L'ULTIMO
DELIRIO DELL'IMPERANTE INDIVIDUALISMO:
L'EMBRIONE NON E' UNA PERSONA, MA UN MERO RICCIOLO DI CELLULE
SE
L'ERBA VOGLIO CRESCE
IN TUTTI I GIARDINI
di MARCO
MOSCHINI
Una delle voci più alte del pensiero contemporaneo, Augusto
Del Noce, in un suo breve ma densissimo saggio ove prendeva
in considerazione la presenza e il prossimo declino, da
lui anni prima profeticamente annunciato, del sistema ideologico
marxista, osservava, con altrettanto acume, che il germe
“secolarista”, comportato dalla natura stessa dell’ideologia,
potesse in ultima istanza avere per conseguenza un prossimo
inevitabile dominio del vuoto coscienziale provocato dall’umanismo
che stava all’origine di questa. Attenti bene: ho detto
umanismo cioè quella concezione, così dominante, dal pensiero
illuminista a noi, che vuole celebrare il potere dell’uomo
sul mondo; vuole aiutare ed esaltare il suo insignorimento
nel cuore della natura e della storia; vuole additare l’uomo
come una misura indiscussa di potenza e di chiarificazione
della realtà, unico animale capace anche di ogni manipolazione
(compresa la sua, si può dire oggi). Sì, voglio intendere
quell’umanismo che ha illustrato Heidegger e di cui il filosofo
tedesco ha delineato il significato e ha denunciato il limite.
L’età della tecnica venne additata dal grande pensatore
come segno di questo completo smarrimento del senso nello
svolgersi del progressivo dominio umanistico. Del Noce dunque
vedeva l’umanismo come prodotto dell’ideologia, entrambi
figli e genitori della secolarizzazione. Ideologia e umanismo
erano poi indicati come momenti propri della crisi della
modernità e legati inevitabilmente alle sorti di questa.
Il loro apice nella modernità, il loro declino nel declino
della stessa. E però venivamo messi in guardia da Del Noce:
in questo crollo forse ci sarebbe lasciata una triste eredità:
ai contenuti labili e partigiani dell’ideologia e ai sogni
di potere dell’umanismo forse si sarebbero imposte solo
le scorie di queste costituite dal vuoto di senso che comporta
l’atteggiamento ideologico e l’atteggiamento umanistico.
Saremmo così rimasti – mi sia permessa questa aggiunta -
con in mano solo il vuoto nelle coscienze e la deresposabilizzazione
etica (a cui corrisponde una pari deresponsabilizzazione
politica e sociale). Il filosofo in quel saggio auspicava
che la secolarizzazione e l’umanismo, nell’indizio di caduta
e di perdita del senso, potessero quanto prima compiere
la stessa parabola. Anche l’umanismo, come le ideologie,
dovrà pur crollare sembrava voler augurare. Non prevedeva
Del Noce, però, che saremmo restati anche con la presunzione
e l’orgoglio relativista, fortemente egocentrico e autoreferenziale.
Vuoto delle coscienze che non arriva fino alla comprensione
della sua stessa vacuità, ma resta pieno di sé anzi in un
titanismo spaventoso (malgrado la sensibilità ambientale
che pure c’è). Oggi scorgiamo che la crisi della modernità
ci lascia a seguire non solo una secolarizzazione sempre
più bisognosa di controreligioni ideologiche e mitiche,
ma ci lascia anche un diverso, progressivo e maggior umanismo
che finirà per marcare le nostre coscienze nella privazione
di senso e di responsabilità per gli altri. E così non si
può non notare che, purtroppo, il crollo delle ideologie
oggi non ci conforta. Evidentemente le ideologie hanno ceduto
il passo a questa nuova edizione dell’umanismo che si è
fatto più imperante e a mancanza di senso si è aggiunta
mancanza di senso. All’insignorimento delle coscienze ideologicamente
marcato si è sostituito il pensiero conformista, direbbe
il Nietzsche; niente a che vedere con il pensiero dell’unicità
e dell’individualità personale che è il suo diretto opposto
e di cui il cristianesimo si è fatto propugnatore nella
storia del pensiero occidentale.
