L'UOMO TRA TEMPO ED ETERNO
ANDREW MARVELL: AMORE,
TEMPO DELL'ETERNO
di ALESSANDRO PAUSELLI
ANDREW MARVELL (1621 – 1678)
La scelta di un poeta quale Andrew Marvell come tema del
nostro incontro ha più di una motivazione: in primo luogo,
fino a qualche decennio fa, Marvell non figurava tra gli
autori comunemente ritenuti più importanti del Seicento
inglese e, per questa ragione, non sempre lo si trova
antologizzato, pertanto è probabile che per molti studenti
egli potrà risultare una scoperta ed una sorpresa. Inoltre,
pur inserendosi in percorsi tematici e stilistici già
consolidati della tradizione letteraria inglese, spesso egli
si impone all’interesse del lettore per spunti nuovi ed
interessanti o per interpretazioni originali di tematiche
già note, magari derivate dall’antichità classica e tuttavia
riproposte con freschezza di intuizione e vivacità di
ispirazione poetica. Infine, anche questo momento di
approfondimento della produzione poetica di Marvell può
rivelarsi un modesto contributo al riconoscimento del valore
di questo artista in termini di originalità, profondità e
modernità del pensiero, operato dalla critica novecentesca a
partire dal celebre saggio di T.S.Eliot del 1921 sui
cosiddetti Poeti Metafisici. Ma chi era Andrew Marvell?
L’uomo e l’artista.
I dati biografici ci dicono che Marvell nacque nei 1621 nei
pressi di Hull, nel nord dell’Inghilterra, quartogenito
figlio del rettore di una parrocchia. Ragazzo intelligente e
studioso, seguì con ottimo profitto gli studi presso la
“grammar school” del posto e presso il Trinity College di
Cambridge, dove si laureò nel 1638. Fu durante i suoi studi
presso questo college universitario che Marvell cominciò a
scrivere poesia, per la maggior parte in latino e greco.
Guadagnatosi unanime stima come studioso di lingue e culture
classiche, negli anni che seguirono viaggiò molto
all’estero, in Francia, Olanda, Svizzera, Spagna, Italia,
affinando le sue pregevoli competenze linguistiche. Tornato
in Inghilterra, nel 1650 ricevette l’incarico di precettore
di Mary, la figlia dodicenne di Lord Fairfax e trascorse due
anni nella residenza di campagna di questa famiglia, nella
contea dello Yorkshire. Nel 1657 ottenne l’incarico di
Assistente di John Milton nella carica di Segretario Latino
presso il Consiglio di Stato della Repubblica Puritana,
settore Affari Esteri, promozione caldeggiata dallo stesso
Milton, suo amico sincero. Nel 1659 fu eletto Membro del
Parlamento per la sua città, Hull, che continuò a
rappresentare fino alla sua morte, avvenuta nel 1678. Quest’ultima
fase della sua vita fu caratterizzata anche da nuovi viaggi,
quali, per esempio, le missioni diplomatiche in Olanda e
Russia.
Chi oggi conosce e apprezza Marvell come poeta lo fa
soprattutto per le liriche da lui composte nei due anni
trascorsi nelle campagne dello Yorkshire in qualità di
precettore. Si trattava di poesie note solo ad una ristretta
cerchia di amici, Milton in primo luogo; fu solo a tre anni
di distanza dalla sua morte che esse vennero stampate e
pubblicate. Tuttavia, la produzione letteraria di Marvell
non si limitò solo a componimenti poetici a carattere
lirico, né solo alla poesia.
Infatti, dal 1667 alla fine dei suoi giorni, egli scrisse
una serie di poesie satiriche su figure pubbliche di spicco
o su eventi contemporanei rilevanti. Si trattava di attacchi
satirici, indirizzati a capi politici, a membri
dell’aristocrazia, alla corte o al re stesso, così mordaci,
violenti e potenzialmente pericolosi che Marvell stesso non
si arrischiò mai a pubblicarli, limitandosi a farli
circolare tra i suoi amici più fidati sotto forma di
manoscritti; fu solo nel 1688, a dieci anni dalla sua morte,
che questo materiale venne pubblicato.
Si è accennato al fatto che Marvell non fu solo poeta; in
effetti, egli ci ha consegnato anche una considerevole
produzione in prosa costituita da libelli politici e da una
corposa serie di bollettini informativi, scritti ed inviati
regolarmente ai suoi elettori per tenerli aggiornati su
quanto si stava realizzando in Parlamento. Questi bollettini
sono per noi, oggi, documenti storici di eccezionale
importanza perché ci forniscono informazioni dettagliate
sulle procedure seguite in Parlamento in un periodo storico
nel quale non esisteva alcuna altra forma di documentazione.
Questi dati biografici, seppur presentati per sommi capi,
sono sufficienti per contestualizzare Marvell nel suo
periodo storico, del quale assorbì e visse con profondità di
pensiero ed intensità di azione tutte le varie
problematiche, da quelle politiche a quelle religiose o
culturali.
