L'ICONOGRAFIA DIVINA AL FEMMINILE E LA DONNA MISTICA
L’iconografia divina al femminile trova la sua ragione d’essere nel fatto che la rappresentazione della SS. Trinità con sembianze femminili rimanda al profondo significato di Dio inteso come madre, Dio legato alla creazione e, dunque, inscindibile dal ruolo della donna incarnato mirabilmente dalla Madonna, madre del Cristo e fulcro dell’evento della salvazione dell’intera umanità.
 
 


CRISTIANESIMO E FEMMINILITÀ

L'ICONOGRAFIA DIVINA AL FEMMINILE
E LA DONNA MISTICA


di PAOLA RESTANI


“Colui che è stato creato a immagine di Dio
possiede una totale somiglianza col suo modello”
San Gregorio di Nissa


Questa tematica vuole cercare di suggerire delle riflessioni tra l’iconografia divina al femminile, lo spirito che l’ha animata, la dignità della donna e la perfezione della stessa in relazione alla mistica. L’iconografia divina al femminile trova la sua ragione d’essere nel fatto che la rappresentazione della SS. Trinità con sembianze femminili rimanda al profondo significato di Dio inteso come madre, Dio legato alla creazione e, dunque, inscindibile dal ruolo della donna incarnato mirabilmente dalla Madonna, madre del Cristo e fulcro dell’evento della salvazione dell’intera umanità. La dignità della donna consiste nell’elevazione soprannaturale all’unione con Dio in Cristo Gesù ed ella rappresenta l’archetipo di tutto il genere umano: simboleggia l’umanità che appartiene a tutti gli esseri umani, sia uomini che donne, mentre d’altra parte la nascita di Cristo mette in rilievo una forma di unione con Dio che può appartenere solo alla donna: l’unione tra madre e figlio (nota 1). Anche la via mistica ci porta al Dio inteso come madre. La maternità è simbolo dell’immedesimazione, fonde il corpo con il corpo; per la donna mistica dare a Dio il nome di madre significa realizzare una unione di natura vietata all’uomo. La forza morale e spirituale della donna, di cui le mistiche sono un mirabile esempio, si uniscono con la consapevolezza che Dio affida alla donna in un modo speciale l’uomo, cioè l’essere umano, in virtù proprio della sua femminilità. In questo modo la donna perfetta diventa un insostituibile sostegno e una fonte di forza spirituale per gli altri che percepiscono le grandi energie del suo spirito (nota 2). Per cercare di spiegare tale tematica abbiamo scelto uno dei più importanti affreschi divini al femminile: si tratta dell’affresco situato sul lato sinistro del portale d’ingresso dell’Abbazia di S. Pietro in Perugia, è uno dei pochi in tutto il mondo che rappresenta Dio, Uno e Trino con volto di donna ed è un emblematico esempio dello spirito che anima la rara ed insolita iconografia. Bisogna precisare che esistono pochissime opere ritraenti Dio con sembianze femminili ed anche pochi studi sono stati fatti a tale proposito. Da sempre rappresentare Dio al femminile è stato il compito più audace: Bonifacio VIII emise perfino un decreto che vietava la rappresentazione di Dio Uno e Trino, quindi per intenderci con tre teste, si poteva solo rappresentarLo con un cerchio, un occhio, un triangolo, figuriamoci poi con sembianze femminili. La gerarchia ecclesiastica, adattata al concetto di uomo, ha teso attraverso i secoli ad emarginare il ruolo della donna nonostante lo stesso Gesù affidi alle donne compiti fondamentali e discuta con loro dei più profondi misteri di Dio. Uno tra gli esempi più significativi è quello della Samaritana con la quale Gesù discute presso il pozzo di Sichem del dono infinito dell’amore di Dio e le rivela di essere il Messia. Possiamo facilmente immaginare lo scalpore provocato dall’affresco in questione, databile agli inizi del 1300 ed attribuito alla scuola di Giotto; anzi tracce di tratti bizantini addolciti, in particolare ci riferiamo a quelli dei volti e l’impiego di colori delicati e chiari, tendono ad attribuire l’affresco alla scuola di Duccio di Boninsegna (1318) o almeno a pittori locali che si ispirarono a quella scuola (nota 3). L’affresco raffigura la SS. Trinità con tratti femminili, soggetto che nel tempo si farà sempre più raro fino all’ultimo divieto emanato nel 1745 da Benedetto XIV di rappresentare tale sublime mistero. La figura tricefala, seduta maestosamente in trono, emana quella tipica espressione di grazia contenuta, comune alla pittura senese. Anche l’angelo a destra si presenta ritto e statico nella sua aristocratica bellezza; non sfugga l’austera semplicità del panneggio e l’assenza nel trono di quel meticoloso cesellamento così gradito alla pittura bizantina. Tutti questi elementi donano all’affresco un valore non indifferente, soprattutto perché esso rappresenta una delle pochissime opere di transizione dalla pittura bizantina a quella umbra. Nel 1614 venne eretto un muro per coprire l’affresco e soltanto nel 1979, grazie alla felice intuizione del monaco benedettino Don Pietro Inama, si procedette all’abbattimento del muro ed a riportare alla luce l’opera. Tale intuizione venne sostenuta dall’affresco del Bonfigli datato 1469, ubicato nella Cappella del Palazzo dei Priori di Perugia ed intitolato alla Deposizione di S. Ercolano avvenuta nel 547. In tale opera si raffigura il trasporto della salma del Santo