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LA TEOLOGIA DELLA BELLEZZA E IL CROCIFISSO DI ALBERTO "SOZIO"
La teologia della bellezza è un tema che affascina,
coinvolge ed intriga, in quanto essa non si risolve in un insieme di
conoscenze razionali, ma nell’esperienza dell’interazione tra unità,
verità e bontà, nel rimanere appagati dal Mistero di Dio. |
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ARTE E SPIRITUALITÀ
LA TEOLOGIA DELLA BELLEZZA E
IL CROCIFISSO DI ALBERTO “SOZIO”
di PAOLA
RESTANI
“Quale bellezza salverà il mondo?”
Dostoyevski, L’idiota
La teologia della bellezza è un tema che affascina,
coinvolge ed intriga, in quanto essa non si risolve in un
insieme di conoscenze razionali, ma nell’esperienza
dell’interazione tra unità, verità e bontà, nel rimanere
appagati dal Mistero di Dio.
Aristotele affermava che, se non è possibile vivere senza
felicità, non è neppure possibile vivere senza bellezza.
Quest’ultima cattura e rallegra gli animi, è un mistero
capace di generare pace e suscitare gioia, in quanto è
splendore di verità. “Ogni bellezza creata è un riflesso e
una partecipazione dello splendore della Bellezza in sé,
che è stata manifestata in Cristo, Bellezza incarnata: con
l’occhio della fede, che è amore, il credente gode già
ora, sia pure in forma riflessa come attraverso uno
specchio, di qualcosa di quella Bellezza in sé che sarà
una gioia per sempre nella visione beatifica”1. Il potere
della bellezza consiste nell’attrarre: “La bellezza è quel
potere che consente a ciò che è veramente buono di farci
uscire da noi stessi per raggiungere l’eccellenza”2. Ecco
perché non possiamo vivere senza bellezza poiché essa
suscita, accentra e mantiene la tensione necessaria
all’uomo per realizzare la sua eccellenza umana: diviene
la motivazione centrale di ogni decisione e azione
dell’uomo.
Nella storia della cultura cristiana la via della bellezza
è stata percorsa con sincera partecipazione religiosa e
profondo impulso culturale da Sant’Agostino a Fénelon, da
San Tommaso a Maritain, da San Francesco a von Balthasar.
Tanti santi e tanti artisti hanno colto di Dio soprattutto
la Bellezza, Francesco di Assisi nelle sue lodi per ben
due volte si rivolge a Dio in questo modo: “Tu sei
Bellezza”. Agli occhi della fede la bellezza appare come
verità della creazione che contrasta l’avvilimento umano e
la sua nichilistica deriva. Essa non allude semplicemente
al suo originario legame con la bontà dell’opera creatrice
di Dio, di cui Egli si compiace, come racconta la Genesi
(1,31), ma evoca il sentimento di corrispondenza, cioè
prefigura la restituzione da parte dell’uomo del senso
originario della creazione: l’amore. Dio, creando l’uomo e
la donna a propria immagine e somiglianza, ha voluto dare
loro dignità di persone ed una esistenza propria custodita
dal libero arbitrio. L’umanità viene chiamata a restituire
il dono della bellezza che l’accompagna dalla creazione.
Dio creò l’uomo come il frutto più nobile del Suo
progetto, a lui sottomise il mondo come campo in cui
esprimere la sua capacità inventiva e la sua capacità di
amare. L’uomo è dunque invitato ad essere artefice della
propria vita plasmando la sua umanità e poi l’universo che
lo circonda in nome della Bellezza/Amore. Così facendo,
nell’uomo artefice si rispecchia l’immagine di Dio
Creatore. Non sempre questo si realizza, la verità della
bellezza non abita pacificamente l’umana edificazione del
mondo. Spesso la passione della bellezza diventa apparenza
o illusione del bene, oppure ebbrezza di una esistenza
fine a se stessa che rende lecita anche la dissipazione di
ogni dono dello Spirito Santo, o peggio diviene ossessione
spirituale con il rischio di una anestesia nei confronti
del dolore del mondo e indifferenza all’avvilimento
dell’uomo. In questi casi la bellezza si separa dalla sua
vera essenza e, quindi, dalla speranza dell’umanità. Le
parole di Sant’Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza
tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Le
Confessioni X, 27) sollecitano gli uomini a riappropriarsi
di una sensibilità capace di far sentire interiormente la
forza divina dello Spirito Creatore.
