SENZA CRISTIANESIMO
SOLO UN'ACCOZZAGLIA DI "NAZIONI"
di EDOARDO MIRRI
Docente di Filosofia teoretica
Università degli Studi di Perugia
Invitato a dire la mia opinione su "le radici cristiane
dell"Europa", non esito a dichiarare, anche in forma provocatoria,
che senza cristianesimo e segnatamente senza riconoscimento
dichiarato delle sue radici cristiane non c'è Europa. Non
c'è l'Europa che delinearono già tre grandi cristiani, De
Gasperi, Adenauer e Schumann, bensì solo un'accozzaglia
di "nazioni" che fino a ieri si sono dilaniate in una quantità
di guerre fratricide tese alla sopraffazione e al dominio
dell'una sull'altra. Ed anche oggi, purtroppo; nello stesso
disegno di unità europea, si insinuano progetti nascosti
di "grandeur" o di "assi preferenziali" che la minano nel
profondo. La prima unità dell'Europa costituitasi dalle
colonne d'Ercole al vallo d'Adriano e alle rive del Reno
e del Danubio, fu certamente quella compiuta da Roma repubblicana
e imperiale. A parte il fatto che essa comprendeva solo
una parte dei popoli che oggi si riconoscono o vogliono
riconoscersi nell'Europa (escludendo tutti i germani e gli
slavi), è certo che sul piano spirituale essa si è compiuta
solo con la conversione dei "barbari" al cristianesimo:
l'Europa oggi dovrebbe riconoscere come suoi primi fondatori,
dopo l'era apostolica, il venerabile Beda, i santi Metodio
e Cirillo e il papa Gregorio Magno. E non vi è dubbio che
il Medioevo cristiano, pur tra mille contese che coinvolsero
il Papato e l'Impero ( ma in fin dei conti erano contese
"per" l'Europa, per stabilire se essa doveva essere teocratica
o imperiale non già contese "tra" i popoli europei), il
Medioevo cristiano dicevo fu il solo periodo (un lungo periodo,
durato quasi un millennio) durante il quale l'Europa fu
veramente tale, anche se il suo concetto era appena nascente:
legata anche con quella parte dell'oriente mediterraneo
che era sopravvissuto alla furia islamica che le aveva tolto
(e distrutto civilmente e culturalmente ) i territori e
le civiltà più cari ai cristiani: da Antiochia a Damasco
alla stessa Gerusalemme, dalla Cappadocia a Alessandria
a Cartagine, i luoghi degli apostoli e dei padri più insigni,
delle più alte voci della cultura cristiana. L'invasione
aveva dimezzato la koinè culturale: cristiana prima ancora
che latina e greca. Comunque sia, il sapere e il sentire
cristiano, ossia la nostra fede comune, costituirono la
struttura dell'Europa dell'alto e del basso medioevo: e
non è senza significato che Bonaventura e Tommaso, che oggi
diremmo "italiani", svolsero il loro magistero a Parigi
(naturalmente nella koinè linguistica che fu il latino fino
alla fine del XVIII secolo), e che qui furono discepoli
e colleghi di Alberto Magno, che oggi si direbbe tedesco,
che a Oxford fossero maestri insigni Roberto Grossatesta
e Francesco Bacon formatisi a Parigi. L'universalità culturale,
insomma, fu allora europea e latina a un tempo, e soprattutto
fu cristiana, perché il cristianesimo ne fu lo spirito animatore.
Solo il progressivo affermarsi delle particolarità delle
nazioni frantumò, nei secoli successivi, l'unità politica
dell'Europa, e coinvolse, ahimè, anche il papato nella lotta
fra le nazioni. Ma pur nella guerra diuturna, i popoli d'Europa
si riconobbero sempre tutti nella fede cristiana, sia pure
nelle tre grandi confessioni del cattolicesimo, dell'ortodossia
e del protestantesimo; anche nella guerra, insomma, l'Europa
continuò ad essere cristiana, poiché tutti i popoli si sentivano
egualmente partecipi di quei valori di fondo che derivavano
dall'insegnamento di Gesù: la discendenza da un unico Padre,
la fratellanza universale, la libertà individuale, l'amore
come ideale vincolo sùpremo della relazione umana. Forse
ci fu un solo momento di oscuramento di tali valori, quando
se ne volle disconoscere l'origine divina per derivarli
solo dall'uomo, e a Dio Padre si cercò di sostituire stolidamente
la dea Ragione (una ballerina sull'altare di Notre Dame),
quando la fratellanza la si volle imporre con la ghigliottina,
quando la libertà si snaturò in arbitrio sfrenato e l'amore
in licenza. Ma scomparse le nubi, i valori eterni del cristianesimo
tornarono a rifulgere, e non furono sommersi nemmeno dalle
due guerre più distruttive che l'umanità abbia subito: anche
se colui che li incarnava "non aveva divisioni corazzate"
come sogghignava il barbaro che voleva imporre in Europa
l'ateismo di stato. Poi il muro da costui fatto erigere
crollò come costruzione di carta, quando nel mondo risuonò
l'appello di un papa "venuto di lontano": "Aprite le porte
a Cristo". Ed oggi l'Europa può tornare a riscoprire la
sua unità. Ma dove, se non nel cristianesimo che l'ha sempre
costituita? E' perciò per lo meno sorprendente per non dire
scandaloso che nella bozza di statuto della futura comunità
non si voglia riconoscere esplicitamente, per motivi del
tutto speciosi, l'unica sua vera radice unitaria: tanto
più in un momento in cui, ai vertici delle istituzioni,
si trovano due persone che si autodefiniscono "cattoliche"
e che dovrebbero avere buon gioco nei confronti di chi è
erede del folle sogno della "grandeur" e degli "assi preferenziali":
e che di fatto non vuole l'Europa ma solo, come nei tempi
della "gioire", il prevalere di una sola parte, richiamandosi
ad un'ideologia tardo massonica che, in Europa, è ormai
largamente fallimentare.
Anno
II n.3, maggio/giugno 2004
©
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2004