Beato Angelico (1387-1455), Madonna col Bambino, particolare del Polittico conservato nella Galleria Nazionale dell’Umbria in Perugia.
 
 


ARTE E SPIRITUALITÀ

LA GRAZIA DELL'ARTE E
IL DONO DI DIO AGLI ARTISTI


di PAOLA RESTANI


“A quanti con appassionata dedizione cercano nuove “epifanie”
della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica”
Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti


La Lettera agli artisti, datata 4 aprile 1999, rappresenta un testamento spirituale, una testimonianza personale del Santo Padre, nonché un appello verso tutti uomini, ma in particolare, verso tutti gli artisti a prendere coscienza del grande dono di cui Dio li ha fatti portatori. La lettera, concepita da un artista per altri artisti, è scritta per l’umanità intera e cerca di interpretare il desiderio di tutti gli uomini di vedere la “Bellezza tanto antica e tanto nuova” di cui ci parla Sant’Agostino ” (Le Confessioni X, 27), ma soprattutto intende cogliere la dimensione creativa trasmettendone l’emozione, la tensione ed il sentimento. Giovanni Paolo II si pone in linea con il predecessore Paolo VI che aveva auspicato un rinnovato dialogo tra chiesa e artisti: “Noi onoriamo grandemente l’artista perché egli compie un ministero para-sacerdotale accanto al nostro. Il nostro ministero è quello dei misteri di Dio, il suo è quello della collaborazione umana che rende questi misteri presenti ed accessibili”. Queste parole pronunciate da Paolo VI nell’Udienza del 7 maggio 1964 possono costituire il fondamento sul quale Giovanni Paolo II ha preso l’avvio per costruire la sua Lettera, ma quest’ultima risulta originale, nuova ed audacemente attuale. Papa Montini scrive da estimatore e collezionista di opere d’arte, mentre Papa Woytila, artista egli stesso, penetra nell’animo degli artisti trasmettendo l’emozione di quell’intimo moto d’ispirazione che spinge l’artista a creare. Il punto centrale e vivificante di tutta l’epistola del Papa polacco consiste, quindi, in un’identificazione con l’artista. Non si tratta soltanto di un’identificazione tra Giovanni Paolo II e gli artisti, ma anche dell’identificazione personale dell’artista con il Deus artifex. Infatti, la lettera fin dall’inizio sottolinea: “Nessuno meglio di voi può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani” (Lettera agli artisti, 1). L’uomo di fronte alle sue opere prova un’emozione la cui origine è da rintracciarsi in Dio stesso e che in sé costituisce un’eco del mistero della creazione. Nell’uomo artefice si rispecchia l’immagine di Dio Creatore, l’unico capace di creare dal nulla. L’uomo può essere artefice, utilizza qualcosa già esistente cui dà forma e significato. Dio creò l’uomo e la donna a propria immagine e somiglianza (Gn 1,27) e volle donare loro il mondo affinché potessero plasmarlo secondo le proprie capacità inventive. Dio ha dunque chiamato l’umanità ad essere artefice, in primo luogo plasmando la “stupenda materia della propria umanità” e poi l’universo circostante. Tra l’arte di formare se stessi e l’arte più comunemente intesa c’è una forte analogia: lo sforzo quotidiano di migliorarsi assomiglia alla fatica che ogni artista compie per cercare di esprimere e realizzare il proprio estro nelle opere. Ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita della quale deve fare un’opera d’arte. Ma è “nella creazione artistica che l’uomo si rivela più che mai immagine di Dio, poiché l’Artista divino trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all’artista umano chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice” (Lettera agli artisti, 1). L’artista, se consapevole del dono, non può fare a meno di guardare a Dio con riconoscenza e devozione e solo così può sperare di comprendere veramente se stesso, il suo talento e la propria missione. Ogni artista comunica sensazioni, idee e sentimenti, esprime se stesso e la propria personalità attraverso le opere d’arte e grazie ad esse contribuisce a plasmare la vita interiore di altri uomini. Il dono del talento, come qualsiasi altro dono d’amore, comporta responsabilità: “chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica avverte al tempo stesso l’obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo al servizio del prossimo e di tutta l’umanità” (Lettera