Le opere umane della bellezza non appagano completamente,
bensì esse invitano a proiettarsi più audacemente verso la
bellezza del Mistero di Dio che indica all’uomo la vera
destinazione spirituale della sua attrattiva. “Ne consegue
per tutti i credenti un forte impulso a riscoprire e a far
scoprire il lato bello di Dio. La testimonianza è
possibile soltanto al prezzo di una profonda assimilazione
di nuovi sensi spirituali, capaci di formare l’uomo e la
donna credenti al discernimento dell’immagine del Figlio e
dei doni dello Spirito nell’odierna condizione umana”3.
In un mondo in cui esiste tanta bruttezza, tanta
cattiveria, tanta meschinità e falsità, dove la bellezza
della figura umana è distrutta da guerre e violenze o
manipolata e degradata a mero piacere estetico e fisico, è
necessario ed urgente ritrovare questo senso profondo
della bellezza.
Risolvere l’interrogativo suggerito da Dostoyevski non
appare, in particolare al giorno d’oggi, cosa facile, ma
ispirandoci alle parole della Lettera Pastorale per l’anno
2000 del Cardinal Martini, potremo rispondere che la
bellezza che salverà il mondo è l’amore che condivide il
dolore, è la figura del Bel Pastore che dona la sua vita
per le sue pecore.
Cristo incarna in modo supremo l’ideale greco del
καλóV e
dell’ὰgaqóV, raggiunge la condizione totale di santità e
integrità sia nella disposizione interiore che
nell’aspetto esteriore. Realizza l’idea del pastore
autenticamente buono la cui beltà è tale da attrarre a sé
tutti gli uomini. La bellezza della sua bontà salva il
mondo offrendo la vita per le sue pecore.
La figura di Gesù, trascendendo ogni divieto idolatrico, è
la sacra rappresentazione dell’umanità del Padre, è la
legittima ed unica immagine visibile di Dio invisibile.
L’arte invoca la bellezza per elaborare il dolore e non
può evitare il legame originario tra il bello ed il bene
che si richiama alla causa stessa della creazione. Nella
rappresentazione di Gesù crocifisso, ad esempio, non si è
trasportati alla deriva a causa del dolore e della morte,
ma spinti verso il Mistero della bellezza.
In Cristo è custodito quel potere della bellezza capace di
ispirare, motivare, trasformare e modellare la vita umana.
La vera bellezza implica qualsiasi cosa possa spingerci
alla nostra realizzazione, comporta il vero amore che è
fedeltà, responsabilità e gioia. Altra è la bellezza che
seduce, la quale provoca la nostra autodistruzione e un
amore che è disordine e infelicità. Gesù crocifisso e
glorificato rappresenta la Bellezza in sé che cattura e
rapisce l’umanità. Nella contemplazione del crocifisso c’è
la visione dell’Amore, della Bellezza e del suo Potere
Salvifico.
Le opere d’arte, sia figurative che letterarie
costituiscono non solo delle raffigurazioni esteriori di
una ispirazione profondamente intima, ma dei veri e propri
“luoghi teologici”4. A tal proposito il Crocifisso di
“Sozio” evoca, con straordinaria forza e profondità, nello
stesso tempo due momenti fondamentali: la crocifissione e
l’ascesa al cielo di Cristo risorto. La croce e la
resurrezione rappresentano la forza di un amore talmente
grande da non poter essere vinto neppure dalla morte.
