San Francesco d'Assisi
  PERCHÉ FRANCESCO FILOSOFO?
Filosofare è pensare il fondamento del nostro stesso esistere, vuol dire pensare Dio in Dio, non allontanarsi dal suo percorso; tenacemente essere legati alla storia del mondo per rintracciarvi la storia di Dio attraverso quella dell’uomo; leggere la storia nella luce della divinità. E il francescanesimo non ha mai smesso di additare nell’esperienza di Cristo la risposta per leggere in positivo i segni della storia dell’uomo, per vincere la sua caducità e la sua continua tendenza al male.


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PERCHÉ FRANCESCO FILOSOFO?

di MARCO MOSCHINI


Perché Francesco filosofo? Si è detto molto sul Francesco poeta, si dice del Francesco uomo di pace; oltremodo è stato detto del Francesco santo. Ma qui si vuol cominciare a dire (dico cominciare perchè più interventi dedicherò a questo tema nei numeri successivi) del Francesco filosofo. E la cosa potrebbe suonare anche un po’ inusuale, visto che si attaglia ad un santo che non ha mai professato alcune disposizione per gli studi. Sì: suona inusuale ma forse quanto mai attuale proporre nel Poverello di Assisi un gran pensatore. Per quanto riguarda la polemica contro lo studio basta forse ricordare che Francesco come tutti noi, più o meno dotti, siamo stati vittime dell’erudizione teologica che niente ha che vedere con la sapienza. Questa è esercizio sapido di una anima che rinnovata comunica ciò che da sempre l’ha costituita (così direbbe Agostino), è espressione di un senso globale dell’esperienza di vita rinnovata nel cristianesimo, è lettura nuova del mondo e della storia; l’altra è accademismo, chiacchiera, autocelebrazione, solleticamento spirituale e intellettuale, la maggior parte delle volte aria fritta e soprattutto una brutta pagina di una omiletica da quattro soldi rivestita degli abiti di una scientificità che non è tale ma che ne ha solo il rivestimento di seconda mano. Bene di quella polemica contro gli “studi” penso che ne debbano essere campioni tutti non solo il Poverello di Assisi. Ma detto questo non si è ancora detto del perché si debba pensare Francesco come filosofo. Basterebbe sbrigativamente far notare la grande schiera di pensatori che i suoi figli spirituali hanno offerto alla storia del pensiero occidentale; ma sarebbe anche questo troppo facile. Francesco e i francescani suoi seguaci, e quelli che al suo spirito serafico si sono in qualche modo uniformati, bene tutti questi sono filosofi. Lo sono perché da Francesco in giù e con Francesco si è reso possibile manifestare al mondo che la vita cristiana non solo è possibile ma è possibile in maniera totale. Si è realizzato il cristianesimo non come utopia ma come modo di vita per tutti. Si è realizzata la umiltà e la minorità come virtù, la povertà come realtà di coscienza. Ebbene queste sono virtù filosofiche perché tutte queste richiamano il vero. Ma per cogliere il senso con il quale si addita un Francesco filosofo e il francescanesimo come autentica e vera filosofia va innanzitutto precisato il significato che si dà al termine filosofia ed alla pratica del filosofare. Se eliminate tutte le riduzioni iperscientificizzanti della filosofia o iperazionaliste si accettano quelle di una consolidata tradizione di pensiero secondo cui la filosofia è lettura del reale secondo il suo principio; la filosofia è meravigliarsi di fronte a quello che la verità mostra di sé; la filosofia è recupero del pensare. Insomma se si assume la filosofia come autentico e semplice ed alto pensare e non come una sorta di psicologismo, analisi, sociologismo, antropologiamo e tanto meno come mero problematicismo tutto dovrebbe apparire abbastanza chiaro. E se al lettore è palese questa premessa allora può già intendere perché il francescanesimo viene qui additato come filosofia. In effetti questo è filosofia proprio in quanto il cristianesimo stesso è filosofia secondo quanto ci ha insegnato il più illustre filosofo umbro del XX secolo Teodorico Moretti-Costanzi, filosofo a cui inevitabilmente non posso che fare riferimento come il più grande di coloro che ha rinverdito proprio in seno al pensare contemporaneo la grandissima tradizione francescana e bonaventuriana. La filosofia che è nella sua purezza, La quale è anche la sua costitutiva natura, e che la rende chiara e aperta come unica via verso una rivelazione di noi a noi stessi attraverso la verità che è da sempre, richiede per la sua natura la persona e il suo consociarsi. Non è un caso che la fraternitas richiami questa dimensione di scoperta di un nuovo se stesso in confronto con una communitas che lo regge e lo comprende amorevolemente. Il pensare autentico e puro è pensare redentivo