato nei loro trattati e manuali di riferimento lo “stato dell’arte” nel campo delle conoscenze sulla formazione e lo sviluppo di un organismo vivente. Scott F. Gilbert (Swarthmore College), autore di Biologia dello sviluppo - un indiscusso testo di riferimento di questa materia, in poco tempo giunto alla sesta edizione, ampiamente adottato come testo nelle università nordamericane ed europee e tradotto in diverse lingue – intitola il capitolo 7 del volume “La fertilizzazione: l’inizio di un nuovo organismo”, e lo apre con queste parole: “La fertilizzazione è il processo mediante il quale due cellule sessuali (i gameti) si fondono insieme per cre a re un nuovo individuo con un corredo genetico derivato da entrambe i genitori” (Developmental Biology, VI ed. 2000 p. 185). Con altre parole, Klaus Kalthoff (Università del Texas), in un volume che esamina criticamente i più recenti aspetti sperimentali e concettuali dello sviluppo degli organismi viventi, come oociti fertilizzanti, che si sviluppano in adulti attraverso lo stadio embrionale e giovanile” (Analysis of Biological Development, II ed. 2001, p. 8). Gli fa eco il giapponese Ryuzo Yanagimachi; “La fertilizzazione nei mammiferi normalmente rappresenta l’inizio della vita di un nuovo organismo individuale” (Mammalian Fertilization in: The Physiology of Reproduction, II ed. 1995, vol. 1, p. 103). Ma un’espressione che più sinteticamente e lucidamente esprime il ruolo dell’embrione nel rapporto tra le generazioni si trova nell’opera di Stanley Shostak (Università di Pittsburg): “Lo sviluppo lega il passato e il futuro. Mentre gli adulti sono i genitori dell’embrione attraverso la riproduzione, l’embrione è l’inizio dell’adulto attraverso lo sviluppo” (Embryology: an introduction to developmental biology, 1998, p. 4). Oltre a numerose altre affermazioni di tenore simile nei testi e nelle rassegne scientifiche, anche recentissime, gli studi originali che pubblicano il lavoro sperimentale dei ricercatori sulle riviste scientifiche indicizzate (anche ad alto impact factor) nella introduzione e nella discussione dei risultati sulla fertilizzazione esprimono la consapevolezza degli autori che attraverso questo processo si inaugura un “sistema biologico” di tipo individuale, chiamato embrione unicellulare o zigote, che non presenta più le caratteristiche genetiche, biochimiche e citologiche dei due gameti dai quali ha avuto origine, l’oocita e lo spermatozoo, ma possiede la capacità intrinseca di svilupparsi in modo coordinato, continuo e graduale se collocato nella sua sede naturale o in un idoneo mezzo di coltura artificiale. Non è però possibile documentare in questa sede l’apporto della letteratura primaria a queste conclusioni. Il dato, statisticamente significativo, che nella nostra specie una percentuale, anche assai rilevante, degli embrioni concepiti naturalmente non raggiunga lo sviluppo fetale (aborto spontaneo) è stato riportato come una obiezione alla fertilizzazione quale processo di inizio della vita di un nuovo organismo umano, in realtà, tale osservazione mostra solamente quanto siano delicati e decisivi per lo sviluppo successivo i processi genetici ed epigenetici che guidano lo sviluppo durante i primi giorni e le prime settimane di vita dell’embrione umano, e come sia essenziale per l’impianto il sincronismo tra lo sviluppo precoce dell’embrione e la maturazione dell’endometrio uterino. Frequenti aberrazioni cromosomiche o anche modeste anomalie genomiche in tutte o in alcune cellule dell’embrione, così come ricorrenti alterazioni