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IL SIGNIFICATO SPIRITUALE DEI CHIOSTRI
Nei monasteri si vive un’esistenza consacrata a Dio: il monaco,
immerso nella solitudine e nel silenzio, nella preghiera e nel lavoro,
ricerca la comunione e l’unità con il Signore attraverso la
meditazione e la riflessione... |
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ARTE E SPIRITUALITÀ
IL SIGNIFICATO SPIRITUALE
DEI CHIOSTRI
di PAOLA
RESTANI
““Nell’uomo interiore abita la Verità.
Nell’uomo interiore abita Cristo”
Sant’Agostino
Nei monasteri si vive un’esistenza consacrata a Dio: il
monaco, immerso nella solitudine e nel silenzio, nella
preghiera e nel lavoro, ricerca la comunione e l’unità con
il Signore attraverso la meditazione e la riflessione.
Questa tensione interiore non è un privilegio esclusivo
del monaco, ma è un’esigenza insita nella natura umana ed
ogni persona è misteriosamente chiamata ad assecondarla.
Gli esseri umani possono avere differenti tipi di
vocazione, ma per ognuno l’unico modo per raggiungere
l’autentica felicità è perseguire una ricerca interiore
d’unità con Dio che permetta di vivere in armonia con se
stessi e con gli altri. Il protagonista è l’uomo; l’uomo
che cerca un rapporto con il Creatore; l’uomo che si
lascia illuminare dalla luce divina nel silenzio e nella
bellezza della natura; l’uomo che costruisce con la sua
creatività artistica splendide opere d’arte in nome della
spiritualità (1). Il patrimonio spirituale legato al
paesaggio naturale ed all’architettura religiosa è in
grado in ogni tempo di favorire quella calma interiore e
quel genius loci capaci di stimolare la riflessione,
elevare i sentimenti e stabilire un colloquio con i valori
trascendenti. Tutti pensiamo di sapere cosa sia un
chiostro. In realtà soffermandosi sul significato del
termine ci si imbatte in questioni di grande interesse e
complessità. “Entrare nel chiostro” o “uscire nel
chiostro”, entrambe le espressioni sono abitualmente
utilizzate ed evidenziano il fatto che il dentro o il
fuori sono una questione di punti di vista e nel caso del
chiostro rilevano l’ambiguità del luogo, la sua doppia
natura di aperto e chiuso (2). Il chiostro generalmente
inteso è un luogo recintato da un porticato e allo stesso
tempo è un elemento di comunicazione e disimpegno tra i
diversi fabbricati del monastero: infatti da esso si deve
poter accedere a tutti gli spazi riservati alla vita dei
monaci. Ma cosa rappresenta il chiostro nella vita
spirituale? Per rispondere in modo esauriente prendiamo
come esempio mirabile il cosiddetto Chiostro del Capitolo
o della Scuola ovvero del Pozzo appartenente all’Abbazia
Benedettina di S. Pietro in Perugia. In tale complesso
monumentale sono presenti ben tre chiostri: il primo,
quello d’ingresso, progettato ed iniziato nel 1614
dall’architetto Valentino Martelli, ha la funzione di dare
al convento un ingresso importante ed imponente; il
secondo, quello delle Stelle o minore, fu progettato
dall’architetto Galeazzo Alessi nel 1571 per soddisfare le
esigenze del monastero in espansione; il terzo, addossato
alla parete della navata destra (sud) della chiesa, è
appunto il chiostro detto del Pozzo, attribuito a
Francesco di Guido, maestro settignanese, e risalente agli
inizi del secolo XVI. Soltanto quest’ultimo svolge la
funzione vera e propria del chiostro che consiste
nell’essere il cuore pulsante del monastero (3). Il
chiostro ha una sua sacralità poiché svolge un ruolo
fondamentale nella liturgia, nell’ufficio divino e nella
meditazione dei monasteri. Questi ultimi, sia maschili sia
femminili, hanno come fulcro il “claustrum”, inteso come
luogo in cui l’uomo può incontrare Dio attraverso la
meditazione, la “deambulatio”, la preghiera, il canto, la
lettura, la riflessione a volte sollecitata da immagini
pittoriche o scultoree significative da un punto di vista
biblico o per la storia dell’Ordine. La pianta
rettangolare o quadrata possiede solitamente al centro un
pozzo che, oltre a svolgere la sua funzione primaria, è
considerato anche “fons vitae” rimandando al significato
dell’acqua intesa come simbolo di purificazione e
rinnovamento dello spirito. Vi sono delle architetture che
possono essere considerate come possibili precedenti per
la tipologia del chiostro monastico. Si tratta però di
strutture prive di un vero e proprio legame di affinità
con la natura simbolica di questo spazio. Ad esempio, la
corrispondenza tra il chiostro e il quadriportico della
basilica paleocristiana e la somiglianza con certe
soluzioni costruttive tipiche dell’architettura romana
civile precedente l’avvento del Cristianesimo, sembrano
alquanto forzate. In ambedue i casi si tratta di semplici
analogie architettoniche. Infatti, mentre l’atrio
paleocristiano si configura come un accesso al luogo sacro
prospiciente la chiesa e quindi predisposto per essere
attraversato dai fedeli, il chiostro si pone invece come
un luogo appartato, di raccoglimento, che fiancheggia
l’edificio sacro e che non viene in alcun modo interessato
dai movimenti di coloro che si recano nel luogo di culto.