***
Ma di più: questa non è solo un’età di secolarizzazione
e di umanismo, a mio giudizio può essere anche definita
un’età dell’ “accelerazione” ; un’accelerazione che comporta
che problemi e risposte si affastellino, che vecchio e nuovo
si scontrino e si confondano. Un’accelerazione che in breve
ha dissolto le strutture portanti della società occidentale,
ha posto l’universo valoriale in continua trasformazione,
ne ha fatto il periodo delle “crisi”; crisi delle coscienze,
crisi delle scienze, crisi della ragione ma anche crisi
della fede. Insomma ognuno si trova collocato e subito decollocato
in contesti che si muovono e si confondono in una sorta
di accelerato cambiamento degli orizzonti e dei cieli. La
non stabilità lascia il segno di un vuoto ove non si coglie
né senso né valore. Un’età di assoluto deserto. In queste
pagine già si è detto che questo deserto ci pone in due
condizioni diverse e uguali: in fondo ci preoccupa e in
fondo ci sembra positivo: preoccupa perché in esso segni
inequivoci di odioso relativismo e vacuità appunto si fanno
avanti e dominano, segni di una continua e persistente super
valutazione del proprio io che pure è così insicuro da ricercare
il consenso per scelte che devono restare assolutamente
private. Ci consola perché in tanta aridità finalmente potrebbe
echeggiare e farsi sentire meglio una voce di verità e di
senso. A questa accelerazione poi fa da pendant l’accelerazione
delle richieste e delle possibilità che vengono fatte da
una economia che mai è stata così ricca! Mai come oggi tante
ricchezze sono state così a nostra disposizione; una società
che offre tecniche sempre più evolute e veramente strabilianti;
una scienza che è diventata tecnologia e una biologia che
è divenuta biotecnologia. Ci pare veramente che tutto si
dia in forma accelerata, che tutto sia a nostra disposizione,
a disposizione del nostro volere. “Io posso far tutto”,
“io posso e voglio far tutto” e “voglio che sia riconosciuto
questo mio volere e questo mio potere”. E così nell’età
dell’accelerazione ecco che si radica un più pernicioso
senso imperioso di dominio del libero volere che si traveste,
invece che con i suoi panni di arbitrio e arbitrarietà,
con i panni della più alta “libertà”. Ci si è dimenticati
che il senso della libertà è quello di essere esercizio
di una serie di virtù che servono ed hanno un senso perché
sono poste a limitare la volontà e i suoi sogni; ci si dimentica
che la libertà è la condizione della possibilità data agli
altri di crescere attraverso il mio essere presente; essa
comporta la potenza e la durezza della responsabilità. Oggi
la libertà viene pensata solo come modo di porsi nel mondo
con le proprie scelte e gli effetti sono chiari; dal “tutto
è lecito” si è passati al pretendere che il mio volere sia
riconosciuto da tutti anche giuridicamente. Dal momento
che non conosco potenza, voglio che la mia volontà sia riconosciuta
di autorità da uno Stato che ogni giorno di più diventa
erogatore di servizi. Ora sì che il relativismo umanistico
ha trovato non un limite alla sua forza in una autorità
della coscienza e dell’etica, ma esso stesso rivendica la
sua supremazia e vuol dire la sua assicurando che a tutti
sia libero di fare ciò che si vuole con il “consenso dei
voti”. E chi contrasta questo vuoto umanismo diventa agli
occhi dei più un oscurantista , un inquisitore, un affamatore,
una persona che vuole far soffrire! E così che anche in
forma volgare passano nelle nostre sale cinematografiche
film in cui la difesa dei valori, contro chi vuole l’eutanasia
perché pensa alla bellezza del mare, (della bellezza montana
sarebbe stato per uno svizzero) viene fatta da preti presentati
con maligna maestria come idioti e buffoni e una mammana,
di cui si celebrano le gesta in un pur bel film, diventa
come qualche commentatore ha detto “una donna generosa”.
Nel palazzo della Corgna di Castiglion del Lago è stata
rappresentato nei suoi piani inferiori il mondo alla rovescia
dove un cacciatore è inseguito da una lepre e altre cose
del genere… quel mondo alla rovescia è il nostro. Il mondo
alla rovescia è quello dove si invoca un voto per decidere
su scelte che pertengono la dimensione personale e che sono
affidate alla propria onestà ed ad un decoro e dignità proprie
per ciascuno. Tutto si può percorrere nella vita ma senza
la pretesa che certi principi etici possano essere barattati
con queste scelte personali. Invece accade che si chieda
a gran voce che sia garantito il diritto di volere per forza
un figlio... Non si parla però dei figli sulle strade che
sono figli di tutti, no assolutamente no! Si parla di diritto
ad avere un figlio fatto a seconda di come lo voglio e di
quando lo voglio. Voglio convivere e non assumere la responsabilità
legale, di dignità di me con l’altra e per gli altri che
verranno, e però voglio che la comunità riconosca questo
nella forma di un diritto. Voglio che sia riconosciuto il
mio modo di gestire la vita come bramo a prescindere dall’altro
e dall’infante che porto con me.
***
Una
società questa che malauguratamente insegna che la vita
è bella e buona solo se serena; il che sarebbe giustissimo!
