DIALOGHI CON L'UNIVERSITÀ
IL RITORNO ALLA PERSONA
di
MARIA PRODI *
Non sono una esperta. Si può quindi presupporre, visto la
mia non titolarità a ragionare sulla materia, che l’invito a
partecipare al dibattito sottenda un valore testimoniale,
che sia la specifica finestra di osservazione sulle cose ad
essere ritenuta se non interessante, almeno non del tutto
irrilevante rispetto al tema trattato. In particolare, visto
l’esperienza che sto percorrendo, posso immaginare di mia
pertinenza una riflessione sugli aspetti politico-sociali
del bellissimo tema oggi trattato, sempre che parlare di
riflessioni, per chi fa la vita dell’assessore ed è quindi
condannato alla superficialità, se non ad un minaccioso
analfabetismo di ritorno, non sia azzardato. Partirei da una
immagine che mi è familiare. Nella logica classica, nel
calcolo dei predicati, ci sono gli individui e le relazioni,
o le predicazioni, come casi di relazioni ad un termine,
riferite agli individui. Atomisticamente inteso come l’unità
elementare non articolabile l’individuo reale, nel mondo
specularmene riflesso dal linguaggio logico, è componibile
in stati di fatto, descrivibili in proposizioni,
nell’articolarsi delle condizioni descriventi le relazioni
degli individui con gli altri individui. La relazione
aggiunge informazioni all’individuo, di per sé generico, lo
posiziona rispetto al mondo, predicando relazioni e
proprietà. Ma l’immagine che vorrei suggerire mutuandola dal
dominio della logica è quella di una prioritaria atomicità e
isolatezza del singolo, cui eventualmente si può sovrapporre
una associazione, estrinseca, con altri elementi. C’è una
concezione politica individualistica che potremmo assimilare
a questa di tipo, per così dire, atomistico.Concezione che
pensa l’individuo, nella sua intrinseca separatezza,
interagire con una collettività rispetto alla quale è
anonimo, interscambiabile, particellare. Una variabile x che
è rapportabile allo stesso modo con qualsiasi altra
variabile dell’universo. Nel pensare al concetto di persona
ci riferiamo invece non solo ad una intrinseca disposizione
alla socievolezza, secondo una concezione
aristotelico-tomistica, ma anche alla fondante esperienza di
rapporto, di comunione che sostanzia la presenza di sé a sé
stesso e agli altri, ci riferiamo ad una concezione di
umanità che parte da una relazionalità che realizza la
persona, che ne esprime le dimensioni più profonde. In cui
però il singolo non si disperde come puro corollario,
residuale incidente di soggetti forti della storia che siano
la classe, l’etnia, lo stato, il mercato….L’accento
fortissimo rimane sulla irripetibilità e insostituibilità
del singolo, sulla sua priorità rispetto alle configurazioni
in cui vive, irriducibile all’assorbimento in categorie che
lo sovrastino in nome di qualcosa di più ampiamente
comprensivo. Ma come declinare oggi, nel mondo di oggi,
nella politica di oggi, la priorità della persona?
Sinceramente mi pare che la profusione di enunciazioni e di
buoni propositi generici sul tema di una politica fondata
sulla persona si accompagni più ad una usura concettuale del
termine, che ad una analitica e feconda riflessione. Il
rischio è di scivolare nello slogan facile, senza connotarlo
di contenuti, e soprattutto di impegni. Non sono portata ad
esprimere posizioni arcaizzanti di rimpianto per un buon
tempo andato in cui ci si conosceva tutti e condividere la
stessa strada o piazza del paese significava sapersi
vicendevolmente. Non ci sono solo idilliaci “ mulini
bianchi” nella nostra storia, ma un cumulo di colossali
miserie, disparità e una conoscenza reciproca che poteva
farsi solidarietà, come produrre incrostazioni di odii ed
avversioni alimentate e non spente dalla contiguità,
ingiustizie e povertà accettate come naturali prodotti di
una naturale diversità , rafforzate e non sopite dalla
immediatezza del rapporto. Però è vero che c’è una perdita
del senso dell’essere persona nella dispersione in un
anonimato livellante, nella riduzione del cittadino a utente
consumatore, sporadicamente votante, in una compagine
sociale che si deve pensare valorialmente asettica anche se
di volta in volta retoricamente segnata da slogan o da
opiniosismi massmediatici che assorbono adesioni e orientano
pesantemente l’agire. Fra uno statalismo che contrappone
all’individuo un leviatano ingentilito dall’essersi venato
di stato sociale e di collettivismo , e un tacherismo che
promette di scrollare di dosso ai più fortunati (non i più
bravi, perché una società meritocratica ha bisogno di
lavorare molto sulle opportunità per tutti e di eliminare
privilegi e rendite di posizioni ) il peso di chi è restato
indietro, cresce l’esigenza di riconoscere il tessuto
relazionale che struttura e illumina le nostre
individualità, che le apre e le orienta, che le rende
riconoscibili a sé e agli altri, che dona senso e direzione
alla vita umana. I nostri ragazzi crescono spinti dalla
necessità di segnalarsi per la loro mimetica adesione a mode
e piccoli miti e riti consumistici. Non essere come gli
altri, nei comportamenti, nel vestire, nelle esperienze
affettive e sentimentali, li spiazza e li mette in crisi.
