«IL GRANDE COMUNICATORE»
GIOVANNI PAOLO II,
UN PAPA NELL'ERA DEI MASS-MEDIA
di GIULIO LIZZI
Giovanni Paolo II, il papa che ha «riempito di sé l’ultimo
quarto di secolo», secondo la definizione di Mons. Giuseppe
Chiaretti, è stato anche il primo papa a riempire di sé gli
schermi televisivi. Piaccia o no, fanno ormai parte della
storia immagini televisive come quelle che documentano il
primo saluto alla folla dal balcone, l’attentato in Piazza
San Pietro, i viaggi in ogni angolo del mondo, i gesti di
simpatia rivolti ai giovani nel corso delle Giornate
Mondiali della Gioventù, gli incontri con gli uomini
politici più potenti del mondo, le preghiere a Gerusalemme;
e ancora la sofferenza della vecchiaia e della malattia, uno
straordinario inno alla vita trasmesso per anni dalle
televisioni di tutto il mondo, quella vita così preziosa
dall’origine sino al termine naturale; e infine la morte, la
commozione dei fedeli, la folla dei rappresentati politici
di tutto il mondo, che mai si era vista raccogliersi per un
funerale. Giovanni Paolo II non si è semplicemente lasciato
pedinare dalla televisione, ma ne ha compreso tutta la
portata comunicativa. Derrick de Kerckhove scriveva nel 1990
che Wojtyla stava «utilizzando i nuovi media per guarire e
ricomporre una chiesa dispersa e nello stesso tempo per
insufflare una spiritualità globale nel pianeta. In realtà
il suo agire consiste nel tradurre i valori e il significato
del messaggio cristiano da una cultura stampata a quella dei
media elettronici». Giovanni Paolo II sapeva che la
televisione opera una trasformazione psicologica dello
spettatore, ed era perfettamente cosciente del fatto che la
tv tende a sottrarre a chi la guarda l’attitudine razionale.
Mostrarsi, esporre il proprio corpo significava utilizzare
fino in fondo l’amplificazione elettronica della persona
umana resa possibile dal mezzo televisivo. Ovunque andasse
il Papa riempiva di sé i media, la sua forte personalità, la
sua possente presenza fisica, si caricavano di una enorme
potenza comunicativa che dal televisore correva dritta ai
telespettatori. Puntando le telecamere sul Papa, la
televisione si è trasformata in uno strumento in grado di
trasmettere un concreto messaggio ecumenico. La
comunicazione di tutta una religione non era più affidata
solo alle encicliche e ai messaggi ufficiali, ma si fondava
sul far sentire la presenza del papa in maniera immediata,
nel condividere la sua presenza fisica con tutto il mondo
attraverso lo schermo. Wojtyla è stato il Papa dei viaggi,
il Papa che fisicamente si spostava verso i fedeli in tutto
il mondo; in ogni viaggio le telecamere accompagnavano la
sua presenza, la raccontavano, la portavano nelle case di
tutti i credenti e allo stesso tempo portavano i
telespettatori proprio lì dove il Papa era1. L’attenzione di
Giovanni Paolo II si è spesso soffermata sulla tv e i suoi
effetti sociali, non mancando di sottolineare i pericoli
della videodipendenza e di condannare ogni abuso nel consumo
di tv, un’abitudine che può creare inclinazione ai vizi del
materialismo, del consumismo e dell’edonismo. La
televisione, scriveva il Papa, può «danneggiare la vita
familiare»: diffondendo valori e modelli di comportamento
falsati e degradanti, mandando in onda immagini di brutale
violenza; inculcando il relativismo morale e lo scetticismo
religioso; diffondendo resoconti distorti o informazioni
manipolate sui fatti ed i problemi di attualità;
trasmettendo pubblicità profittatrice, affidata ai più bassi
istinti; esaltando false visioni della vita che ostacolano
l'attuazione del reciproco rispetto, della giustizia e della
pace. La televisione può ancora avere effetti negativi sulla
famiglia anche quando i programmi televisivi non sono di per
sé moralmente criticabili: essa può invogliare i membri
della famiglia ad isolarsi nei loro mondi privati,
tagliandoli fuori dagli autentici rapporti interpersonali,
ed anche dividere la famiglia, allontanando i genitori dai
figli e i figli dai genitori 2.
Ma accanto ai timori per i rischi ai quali la tv può
esporre, la riflessione di Giovanni Paolo II si è distinta
anche per la grande fiducia in questi nuovi mezzi. Nel
saggio “La bambinaia elettronica”, egli sosteneva vivamente
la tesi secondo cui la televisione può costituire un
importante sussidio all’arricchimento delle relazioni
interne alla famiglia. Non dunque la tv che ipnotizza e
priva la famiglia della sana conversazione tra i suoi
membri, bensì una tv che sa educare, proporre temi di
riflessione, stimolare la conversazione, il dialogo.
