SVILUPPO DELL'IDEA DI PERSONA
NELL'UMANESIMO
di PIERGIORGIO SENSI
Docente di Filosofia e storia nei Licei
[Testo trascritto dalla registrazione. Non rivisto dall’autore.]
1. A mo’ di introduzione: “Che cos’è l’uomo?” – come domanda
che investe la totalità dell’uomo e come posizione del problema
dell’essere. Le domande che Kant si pone nella Critica della
Ragion pura e che riassumono “Ogni interesse della mia ragione”
sono “le tre domande seguenti: 1. Che cosa posso sapere?
2. Che cosa devo fare? 3. Che cosa ho il diritto di sperare?”
“In fondo tutto ciò si potrebbe far rientrare nell’antropologia,
dal momento che le prime tre domande si rapportano all’ultima”
“che cos’è l’uomo”. Nel 1781 le domande kantiane riassumono
l’intero percorso dell’Umanesimo, ma rimandano la precisazione
del concetto di uomo a data da destinarsi; sebbene Kant
dedichi numerosi corsi del suo insegnamento all’antropologia
(pubblicati postumi), e vi offra quelle che modernamente
potremmo chiamare una serie di analisi gnoseologiche e fenomenologiche
di enorme interesse, egli non riesce a tentare una risposta
compiuta a quello che è e resta il problema della comprensione
filosofica dell’antropologia: “che cos’è l’uomo?”, infatti,
è domanda che investe l’integralità dell’uomo, la totalità
dell’uomo e non solo alcune sue manifestazioni. Compito
di questa trattazione sarà anche quello di indicare come
sia possibile distinguere tra Umanesimo e Umanismi (successivi,
decettivi, che culmineranno nel Novecento nella dichiarazione
strutturalista della “morte dell’uomo” cfr. Levì-Strauss
e Foucault) proprio in ordine alla capacità di porsi il
problema dell’uomo nella sua integralità o di tentare di
risolverlo in un’operazione di riduzione ad uno solo (o
più d’uno, ma comunque solo ad una parte) dei tratti che
lo costituiscono. Essa impone la comprensione di ciò che
l’uomo è “in sé stesso” e nelle sue relazioni costitutive:
la sua posizione nel cosmo, la sua relazione con il mondo
delle cose, la comprensione del suo “essere-con gli altri”,
il rapporto con il destino, a partire dalla comprensione
del suo essere mortale (sempre Heidegger caratterizzerà
le determinazioni essenziali dell’esistenza o dell’Esserci
- gli esistenziali -, come l’essere-nel-mondo, l’essere-con-gli-altri,
l’essere-per-la-morte. La Cura è il termine che Heidegger
usa per indicare l’insieme delle strutture ontologiche dell’Esserci:
essa è prendersi-cura delle cose, aver-cura degli altri,
pensarsi in vista della morte), l’apertura alle dimensioni
che – insieme – intessono e trascendono la sua esistenza
(il mistero, il divino). L’uomo, ossia colui “a cui ne va
del suo essere” Sempre Heidegger ci dice (in Essere e tempo)
che il problema dell’uomo si pone all’interno della questione
metafisica più generale: “che cos’è l’essere” e ne è strettamente
connessa. Per riscoprire l’autentico senso dell’essere bisogna
tornare ad interrogarsi sull’essere stesso, non solo su
alcune sue manifestazioni, ma “impostando finalmente l’autentica
posizione del problema dell’essere”, distinguendo cioè ciò
che si cerca, (il cercato, l’essere), colui che cerca (l’interrogato,
che è un ente particolare, l’uomo), ciò che si trova cercando
(il termine finale della ricerca, il senso dell’essere).
Per cercare l’essere, una qualche vaga comprensione di ciò
che si cerca bisogna già averla (la pre-comprensione di
cui parlerà l’ermeneutica) per poter riconoscere ciò che
si trova. L’ente che cerca è quello “capace di interrogarsi”,
ossia “l’ente che noi stessi siamo”, l’uomo, l’unico ente
“a cui ne va del suo essere”. La temporalità come costitutiva
dell’uomo e della sua rappresentazione. Seguendo ancora
Heidegger, il titolo dell’intervento ha deciso privilegiare
le determinazioni temporali come costitutive della sua auto-rappresentazione.
L’uomo si determina storicamente, temporalmente. Le stesse
determinazioni spaziali (lo essere nel mondo, l’aver rapporti
con le cose, il porsi in apertura di fronte al mistero che
avvolge e trascende l’esistenza prendono senso a muovere
dalla dimensione storica che caratterizza l’auto-comprensione
dell’essere umano. La caratterizzazione fondamentale dell’essere
umano si lascia comprendere solo là dove l’uomo è capace
di comprendere in profondità la propria finitezza costitutiva.