endocrine e risposte istologiche disfunzionali nel ciclo endometriale, possono provocare l’arresto dello sviluppo embrionale nei suoi primi stadi. Tuttavia, un processo patologico anche ad elevata incidenza nella popolazione non può essere assimilato ad un processo fisiologico, e dunque non concorre a definire biologicamente il ciclo vitale di un organismo, ma solo a evidenziare la suscettibilità ad una deviazione irreversibile dalla omeostasi che conduce alla sua morte prematura. Del resto, la storia della neonatologia e della pediatria conoscono secoli e luoghi dove la mortalità perinatale e postnatale raggiungeva - per motivi infettivologici, epidemiologici, alimentari ed igienici – tassi molto elevati. In tali circostanze nessuno studioso o medico ha mai messo in questione lo statuto individuale umano dei neonati e dei bambini. In conclusione, come genetisti, biologi e medici - tramite le sole conoscenze scientifiche e l’analisi di una vastissima mole di dati empirici provenienti dallo studio del genoma (a livello strutturale e di espressione), della citologia e della istologia embrionale, nonché dello sviluppo morfologico e funzionale prima, durante e dopo l’impianto endometriale - possiamo affermare con sufficiente e ragionevole certezza che attraverso il processo della fertilizzazione, cioè fin dal momento del concepimento, ha inizio l’esistenza di un nuovo organismo della specie umana. La pretesa distinzione tra un organismo vivente appartenente alla specie umana e persona non può essere fatta dal biologo, dal genetista e dal medico. Altre discipline possono chiedersi se il concetto di persona debba coincidere o no con quello di essere umano e se il principio di uguale dignità e uguale diritto a esistere, affermato dalla Carta dei diritti dell’uomo, debba trovare eccezioni riguardo all’embrione umano. Nel momento in cui la società attraverso il Parlamento, cerca di determinare quale protezione giuridica si debba accordare all’embrione umano generato nel corso delle procedure di lavoro di riflessione antropologica, etica e giuridica e di dibattito sociale e politico attraverso le conclusioni cui può legittimamente giungere il genetista, il biologo e il medico con gli strumenti della letteratura scientifica e della propria esperienza di ricerca e di studio» (“Appello alla ragione”, Bruno Dalla Piccola, Luigi De Carli, Augusto Ferrari, Salvatore Mancuso, 2002). Risulta chiaro quindi che la determinazione di un nuovo genoma coincide con la determinazione della identità biologica specifica ed individuale propria di nuovo soggetto. Il fatto che, come fa notare l’oncologo Umberto Veronesi, «ogni giorno almeno 10 mila uova fecondate in normali rapporti di coppia non attecchiscono in utero e muoiono» non ci sembra una buona ragione per mettere in discussione la realtà ontologica dell’embrione umano, nè per accettare come leggittimo il fatto che alla morte naturale di tanti individui (ai quali si aggiungono le vittime delle catastrofi naturali, che pure ogni anno mietono molte vittime) si aggiunga quella di altrettante persone, stavolta provocata intenzionalmente dall’uomo. Alla vigilia del referendum sull'aborto, il «Corriere della sera» dell'8 maggio 1981 pubblicò un'intervista di Giulio Nascimbeni a Norberto Bobbio. Il filosofo, tra i massimi esponenti della cultura laica del dopoguerra, si espresse in questi termini: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il "non uccidere". E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l'onore di affermare che non si deve uccidere».