dalla chiesa di S. Ercolano alla Abbazia di S. Pietro. Quest’ultima viene descritta in dettaglio e nella facciata è possibile scorgere segni dell’esistenza dell’affresco in oggetto. Non esiste una documentazione riguardante l’opera poiché parlarne era considerato blasfemo. Attraverso l’esempio di tale affresco si vuole mettere in luce lo spirito che ha animato non soltanto l’opera in questione, ma soprattutto l’iconografia divina al femminile. Due sono i principali motivi ispiratori di tale iconografia: la creazione e l’umanità. La creazione. Dio materno, legato alla creazione, Dio che crea dal nulla, che interviene all’atto di generazione tra lo sposo e la sposa. Tale immagine è da collegarsi alla immagine della Madonna, infatti la creatività di Dio è da collegarsi alla maternità della donna. Dio non può essere solo padre, il generare per gli esseri umani rimanda sia all’uomo che alla donna. Giovanni Paolo I nel 1978 durante L’Angelus Domini (Domenica 10 settembre) sottolinea che Dio è padre, ma più ancora è madre e come quando i figli che sono malati, hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma, così quando noi uomini siamo malati di cattiveria, abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore. Bisogna riflettere sul ruolo eccezionale affidato da Dio alla donna. Partiamo dalle parole di S. Paolo nella lettera ai Galati (4,4) “venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. Il Figlio, Verbo consostanziale al Padre, nasce come uomo da una donna. Questo avvenimento conduce al punto chiave della storia dell’uomo sulla terra, intesa come storia della salvezza. È significativo che S. Paolo non chiami la Madre di Cristo con il nome proprio di Maria, ma la definisca donna; ciò stabilisce una concordanza con le parole del Protovangelo nel Libro della Genesi (cf. 3,15) dove viene sottolineato il ruolo fondamentale della donna nell’evento centrale salvifico: tale evento si realizza in lei e per mezzo di lei (nota 4). Mentre Eva, come madre di tutti i viventi è testimone del principio biblico in cui sono contenute la verità sulla creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio e la verità sul peccato originale, Maria è testimone del nuovo principio e della creatura nuova, anzi ella è la prima redenta nella storia della salvezza, è creatura nuova, è la piena di grazia. Le parole del Protovangelo mettono in risalto come nella donna abbia inizio la nuova e definitiva Alleanza di Dio con l’umanità, l’Alleanza nel sangue redentore di Cristo (nota 5). L’umanità. L’invio del Figlio costituisce il punto culminante dell’autorivelazione di Dio al genere umano, questa autorivelazione possiede un carattere salvifico e la donna si trova al cuore dell’evento salvifico. La dignità della donna consiste nell’elevazione soprannaturale all’unione con Dio in Cristo Gesù, la donna rappresenta l’archetipo di tutto il genere umano: rappresenta l’umanità che appartiene a tutti gli esseri umani, però la nascita di Gesù pone in risalto una forma di unione con Dio che può appartenere solo alla donna: l’unione tra madre e figlio. In diversi passi della Bibbia troviamo dei paragoni che attribuiscono a Dio qualità maschili oppure femminili. Per esempio il profeta Isaia (66,13): “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati”. Anche nei Salmi, Dio viene paragonato ad una madre premurosa e in diversi passi l’amore di Dio è presentato a somiglianza di quello di una madre. Aggiungiamo, inoltre, che anche la via mistica ci porta al Dio inteso come madre. La maternità è simbolo dell’immedesimazione, fonde il corpo con il corpo, per la donna mistica dare a Dio il nome di madre significa, come anzi detto, realizzare una unione di natura vietata all’uomo (nota 6). Veniamo ora alla modernità del discorso che stiamo oggi soltanto accennando. Le mistiche sono un emblematico esempio della forza morale e spirituale della donna alla quale Dio affida l’essere umano in virtù proprio della sua femminilità. La donna è forte per la consapevolezza dell’affidamento, forte per il fatto che Dio le affida l’uomo, questa consapevolezza e questa fondamentale vocazione parlano alla donna della dignità che riceve da Dio stesso e ciò la rende forte e consolida la sua vocazione. In questo modo la donna perfetta (Prv. 31,10) si dimostra un supporto insostituibile ed una sorgente di forza spirituale per gli altri che si alimentano delle grandi risorse del suo essere. La donna mistica designa uno stato di perfezione della credente, lo stato mistico di perfezione comporta una relazione tra la donna e Dio considerato come il tutto diverso da sé e l’equivalente di sé in un perpetuo dialogo d’amore (nota 7). La vita, i gesti, le parole, le scelte delle mistiche sono di pace in quanto la pace è il cuore della loro vita (nota 8). Il loro essere donne veicola la pace e la santità rinforza, sostenendo scelte ed intenzioni, il loro agire. Il binomio donna-pace, attuale ieri, oggi e sempre, rimanda all’identità profonda della donna senza per questo corrispondere ad un meccanismo automatico: si tratta piuttosto di un istinto che ha bisogno di essere educato, disciplinato, orientato dalla fede e dallo spirito dell’anima. La donna è colei che riceve amore