Partecipò alle vicende che sconvolsero l’Inghilterra durante
la Guerra Civile, schierandosi a fianco di Cromwell e della
Repubblica Puritana; con profondo coinvolgimento interiore
si pose le grandi domande che l’uomo si è sempre posto, sul
proprio destino, sulla propria identità, sul dissidio tra la
propria finitezza umana e l’infinito, fra il tempo della
propria esistenza e l’eterno, sul senso della vita terrena e
l’incombere della morte, sul conflitto tra libertà di scelta
e necessità della predestinazione.
Ponendosi queste domande, comunque, Marvell non si discosta
dal modello di poeta e pensatore che ritroviamo nelle altre
grandi figure a lui contemporanee, quali Milton e Donne; ciò
che lo rende originale ed interessante è il tipo di approdo,
mai convenzionale, al quale egli spesso perviene nel trovare
risposte. Il dato di fatto più rilevante che emerge è che
Marvell, nell’affrontare qualsiasi tematica, ha sempre
saputo mantenere autonomia ed equilibrio di pensiero,
lontano da ogni forma di conformismo ideologico. Fu un
puritano, ma seppe conciliare questa professione religiosa
anche con una visione edonistica della vita, di cui riuscì a
cogliere e celebrare anche l’aspetto sensuale.
Scrisse e operò a favore della causa puritana in campo
politico ma seppe astenersi da qualsiasi forma di
partigianeria smaccata e conservare oggettività di giudizio.
Nell’Ode Oraziana, per esempio, è sì celebrato Cromwell che
torna vittorioso dall’Irlanda ma è messa anche in risalto la
composta dignità con cui Carlo I affronta la propria
decapitazione.
Pur essendo un puritano, più volte Marvell sfidò
l’ortodossia della teoria della predestinazione , come
quando, ad esempio, difese il pastore dissenziente John Howe,
che si era posto in antagonismo con la chiesa ufficiale
sostenendo la dottrina del libero arbitrio contro quella
della rigida predestinazione. In tale circostanza Marvell
ritenne necessaria una distinzione tra la prescienza o
onniscienza di Dio e qualsiasi forma di necessità,
argomentando che la pre-conoscenza che Dio ha degli eventi
non equivale in alcun modo ad una predestinazione che limiti
la capacità dell’uomo di scegliere liberamente fra
alternative diverse. Alla dottrina calvinista della
predestinazione Marvell preferiva quella luterana della
giustificazione per mezzo della fede: questo non significava
dire che la redenzione dell’uomo dipendeva esclusivamente
dall’uomo stesso, senza l’aiuto della grazia di Dio, ma
neanche che l’uomo era un destinatario puramente passivo dei
decreti di Dio. Per Marvell, i peccatori sono responsabili
dei propri peccati: citando San Giacomo, egli dice che
nessun uomo tentato a compiere il male può affermare di
essere stato tentato da Dio: Dio non può essere tentato dal
male né può tentare qualcuno a compiere il male. Negare
all’uomo la libertà di usare la ragione, datagli da Dio,
quando sceglie una linea d’azione significherebbe ritenere
Dio l’autore del peccato.
Sul piano puramente letterario, che è quello che ci
interessa maggiormente nell’ambito di questo incontro,
Marvell è stato identificato come uno dei rappresentanti
della cosiddetta Poesia Metafisica e solo nel Novecento
rivalutato come la voce poetica più alta del Seicento
inglese, accanto a quella di Milton.
L’espressione “poeti metafisici” fu coniata dal neo-classico
Samuel Johnson come una sorta di soprannome con il quale,
nella sua “Vita di Cowley” (1777), voleva etichettare un
gruppo di scrittori che fecero la loro comparsa agli inizi
del 17° secolo e che “potevano essere chiamati poeti
metafisici”.
Il termine “potevano” suggerisce che Johnson probabilmente
non li considerava tali da poter meritare l’appellativo di
“metafisici”. A dire il vero, Johnson stava a sua volta
citando Dryden che, parlando di Donne, lo accusava di voler
inquinare con la metafisica non solo le sue satire, ma anche
le sue poesie d’amore nelle quali, invece, solo la natura
avrebbe dovuto regnare sovrana. Così facendo, Donne avrebbe
tormentato le menti del gentil sesso con ardue speculazioni
filosofiche, mentre il suo compito sarebbe stato
esclusivamente quello di intrattenere il cuore delle donne
con le dolcezze dell’amore.
I contemporanei definivano i versi metafisici “strong lines”,
versi forti, ed esprimevano con ciò la propria
disapprovazione per un modo di poetare che contrastava con
la scioltezza e la libertà del verso, criteri basilari, a
loro parere, per avere una buona poesia.
La poesia elisabettiana, piuttosto che mirare ad
un’esposizione spontanea delle emozioni, si poneva come
un’arte consapevole, retorica nel metodo, preoccupata
soprattutto di imporre forma e ordine sull’esperienza,
filtrando l’immediatezza dei sensi attraverso il vaglio
della ragione e della volontà.