Solo che la serenità viene fatta coincidere con l’efficienza
fisica, con l’assenza di malattia, con la cosiddetta dignità
del vivere che per alcuni sofferti lottatori per il bene
dell’umanità deve essere garantita in ultimo anche dalla
volontaria consapevolezza del proprio limite fino alla volontaria
autoselezione per cui si sostituisce l’io all’autorità di
spartana memoria che applicava la morte per i deformi e
gli incapaci (perlomeno a Sparta i vecchi erano rispettati
e sedevano nella Gerusia). Insomma questa è una società
che vuole riconosciuto il mio “Io voglio”. E' la società
che assolutizza la legittimazione dell’ “io voglio”. E tra
questi “io voglio” c’è anche “io voglio che stiano zitti
i queruli, i noiosi, i bigotti, la Chiesa (sempre nominata
con quel filo di disprezzo e mai con rispetto; riconoscendo
in essa una associazione a delinquere storica ed affermata,
piuttosto che una comunità di persone che crede in una speranza
che vale per tutti e in una ragione che è di tutti; è una
comunità che merita più considerazione di quanto non siano
disposti certuni a dare ad un gatto affamato). È questo
il mondo alla rovescia dove non deve valere più l’antico
adagio per cui “l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino
del re”… qui l’erba voglio è servita a tavola ai bambini
appena nati, per cui il disastro in cui versa certa gioventù
è sotto gli occhi di tutti. Se vi sembra che quanto vengo
dicendo si riferisca a qualche benemerito ben pensante umanitario,
o a qualche manipolo di cavalieri incorrotti di umanità
e facili banditori di referendum, nemici acerrimi degli
odiosi superstiziosi cristiani, bene sappiate che avete
indovinato. Sento di dover prender le distanze da questi
imbonitori di una a-moralità collettiva. Non dico immorali,
ma a-morali, persone che vogliono cancellare con colpi di
firme il senso della responsabilità per gli altri e per
se stessi; dottor Dulcamara che vogliono in tutti i modi
collocarci in un universo dove impera il “libertinaggio”
piuttosto che la libertà. Bene questi acrobati del diritto
sono le figure più rappresentative di questa moderna società
dell’accelerazione essi seguono l’onda del pensiero comune,
dell’utile e siccome l’utile scorre nel tempo con velocità
improgrammata, le loro campagne sono campagne sempre nuove
e sempre sconvolgenti. Sono i paladini dell’ “io voglio”.
Un esempio? L’ultima campagna quella sulla fecondazione
assistita. Ecco i difensori dell’umanità come argomentano
in buona sintesi: “Perché questa attuale legge difende quelle
“quattro cellule” che sono l’embrione, e per favorire questo
si lascia il povero zio Gigi con la malattia al fegato o
il celebre deputato in carrozzella? Perché difendere un
grumicino di celluline e lasciare l’umanità a soffrire?
A parte il fatto che poi a chi soffre tanto e oltremisura
gli daremo il permesso di andarsene via senza dare fastidio
visto che vivrà troppo male per sé e per gli altri, perché
non provare a sfruttare questo grumo biologico per far qualcosa
di buono? Non lo possiamo fare perché tutto viene deciso
dal Vaticano! Ricordate quegli orchi cattivi (ed anche pedofili
come ci racconta il film di Almodovar) che hanno bruciato
tante persone nemiche della scienza? Processatori di Galileo?
(ahimé hanno ragione, ma almeno non abbiamo ucciso decine
di migliaia di bambini negli ospedali pubblici). Ebbene
sono loro i colpevoli”. Bene: restiamo nella banalizzazione
che ho fatto forzatamente dell'argomento e, restando sul
semplice, lasciamo da parte per un momento le considerazioni
teoretiche ed etiche che si potrebbero pur fare; le evitiamo
perché, verrebbe da dire malignamente, non verrebbero ascoltate
nè capite, nè tanto menovalutate… dal momento
che occorre difendere la libertà, cioè "fare gli affari
propri" (la lingua italiana offrirebbe un'espressione
più colorita). Rivolgendomi
a tali paladini dell’umanistico volere, "difensori"
della scienza, domando: se
l’embrione è solo massa biologica, solo ammasso di materia
da utilizzare, perché allora non è lecito utilizzare
tutta la natura come quantità biologica? Perchè non
è lecito fare di tutto con tutte le masse biologiche?
Perché dovrei difendere gli animali, i boschi, il mare?
Non sono io il piccolo signore dell’Universo? Bene cari
amici del mondo cattolico, mentre affido a voi queste considerazioni,
questa domanda e questo sfogo, voglio ricordare che è giunto
il tempo di dire la nostra, di dire qualcosa intorno agli
effetti di questo assurdo etico e coscienziale che vogliono
farci vivere. È giunto il tempo nel quale chi si fa vivo
testimone di quel pensiero personalista e umanamente criteriato
piuttosto che umanisticamente determinato si faccia avanti
e dica “sì se è sì e no se è no”. In fondo sappiano tutti
che noi vogliamo difendere l’uomo, non il nostro credere
che si difende da solo.
Anno
II n.5, settembre/ottobre 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004