per amare a sua volta, non intendendo solo o innanzi tutto lo specifico rapporto sponsale legato al matrimonio, ma rimandando a qualcosa di più universale, senza tempo, fondato sul fatto stesso di essere donna nelle relazioni interpersonali che nei modi più diversi strutturano la convivenza e la collaborazione tra le persone. Il legame donna/madre-Dio/Trinità rimanda al fondamento della donna, alla sua vocazione ed alla sua dignità, perchè nel Dio/Trinità c’è il donare e l’accogliere, il ricevere e l’offrire, cioè l’essenza della tenerezza materna. La donna di oggi tenta di affrancarsi dall’ingerenza dell’uomo, ma nel farlo non può rischiare di perdere la sua originalità femminile che costituisce la sua essenziale ricchezza. L’uomo guerriero e tecnico, secondo Nikolaj Berdjaev, disumanizza il mondo, mentre la donna, orante, lo umanizza nelle sue qualità di madre, inoltre sostiene il filosofo russo, la donna è predestinata, dopo il fiat della Vergine, a dire no, ad arrestare l’uomo ai bordi dell’abisso, a mostrargli la sua vera vocazione. A tale proposito nell’antica Grecia si soleva dire che la guerra è il padre di tutte le cose, al contrario, l’armonia è la madre di ogni cosa. La donna è armonia, di comunione, di pace, di unità. Questa missione della donna nei confronti della civiltà necessita di una più efficace sintesi fra le valenze della personalità femminile, ad esempio la valenza della affettività e della maternità, quella personale e domestica, sociale, la dimensione umana e soprannaturale. La donna ha come caratteristica originaria l’apertura alla percezione del sovrasensibile e, come sostiene Bachofen, l’elemento misterico costituisce la vera essenza di ogni religione e la donna ha coltivato tale elemento con straordinaria predilezione, poiché in modo naturale in lei è presente la inclinazione ad unire il sensibile al sovrasensibile. Bachofen richiama Pitagora nel sottolineare la particolare attitudine della donna alla ευσέβεια, nella esperienza cristiana non mancano donne mistiche, ispiratrici e profetiche come Caterina da Siena, Brigida di Svezia, Teresa D’Avila, Rita da Cascia, Chiara d’Assisi, Giovanna d’Arco. L’ultimo spunto di riflessione che questa introduzione all’iconografia divina al femminile vuol suggerire, è recuperare la valenza della rappresentazione figurativa che non può far conoscere Dio che è infinito, ma può stimolare, accendere, infiammare il desiderio della conoscenza di Dio. La rappresentazione manifesta il visibile dell’invisibile e al tempo stesso è fonte di comunicazione che esprime contemporaneamente la presenza e l’assenza di Dio. Fin dai suoi inizi la Chiesa ha cercato di elaborare, servendosi di simboli, un linguaggio che attraverso l’immagine potesse esprimere la stessa verità della parola sacra. Questi simboli provocano una tensione tra quello che si rappresenta e quel che si vuole esprimere, questo comporta una iniziazione della comunità che se ne serve (nota 9). I Padri della Chiesa vedono il ruolo pedagogico dell’iconografia, la quale, accanto alla parola, ha il compito di trasmettere al popolo cristiano le verità dogmatiche attraverso l’arte. La fede che anima le rappresentazioni figurative supera i secoli poiché è pregna del soprannaturale, è il segno luminoso che manifesta il mistero di Dio. Vi è un legame tra immagine-parola/liturgia come manifestazione della bellezza e della creazione. La parola è anche essa immagine, l’immagine è anch’essa parola. L’una come l’altra sono un simbolo dello Spirito che esse rivelano. L’immagine è complementare alla parola perché noi siamo corpo ed anima e pensiamo con i nostri corpi ed i nostri sensi, nell’immagine si manifesta la percezione sensibile del mistero, senza pretendere di abolirne la differenza. Certamente tra ragione e sensibilità c’è una distanza, ma esse, insieme, si completano per compiere ed attualizzare l’esperienza della fede. L’immagine di Dio è rappresentata nelle sembianze della Trinità poiché se in Gesù si può vedere l’immagine vivente del Padre, è perché lo Spirito Santo stesso rivela e manifesta Cristo e, in lui, la perfetta immagine del Padre e la sua unione con lui. Dio in sé trascende ogni immagine, viene rappresentata la natura umana e divina unite senza mescolanza in Gesù. Il cammino della conoscenza di Dio va dunque dallo Spirito che è uno, attraverso il Figlio che è uno, fino al Padre che è uno (nota 10). Il simbolismo dell’immagine non abolisce la distanza tra l’uomo e Dio, ma ci permette di contemplare e gustare la bellezza di Dio, l’esserne rapiti attraverso una rappresentazione è una esigenza dello spirito e guardarla vuol dire scoprire l’amore di Dio per l’umanità. L’esperienza del linguaggio simbolico manifesta il desiderio dell’uomo di toccare e vedere il Signore e di riconoscere la distanza tra umano e divino attraverso la contemplazione. L’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, aspira incessantemente a contemplare il modello divino che porta in sé, secondo le parole stesse di San Gregorio di Nissa: “l’amante che arde del desiderio della bellezza, ricevendo continuamente ciò che gli appare come una immagine di ciò che desidera, aspira a saziarsi della figura dello stesso archetipo”.