In questo tipo di poesia, i risultati più pregevoli venivano
conseguiti quando i sentimenti permeavano di sé le
convenzioni idealistiche e l’abilità retorica senza
prevalere, ma armonicamente fusi in versi fluidi e regolari,
esaltati da un linguaggio copioso e spesso arguto.
Quando crebbe l’esigenza di un’espressione più diretta e
realistica, più consona ai bisogni espressivi
dell’introspezione psicologica, fece la sua comparsa uno
stile poetico nuovo che identifichiamo con la poesia
metafisica.
Il dato più importante di questo diverso modo di poetare è
la ricerca di un’espressione concisa da raggiungere, sul
piano formale, attraverso una sintassi ellittica ed un ritmo
che procede a singhiozzo, sul piano dei contenuti attraverso
la difficoltà dei concetti, l’originalità delle
argomentazioni, le arditezze degli accostamenti. E’ una
produzione poetica che confonde il piacere della poesia con
il piacere di risolvere rebus: questa la critica principale
dei suoi detrattori, questo l’apprezzamento più alto dei
suoi amatori.
In ogni caso, si tratta senz’altro di una poesia d’èlite,
che si rivolge a quelle intelligenze che siano in grado di
decifrarla: il poeta metafisico non scrive certo per tutti
anzi, spesso, non pubblica le sue poesie ma si limita a
farle circolare sotto forma di manoscritto nella cerchia dei
suoi amici; qualcuno (Drayton) definirà “chamber poets”,
poeti da camera, questo tipo di verseggiatori.
Si è accennato al fatto che la cifra distintiva di questo
tipo di poesia è la densità di concentrazione del contenuto:
il componimento è generalmente breve, tessuto con trame
molto fitte, talvolta simile ad un epigramma espanso. Per
raggiungere questo tipo di effetto il poeta metafisico fa
ricorso in maniera sistematica a due strumenti che già nella
poesia elisabettiana avevano trovato un loro impiego, seppur
in maniera occasionale: il “conceit” ed il “wit”.
Un “conceit” (dal latino “conceptus”) è un paragone la cui
ingegnosità colpisce più della sua giustezza: due cose,
palesemente diverse o che nessuno oserebbe mai assimilare
nella realtà di tutti i giorni, vengono presentate simili in
maniera tale che, per un attimo, siamo disposti ad ammettere
la loro somiglianza, pur restando consapevoli
dell’incongruità dell’operazione. E’ come una scintilla
prodotta sfregando due pietre: scomparsa la scintilla,
restano le due semplice pietre.
Una poesia metafisica ha sempre qualcosa di impellente da
dire o da dimostrare ed il “conceit” lo esplica e gli apre
la strada: tutto ciò è possibile se il “conceit” viene usato
con l’apparenza del rigore logico, per cui noi lo ammiriamo
non perché sia giusto, ma perché è ingegnoso; siccome lo
ammiriamo perché è ingegnoso, arriviamo anche a ritenerlo
giusto.
Per questa operazione, il poeta metafisico deve avvalersi
dello strumento poetico più potente che possiede: il “wit”,
ovvero quella fusione di intelletto e di sentimento, quella
velocità e arguzia della mente che si traduce nella capacità
di creare immagini insolite e sorprendenti con le parole
(vedi G.B. Marino in Italia e Luis de Gòngora in Spagna),
magari facendo ricorso ad un curioso miscuglio di ironia ,
riflessione seria, filosofia, lessico colloquiale e
altamente intellettuale.
Fu solo nel 20° secolo che, grazie alla coraggiosa
rivalutazione di T. S. Eliot (“The Metaphysical Poets,
1921), lo stile metafisico giunse ad essere pienamente
apprezzato come appassionato e vivace dialogo fra l’uomo e
l’oggetto della sua fede o del suo amore. Eliot considera i
metafisici poeti che, figli della tradizione poetica
elisabettiana, hanno saputo dare una svolta innovativa in
virtù della loro capacità di coniugare intelletto e
sentimento, cuore e “corteccia cerebrale”, senza dimenticare
il “sistema nervoso” e “l’apparato digerente”. I poeti
successivi, sempre secondo l’opinione di Eliot, non sono
riusciti a realizzare questa fusione , anzi, la loro poesia
è caratterizzata da una “dissociazione della sensibilità”
per cui ciò che scrivono o è intellettualistico, o
emozionante, ma mai entrambe le cose allo stesso tempo.
Naturalmente, come spesso succede quando si ha a che fare
con personalità complesse, la critica moderna non è unanime
nel riconoscere determinate caratteristiche. Ad esempio,
parlando di John Donne, ma riferendosi ai metafisici in
generale, nella sua Storia della Letteratura Inglese, Evans
afferma che questi poeti sono spiritualmente vicini alla
sensibilità dell’uomo moderno contemporaneo proprio perchè
la sincerità con cui esprimono passioni e sentimenti li
portano a disperare di poter mai ricomporre in unità i
frammentari aspetti della vita umana.
Tuttavia, dopo tante affermazioni a carattere teorico, sarà
sicuramente più interessante e valido fare la conoscenza del
nostro poeta direttamente attraverso alcuni passi
significativi della sua produzione.