L’unica opera sicura e datata di Alberto “Sozio”5 è
appunto un crocifisso dipinto che segna l’inizio di tutta
una serie di crocifissi umbri6. L’opera è conservata
attualmente nella prima cappella della navata di sinistra
del Duomo di Spoleto, ma sembra certo che in origine fosse
destinata alla chiesa dei SS. Giovanni e Paolo. Il
crocifisso è dipinto su una pergamena applicata su di un
supporto ligneo alto cm 278 e largo cm 200. All’estremità
inferiore della croce si trova una iscrizione, conservata
solo parzialmente, in cui si legge l’anno 1187 ed il
pittore, il cui nome è stato quasi sempre integrato
arbitrariamente dai critici in Alberto “Sozio”7. Per
quanto riguarda lo stile del Crocifisso, gli studiosi sono
d’accordo nel riconoscere una forte influenza dell’arte
bizantina: molto probabilmente “Sozio” assorbì attraverso
Roma non solo il gusto linearistico, ma anche i modi
plastici della predetta cultura8 che qualche studioso
suppone anche di provenienza dell’Italia meridionale9.
Elemento dominante del Crocifisso è la rappresentazione
del Cristo vivo, desunta dall’arte dei primi secoli della
Cristianità ed assurta a valore di simbolo. È
rappresentato con gli occhi aperti, il corpo eretto ed i
piedi disgiunti trafitti da due chiodi, ha i fianchi
coperti da un perizoma trasparente decorato da sottili
bande rosse ed azzurre. Ai lati della figura principale
partecipano all’evento, a sinistra la Vergine che indossa
una veste azzurro cupo, a destra San Giovanni con veste
azzurra fasciata da un manto rosso chiaro. Al di sotto del
soppedaneo si vede il teschio di Adamo, quasi nascosto in
una roccia, su di esso scorre del sangue partendo dalle
ferite di Cristo. Sulla parte culminante della croce è
rappresentata l’Ascensione: il Redentore, che con la
sinistra regge la croce, ascende al cielo in una mandorla
recata da quattro angeli.
Cristo è glorificato come il più bello tra gli uomini
(Salmo 44,3) e, dopo la Passione, come volto sfigurato dal
dolore (Is. 53,2). La bellezza a cui si allude non è
semplicemente bellezza esteriore quanto piuttosto la
bellezza della Verità, la bellezza di Dio che è Amore,
dono fino alla fine. Ed infatti Dio si è manifestato nelle
sembianze di Cristo crocifisso e sofferente come Amore
“sino alla fine” (Gv 13,1). La bellezza della verità,
quindi, comporta sofferenza, dolore, sacrificio perfino
per il Figlio di Dio. L’immagine della crocifissione evoca
in modo immediato il legame tra bellezza e dolore.
Attraverso la visione esteriore, la percezione interiore
deve liberarsi ed innalzarsi verso una profondità più vera
della realtà sensibile: lo splendore di Dio. Ammirare i
capolavori dell’arte cristiana porta attraverso il
superamento di sé ad una purificazione dello sguardo che
apre il cuore alla bellezza.
Nella Passione di Cristo, Colui che è Bellezza stessa, si
lascia sfigurare in modo impressionante, ma proprio il
volto insanguinato e sofferente per il dolore rivela la
bellezza più autentica, la forza dell’Amore fino
all’estremo sacrificio. L’icona di Cristo crocifisso
sconfigge qualsiasi accusa riguardante il messaggio della
bellezza, messo in dubbio ipotizzando la non esistenza di
Dio poiché Egli non interviene di fronte alle varie forme
di manifestazione del male. Conditio sine qua non è che
noi uomini crediamo nell’Amore che può ferire e far
soffrire, ma promette la Resurrezione e l’Amore eterno.
Gesù ha dato la sua vita sulla croce affinché l’umanità si
salvasse dal peccato e l’unità d’amore tra Dio e ogni
creatura non si spezzasse, quindi tra crocifisso e vita
c’è un rapporto inscindibile. Gesù non evita né la morte
né la sofferenza, ma anzi questa ultima diventa fonte di
crescita per sé e per l’intera umanità. Nella
crocifissione vi è implicito un invito incessante ed
appassionato a donarsi in nome dell’amore. Con la vita
abbiamo ricevuto l’opportunità di amare e di realizzarci
per mezzo dell’amore e del dono sincero di sé sull’esempio
di Cristo.
Lo splendore e la gioia della bellezza divina vengono
percepiti da coloro che, puri di cuore, vedono Dio in
tutte le cose create. Essi guardano gli orrori, la rovina,
il peccato per trovare Dio, invece i cinici guardano tutto
ciò che è bello, buono e semplice per trovare aspetti
cupi. Il Cristo crocifisso e risorto rivela e comunica
l’amore di Dio che dona se stesso a tutta l’umanità. Gesù
si fa servo di Dio adempiendo alla Sua volontà e
attraverso il dono del suo Spirito si conforma alla
sapienza del Padre.