2. Uccidere individui per fare ricerca scientifica.
La legge, coerentemente col principio espresso all’articolo 1 di tutela dei diritti del concepito, vieta, agli articoli 13 e 14, la sperimentazione sugli embrioni umani che non sia volta a «finalità terapeutiche e diagnostiche volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso». Quindi viene vietata la produzione di embrioni umani a fini di ricerca, così come ogni forma di selezione eugenetica o manipolazione per alterarne il patrimonio genetico, ogni intervento di clonazione, nonché la produzione di ibridi tra gameti umani e gameti di specie diverse. Per cercare di garantire il diritto alla vita dei concepiti, ne viene vietata la crioconservazione, che mette gli embrioni umani in condizione di essere considerati "a disposizione", non solo per future gravidanze, ma anche dei ricercatori. Il referendum si propone di abolire ogni divieto alla sperimentazione sugli embrioni umani. In particolare viene negata la necessità di effettuare ricerche solo a beneficio dell’embrione umano su cui si opera. Viene consentita la crioconservazione degli embrioni umani e, soprattutto, viene permessa la clonazione «mediante trasferimento di nucleo». Lo scopo dichiarato è quello di permettere di effettuare ricerche con le cellule staminali embrionali, attraverso la cosiddetta "clonazione terapeutica". Con questa tecnica, alcuni sperano di trovare terapie per gravi malattie producendo cellule sane con lo stesso patrimonio genetico del malato da curare: ma il prezzo da pagare per queste ricerche è la distruzione di embrioni umani. Inoltre, come ha spiegato Angelo Vescovi, ad oggi «non esistono terapie, nemmeno sperimentali, che implichino l'impiego di cellule staminali embrionali. Non è attualmente possibile prevedere se e quando questo diverrà possibile, data la scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano l'attività di queste cellule, che ci impediscono di produrre le cellule mature necessarie per i trapianti, e data la intrinseca tendenza delle staminali embrionali a produrre tumori. Secondo, ma non meno importante, esistono numerose terapie salvavita che rappresentano realtà cliniche importanti, quali le cure per la leucemia, le grandi lesioni ossee, le grandi ustioni, il trapianto di cornea. Tutte queste si basano sull'utilizzo di cellule staminali adulte, cioè derivate da tessuti e organi di persone già nate. Inoltre, sono in fase di avvio nuove sperimentazioni sul paziente che implicano l'utilizzo di cellule staminali cerebrali umane. Terzo, le terapie cellulari per le malattie degenerative non si basano solo sul trapianto di cellule prodotte in laboratorio. Esistono tecniche altrettanto promettenti basate sull'attivazione delle cellule staminali nella loro sede di residenza. Saranno quindi le cellule del paziente stesso che si occuperanno di curare la malattia, una volta stimolate con opportuni farmaci. Ovviamente, trattandosi delle cellule staminali del paziente stesso, i problemi di rigetto che, ricordiamolo, possono esistere col trapianto di staminali sia embrionali che adulte, in questo caso non sussistono. Quarto: la produzione di cellule staminali embrionali può avvenire senza passare attraverso la produzione di embrioni. Sono infatti in corso studi grazie ai quali è possibile deprogrammare le cellule adulte fino a renderle uguali alle staminali embrionali senza mai produrre embrioni. Si tratta di una procedura che ha la stessa probabilità di funzionare della donazione umana, ma scevra da problemi etici e che produce cellule al riparo da rischi di rigetto. Da quanto descritto sopra, emerge molto chiaramente che il dibattito riguardante la legge sulla fecondazione assistita deve avvenire in assenza delle pressioni emotive e psicologiche che, artatamente, vengono fatte scaturire dalla supposta inderogabile necessità di utilizzare gli embrioni umani per produrre cellule staminali embrionali che rappresenterebbero l'unica o la migliore via per la guarigione di molte malattie terribili e incurabili. Questa affermazione è incauta non solo perché fondata su concetti facilmente questionabili ma anche in relazione all'esistenza di linee di ricerca, di sviluppo e di cure almeno altrettanto valide, molto più vicine alla messa in opera nella clinica corrente e prive di controindicazioni etiche. Il dibattito sulla legge deve quindi incentrarsi sugli aspetti relativi alla dignità dell'embrione e al suo riconoscimento come vita umana a tutti gli effetti. In questo contesto, mi permetto di concludere che, nella mia scala di valori di laico e agnostico, il diritto alla vita dell'embrione precede inequivocabilmente il diritto alla procreazione» (Angelo Vescovi, Il Foglio, 22/01/2005). Oltre alle gravi implicazioni etiche, dunque, i sostenitori del referendum sembrano