I testi che verranno letti e commentati sono stati scelti in
base ad un criterio di fondo che ha cercato, per quanto
possibile, di uniformarsi al tema generale di questa serie
di incontri, mettendo altresì in luce quelle peculiarità che
sono patrimonio genetico di Marvell in virtù della sua
appartenenza ad una tradizione di pensiero essenzialmente
caratterizzata da un approccio pragmatico nell’affrontare e
tentare risposte alle grandi problematiche esistenziali.
Pertanto, la presentazione dei testi seguirà lo schema qui
di seguito proposto, il cui principio ispiratore è quello di
dimostrare che, secondo Marvell, l’uomo storicamente
collocato nel suo spazio e nel suo tempo, costantemente in
bilico tra le poche certezze della vita quotidiana e le
grandi incertezze del suo destino ultimo, schiacciato nella
impari lotta tra la sua finitezza umana e l’immensità delle
sue aspirazioni, tra il suo libero arbitrio e la realtà di
un Dio presciente, onnisciente e onnipotente, ritiene di
poter strappare brandelli di tempo all’eterno dedicandosi
con tutto l’amore e l’impegno di cui è capace alle varie
attività che caratterizzano la vita pratica e la vita
contemplativa.
Quindi, l’agire pratico, l’impegno politico, l’amore fisico
da una parte, l’amore platonico, la contemplazione della
bellezza della natura, l’amore per Dio dall’altra sono le
strategie con le quali l’uomo imbriglia e fa sue porzioni di
tempo, alle quali giunge addirittura ad imporre quei ritmi
che lui stesso desidera. Laddove, poi, il tempo cronologico
subisce la sua più sonora sconfitta momentanea è nella
poesia la quale, sola, quando tutto sembra andare in rovina,
è in grado di richiamare in vita un passato o predire un
futuro che diano all’uomo disperato nuovi semi di speranza.
L’amore fisico: TO HIS COY MISTRESS (Alla sua amante
ritrosa)
Sol che avessimo mondo e tempo sufficienti,
questo pudor, signora, non sarebbe delitto.
Assisi, penseremmo dove passeggiare
e trascorrere il nostro lungo giorno d’amore.
Tu sulla sponda dell’indiano Gange
rubini troveresti; io presso la corrente
del Humber mi dorrei. Io v’amerei
per ben dieci anni prima del Diluvio;
e voi ricusereste, se v’aggrada,
fino alla conversione degli ebrei.
Il mio amor vegetale crescerebbe
più vasto degli imperi, e più lento.
Cent’anni se n’andrebbero a lodare
gli occhi tuoi, e a contemplare la tua fronte,
duecento ad adorare ciascuno dei tuoi seni;
ma trentamila anni per il resto.
Per ogni parte per lo meno un secolo,
e l’ultimo dei secoli mostrerebbe il tuo cuore.
Chè, signora, voi siete degna di tanto onore,
ed io non v’amerei per minor prezzo.
Ma alle mie spalle odo continuamente
l’alato cocchio del tempo che rapido s’approssima:
e là tutto dinnanzi a noi si stendono
deserti di vasta eternità.
Più non si troverà la tua bellezza,
né più, nella tua tomba marmorea, risuonerà
il mio canto echeggiante; allora i vermi metteranno a prova
quella verginità sì a lungo preservata,
ed il tuo onore schivo si cangerà in polvere,
ed in cenere tutta la mia brama.
E’ la tomba una bella e segreta stanza,
ma nessuno, ch’io sappia, ivi si abbraccia.
Ora dunque, finchè il color giovanile
posa sulla tua pelle al pari di rugiada mattutina,
e finchè la tua anima vogliosa traspira
ad ogni poro pertinaci fuochi,
ora prendiam diletto fin tanto che possiamo;
ora, quali amorosi uccelli rapaci,
divoriamo ad un tratto il nostro tempo
piuttosto che languire nelle sue lente fauci.
Ravvolgiamo ogni nostra forza ed ogni
nostra dolcezza in un unico globo;
ed avventiamo i nostri piaceri con rude violenza
oltre i ferrei cancelli della vita.
Così, sebbene non possiamo indurre il nostro sole
a star fermo, almeno lo faremo correre.
(traduz. Di Giorgio Melchiori)
E’ senz’altro facile rintracciare nelle letterature antiche
alcune delle fonti di ispirazione di questa poesia, che è
poi quella che più di ogni altra ha consegnato Marvell alla
fama .
Il tema dell’incombere della morte e della brevità del
tempo, con il naturale corollario del “carpe diem”, era
presente in tanti autori della classicità sia greca che
latina.
