LA PERSONA COME APPELLO. UNA POSIZIONE ETICA IN UN PERIODO DI SFIDE
In questi giorni i temi riguardanti il senso della vita sembrano essere posti all’ordine del giorno del dibattito pubblico; e non potrebbe essere altrimenti visto l’incombere di notizie e occasioni che invitano a riflettere su molteplici questioni etiche; penso al prossimo referendum sulla legge sulla procreazione assistita e al caso doloroso e tragico di Terri Schiavo
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QUESTIONI MORALI

LA PERSONA COME APPELLO.
UNA POSIZIONE ETICA
IN UN PERIODO DI SFIDE


di MARCO MOSCHINI


In questi giorni i temi riguardanti il senso della vita sembrano essere posti all’ordine del giorno del dibattito pubblico; e non potrebbe essere altrimenti visto l’incombere di notizie e occasioni che invitano a riflettere su molteplici questioni etiche; penso al prossimo referendum sulla legge sulla procreazione assistita e al caso doloroso e tragico di Terri Schiavo. Non è sicuramente un male tale discussione, anzi è sempre quanto mai opportuno pensare e ripensare alla vita per coglierne il senso. Si deve essere poi consapevoli che la discussione, per sua natura, partendo da diverse visioni che interrogano e che pongono in luce aspetti problematici, spesso si mostra con tratti alquanto dinamici e contradditori. La discussione ci accalora ma ci aiuta e ci invita anche ad approfondire ragioni, a trovare vie per persuaderci e per persuadere. Non pongo in questione quindi il valore del dialogo e della discussione, del confronto e della reciproca persuasione e proposta; lungi da me una simile cosa che, prima di essere cosa cattiva, è stupida. Ma non posso non manifestare che c’è una discussione che coinvolge meno; quella condotta con toni accesamente polemici e fintamente morali e, chissà perché questa sorge subito ogni qualvolta si debbono riconoscere e convenire su precise prese di posizione intorno a scottanti temi etici. Tali toni e tali Catoni si ergono poi ogni volta che in discussione c’è da dire intorno al tema della vita. Odiosa è l’ironia beffarda (ed anche un po’ sciocca, oltre che scontata) con cui spesso viene accolta ogni voce o proposta che parte da un deciso riferimento dato intorno all’esistenza, alla difesa dell’uomo e alla sacralità della vita [1]. Sembra, per tali opinionisti, che ci sia un “medioevo” (detto more vulgare) che avanza e che la libertà dei singoli sia sempre compromessa dai “medievali”; non si tratta mai tali visioni come concezioni antropologiche degne di rispetto e reciproca considerazione.
Comunque oggi ci troviamo a dover affrontare grandi questioni etiche come se si fosse su un terreno di sfida e di contrapposizione. È così che mi sono trovato a riflettere su quello che sta succedendo in questo frangente e in questo nostro tempo, e mi sono convinto che sia giusto quanto mai prendere oggi una posizione chiara in sede etica. Parimenti, confesso che l’accensione di fuochi polemici mi ha spinto sempre più a rendermi consapevole e convinto della mia posizione personalista e cristianamente ispirata. Per cui bene da subito che dica la mia.
La mia posizione “personalista” pone una precisa visione del mondo, del sé e della nostra originaria costituzione antropologica che mi spinge a non indulgere a costruire o penetrare termini e concetti troppo complessi o molto articolati. La posizione “personalista” mi obbliga a pensare in forma semplice e diretta che non ritrovo nelle architetture sistematiche (direi retoriche, in qualche caso) di discorsi fatti intorno a “questioni” come il “genere”, la “qualità della vita” (come se ci possano essere gradazioni peggiori o migliori di vita. E non piuttosto senso della vita, vita coesa e basta). sento discorsi troppo bizantini intorno alle sfide ed alle determinazioni morali. Ed allora ecco un esempio di tale bizantinismo: si veda la questione del “genere”. Sono convinto che ciò che appartiene ad un “genere” di solito appartiene anche alla genericità e quindi è incompatibile al valore intrinseco che ogni persona ha. Un valore, quello di persona che riguarda tutti e che esonera e vieta da definire ogni uomo, ogni donna, “genericamente”, o come individuo o come membro di una massa o di una indistinta collettività o di una indistinta condizione psicologico-biologica. La realtà della persona è realtà complessa, completa e cogente, è sfondo puro di una evocazione che è fatta di identità ricercata, donata, relazionalità di emozioni, di ragioni e di affetti. È storia personale irripetibile ed unica. La persona è unicità esperienziale che è fatta di massima oblatività e di massima individuazione, fatta anche di radici biologiche, psicologiche e sociali ma innanzitutto è richiesta ed appello a se stessi ed agli altri.