ignorare, come ha spiegato Bruno Dalla piccola, che «le cellule staminali adulte hanno 30 anni di ricerca alle spalle; si sa con certezza che hanno la facoltà di ricostruire midollo, muscolo cardiaco e pelle. Esiste una logica nella biologia: se in tutti gli organi queste cellule sono selezionate e presenti, vuol dire che hanno un vantaggio selettivo, cioè che qualche ragione funzionale ne giustifica la sopravvivenza. Non possiamo affermare lo stesso invece delle staminali embrionali, la cui stabilità e plasticità è tutta da verificare. Ora, che in presenza di una ricerca molto più avanzata si debbano invece sacrificare gli embrioni per ricerche dagli esiti assolutamente incerti, appare almeno discutibile» (Bruno Dallapiccola, Avvenire, 18 marzo 2005). Se vincesse il sì, l’embrione umano verrebbe considerato, di fatto, semplice materiale biologico ("ammasso di cellule", secondo la definizione di Umberto Veronesi) a disposizione degli scienziati e dei tecnici di laboratorio, eliminando ogni divieto alle sperimentazioni sugli embrioni umani. Sarebbe anche possibile la clonazione umana mediante trasferimento di nucleo: in questo modo si permetterebbe la produzione di embrioni umani in laboratorio per trarne cellule staminali. Come ha spiegato Angelo Vescovi, esistono metodi per ottenere le cellule staminali senza dover creare e uccidere embrioni. Alan Trouson, direttore scientifico dell'istituto di ricerche sulla fertilità della Monash University, a Richmond Victoria in Australia, ci è riuscito. Allora perchè investire miliardi in un’aberrazione come la clonazione terapeutica? Le tecniche di clonazione ed estrazione delle staminali embrionali sono coperte da brevetti. Che diventerebbero carta straccia se le alternative, come il processo ideato da Trouson, diventassero realtà terapeutica.

3. La procreazione assistita, dalla cura della sterilità all'arbitrio.
L’articolo 1 della legge spiega che il provvedimento è mirato a «favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana». E, secondo un iter diagnostico-terapeutico improntato alla gradualità, indica che il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito quando non vi siano altri mezzi per rimuovere tali problemi (articolo 4). Una volta deciso il ricorso alla fecondazione artificiale, la legge prevede che le coppie vengano dettagliatamente informate su «metodi, problemi bioetici e possibili effetti collaterali sanitari e psicologici» delle tecniche, nonché dei «costi economici dell’intera procedura». Dopo essersi formati una volontà consapevole, i due partner devono esprimere un consenso informato scritto, che può essere revocato «fino al momento della fecondazione dell’ovulo», cioè fino al formarsi dell’embrione umano. La legge, all’articolo 14, allo scopo di tutelare gli embrioni umani prodotti, prevede che ne venga prodotto un numero utile a un unico e contemporaneo impianto e comunque non più di tre. Solo in caso di «documentata causa di forza maggiore» relativa allo stato di salute della donna che intervenga tra la fecondazione e l’impianto, viene consentito di congelare temporaneamente gli embrioni umani fino a che sia di nuovo possibile il trasferimento in utero. Il referendum mira ad abolire il vincolo che per accedere alla procreazione assistita le coppie debbano avere problemi di sterilità accertata. Viene inoltre cancellato ogni principio di gradualità nel ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale. Viene abolito ogni limite alla produzione di embrioni umani e si dà la possibilità di rifiutare qualunque impianto anche dopo la formazione degli embrioni umani. Il quesito che mira ad abolire i limiti nell’accesso alle tecniche di fecondazione artificiale e a facilitarne l’utilizzo ha il chiaro scopo di volere solo soddisfare i desideri degli adulti. Che per risolvere un problema di salute si faccia riferimento a un percorso graduale di diagnosi e terapia dovrebbe essere ovvio in campo medico. Cancellando il requisito della sterilità, inoltre, si punta a trasformare la fecondazione artificiale da strumento per superare la sterilità a mezzo per dare un figlio a qualunque coppia. In particolare permettendo la selezione eugenetica dei figli sani in caso di coppie portatrici di malattie genetiche. Inoltre, abolire ogni limite al numero di embrioni umani da produrre e ogni termine al «ripensamento» da parte delle coppie al loro utilizzo porta a favorire la produzione di embrioni umani destinati a non essere utilizzati: l’obiettivo è infatti solo dare un figlio in braccio, trascurando tutti quelli che nella procedura verranno sacrificati. Orientando la ricerca sulle tecniche di procreazione assistita, e dunque mettendo da parte la cura della sterilità, la scienza si dimentica della propria missione, che dovrebbe essere quella di curare l’uomo.