Scriveva Wojtyla: «La televisione può arricchire la vita
familiare: può unire tra loro più strettamente i membri
della famiglia e promuovere la loro solidarietà verso altre
famiglie e verso la più vasta comunità umana; può accrescere
in loro non solo la cultura generale, ma anche quella
religiosa, permettendo ad essi di ascoltare la Parola di
Dio, di rafforzare la propria identità religiosa e di
nutrire la propria vita morale e spirituale»3. Il Papa
ricordava inoltre che la televisione si trova spesso a
trattare argomenti seri: la umana debolezza ed il peccato e
le loro conseguenze per gli individui e la società; le
debolezze delle istituzioni sociali, inclusi i governi e la
religione; i fondamentali interrogativi circa il significato
della vita. Essa dovrebbe trattare questi temi in maniera
responsabile, senza sensazionalismi, con una sincera
sollecitudine verso il bene della società ed uno scrupoloso
rispetto per la verità e per la dignità umana. Giovanni
Paolo II ha dunque guardato con fiducia ai moderni mezzi di
comunicazione, arrivando a definire il rapido sviluppo delle
tecnologie nel campo dei media come uno dei «segni del
progresso» dell'odierna società. Guardando a queste novità
in continua evoluzione, scriveva Wojtyla, appare ancor più
attuale quanto si legge nel Decreto del Concilio Ecumenico
Vaticano II Inter mirifica, promulgato da Paolo VI, il 4
dicembre 1963: «Tra le meravigliose invenzioni tecniche che,
soprattutto ai nostri giorni, l'ingegno umano, con l'aiuto
di Dio, ha tratto dal creato, la Madre Chiesa accoglie e
segue con speciale cura quelle che più direttamente
riguardano lo spirito dell'uomo e che hanno aperto nuove vie
per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e
insegnamenti d'ogni genere»4. Ad oltre quarant'anni dalla
pubblicazione di quel documento è tutt’altro che sopita
l’esigenza di riflettere sulle «sfide» che le comunicazioni
sociali costituiscono per la Chiesa, la quale, come fece
notare Paolo VI, «si sentirebbe colpevole di fronte al suo
Signore se non adoperasse questi potenti mezzi»5. A Giovanni
Paolo II era chiaro che la Chiesa fosse chiamata non
soltanto ad usare i media per diffondere il Vangelo, ma
soprattutto ad integrare il messaggio salvifico nella nuova
cultura che i potenti strumenti della comunicazione creano
ed amplificano. I mezzi di comunicazione sociale hanno
raggiunto una tale importanza da essere per molti il
principale strumento di guida e di ispirazione per i
comportamenti individuali, familiari, sociali: si tratta di
un problema complesso, poiché tale cultura, prima ancora che
dai contenuti, nasce dal fatto stesso che esistono nuovi
modi di comunicare con tecniche e linguaggi inediti6.
Il Papa ha esortato la Chiesa ad una revisione pastorale e
culturale di fronte ala diffusione dei media, con la
consapevolezza che non è facile orientare le coscienze alla
piena umanità in questa nostra epoca, in cui va
diffondendosi la convinzione che il tempo delle certezze sia
irrimediabilmente passato, e che l'uomo debba imparare a
vivere in un orizzonte di totale assenza di senso,
all'insegna del provvisorio e del fuggevole. Giovanni Paolo
II ha più volte ricordato che il positivo sviluppo dei media
a servizio del bene comune è una responsabilità di tutti e
di ciascuno. Per i forti legami che i media hanno con
l'economia, la politica e la cultura, è necessario un
sistema di gestione che sia in grado di salvaguardare la
centralità e la dignità della persona, il primato della
famiglia, cellula fondamentale della società, ed il corretto
rapporto tra i diversi soggetti. Egli aveva indicato tre
ordini fondamentali di scelte riguardo ai media: formazione,
partecipazione, dialogo. In primo luogo, una vasta opera
formativa per far sì che i media siano conosciuti e usati in
modo consapevole e appropriato, sapendo che essi modificano
i processi di apprendimento e la qualità delle relazioni
umane, e che dunque in assenza un'adeguata formazione essi
possono, anziché servire la persona umana, strumentalizzarla
e condizionarla pesantemente. Questo vale specialmente per i
giovani che manifestano una naturale propensione alle
innovazioni tecnologiche, e necessitano di una educazione
all'utilizzo responsabile e critico dei media. In secondo
luogo, se le comunicazioni sociali sono un bene destinato
all'intera umanità, vanno trovate forme sempre aggiornate
per rendere possibile un'ampia partecipazione alla loro
gestione, anche attraverso opportuni provvedimenti
legislativi. Occorre, ricordava Giovanni Paolo II, far
crescere la cultura della corresponsabilità. Da ultimo, egli
ricordava le grandi potenzialità che i media hanno nel
favorire il dialogo, divenendo veicoli di reciproca
conoscenza, di solidarietà e di pace. Essi costituiscono una
risorsa positiva potente, se messi a servizio della
comprensione tra i popoli; un'«arma» distruttiva, se usati
per alimentare ingiustizie e conflitti. Un rischio dal quale
Giovanni XXIII, nell'Enciclica Pacem in terris, aveva già
profeticamente messo in guardia l'umanità.
NOTE
1 Mauro Buonocore, "Il Verbo in tv", www.caffeeuropa.it
2 Karol Wojtyla, "La bambinaia elettronica", messaggio
pronunciato il 24 gennaio 1994 in occasione della 28ª
giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
3 Ibidem.
4 Decr. Inter mirifica, 1.
5 Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975): AAS 68
(1976), 35.
6 Karok Woytjla, “Il rapido sviluppo”, Ed. Vaticana.
Anno
III n.4, luglio/agosto 2005
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