Solo a mo’ di esempio potremmo citare un passo delle
“Georgiche” di Publio Virgilio Marone nel quale si dice:”
Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus, singola dum
capti circumvectamur amore”(Georg. III°, vv. 84-85), (ma
fugge, intanto fugge e non ritorna il tempo, mentre d’amore
presi, andiamo di cosa in cosa); oppure il celebre passo
dall’Ode di Orazio (I, 11): “Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero” (mentre
stiamo parlando, scorre il tempo invidioso: cogli l’attimo e
fidati meno che puoi del domani”); oppure, ancora,
l’esortazione di Catullo ( C. V°): “Vivamus, mea Lesbia,
atque amemus” (Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci”);
tuttavia, sembra certo che la fonte prima di questa poesia
di Marvell sia stato un componimento di Asclepiade, di cui
riportiamo un brano significativo: “Risparmi la tua
verginità, ma a quale scopo? Perché, quando giungerai nell’Ade,
non vi troverai il tuo innamorato, ragazza. Le delizie di
Venere sono tra i vivi; invece, o vergine, nell’oltretomba
saremo solo ossa e polvere”.
Se, dunque, il tema centrale di questa poesia è uno dei più
popolari e sfruttati della letteratura europea, del tutto
originale e sorprendente è la rivisitazione che ne fa
Marvell il quale, in forza del suo “wit” arguto e colto, ha
saputo rivitalizzare il tema con immagini di straordinaria
efficacia e novità.
Muovendo da un modulo tipicamente elisabettiano, un
rimprovero fatto alla donna amata, il poeta invita poi la
sua innamorata ritrosa a godere delle gioie dell’amore
fisico non solo perché lui è attratto da lei, ma soprattutto
perché amore e piacere possono controbilanciare il pensiero
minaccioso di una vuota eternità. In tal modo, la poesia
diventa una meditazione sul tempo, la morte e il destino
umano seguendo una struttura argomentativa.
La prima strofa affronta la remota possibilità che i due
amanti abbiano davanti a sé tutta l’eternità ed un mondo
intero dove godersi il loro amore. Se ciò fosse vero – e
solo in quel caso – la ritrosia della donna ad amare il
poeta non sarebbe un crimine.Tuttavia, siccome “il carro
alato del tempo” li sta pressando da vicino, ricordando loro
ciò che accadrà dopo la morte, nella seconda strofa il poeta
usa a piene mani le immagini più macabre che conosce per
indurre la sua amante ritrosa a corrisponderlo. Così, se la
prima strofa è connotata da un ricco repertorio di immagini
associate all’idea di abbondanza e di felicità, nella
seconda ricorrono immagini di urgenza e di costrizione e
termini mutuati dal linguaggio tradizionale del
Cristianesimo: “deserti di vasta eternità”,“polvere”,
“vermi”, “ceneri”. Questi termini rendono assai bene il
senso di desolazione che la morte reca con sé. Tuttavia, pur
parlando degli orrori della tomba, Marvell riesce ad
inserire un elemento di leggerezza nella trattazione
dell’argomento. La morte diventa per lui uno strumento con
cui spaventare la sua amante ed indurla a cedere; la
freddezza ed il silenzio della tomba, dove l’unico movimento
è quello dei vermi, non sono per Marvell strumenti
attraverso cui consegnare un messaggio morale edificante ma
un termine di confronto negativo rispetto alla vivacità e
dinamicità dell’amore; sono le immagini di una vita passiva,
il cancello di ferro attraverso cui l’amore deve aprirsi un
varco.Ed ecco che, nell’ultima strofa, con immagini talvolta
romantiche (“colorito giovane”, “rugiada del mattino”), ma
più spesso incalzanti ed energiche, i due amanti diventano
“uccelli da preda” che con il loro amore, “un’aspra
battaglia”, “divoreranno” il tempo, non fermandolo, ma
obbligandolo a correre al loro passo.
L’amore platonico: THE DEFINITION OF LOVE
Se “To his Coy Mistress” è la celebrazione dell’amore
appagato quale arma di dominio sul tempo e sulla morte, il
tema di “The Definition of Love” è la disperazione per
l’impossibilità di realizzare l’amore. Sono otto strofe di
quattro versi ciascuna, che sviluppano l’argomento con le
modalità formali che si addicono ad una definizione e che si
connotano per la presenza frequente di giochi di parole,
ambiguità, paradossi, doppi significati.
THE DEFINITION OF LOVE (La definizione di amore)
Il mio amore è per nascita tanto raro
quanto strano ed elevato nel suo oggetto;
fu generato dalla Disperazione
congiunta con l’Impossibilità.
Solo la magnanima Disperazione
ha potuto svelarmi una cosa tanto divina,
laddove la flebile Speranza non riusciva a volare
ma batteva invano la sua ala appariscente.
E, tuttavia, io potrei velocemente arrivare
là dove la mia anima protesa in lei rimane fissa,
il Fato, però, incunea zeppe di ferro
e sempre si insinua in mezzo.
Perché il Fato, con occhio geloso, vede
due amori perfetti ma non li lascia congiungere;
la loro unione sarebbe la sua rovina
e invaliderebbe il suo potere tirannico.
E pertanto i suoi decreti d’acciaio
hanno posto noi come due poli lontani
(sebbene tutto l’universo amoroso ruoti intorno a noi)
destinati a non abbracciarsi mai per virtù propria
a meno che il vorticoso cielo non precipiti
e la terra non venga squarciata da una nuova convulsione;
e, perché noi possiamo congiungerci, il mondo intero
dovrebbe
essere schiacciato in un planisfero.