La realtà ontologicamente fondata della persona irrompe nella storia dell’occidente e della sua cultura solo con la venuta del Cristianesimo – nessuno lo può negare - che ha saputo inverare la tradizione occidentale sull’uomo nella consapevolezza personale caricata questa dall’evento cristiano di un sapore alto, teologico, insuperabile. Il suo culmine è la teologia biblico-cristiana del nome. L’imprescindibile unicità dell’appartenenza del nome che costituisce individuazione personale e competente ed al contempo societaria che il cristianesimo desume dalla Bibbia; storia sacra perché storia dell’incontro tra Dio e l’uomo, tra Dio e il suo popolo. L’uno e l’altro rivelano e si rivelano attraverso la comunicazione del proprio nome. Dio ha un nome, i patriarchi e i profeti hanno un nome, la Bibbia racconta di uomini con un nome ed una storia e con quel nome vengono chiamati a relazione. Anche il popolo eletto ha il suo nome che è il nome stesso del patriarca nuovo depositario della promessa abramitica cioè Israele. Il segno della relazione Dio-uomo è il segno della relazionalità personale che nella teologia cristiana viene rivelato nel supremo mistero di comunione che il Cristo è venuto a rivelare: la Trinità. Dio stesso è relazione personale [2].
Insomma, un messaggio alto e potente ed al contempo semplificante è stato dato dalla tradizione cristiana. In questa tradizione ci viene data una consapevolezza e una rivelazione quella del carattere personale e societario nel quale la storia come storia sacra è iscritta.
Per questo carattere personale che riguarda e Dio e gli uomini, mai e poi mai possiamo pensare in questa ottica la possibilità di un sopruso sulla persona, non lo possiamo pensare perché ci appare palese che ciascuno è per sua imprescindibile vocazione un segno, nella storia degli uomini, della sacralità di cui il tempo è testimone. Il tempo, lo scorrere degli anni è un segno infatti della sacralità del tutto e dell’eterno. L’eterno ha bisogno di noi esattamente come noi abbiamo bisogno di lui: il primo per rivelare la brutalità di tutte le nostre fallaci considerazioni intorno alla nostra miseria, per rivelarci la nostra amabilità e per condurci fuori dei pensieri di morte che spesso ci colgono e ci abbattono e che ci fanno essere spesso veramente lupi rispetto agli altri (realtà misteriosamente dolorosa del peccato) [3]. E noi abbiamo bisogno di lui per sentirci realmente amati, realmente potenziati e capaci di stare con l’Eterno in uno spazio di identità assoluta tra verità, bontà e bellezza. Quella identità che ha segnato delle sue voci testimoniali più alte la storia della cultura, dalle grandi opere visibili del nostro ingegno alla meravigliosa realizzazione del bene che tutti noi siamo capaci di attuare nella nostra vita.
Sì, il rapporto Dio-uomo è un rapporto di reciprocità, di prossimità e di vicinanza, foriero di inusitati e fecondi motivi di gioia racchiusi nella profondità e possibilità dell’uomo [4]. Per cui con orgoglio si può dire che non è il cristianesimo una religione. Esso ha dato luogo anche ad una religione, ma esso è rivelazione dell’uomo all’uomo stesso, è messaggio di annuncio dell’avvento della persona. Un annuncio capace di mostrare una più perfetta umanità perché l’umanità nella via della relazione, dell’amore e dell’amabilità, sarà capace di ritrovare se stessa.
È chiaro che non possono esistere, né tanto meno concepirsi (sicuramente non accettare), distinzioni di razza, di popolo, non possiamo in questa visuale nemmeno essere sfiorati dalla tentazione omologativa e genericizzante che tutto appiattisce e che svilisce l’essenza singolare dell’uomo. La persona è di certo nella sua complessità ma è nella sua diversità e nella sua singolarità che rappresenta in tutto quella realtà degna di amore per cui Dio ha giocato se stesso nella storia tanto da morirne. Dimenticarsi questo vorrebbe dire dimenticare il senso stesso dell’essere qui, ora, per come siamo ciascuno di noi.
Questo nucleo originario semplice del rimando al valore della persona è irrinunciabile proprium del cristianesimo. Dimenticarsi questo vorrebbe dire dimenticarsi che il cristiano ha una particolare vocazione: quella di coltivare il misticismo che promana dalla quotidianità e dalla prossimità con gli altri che rimandando al suo fondamento Altro che dona pienezza di senso a tutto; in nome di questa rivelazione di senso nel volto dell’uomo ci si sente impegnati nella difesa e nella tutela di questa misteriosità di amore che l’uomo stesso è. Impossibile chiederci di ritrarci e impossibile chiederci di restare a guardare la storia come se la nostra fede fosse un fatto privato. La nostra fede è amore per la persona, non sopporta di essere ridotta al ruolo di una piccola e indefinita passione personale come può essere il nobile gioco del bridge o delle bocce.
No, la fede è impegno, è radicata su un fatto che illustra tutti i fatti della storia e delle storie personali. La presenza dell’uomo, la sua vita, sempre degna di essere vissuta, è l’oggetto massimo della nostra difesa. Nessuno può scegliere o giudicare la possibilità di essere quello che è, di semplicemente essere! E questo perché ciascuno degli uomini è la scelta che si pone di fronte a chi si incontra. Ogni volto incontrato è invito a saper scegliere tra possibilità di diventarne responsabili oppure diventarne indifferenti (e forse anche nemici). Ognuno è appello alla responsabilità per tutti [5].