NOTE
1 Lettera Apostolica, MULIERIS DIGNITATEM (II,4), Giovanni Paolo II, 15 Agosto 1988.
2 Lettera Apostolica, MULIERIS DIGNITATEM (VIII, 30), Giovanni Paolo II, 15 Agosto 1988.
3 M. SICILIANI, Guida dell’Abbazia di S. Pietro in Perugia, Edizioni d’Arte Marconi, Genova 1994, p.18
4 Lettera Apostolica, MULIERIS DIGNITATEM (II, 3), Giovanni Paolo II, 15 Agosto 1988.
5 Lettera Apostolica, MULIERIS DIGNITATEM (IV, 11), Giovanni Paolo II, 15 Agosto 1988.
6 G. POZZI - C. LEONARDI, Scrittrici mistiche italiane, Marietti, Genova 1988, p.42.
7 G. POZZI - C. LEONARDI, Scrittrici mistiche italiane, Marietti, Genova 1988, p.14.
8 D. VITALI, Se la pace è donna: una provocazione a partire dalle “Sante Paciere”, in Archivum Historicum Spoletanum Nursinum, Quaderno n. 1, Nuova Eliografia, Spoleto 2004, pp.93 ss.
9 D. ROUSSEAU, L’icona splendore del tuo volto, Edizioni Paoline 1992, p. 33.
10 D. ROUSSEAU, L’icona splendore del tuo volto, Edizioni Paoline 1992, p.85.

Anno II n.6, novembre/dicembre 2004


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