Pertanto la sua origine come spazio fisico
architettonicamente strutturato risponde ad esigenze
precise organizzative e spirituali della comunità
monastica. Già le prime norme monastiche, come quelle di
S. Pacomio o di S. Basilio risalenti al IV secolo,
prescrivevano che i monaci non potessero varcare, senza
autorizzazione, un determinato “confine” denominato per
l’appunto claustrum; un concetto questo che sarebbe stato
poi ribadito senza sostanziali modifiche dalla Regola di
S. Benedetto (VI secolo), che con la formula clausura
monasterii indicava ancora un limite fisico proprio del
monastero e non uno spazio ben definito riferibile alla
sua architettura (4). Durante il Concilio di Tours, nel
567 d.C., fu sancito che i monaci dovessero avere un
apposito ambiente per potersi dedicare alla lettura ed
alla meditazione. Nel tempo tale ambiente viene costruito
in svariate forme architettoniche sempre più in sintonia
con l’originario concetto di “confine che chiude”: così
nasce il “chiostro”, termine che esprime bene la finalità
che deve svolgere la struttura. Esiste la pianta di
un’abbazia modello tra i manoscritti del Monastero di San
Gallo in Svizzera. Il disegno è stato realizzato nel
secolo XI. Entro un grande recinto e lungo i lati del
chiostro si trovano disposti la chiesa, i dormitori dei
monaci, la sala capitolare destinata alle riunioni, la
biblioteca (scriptorium) e il refettorio. Poco distante
sorgono i fabbricati per i servizi, i magazzini, le
officine, i laboratori, l’abitazione dell’abate,
l’infermeria, la foresteria, l’orto con le erbe destinate
alla confezione dei medicinali e la relativa farmacia. Una
sorta di cittadella di Dio, una Gerusalemme celeste, dove
il monaco trova tutto ciò che serve per le esigenze
dell’anima, dell’intelletto e del corpo. Il “chiostro del
Pozzo” ricalca in gran parte tale struttura, infatti ogni
braccio risponde ad una precisa funzione: quello posto ad
est, è destinato alla vita spirituale e
all’amministrazione quotidiana; quello opposto alla
chiesa, assolve alle attività domestiche; quello ad
occidente, ospita i locali per i fratelli conversi ed
infine quello a nord è destinato alle riunioni quotidiane
dei monaci per la lettura comune, per cerimonie o per
studio in ragione anche della presenza di tre portali con
le scritte “PHILOSOPHIA”, “THEOLOGIA”, “LOGICA” indicanti
probabilmente delle aule (5). Normalmente nel chiostro
avviene la “statio” cioè il momento di raccoglimento e di
preghiera prima di iniziare la liturgia monastica in
chiesa e vi si svolgono anche processioni accompagnate da
canti gregoriani. Nella tradizione monastica il chiostro
viene considerato come il giardino biblico-liturgico,
riveste inoltre una speciale sacralità protetta da
un’atmosfera raccolta e discreta. Spesso i monaci
passeggiano lungo il chiostro con il cappuccio in testa
quasi ad esaltare quel raccoglimento che il luogo offre
per le sue caratteristiche architettoniche. Il chiostro,
dunque, è il posto ove il monaco protetto dalle
intemperie, dal sole e dal vento, passeggia in silenzio,
medita e mantiene un contatto fisico con il cielo, infatti
nessun “claustrum” è completamente al coperto, sarebbe
come costruire una barriera tra la creatura ed il
creatore. Talvolta le pareti del chiostro sono adornate da
affreschi rappresentanti scene bibliche ed episodi
edificanti riferiti alla vita dei Santi. Ciò rafforza
l’idea di trovarsi in un contesto biblico e liturgico. Nel
chiostro dell’Abbazia di S. Pietro, proprio lungo l’ala
che rasenta il Capitolo, esisteva ed esiste ancora un
ingresso alla Basilica costituito da un portale in pietra
serena sopra il quale è affrescata una Madonna con bambino
tra quattro Santi. I monaci, durante la “statio”, mentre
attendevano nel raccoglimento l’arrivo dei confratelli,
ispirati dal soggetto dell’affresco, invocavano la Madre
di tutti i credenti e i Santi a cui erano più devoti. Il
chiostro è il cuore del monastero non solo perché è il
luogo di disimpegno, ma soprattutto perché la vita
monastica pulsa all’interno e intorno ad esso. Si tratta
quasi sempre di uno spazio quadrato, spesso con un
giardino al centro. Le quattro gallerie o corridoi che
girano intorno, offrono un accesso coperto ai diversi
edifici o luoghi di lavoro che si aprono su di essi: dalla
Basilica, al Capitolo, all’Infermeria, alla Biblioteca, al
Refettorio. La funzione del chiostro è quella di
rasserenare il monaco e di ridonargli la tranquillità
dell’anima attraverso la contemplazione del creato. Lungo
i portici del quadrilatero il monaco medita passeggiando o
leggendo la Bibbia sottovoce, talvolta addirittura la
declama, quasi a far entrare la parola di Dio nella
propria vita attraverso la mente e l’udito. È pure
consueto sentire risuonare tra le arcate il canto
gregoriano sia per diletto sia come esercizio preparatorio
alle funzioni liturgiche, le quali iniziano quasi sempre
nel chiostro, precedute come anzidetto dalla “statio”.