Quanto è ridicolo davvero il balbettio di tutte quelle posizioni che non cogliendo questo nocciolo ontologico e ed etico della nostra visione cristiana intendono ridurci ai minimi termini come una sorta di bacchettoni, superstiziosi e forse anche pericolosi ingenui quando non malvagi oppressori. Non siamo di certo tutto ciò, siamo amanti dell’uomo, come Dio lo è, perché sappiamo che in ogni istante dell’esistenza dell’uomo (consapevole o inconsapevole, sana o malata, segnata o brillante) non c’è una gerarchia di più o meno vita, ma c’è vita! E c’è vita perché c’è persona. Perché vita per noi vuol dire persona e persona vuol dire appello alla responsabilità; vuol dire passione perché l’altro possa dire sempre di essere unicamente accolto per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse; è rivendicazione della libertà, non libertà mia di fare quello che voglio, ma libertà dell’altro di esprimersi per quello che è; è fiducia che il bene che ciascuno porta, in quantità massima o minima non importa, è una quantità di bene che salverà il mondo, perché fa aumentare quel bene che sconfigge ogni male presente.
Non ci chiedano mai di legittimare l’aborto perché una madre è vocata ad accogliere ed essere segno di accoglienza di un altro che non è lei. Non ci chiedano di accettare l’eutanasia: sarebbe come chiederci di affermare che esiste una vita più degna e una meno degna di essere vissuta; sarebbe come farci dire che in fondo la malattia, massimo grado di una sofferenza subita, ha ragione dello spirito, che nessun virus o neoplasia, nessun dolore del nostro corpo può cancellare e sminuire. Non ci chiedano di sostenere il sopruso che viene dalla violenza, dalla guerra, dall’ingiustizia sociale e collettiva, dalla prevaricazione, dallo sfruttamento perché sarebbe per noi come dire che tutto ciò ha una ragione. Non conosciamo niente di giusto quando si parla di armi e di prevaricazione sia che questa venga da regimi orribili e sanguinari sia che venga da legittimi e “morali” governi democratici.
Non siamo orribili ed ottusi monaci medievali o piccoli puritani venuti dal XVII secolo (detto con rispetto degli uni e degli altri e giusto per richiamare un dictur sciocco)! Noi siamo amanti dell’uomo, perché consapevoli della persona. Siamo consci che, se un rinnovamento della società dovrà venire, questo dovrà venire a partire dalla rivoluzione personalista [6]. La violenza, la guerra, la soppressione dell’innocente e del debole, la prevaricazione, l’ingiustizia, la tirannide buona o cattiva, illuminata o meno, l’egoismo economico e colonialista, la democrazia senza valori, non sono cose nuove nella storia dell’uomo, sono cose tristemente ricorrenti; nessun risveglio illuministico e filantropico le ha cancellate. Le può cancellare solo una scelta per ciò che si deve e si può fare; le può cancellare solo una riflessione altra e più alta, un’esperienza più qualificata, una sensibilità più elevata, una contemplazione della realtà dell’uomo che supera valutazioni di piccolo cabotaggio e di valore molto basso.
Aspettiamo che si diffonda l’annuncio e la realtà di un amore capace di trasformare, di cambiare e siccome il cambiamento si è dato in molte persone che si sono aperte a questo annuncio e a questa realtà, noi siamo certi che non si tratti di utopia e per questo noi attendiamo che si diffonda il contagio di questi testimoni che già di molto hanno fermato il male del mondo. Questa è la rivoluzione personalista che attendiamo, fatta in nome della verità e fatta in nome dell’eticità che da essa discende. Per questo motivo non possiamo contrattare in nessun modo i principi etici, e per principio etico intendo chiaramente la unicità sostanziale della persona. Non possiamo sopportare di mettere ai voti, che spesso sono, come dire…, “orientati” grazie a lusinghe e argomentazioni la cui semplice espressione nasconde un deleterio semplicismo, una perniciosa perversità.
Si muovono attacchi indicibili alle realtà etiche in nome di un filantropismo che oltre essere incauto a volte è sventato perché sentimentale e irrazionale. Un filantropismo che si mostra con i caratteri di un “luminoso” buonismo, così evidente e settario che è capace di mostrare come cinico tutto ciò che esso non è; capace di screditare e ridurre a malvagità quello che non aderisce alla sua stessa lettera. E così il valore diventa spesso disvalore, l’evidenza etica diventa bieca malvagità e così via discorrendo.
Non dobbiamo divenire vittime di questo, non dobbiamo permettere che l’immoralità comunitaria soffochi la moralità umana per lasciarla sola e isolata nel deserto del suo mondo troppo vuoto e troppo ricco. Vuoto di senso e ricco di cose, di voci, di chiasso, di schiamazzi che stordiscono. È giunto il momento che se vogliamo mostrare e vogliamo testimoniare la passione per l’uomo, dobbiamo ancorarci alla nostra speranza che è la certezza in un attuato rinnovamento della storia che proviene dal Cristo; solo allora potremmo dirci attivi costruttori di quella pace che è non disimpegno o deresponsabilità, ma invocazione di giustizia e difesa del debole, dell’orfano e della vedova. Una carica di temerarietà etica non farà mai male a nessuno e soprattutto se non rende troppo popolari invece aiuterà a rendere scomodo ai più un pensiero buono, un pensiero urgente, un’impellenza di coscienza. Diventerà un appello.