Come le linee oblique anche gli amori imperfetti possono
ben,
incontrarsi ad ogni angolo;
ma i nostri sentimenti d’amore, così perfettamente
paralleli,
sebbene infiniti non potranno mai incontrarsi.
Perciò l’amore che così ci lega,
ma che il fato preclude con così tanta invidia,
è la congiunzione della mente
e l’opposizione delle stelle.
Già nei primi versi della poesia troviamo un paradosso: la
disperazione viene definita magnanima; l’innamorato è
sopraffatto dall’eccellenza della persona amata a tal punto
che si rende conto che sperare di essere contraccambiato si
rivelerebbe un segno di superficialità. L’eccellenza della
persona amata è controbilanciata dalla disperazione
dell’amante: lamentarsi per l’impossibilità di realizzare
l’amore equivarrebbe ad una dimostrazione di piccolezza
mentale. Come si può desiderare fisicamente una persona
tanto speciale? Pertanto, in questa definizione dell’amore,
che è la più esplicita e netta dichiarazione di amore
platonico che Marvell abbia mai fatto, facendo proprio un
detto comune dell’epoca, il poeta riconosce che nell’amore
la disperazione è più nobile della speranza.
L’anima viene definita sia come “extended”, protesa a
congiungersi con l’altra anima, sia come “fixed”, tenuta
ferma, immobile perché la sua attenzione è costantemente
rivolta all’altra: i due innamorati sono una unità ed una
parte al tempo stesso. Tuttavia, gli avvenimenti, “the iron
wedges”, i cunei di ferro del fato, li tengono separati ma
il loro amore non sarebbe così perfetto se ciò non
accadesse. Se loro potessero congiungersi fisicamente, il
fato, inteso come morte e distruzione, sarebbe annientato;
poiché questo non può essere, il fato li tiene separati con
i suoi decreti d’acciaio, come una spada posta nel mezzo del
letto per garantire la castità. Anche se tutto il mondo
dell’amore gira intorno a loro, loro non potranno mai
abbracciarsi. Sono diventati come i due poli terrestri; per
poterli riunire bisognerebbe schiacciare la terra, come su
una cartina geografica. Le immagini proseguono poi mutuando
concetti dalla geometria laddove si fa riferimento alle
linee oblique e a quelle parallele: amanti ottusi, come gli
angoli ottusi, possono incontrarsi ovunque ma non saranno
mai veramente uniti né veramente separati. Solo gli amanti
distanti tra loro come i paralleli di latitudine disegnati
sul globo terrestre possono essere veramente uniti perché il
parallelismo è ciò che definisce la corrispondenza dei loro
spiriti; il loro rapporto è in proporzione perfetta perché
sono identici. Seppur poli fisicamente separati, i due
innamorati sono come due corpi celesti vicini e perduti in
reciproca contemplazione e sul loro amore nulla potrà
l’invidiosa opera del fato.
L’amore per l’azione pratica e per la natura: THE GARDEN.
(…………..)
Che vita meravigliosa è questa che io conduco!
Mele mature mi cadono intorno alla testa;
i succulenti grappoli delle viti
mi spremono in bocca il loro vino;
la nettarina e la squisita pesca
mi scivolano spontaneamente in mano;
inciampando su meloni, allorché procedo,
intrappolato nei fiori, cado sull’erba.
(…………….)
Nel frattempo la mente, da piaceri più bassi
si ritira nella sua felicità:
la mente, quell’oceano nel quale ciascun tipo
ritrova subito la propria somiglianza
tuttavia essa crea, trascendendo questi,
tanti altri mondi, e altri mari,
annullando tutto ciò che è stato creato
in un pensiero verde, sotto una verde ombra.
Qui, ai piedi scivolosi della fontana
oppure alle radici muschiose di qualche albero da frutto
gettata via la camicia del corpo,
la mia anima si libra tra i rami:
lì resta e canta come un uccello
poi liscia col becco e rassetta le ali d’argento;
e pronto a partire per un volo più lungo,
la luce cangiante ondeggia sulle sue piume.
(…………)
Con quanta maestria l’abile giardiniere ha disegnato
questa nuova meridiana di fiori ed erbe,
dove un più mite sole dalle altezze
penetra attraverso un fragrante zodiaco;
e, mentre lavora, l’ape operosa
calcola il suo tempo così come noi.
Come altro potrebbero queste ore così dolci e salubri
essere contate se non con erbe e fiori.
Nello scrivere questa poesia, Marvell aveva in mente un
giardino vero, quello di Lord Fairfax a Nun Appleton House,
dove aveva trascorso ben due anni. E’ un giardino che
acquista una molteplicità di simboli: viene paragonato al
Paradiso Terrestre, e come tale simboleggia lo stato di
primitiva innocenza e di quiete, un luogo i cui piaceri sono
riservati all’uomo solitario e riflessivo. Le sue bellezze
naturali sono così eccelse che, a confronto, scompaiono
quelle di qualsiasi amante: nessuna donna potrebbe dare un
amore così grande, intenso e costante come quello che dà la
natura. Come gli uomini, gli stessi dèi trovano nella natura
sollievo alle frustrazioni derivanti dalla passione d’amore
negata. Di fronte alla natura e alla sua vita, la mente “si
ritira” e, in uno stato di auto-contemplazione, raggiunge
uno stato di pace e riduce l’intero mondo materiale ad “un
pensiero verde”, cioè a nulla di materiale.