4. Far nascere individui con un genitore anonimo.
La legge consente di utilizzare nelle pratiche di fecondazione artificiale solo tecniche di tipo omologo, cioè con gameti (ovociti e spermatozoi) prelevati ai due partner che vogliono avere il figlio. Questa è infatti una misura che intende tutelare il diritto del nascituro ad avere una famiglia con due genitori noti. Il divieto si accompagna a sanzioni nei confronti di coloro che esercitano una professione sanitaria (medici, infermieri, eccetera) che, in contrasto con il dettato della legge, utilizzino tecniche di tipo eterologo: sia pecuniaria, sia di sospensione dall’esercizio professionale. Il referendum si propone di abolire il divieto di fecondazione eterologa. E, conseguentemente, le sanzioni che sono legate a chi trasgredisse a tale disposizione. La motivazione è esclusivamente «utilitaristica», cioè per ampliare il campo delle possibilità di trattamento per coloro ai quali le tecniche più tradizionali si dimostrano insufficienti o impossibili da impiegare. Se vincessero i sì al referendum, lo Stato si assumerebbe la responsabilità di far nascere bambini che hanno solo un genitore biologico tra i due componenti della coppia. Cosa quanto mai singolare in un’epoca in cui la ricerca scientifica ci mostra ogni giorno che passa l’importanza della conoscenza del proprio patrimonio genetico. La legge andrebbe modificata o integrata in altre parti. In particolare dovrebbe essere chiarito se chi cede (solitamente a pagamento, contrariamente all’abitudine di chiamarlo donatore) i propri gameti possa restare anonimo, o debba essere individuabile dal figlio biologico, sia per eventuali necessità di salute, sia per coloro che – cresciuti – desiderassero conoscere i propri genitori (fatto ampiamente riconosciuto dagli studi di psicologia, ma che anche solo il buon senso rende comprensibile). Dovrebbe anche essere noto l’utilizzo dei gameti di ciascun donatore, per escludere l’eventualità – remota ma non impossibile – di incesti tra i discendenti di uno stesso genitore. Sono tutti problemi che si sono posti all’attenzione dei legislatori anche in altre nazioni (per esempio Gran Bretagna e Svezia), dove da più lungo tempo l’eterologa è stata ammessa. E la soluzione che viene sempre più adottata è quella di rendere individuabile chi dona i propri gameti. Questo fatto ha solitamente fatto calare drasticamente il numero dei donatori.

5. Sul (presunto) diritto ad avere un figlio sano. Alcune considerazioni sulla diagnosi preimpianto.
La diagnosi genetica preimpianto, in senso stretto e tecnico, mira a scoprire una possibile malattia cromosomica o genetica dell’embrione umano, prima ancora del suo trasferimento nelle vie genitali della donna, allo scopo di eliminare il concepito "malato"». Gli effetti della diagnosi reimpianto sono i seguenti: a) La diagnosi genetica preimpianto ha lo scopo di eliminare gli embrioni portatori di anomalie cromosomiche o geniche. Perciò è diversa dalla diagnosi preconcepimento, che cerca di evitare la formazione di un embrione con anomalie cromosomiche o geniche […]; b) La diagnosi genetica preimpianto determina in un significativo numero di casi la morte di embrioni "sani", per danno immediato recato all’embrione dalla biopsia; l’indebolimento della struttura embrionale e quindi la maggiore difficoltà di impianto e di sviluppo; la frequenza di falsi positivi, nel senso che l’anomalia diagnosticata è inesistente e l’embrione "sano" viene distrutto perché ritenuto "malato". […] In sostanza, la diagnosi genetica preimpianto, anche a prescindere dall’obiettivo di eliminare il "malato", accetta non solo la soppressione del "malato" (cosa in sé comunque inaccettabile) ma anche del "sano"; c) Lo scopo di eliminare programmaticamente gli embrioni portatori di anomalie cromosomiche o geniche implica la necessità di avere a disposizione molti embrioni: la somma di quelli eliminati