L’uniformità diventa il solo modo di eccellere e l’autonomia
e l’originalità diventano colpe segreganti. Ripartire dalla
persona significa anche costruire una educazione che metta
al centro responsabilità, imputabilità e assunzione di
impegni, capacità di riflettersi e di raccontarsi nelle
proprie decisioni, senso delle opzioni alternative, della
continuità e della coerenza alle scelte in una società che
fa della indeterminatezza e dissipazione degli scenari di
vita, della interminabile disponibilità di ogni condizione
ad essere revocata, della scindibilità arbitraria di ogni
legame ed impegno, che fa di tutto ciò una condizione ambita
di precarietà e leggerezza esistenziale, uno stadio estetico
in cui non si affaccia mai un aut-aut irrevocabile.
La relazionalità è fondante per la persona. E la prima
relazionalità è l’esperienza filiale che la rivelazione
assegna al credente. L’essere persona fondata sull’ immagine
di Dio che si riflette nell’uomo. Da un Dio che indica nella
legge e nella fedeltà una vita promettente, e nella adesione
ad una chiamata amorevole un senso al destino individuale.
Una significanza di ciascuno che si sa riconosciuto e
voluto, i cui capelli sono contati, il cui nome è scritto
nel cielo, la cui unicità non è legata al merito, ma
all’essere amato. Ma in una società che sostituisce spesso
la conoscenza alla morale, il sapere alla sapienza, che
confonde le conquiste cognitive con le determinazioni
etiche, in cui si chiede allo scienziato di stabilire i
crinali fra la vita e la morte, e di fornire sotto forma di
cognizioni la qualità dell’umano e la significanza
dell’agire, mettere la persona al centro significa anche
salvare un nucleo di mistero, di rispettosa insondabilità,
di irriducibilità ad ogni categorizzazione dell’essere
umano. Significa riconoscere l’ indefinibilità, l’abissalità
di sé agli altri e di sé a sé stessi. Con la voce del
salmista dovremmo dire “Le parole non sono ancora sulla mia
bocca ed ecco signore le conosci tutte”. Solo uno sguardo
creatore ci conosce profondamente e solo questo sguardo può
insegnarci a noi stessi: “Prima che tu nascessi o ti avevo
conosciuto e prima che uscissi dal seno di tua madre…”. In
una cultura in cui una psicanalisi abborracciata dilaga
sulle riviste da parrucchiera, in cui in ogni talk-show si
dissezionano sentimenti e si fa scempio del senso
dell’intimità, la priorità della persona passa anche per il
pudore, per il silenzio , per il rifiuto delle
interpretazioni totalizzanti e di ogni riduttivismo. Passa
per il riconoscimento della esorbitanza, della
sovrabbondanza dell’umano rispetto a ragionamenti
definitori, per la irriducibilità della libertà del singolo
rispetto a meccanismi motivazionali di tipo causale,
rispetto a teoremi deterministici, rispetto ad architetture
cognitive rigide. Quindi, pur nelle incertezze e nei
progressi nelle conoscenze biologiche il limite dell’umano
deve sempre essere posto prudenzialmente largo, come per
scommessa. Sia che si tratti di un agire malvagio
incontenibile per i nostri argini morali, sia che si tratti
di un handicap che oscura la percezione della umanità, sia
che si tratti di vita nascente, sia che si tratti di
incoscienza. La persona è fondata da uno sguardo creatore
generoso, non è a suo carico la dimostrazione di umanità,
non porta l’onere della prova, ma ne è gratuitamente ammessa
come dono. Scommettere sull’umanità, anche quando è
antiintuitivo. Come nell’educazione si scommette
sull’umanità del cucciolo di uomo che non deve dare prova di
sé prima di essere umanizzato, cui si parla prima che sappia
parlare e ascoltare, che si ama prima che sappia amare, con
cui si instaurano relazioni forti, prima ancora che in lui
si articoli la differenza fra un io e un tu.