Ma subito l’attenzione del poeta torna per il mondo esterno
ed in una meridiana floreale, frutto dell’operosa abilità
del giardiniere, egli vede il simbolo della vittoria
permanente della natura sul tempo. Con i suoi dolci profumi
e suoni, la meridiana misura il tempo in maniera più
efficace del sole stesso: il tempo non ha potere sui fiori,
sulle erbe, sulle api industriose; al contrario, senza di
loro il tempo non esisterebbe, essi indicano e misurano il
passare del tempo. In tal modo, il giardino e la natura in
senso lato diventano i simboli del trionfo sul decadimento e
gli altri malsani effetti prodotti dal tempo.
L’amore per l’impegno politico: AN HORATIAN ODE (Un’ode
oraziana).
C’è un altro tipo di operosità umana che può scompaginare
gli ordinati ritmi del tempo: l’impegno attivo nel campo
della politica. In questa ode dedicata a O. Cromwell, che
glorioso e vincitore fa ritorno in Inghilterra, questo
condottiero viene presentato come colui che, saccheggiando
lo stato, con il suo “industrioso valore” si eleva fino a
“mandare in rovina la grande opera del tempo”:
(………….)
ora è il momento di lasciare i libri alla polvere
e lucidare la dimenticata armatura dalla sua ruggine(…..)
così l’instancabile Cromwell non potè indugiare oltre
nelle ingloriose arti della pace
ma in una guerra avventurosa
ingaggiò la sua stella operosa.
(…………..)
molto è dovuto all’uomo
che dai suoi giardini privati
dove viveva appartato ed austero
come se il suo grande progetto
fosse piantare il bergamotto
riuscì col suo industrioso valore
ad elevarsi fino a mandare in rovina
la grande opera del tempo.
(……………)
ma tu, figlio della guerra e della fortuna,
continua la tua marcia instancabile
e per il risultato supremo
continua a tenere sguainata la spada (……)
le stesse arti che hanno guadagnato un potere
devono mantenerlo.
L’amore per Dio: THE CORONET (Il diadema)
Quando io anelo alle spine con cui, per troppo tempo,
infliggendo infinite ferite lancinanti
ho coronato il capo del mio Salvatore,
con ghirlande cerco di riparare a quel torto:
per ogni giardino, per ogni prato,
raccolgo fiori (i miei frutti sono solo fiori)
smantellando tutte le acconciature fragranti
che un tempo adornavano il mio capo di pastorella.
Ed ora che ho radunato tutte le mie risorse
pensando ( in tal modo inganno me stessa)
di ricavarne una corona così ricca
che una uguale mai ha cinto il Re della Gloria:
aihmè, scopro il vecchio serpente
che, torcendo il suo ventre maculato,
si nasconde ripiegato tra i fiori
con spirali come serti innalzati alla fama e al profitto.
Ah, sciocco di un uomo, che cerchi di avvilire con questi
e con la gloria mortale il diadema del cielo!
Ma Tu, che solo puoi addomesticare il serpente,
o sciogli subito i suoi nodi scivolosi
e districhi le spirali intrecciate della sua trappola
oppure distruggi insieme a lui anche la mia ingegnosa corona
e lascia che i serti avvizziscano, sebbene composti con
abilità
e scelti con cura, cosicché lui possa morire:
chè entrambi, mentre Tu calpesti le loro spoglie,
possano coronare i Tuoi piedi, non avendo potuto coronarTi
il capo.
Impegnando il suo tempo alla ricerca della fama e del
profitto, per i quali costruisce ghirlande fasulle, se
paragonate al diadema della salvezza celeste, l’uomo
svilisce se stesso e il progetto di salvezza che Dio ha
voluto per lui. Il male, infatti, sta sempre in agguato,
tanto più subdolo in quanto spesso ammantato delle sembianze
più accattivanti della vita quotidiana. Il male distoglie
l’uomo dal percorso tracciato dalla Divina Provvidenza
ponendogli falsi traguardi da raggiungere e, quindi,
persuadendolo ad un cattivo uso del tempo. Il richiamo
contenuto in questa poesia, pertanto, è indirizzato all’uomo
perché si ravveda dalla sua stoltezza e uniformi il proprio
percorso di vita al ritmo scandito dai decreti di Colui che
solo può sconfiggere il serpente del male.
L’amore per la poesia: TOM MAY’S DEATH UPON APPLETON
HOUSE
Abbiamo già parlato del rapporto di Marvell con l’età
storica nella quale vive , il suo impegno politico e civile,
l’equilibrio con cui seppe interpretare i fatti storici a
lui contemporanei ed assumere una posizione critica nei
confronti dei medesimi.