perché ritenuti malati e quelli danneggiati dalla biopsia è tale che la generazione soltanto di due o tre embrioni rischia di non lasciare nessun concepito trasferibile». Al momento attuale, tale diagnosi viene prevalentemente realizzata attraverso due fasi: a) prelievo di una o due cellule embrionali da un embrione che si trova allo stadio di 6 o 8 cellule; b) esame - ovviamente distruttivo - della cellula o delle cellule prelevate; Non si deve quindi confondere questa diagnosi con altri metodi diagnostici già praticati o di possibile futura realizzazione in fase prenatale o preconfezionale. Tali interventi sono: a) la diagnosi prenatale, che consente - mediante amniocentesi - di identificare anomalie del feto durante la gravidanza, in fase postimpianto a partire dall’ottava settimana (villocentesi) o dalla tredicesima (amniocenstesi); b) la diagnosi preconcezionale, che studia i gameti prima della loro utilizzazione per effettuare il concepimento come avviene - ad esempio - con l’esame del primo globulo polare; c) l’osservazione non invasiva dell’embrione prima del trasferimento nelle vie genitali della donna al fine di evidenziare anomalie morfologiche, accertare lo stato dello sviluppo embrionale e conseguentemente la possibilità di un suo successivo trasferimento e impianto». La diagnosi genetica preimpianto è una tecnica eticamente inammissibile per molti motivi: a) perché non è giusto uccidere un essere umano per il solo fatto che non è "sano": non si possono guarire le malattie eliminando i malati; b) è ancora più grave accettare di eliminare dei "sani", pur di scoprire ed eliminare dei "malati"; c) le cellule prelevate in quanto totipotenti potrebbero essere messe in condizioni di svilupparsi autonomamente; d) la biopsia, comportando una perdita di embrioni "sani", si risolve in un danno anche per la coppia che desidera un figlio: diminuiscono infatti le probabilità di ottenerlo; e) sembra certo che anche un rilevante numero di embrioni concepiti naturalmente non riesce ad impiantarsi e svilupparsi a causa di anomalie cromosomiche: perché non lasciar fare alla natura? Essa non sbaglia, come sbaglia, invece, l’artificio. (Carlo Casini, Marina Casini, Maria Luisa Di Pietro, La Legge, 19 Febbraio 2004, n.40, Giappichelli Editore, 2004). La diagnosi reimpianto risulta essere quindi una «selezione, come si fa in qualsiasi azienda che controlla i propri prodotti prima di metterli in vendita. Si apre così l’enorme precipizio della selezione eugenetica che specie nel secolo scorso ha provocato uno dei più grandi drammi della storia dell’umanità: la selezione-soppressiva praticata nella Germania nazista su milioni di persone. Sono passati appena settant’anni, ma la memoria sembra si sia affievolita e che si tratti di vicende di un altro pianeta. Posti di fronte all’evidenza ontologica dell’embrione, si cerca di mistificarla per esigenze utilitaristiche e si pretende di imporre a questi embrioni, esseri umani innocenti e silenziosi, il sacrificio della vita per un tentativo, spesso senza successo, di gravidanza» (Elio Sgreccia, Angelo Fiori, Medicina e morale, n.1, 2004). Come ha ricordato il filosofo Hans Jonas in una celebre intervista al settimanale tedesco Die Zeit, nell'agosto del 1989, «l'epilessia è una sfortuna per la persona che ne è affetta e per chi ne è coinvolto. Ma se ne avessimo fatto una discriminante per l'aborto e l'infanticidio, non avremmo mai avuto Dostoevskij. Provvediamo ai bisogni del nascituro perché ha un diritto all'esistenza, che dobbiamo rispettare. Sono già degli individui in senso legale, necessitano di rappresentanza perché incapaci di farlo da soli. Un vero umanesimo dovrebbe riconoscere il principio inflessibile per cui gli esseri indifesi richiedono protezione".

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Anno III n.3, maggio/giugno 2005


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