UN'EREDITÀ NECESSARIA
ANCHE A CHI LA CONTESTA
di MARCO MOSCHINI
Docente di Filosofia morale
Università degli Studi di Perugia
Nel redigere queste righe ho ripreso tra le mani un capolavoro
partorito nell’ambito di quella cultura romantica che ben
conosceva le vie della secolarizzazione, della rivoluzione,
della libertà del pensiero, ma anche della nostalgia e del
confronto polemico, della ricerca e del ripensamento, a
volte anche troppo ingenuo, della dimensione spirituale.
Si tratta del piccolo ma meraviglioso libretto di Novalis:
Die Christenheit oder Europea. Un frammento del 1799 (data
piena di senso) dal titolo significativo: Cristianesimo
ovvero europea. Il grande tedesco aveva di fronte a sé gli
sconvolgimenti del suo tempo; guardava ai sogni di pace
perpetua interrotti dalla ventata rivoluzionaria e napoleonica;
e scosso dallo sconvolgimento storico ed ideologico di quel
finire del XVIII secolo, restava fermo a osservare e presentire
le ombre che si addensavano all’aprirsi del nuovo secolo.
Di certo vedeva con sguardo poetico, ma non meno acuto di
quello filosofico, il terribile, possibile tramonto della
fiducia razionalistica dell’ultima modernità, e così il
poeta suggeriva con rispetto il ritorno ad un’identità,
e suggeriva questo ritorno non a tutta l’umanità, ma alla
sua gente, ai popoli del suo “continente”. E così ancora
una volta, a due secoli di distanza, in altro tempo, ma
ad una medesima porzione di umanità, non meno sconvolta
dalla storia e non meno lacerata dalle ideologie, ci si
trova a riparlare di identità d’Europa; il che non vuol
dire parlare di dottrine, di fedi e convinzioni da imporre
o contrapporre. Vuol dire fare lo sforzo per comprendere
insieme le basi per una comune maturazione di “genti” che
vogliono divenire protagoniste di una cittadinanza, vuol
dire prima di tutto ritrovarsi e condividere una storia,
vivere in una dimensione di tradizione, di realtà, che si
fa modo di vivere, cultura, scienza e valori, i quali sono
chiamati a farsi progetto appunto su un condiviso modo d’essere.
Ciò non comporta assolutamente uniformità e concordia; ma
anzi opposizione, ricerca, pathos, a volte anche rinuncia,
abbandono. Ma tutte le rinunce e tutti gli abbandoni vogliono
che ci si riferisca e che si conosca bene quello che si
abbandona e quello che si ripudia. Identità nella storia
non vuol dire certo approdo, ma progetto e rinnovamento.
E ciò che si offre nella storia della civiltà, ampiamente
intesa, non è destinato a perdersi e mai nulla è fermo,
anzi tutto è chiamato a rendersi nuovo in un tentativo che
rende sempre più ricchi. Questa identità, questa casa comune,
qual è per l’Europa? Certo il mondo classico, certo l’età
dei lumi, ma ancor più è quella che poneva Novalis: “Cristianesimo
ovvero Europa”. Sì perché questa nostra terra, che geograficamente
è una propaggine dell’Asia, ha assunto il carattere e il
privilegio di essere un continente per questa sua identità,
per questo suo progettarsi dentro un ripensamento nuovo
dell’antico, dentro un modo di essere che è quello del Cristianesimo.
E se un dibattito sul preambolo della bozza della costituzione
europea deve essere fatto, deve certo tenere conto dei risultati
storico politici e del rispetto che si deve ad ogni individuale
adesione ad una fede, ma non deve farci dimenticare che
il cristianesimo non è solo una forma politica e non è solo
una fede individualmente accoglibile, ma per tutti è un
modo d’essere. Mi pare quasi ridicolo ricordare che, più
che di radici, a proposito di Europa e di Cristianesimo,
si dovrebbe parlare di fronde. Giacché come si può dimenticare
che questo modo d’essere cristiano è divenuto una matrice,
un tessuto, un terreno di confronto, una casa per tutti?
N. Frye e P. Ricoeur ricordano che tutta la civiltà occidentale
ha un solo grande cifrario: la Bibbia. Questa raccolta di
libri, assumendo la lingua greca dei Settanta e poi il latino
di Gerolamo, divenne un termine di confronto, un codice,
una lente di ingrandimento con cui guardare a ciò che precedeva
e per sostanziare ogni sguardo futuro. Quel libro è divenuto
tradizione, non del solo popolo ebraico, ma di tutta una
porzione di umanità chiamata a crescere nei suoi valori,
sia nell’accettarli, sia nel contrastarli e ripudiarli.
Questa capacità storica e sovrastorica ad un tempo del codice
cristiano biblico di prevedere in sé sia i vicini che i
lontani, deve tranquillizzare tutti, credenti e non credenti;
non deve generare timori o paure, poiché non ci si trova
di fronte ad un’ideologia da difendere, ma di fronte ad
una cornice, ad una casa che, piaccia o no, è nostra casa.
E come in tutte le case ci sono stanze e luoghi diversi
ma essenziali ognuno al modo di vivere, al bisogno, alle
esigenze vitali dell’individuo. Parlare di casa vuol dire
parlare di tutto l’ambiente non solo delle fondamenta e
del ripostiglio. Ecco: in quelle pagine poco acute del preambolo
mi è sembrato limitativo parlare solo di alcune “stanze”,
solo di alcune matrici culturali europee senza citare altro
e specie senza citare l’idea stessa di quell’abitare. Non
penso che sia oggi il momento di stracciarsi le vesti, ma
penso che per i credenti e i non credenti sia giunto il
momento di pensare anche un’Europa diversa da quella del
mercato e dei cittadini, un’Europa consapevole di sé, del
suo volto e delle sue contraddizioni. Questa consapevolezza
deve muovere e suscitare dibattito ma sulla linea di quella
domanda che riguarda tutti e che riformulava Roberto Gatti
nel numero precedente come questione essenziale: “Europa
da dove vieni e dove vuoi andare veramente?”.
Anno
II n.3, maggio/giugno 2004
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copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004