NOTE

1 In particolare il mio riferimento va a tutto quanto è dato leggere in molti organi di stampa che hanno fatto della campagna referendaria un giusto argomento di discussione. In questi dibattiti non è infrequente trovare dotti e epr altro anche insigni opinionisti che vogliono in qualche modo insegnare a tutti noi a come si sta attenti alla cultura, di come dovremmo essere meno ipocriti e soprattutto ci vogliono anche insegnare cosa diceva san Tommaso d’Aquino. Li ringraziamo per gli ammaestramenti… se ve ne sono…. Ma non vi trovo assolutamente spunto per un grazie.
2 Rimando agli studi sulla Trinità de La simbolica di Bruno Forte.
3 Ildegarda di Bingen presentava come un segno demoniaco il pensare al male ed alla miseria dell’uomo. Un tale pensiero non costituiva per la santa monaca altro che un vincolo e una sorta di cattiva giustificazione per non vedere se stessi come termini di una bontà vocata alla santità ed alla carità che sempre maggiore rispetto al male. Di tale certezza si fa poi cantore strenuo lo stesso Papa Giovanni Paolo II nel suo ultimo Memoria ed identità, Rizzoli, Milano, 2005.
4 È il grande tema dell’antropologia teologica che scaturisce da tutto il pensiero di sant’Agostino.
5 Impossibile non rimandare al pensiero di E. Lévinas. In particolare Emanuel Levinas, Etica ed infinito, Città nuova, Roma, 1984.
6 Quella rivoluzione personalista a cui richiamava come impegno E. Mounier.

Anno III n.2, marzo/aprile 2005


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