Cristo è l’immagine vivente di Dio, con la sua
divino-umanità rende possibile all’uomo di credere in Dio,
di vederLo e di amarLo: “Chi ha visto me ha visto il
Padre” (Gv 14,9). L’umanità è animata da una ricerca
continua di qualcosa, una insoddisfazione o una
inquietudine spesso spingono ad inseguire qualcosa che
sfugge. Spesso lo scopo che anima la ricerca non viene
soddisfatto in modo radicale, il bisogno di un appagamento
totale può essere trovato solo nell’amore infinito di Dio
che si dona a noi.
Il dono d’amore di Cristo attrae verso la bellezza suprema
di Dio. La nostra capacità di godere delle cose create e
di partecipare quindi alla gioia della creazione è
sottintesa a due essenziali virtù: la carità, che è amore
e l’umiltà, che ci permette di sconfiggere la superbia e
di porci di fronte ad ogni cosa con stupore e gratitudine,
ci consente di non dare nulla per scontato riconoscendo in
tutto il dono del Signore. Questo presuppone la nostra
disponibilità nel credere che ogni cosa, compresa la
nostra creazione, sia un dono gratuito di Dio. L’amore e
la gioia dell’uomo sono una specie di ripetizione e di
risposta all’amore del Creatore.
Con la sua morte Cristo restituisce al mondo la bellezza
umana deformata dal peccato, permette all’umanità di avere
un’altra chance per lasciarsi trasformare dalla bellezza
divina ritrovata. La vita di ogni cristiano nel mondo
rappresenta uno sforzo per reintrodurre la bellezza
nell’umanità attraverso la trasformazione non solo dei
cuori, ma anche delle strutture della società. Questo
significa lasciar entrare sempre più bellezza nella vita
spirituale, nei cuori, nella vita comunitaria ed essere
attenti all’autenticità delle relazioni perché esse
rappresentano un riflesso della Bellezza originaria.
NOTE
1 J. NAVONE, Verso una teologia della bellezza, Edizioni
San Paolo, Milano 1998, p. 11.
2 J. NAVONE, Verso una teologia della bellezza, Edizioni
San Paolo, Milano 1998, p. 39.
Conferenza di Padre Marko Ivan Rupnik dal titolo “La
bellezza salverà il mondo”, organizzata dal Centro Leone
XIII tenutasi nella Sala dei Notari a Perugia il
10/12/2004.
3 P.A. SEQUERI, La “via pulchritudinis”: limiti e stimoli
di una spiritualità estetica, in Credere Oggi, n. 117
maggio/giugno 2000, p. 2.
4 D. ROUSSEAU, L’icona splendore del tuo volto, Edizioni
San Paolo, Milano 1990, p. 123.
5 U. GNOLI, Pittori e miniatori nell’Umbria, Spoleto 1923,
p.15; P. TOESCA, Storia dell’arte italiana, vol.1/2,
Torino1927, p.930 ss. e p.1025, nota 11; F. BOLOGNA, La
pittura italiana delle origini, Roma 1962, p.54.
6 In generale sul crocifisso vedi: E. SANDBERG VAVALA’, La
croce dipinta italiana e l’iconografia della Passione,
Verona 1929, p. 613-619.
7 G. BENAZZI, La croce di Alberto nel Duomo di Spoleto, in
Quando Spoleto era romanica, catalogo della mostra,
Spoleto 1984, pp. 61-73; G. SAPORI, “Alberto Sotio”,
“Berto di Mattia”, “Girolamo di Giovanni”, in Spoletium,
12, 1970, p. 46.
8 U. LIEBL, Nuovi contributi sugli affreschi più antichi
della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo di Spoleto, in
“Spoletium” 36-37, 1992, pp. 54-61.
9 E. SANDBERG VAVALA’, La croce dipinta italiana e
l’iconografia della Passione, Verona 1929, p. 613-619.
Anno
III n.3, maggio/giugno 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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