La esigibilità astratta dei diritti, estesi a partire da una
base classica di diritti di libertà, oggi trasla, trascinata
per scivolamento quasi inavvertito, verso la proclamazione
dei diritti “di felicità”, che investono quindi le relazioni
reciproche, senza soppesare, per esempio, come il mio
desiderio di un figlio, sano e normale, (normale, ma un po’
meglio degli altri), fa del mio diritto soggettivo una
condizione in cui l’altro essere è reso oggetto, strumento,
reso una umanità che non è più fine ma mezzo, come direbbe
Kant. Si afferma una concezione individualistica dei diritti
e della felicità, in cui il singolo non è più semplicemente
in trattativa con la collettività o lo stato per affermare
le sue prerogative e le sue garanzie di autonomia, ma segna
un distinguo forte rispetto a tutto il tessuto delle sue
relazioni umane, della sua interconnessione con gli altri,
in nome delle proprie esigenze e della propria autonomia.Nel
disegnare e suggerire aspettative e desideri la nostra
società privilegia beni individualmente godibili ed
esclusivi, beni contabilizzabili, per stabilire delle regole
di distribuzione che sono essenzialmente divisorie. Perdono
così valore e appetibilità i beni comunitari, condivisibili,
reciproci, dativi. Contano solo i beni che si sottraggono
all’altro, in una società che definisce la desiderabilità
come equivalente della invidiabilità. All’interno di una
cultura individualisticamente liberista, nell’ ideale
contenzioso fra il singolo e lo stato non solo ciò che è
sottratto al pubblico è per definizione un bene, ma lo è se
viene conquistato singolarmente e non ridistribuito e fruito
in benefici comunitari o associativi. E’ ricchezza ciò che
potenzia l’isolatezza, non ciò che rafforza i legami. Non
sono i corpi intermedi a dover sostituire almeno dove è
possibile, in un’ottica di sussidiarietà , l’ interlocutore
statale, ma solo il privato e il mercato. I beni di
fruizione comune come l’ambiente, la cultura, la giustizia
sono irrilevanti, l’unica ricchezza contabilizzabile è
quella singolarmente posseduta.
Ma c’è un rischio individualistico anche in una cultura
tradizionalmente collettivista. In un momento di crisi delle
ideologie c’è il rischio di vedere rafforzarsi sensi
identitari sostitutivi condensati in un individualismo
laicistico declinato solo sui diritti, intesi non come
difesa da uno stato oppressivo, ma come difesa dall’altro,
dalla sua richiesta di legame, di fiducia, di stabilità, di
responsabilità. C’è una richiesta allo stato di garanzie e
riconoscimenti ma al contempo una interpretazione della
propria responsabilità per un contesto affettivo e familiare
come attentato alla propria autonomia. Si chiede allo stato
un sostegno economico a convivenze in cui i partner non si
assumono impegni per il sostegno reciproco. Si chiede di
poter fruire, a partire da qualsiasi condizione, di figli
che rispettino però standard di salute e di godibilità. Si
interpreta la libertà come indeterminatezza rispetto alle
aspettative e alle attese altrui. E’ un concetto di
esigibilità dei diritti che rischia di ridicolizzare la
circolarità del dono, della gratuità. Un’ultima riflessione
a partire ancora dalla mia esperienza politica. Abbiamo
affermato la preziosità del rapporto comunitario, della
riconoscibilità reciproca, della interrelazione personale.
Ma spesso la nostra politica da cattolici eccede nel
privilegiare valori di contiguità, di intimità, di diretta
interazione. Il rischio è l’immoralità di una fidelizzazione
personale che scivola nel clientelismo, l’amicizia che
segnala i confini di clan di privilegiati che depauperano le
aspettative di tutti e di ciascuno, perdendo il senso
dell’astrattezza necessaria di fronte alla norma,
dell’uguaglianza dei cittadini, della rigidità delle regole.
Dalla comunità colorata affettivamente o valorialmente si
deve poter passare alla società rispetto alla quale siamo
tutti uguali. La relazionalità deve arricchire e non
depauperare il senso della giustizia e della uguaglianza.
L’affettività naturale, sponsale, genitoriale e filiale è
simbolicamente pregnante per il credente, è teologicamente
illuminante, è anche primo riconoscimento della dimensione
personale. Ma è buona cosa se non si circoscrive alla
ristretta cerchia, ma riverbera simbolicamente come segno
dell’amore di Dio e come sollecitazione all’amore del
prossimo, nell’accezione di prossimo che il samaritano ci
insegna. Non può sfociare in pratiche di familismo amorale,
ma nel senso ampio di una fratellanza universale. Anche la
dimensione amicale, la dimensione della vicinanza, della
contiguità devono educarci a qualcosa che, se non è più un
sentimento, almeno è un’attitudine, una disponibilità
universale, non anonima, sempre alla ricerca del volto
dell’altro, ma disponibile a riconoscere nella
strutturazione di leggi collettive e di rapporti e regole
generali una uguale dignità di tutti, di riconoscere
chiunque nel suo essere persona. L’esperienza viva di un
contesto comunitario non deve rinchiudere rispetto alla
relazione con la città dell’uomo, di ogni uomo, rispetto ai
doveri di giustizia . La giustizia verso chi non ha volto
per te, come se avesse volto, verso chi non conoscerai mai,
con la stessa consapevolezza sulla sua umanità che hai
sperimentato nella comunità concreta. Per chi fa politica la
prima forma di carità è la politica che crea regole giuste e
non campa di eccezioni, che si occupa del bene comune e non
della propria parte, che si pone come meta l’equità e non la
salvaguardia della propria posizione o il favore per i
propri intimi.
* Assessore alla Cultura e al Turismo, Regione Umbria.
Anno
III n.2, marzo/aprile 2005
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copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004