Inoltre, era il luogo in cui veniva comunicato il
programma di lavoro per i monaci. Quest’altra funzione
aiuta a percepire l’aspetto unitario ed unificatore del
chiostro nella vita monastica perciò le diverse attività
della vita quotidiana si vivono tutte sempre sotto lo
sguardo di Dio e non si sente l’esigenza di introdurre una
distinzione netta tra sacro e profano, tra spirituale e
materiale: i due cardini della vita del benedettino “ora
et labora” si compenetrano a tal punto che il lavoro
diventa preghiera e la preghiera una parte integrante
dell’attività lavorativa del monaco. Sul chiostro
principale si affaccia oltre al tempio sacro, anche la
sala capitolare. In essa si svolgono attività liturgiche,
formatrici e disciplinari; il capitolo delle colpe è una
di queste. Inoltre, nella sala vengono discusse le
questioni interne della comunità, l’ammissione dei nuovi
membri, l’elezione dell’abate, le decisioni relative alla
vita in comune. In questo luogo si legge ogni giorno un
brano della Regola di San Benedetto e l’abate propone il
suo insegnamento. Il refettorio fa pure parte delle
strutture prospicienti il chiostro o perlomeno è nelle
immediate vicinanze: la mensa comune, alla quale non si
può mancare se non per seri motivi, manifesta l’unione dei
fratelli e la rafforza. Diventa esperienza di comunione
nel servizio e nella carità reciproca. Il refettorio è il
luogo in cui si mettono in comune i frutti del lavoro
manuale di ognuno. In questo ambiente, quasi solenne come
la sala capitolare e la chiesa, si mangia in silenzio,
ascoltando una lettura. Tale luogo ha una doppia funzione:
è spazio destinato alla refezione del corpo e dello
spirito. Lavorare procura il cibo materiale necessario
alla vita del corpo; ascoltare la Parola di Dio procura il
cibo che nutre la vita spirituale. Seduto al suo posto, il
monaco non ha nessuno di fronte con cui parlare, ascolta
la lettura della Parola di Dio attendendo, nel silenzio
dell’ascolto, l’incontro con Gesù, questo Visitatore che
sta alla porta e bussa, desiderando di cenare con lui (Apoc.
3,22). Bernardo di Chiaravalle in molte sue opere esorta i
monaci a meditare al fine di riuscire ad aumentare la
conoscenza di sé. La meditazione su se stessi diviene, per
usare le sue parole, un’arte di vita, un esercizio
spirituale totale allo scopo di meglio amare Dio ed
apprezzare quanto il Signore ha donato all’umanità. E’
necessario che l’uomo impari a guardare nel suo cuore e a
conoscersi affinché prenda coscienza della sua grandezza
interiore e possa così attingere pienamente e
consapevolmente ai beni spirituali che gli sono stati
dati. Alla luce della frenesia che caratterizza ed
avvilisce il nostro tempo si è persa l’attitudine propria
dell’essere umano alla meditazione, al raccoglimento ed
alla riflessione. Guardando il chiostro è inevitabile non
pensare al tempo che passa ed alla necessità di
riacquistare la capacità di raccogliersi e guardare in se
stessi. Non possiamo fermare il tempo, dono del Signore,
memoria e speranza, ma le nostre giornate, vissute in Dio,
possono essere dedicate, anche se in minima parte, al
silenzio ed all’ascolto senza farsi inghiottire dalla
frenesia dei tempi. La funzione del chiostro suggerisce la
necessità e l’importanza di allontanarsi dai rumori nei
quali siamo ogni giorno immersi per recuperare una
dimensione che permetta di ascoltare la voce della propria
spiritualità e della propria coscienza.
NOTE
1 LG.A. POSSEDONI, Itinerari del silenzio,
Società editrice “il lavoro editoriale”, Ancona 1992, p.
9.
2 AA.VV., I chiostri di San Pietro in
Perugia, Ali&no editrice, Perugia 2004, p. 26.
3 AA.VV., I chiostri di San Pietro in
Perugia, Ali&no editrice, Perugia 2004, p. 35.
4 A. LENTINI, La Regola di S. Benedetto,
Montecassino 1997, pp. 113-114.
5 AA.VV., I chiostri di San Pietro in
Perugia, Ali&no editrice, Perugia 2004, p. 38.
Anno
III n.1, gennaio/febbraio 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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