agli artisti, 3). Il dono del talento artistico rivela la speciale vocazione alla Bellezza donata da Dio agli artisti. “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1,31), il legame tra il buono ed il bello è evidente fin dalla creazione. La bellezza è “espressione visibile del bene”, come il bene è “condizione metafisica” della bellezza. L’artista ha una relazione speciale con la Bellezza. Egli, insieme a scienziati, insegnanti, tecnici, genitori contribuisce alla crescita ed allo sviluppo di persone e personalità. Quando un artista crea non obbedisce soltanto alla propria ispirazione, ma contribuisce ad arricchire il patrimonio culturale. Nello stesso tempo la sua opera influenza gli altri uomini ed influisce sul bene comune. Un artista consapevole di tutto questo non può operare lasciandosi dominare dalla sete di denaro o dalla ricerca di gloria fatua o facendosi trascinare dalle mode. - “C’è dunque un’etica, anzi una “spiritualità” del servizio artistico, che a suo modo contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo”. Proprio a questo sembra alludere la frase del poeta polacco Cyprian Norwid: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere”- (Lettera agli artisti, 4). Si parte dalla bellezza per entusiasmarsi di fronte a quanto l’uomo ha fatto e può ancora fare realizzando il suo potenziale e si arriva alla resurrezione comprendendo la propria dignità di creatura creativa fatta ad immagine e somiglianza di Dio creatore. L’Incarnazione del Verbo di Dio rappresenta l’evento centrale da un punto di vista religioso, ma anche etico e storico-artistico. Infatti, con la nascita di Cristo, Dio, invisibile, si è manifestato dando nuova linfa ad ogni tipo di creazione artistica: “Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell’umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza” (Lettera agli artisti, 5). “Se il Figlio di Dio è entrato nel mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l’invisibile, analogicamente si può pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata, nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero” (Lettera agli artisti, 7). La Lettera agli artisti è essa stessa un’opera d’arte e come tale evocatrice del mistero. Il Papa ha rievocato l’esperienza artistica traslando in parole sensazioni puramente personali e private appartenenti soltanto all’animo di chi crea: “l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose” (Lettera agli artisti, 6). Così egli ha cercato di rendere manifesto il senso di frustrazione che attanaglia ogni artista di fronte anche alla propria opera più riuscita, tale opera, infatti, può essere soltanto un barlume della bellezza percepita nel fervore del momento creativo. Il credente viene rapito davanti ad ogni autentica intuizione artistica proprio perché essa lo conduce oltre il sensibile cercando di interpretare il mistero di Dio che rimane insondabile e, come dice S. Paolo, va ben oltre le capacità umane: Dio “non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo”, cosicché “non dobbiamo pensare che la Divinità sia simile all’oro, all’argento, alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana” (At 17,24.29). È pur vero che la conoscenza di fede presuppone un incontro personale e fatale con il Signore, ma tale incontro può essere agevolato dalle intuizioni artistiche sensibili per loro natura a tutte le manifestazioni della bellezza. Ogni forma autentica d’arte rappresenta una possibile via d’accesso alla divinità ed alla fede. Benedetto XVI: “Resta per me un’esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo: “Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera”. In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della verità che si attualizza nell’ispirazione del compositore”i. L’artista, quindi, si “identifica” in Dio in un progetto di salvezza mediante la Bellezza. L’arte, quando è autentica, ha un intimo legame con la fede e, ancora e soprattutto oggi, continua a costituire una sorta di ponte tra l’uomo e l’esperienza religiosa. Basti pensare al Beato Angelico presentato nella lettera come “modello eloquente di una contemplazione estatica che si sublima nella fede” (Lettera agli artisti, 6) o alle parole di S. Bonaventura riguardo S. Francesco che “contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto” (Lettera agli artisti, 6). L’arte intesa come ricerca della bellezza costituisce un appello verso il Mistero, persino, scrive il Papa: “quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione (Lettera agli artisti, 10). Alla luce dell’odierna distanza tra mondo dell’arte e mondo della fede, Giovanni Paolo II auspica una rinnovata alleanza con gli artisti proprio come Papa Montini. Ma è qui che Papa Woytila va ben oltre ed esalta il cattolicesimo e l’universalità: augurandosi un’alleanza con tutti gli artisti credenti e non. Egli difende la dignità e l’autonomia di ogni artista e ci spinge a cercare anche in opere d’arte lontane dalla nostra tradizione e sensibilità quella “sorta di ponte gettato tra l’uomo e l’esperienza religiosa” (Lettera agli artisti, 10). La Chiesa apprezza il valore dell’arte come tale, essa infatti “anche al di là delle sue espressioni tipicamente religiose, quando è autentica, ha un’intima affinità con il mondo della fede” (Lettera agli artisti, 10) e rappresenta un canale privilegiato per avvicinarsi alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo. La Bellezza dunque vivendo una particolare relazione con l’artista, costituisce l’essenza della sua vocazione capace di far diventare l’arte una via verso Dio. L’uomo/artista in grado di cogliere nelle manifestazioni del bello almeno un raggio della Bellezza suprema, è volto a coniugare il talento con un’esistenza sempre più conforme alle leggi di Dio. La Chiesa e l’arte hanno bisogno l’una dell’altra: l’arte sa rendere affascinante il mondo dello spirito e dell’invisibile, mentre la Chiesa apre agli artisti nuovi orizzonti capaci di aiutarli a risolvere il loro tormento circa l’espressione dell’ineffabile e soddisfare “la ricerca del senso recondito delle cose” (Lettera agli artisti, 13). La religione diventa quindi una specie di “patria dell’anima” (Lettera agli artisti, 13) degli artisti ed il Cristianesimo, in virtù dell’Incarnazione, dona agli artisti una miriade di motivi di ispirazione. La Chiesa offre tanto ed il Papa invita gli artisti a ricambiare esprimendo con il loro estro che in Cristo il mondo è redento (Lettera agli artisti, 14). “L’umanità di tutti i tempi-anche quella di oggi- aspetta di essere illuminata sul proprio cammino e sul proprio destino” (Lettera agli artisti, 14): questo il compito a cui tutti gli artisti sono chiamati. “Lo spirito è il misterioso artista dell’universo” (Lettera agli artisti, 15) ed il santo Padre auspica che tutti gli artisti ricevano il dono dell’ispirazione, essa, quando autentica, porta in sé tracce del soffio vitale con cui lo Spirito Creatore pervase l’opera della creazione così “l’essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende” (Lettera agli artisti, 15). La libertà e lo Spirito Santo sono gli artisti della conversione dell’uomo. Lo Spirito Santo è l’unico ad essere in grado di scolpire la pietra del nostro cuore. Come la creazione artistica ha bisogno del dono dell’ispirazione, così il cammino spirituale necessita del dono della Grazia con la quale Dio comunica Se Stesso. È compito del credente, illuminato dallo Spirito Santo, rinverdire il profondo significato beatifico che c’è dietro ogni opera d’arte, mentre spetta all’artista essere segno e stimolo verso il trascendente e facilitare l’incontro con la Verità. Gli artisti, guidati dall’ispirazione, trasmettano la bellezza capace di destare lo stupore e l’entusiasmo necessari a rinvigorire la forza della fede di cui necessita l’umanità: i molteplici sentieri degli artisti “possano condurre tutti a quell’Oceano infinito di bellezza dove lo stupore si fa ammirazione, ebbrezza, indicibile gioia” (Lettera agli artisti, 16). In una società come la nostra, schiava delle immagini, saper guardare è diventato appannaggio di pochi che riescono a liberare lo sguardo verso la Bellezza. “L’arte contribuisca all’affermarsi di una bellezza autentica che, quasi riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell’eterno” (Lettera agli artisti, 16).

NOTE
1. Messaggio del Cardinale J. Ratzinger per il meeting 2002, Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza.

Anno III n.5/6, settembre/dicembre 2005


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