che fa scoprire la vera realtà del mondo, che ne manifesta la sua costitutiva edenicità offuscata dalla nostra natura lapsa e peccatrice, ma non per questo meno vocata alla santità originaria nella quale il Santo ci ha pensato. E questo è il senso dell’andare al mondo ed alla sua bellezza che da sempre ha caratterizzato il modo di vita francescano pago della bellezza del mondo nella quale si inserisce il suo operare vivo e fecondo di parole di verità. Basti ricordare l’attenzione appunto per il creato oppure porre memoria ai luoghi francescani così belli da lasciare senza parole quando appaiono alla nostra vista. Filosofare è pensare il fondamento del nostro stesso esistere, vuol dire pensare Dio in Dio, non allontanarsi dal suo percorso; tenacemente essere legati alla storia del mondo per rintracciarvi la storia di Dio attraverso quella dell’uomo; leggere la storia nella luce della divinità. E il francescanesimo non ha mai smesso di additare nell’esperienza di Cristo, prima quella della croce e poi quella della ascesa redentiva la risposta per leggere in positivo i segni della storia dell’uomo per vincere la sua caducità e la sua continua tendenza al male. Una via di vittoria appunto e di dominio non presuntuoso della storia a favore del dominio di Dio. Insomma a bene guardare nel percorso spirituale di Francesco, e nella sua eredità raccolta da tantisismi suoi figli, scorgiamo un’idea autenticamente filosofica: quella che vede la vocazione dell’uomo tutto realizzarsi nel ricercare di incamminarsi nel proprio “itinerarium” sulla via della verità, di quella verità che esonera da ogni incredulità che la nostra condizione finita sembra ( e dico solo sembra) imporre alle nostre menti, alle nostre esistenze, chiudendoci in un orizzonte che limita noi e le nostre cose. Incamminarsi nelle via della Verità è incamminarsi anche nella via della sapienza, tanto distante da quella scientia che invece riduttivamente riteniamo sufficiente a dirci saggi. Certo, e non ce ne dogliamo, anzi ce ne gloriamo, la verità nell’ottica del francescanesimo e la sapienza hanno lo stesso nome così come lo ha nella grande tradizione agostiniana: Cristo. Cristo è per questo sentire il criterio per intendere, per sentire e per vivere la verità nella verità. Il pensiero francescanamente dispiegato è quindi di una attualità speciale per l’oggi, dove il primo senso che si è perso è quello di una misura della realtà spirituale umana, delle sue possibilità rispetto al creato ed al reale; epoca delle perdite e dei dubbi, ma anche delle false illusioni di dominio che spesso si manifestano per quello che è, il “sogno di un pazzo” come lo ebbe a dire il grande poeta. Certamente lo avrà capito il lettore: giunti a questa considerazione il francescanesimo non è inteso più come il modus cogitandi et operandi di una particolare famiglia religiosa e basta. Ma il suo prius cogitativo e il suo fondamento di azione è consegnato a tutti coloro che si riconoscono nella dimensione cristiana dell’esistere, e che perciò vogliono percorrere la via della sua comprensione e della propria realizzazione in quel messaggio sempre nuovo benché antico. Non si tratta qui del francescanesimo come un che di proprio di coloro che si sono formati e cresciuti nella ricchezza del suo carisma. Nessuno di noi, se cristiano, non può pensarsi che nella forma di un francescanesimo di base che esplica il significato di come intendere in semplicità la grandezza, la profondità e la sapienzialità del vivere cristiano. Non si sono valutati poi appieno i risultati sofici dell’approfondimento e delle riflessioni che il francescanesimo ha condotto sulla base agostiniana tanto da arrivare a riproporre la radicalità del vivere cristiano come filosofia autentica e critica rivelante (non altro ha compiuto quel genio filosofico di Bonaventura da Bagnoregio, per citare solo uno di quella scuola ampia di dottori francescani della prima ora). Ma ora è tempo di ritornare su tale pensiero. Ora è tempo di ricomprendere, dopo la notte e forse ancora nella notte, il presentarsi sempre aurorale, e maturo al contempo, di quel sentire in simplicitas il vero che fu proprio del francescanesimo. Il Novecento ha visto travolgere tante linee di pensiero spesso troppo dominanti e di certo troppo lontane da un senso vero di sapienza; quando mai un tempo più opportuno per il ritorno? Quando il tempo più opportuno per far risentire una voce? Io amo molto l’espressione del profeta che dice “Una voce grida: nel deserto aprite una strada” ora è il tempo del deserto ora è il tempo di far aprire delle strade. Quelle della sapienza e quelle del cuore.

Anno II n.4, luglio/agosto 2004


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