In “Upon Appleton House”, in un momento di slancio
patriottico, Marvell evoca la visione dell’Inghilterra come
di un altro paradiso terrestre :
Oh tu, quell’isola cara e felice
il giardino del mondo sempre
tu paradiso di quattro mari
che il cielo ha piantato per darci piacere
e che, per tagliare fuori il mondo,
ha difeso non con spada fiammeggiante ma acquea;
quale mela infausta abbiamo mai mangiato
per essere stati resi noi mortali e tu un deserto?
Sventurati noi! Non sapremo mai più
ricreare quelle dolci milizie
quando solo i giardini avevano torri
e tutte le guarnigioni non erano che fiori
quando solo le rose potevano avere armi
e gli uomini indossavano ghirlande di rose?
I tulipani , striati di diversi colori
Erano allora le guardie svizzere della nostra difesa.
Il giardiniere stava al posto del soldato
e disegnava più delicati i suoi fortini.
Il vivaio di tutto ciò che era verde
rappresentava allora l’unico deposito.
I quartieri invernali erano le serre
dove trasferiva le piantine tenere.
Ma la guerra ricopre tutto questo;
noi piantiamo decreti e seminiamo polvere.
La guerra, il male contemporaneo, ricorda a Marvell che
proprio nel paradiso terrestre i nostri progenitori
commisero il peccato originale, quell’atto di superbia che
ha poi consegnato l’uomo all’esperienza del dolore, in
bilico tra colpa ed espiazione.
La sola speranza è che la primitiva innocenza del giardino
dell’Eden verrà riconquistata quando l’uomo ripudierà la
violenza e la guerra e coltiverà le arti civili della pace.
E tra queste arti, quale potrà più efficacemente guidare il
genere umano a riappropriarsi delle motivazioni autentiche,
degli spazi e dei tempi veri della vita se non la poesia?
A questo proposito, il riferimento più immediato da fare è
ad un componimento che Marvell scrisse in occasione della
morte di un tale Tom May, scribacchino che il nostro liquida
come “spirito servile e penna mercenaria”. Il motivo
occasionale, in realtà, si traduce in un’opportunità che
Marvell coglie in pieno per consegnare al lettore il suo
pensiero relativamente alla natura della poesia e alla
funzione a cui il poeta deve assolvere, soprattutto quando i
tempi volgono al peggio.
da TOM MAY’S DEATH (La morte di Tom May)
(.................)
Quando la spada scintilla sopra la testa del giudice,
e la paura riduce il codardo clero al silenzio
allora viene il tempo del poeta, è allora che si impone,
e da solo combatte per la causa della virtù derelitta.
Quando la ruota dell’Impero gira al contrario,
anche se l’asse distorta del mondo si spezza
egli continua a cantare di antichi diritti e di tempi
migliori
va alla ricerca del bene disprezzato e biasima i crimini
portati a compimento.
Dunque, il tempo del poeta giunge quando la sorte si rivela
implacabilmente ostile, quando la causa della virtù sembra
ormai disperata e i suoi deboli alleati battono in mesta
ritirata. E’ allora, quando più grande si fa la tentazione
di soccombere alla disperazione e di umiliarsi dinnanzi
all’altare del vile successo, che il poeta trova il coraggio
di ribadire la convinzione che solo la virtù è libera, di
ergersi in mezzo agli uomini risvegliando, con parole forti
e chiare, la loro coscienza morale.
Nessun messaggio migliore di questo potevamo far nostro
nell’accomiatarci da Marvell, dopo questo breve incontro.
Sono passati più o meno tre secoli e mezzo da quando lui
scriveva queste esortazioni, ma possiamo dire veramente che
il corso della storia abbia seguito, da allora, itinerari
più virtuosi? Possiamo affermare che il genere umano abbia
adottato i valori della tolleranza, della pace, della
condivisione quali linee-guida della propria esistenza, sia
sul piano collettivo che individuale?
Non è forse vero, invece, che anche il nostro tempo è
avvelenato da mali quali la guerra, il crimine,
l’ingiustizia ,l’indifferenza, l’arrivismo, l’ansia, la
fretta, mali che troppo spesso riescono a coprire coi loro
assordanti rumori la voce del bene, viva da tante parti, ma
forse troppo flebile?
E’ sicuramente un finale utopistico questo, forse anche
scontato o infantile, ma anche sognare qualche volta può
servire; può essere bello tornare a vedere la realtà con gli
occhi di un bambino, o di un poeta, che forse è la stessa
cosa: riscoprire, attraverso la poesia, i colori, i suoni, i
profumi di ciò che ci sta intorno, gli sguardi, gli affetti,
i bisogni di chi ci sta vicino, per recuperare una
dimensione più umana, più dignitosa della nostra esistenza,
per convincerci che in questi brandelli di tempo terreno che
ci sono stati concessi possiamo anche essere felici.
Le traduzioni delle poesie di Marvell di cui non si indica
diverso traduttore sono tutte tradotte dall’autore
dell’articolo in modo originale.
Anno
III n.3, maggio/giugno 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004