Sempre per dirla con Heidegger, gli uomini si situano all’incrocio
delle quatto contrade dell’essere (cielo, terra, divini,
mortali) e abitano (poeticamente) sulla terra, sotto il
cielo, davanti ai divini, come mortali; il loro è un abitare
coltivante-costruente-pensante, che consiste nell’aver-cura
delle cose che nascono e crescono da sé (ta physikà di Aristotele),
nell’edificare (bauen) quelle prodotte dallo stesso operare
umano (ta poietà), un aver-cura delle cose (Dinge) che è,
al tempo stesso, aver-cura della Quadratura, inteso come
“salvare la terra”, “accogliere il cielo”, “attendere i
divini”, e “condurre i mortali” al loro esser-capaci della
morte in quanto morte: “l’abitare come aver cura preserva
la Quadratura in ciò presso cui i mortali soggiornano: nelle
cose” (in Saggi e discorsi, Abitare costruire pensare).
Lo “spaesamento” nel mondo come condizione per una più approfondita
comprensione di sé da parte dell’uomo. Il carattere costitutivamente
finito dell’esserci dell’uomo determina il carattere sempre
più problematico del modo stesso di porsi il problema del
proprio essere. La comprensione che l’uomo ha di se stesso
si pone soprattutto come esercizio di riflessione su se
stesso, come atto teso a rendersi intimamente e interamente
cosciente della integralità del proprio essere uomo, ossia
del proprio essere persona. E a questo atto di introspezione
sembra più congeniale (quasi connaturata) la dimensione
dello spaesamento, del dis-agio, della solitudine. Per dirla
con M. Buber (Il problema dell’uomo) l’uomo comprende tanto
più profondamente se stesso soprattutto in quelle epoche
in cui non si sente più “a casa” nel mondo, quando avverte
di non avere più una dimora. Quando l’uomo ritiene di avere
una dimora stabile nel mondo, nel cosmo, la rappresentazione
che ha di se stesso è desunta, derivata dalla rappresentazione
più generale del mondo. In queste rappresentazioni l’uomo
vive nel mondo come a casa propria, mentre quando comincia
a sentirsi spaesato egli “è come se vivesse in aperta campagna
e non possedesse neppure i quattro picchetti per innalzare
una tenda”. Ma l’uomo abita poeticamente il mondo. Tende
a costruirsi la casa. E ne costruisce una nuova quando percepisce
che quella in cui sta abitando comincia a screpolare, ad
andare in rovina. Si badi: l’inizio dello screpolamento
non è di per se stesso la rovina. Ma l’uomo che vi abita
può non sentirsi più a proprio agio. Anche senza avvertire
indizi di screpolamento, può servire da motore per l’avvio
di una nuova costruzione – rappresentazione l’avvertire
il carattere angusto della casa in cui si vive, il sentirla
inadeguata alla propria funzione che è di riparo ma anche
di protezione dell’efficacia dell’azione che l’uomo compie
nel mondo. Di questo dovremo trattare prima di caratterizzare
la concezione dell’uomo dell’Umanesimo. Uomo e persona In
epoca medievale, la riflessione filosofica e teologica della
Chiesa cattolica ha creduto di poter individuare nel concetto
di “persona” la miglior definizione razionale dell’essere
dell’uomo in quanto non soltanto “genere”, ma ente ontologicamente
consistente, concretamente esistente, singolare, ma non
isolato. Persona dice meglio e molto di più che non semplicemente
individuo, anche se gran parte del dibattito medioevale
al riguardo si è concentrato sul problema della “individuazione”.
Persona non è semplicemente individuo, in quanto l’individuo
è l’astratto residuo del processo di analisi del genere,
non dotato di una sua specifica identità unica e irripetibile,
a meno di non ricorrere ad un principio metafisico ad hoc
come la scotiana haecceitas. La parola individuo dice –
in ambito sociale – ciò che dice il semplice numero “1”
nella serie dei numeri (o l’atomo in fisica). La parola
latina persona traduce la parola greca pròsopon (ma anche
ypostasis), che indica la maschera teatrale indossata sulla
scena dall’attore, ciò che gli altri vedono e che permette
l’identificazione; in qualche modo persona è l’identità
sia sotto il versante privato che sotto il versante pubblico,
relazionale (la maschera la indossi, la assumi consapevolmente
e – tramite essa – ti rendi riconoscibile agli altri). Persona
dice sia l’identità che la manifestazione dell’identità,
sia il proprium individuale (la cifra contraddistintiva)
sia ciò che viene riconosciuto dagli altri come proprium
dell’altro individuo. Persona è concetto che – a partire
dalla classica definizione di Severino Boezio – è stato
usato per indicare “la sostanza individuale di natura razionale”,
ma è progressivamente venuto includendo il sistema di relazioni
che costituiscono l’uomo. Quando si usa il termine persona,
pertanto, si indica l’uomo nelle sue relazioni con se stesso,
con il mondo, con Dio. S. Tommaso è particolarmente esplicito:
“ogni nome attinente alla persona significa una relazione”.
Persona, sia nel riferimento alle persone divine, sia nel
riferimento all’uomo, è per Tommaso tanto sostanzialità
quanto relazione: “la relazione nella forma della sostanza”.
La persona, in quanto sostanza, è ciò che – dotato di consistenza
ontologica - permane nel fluire del tempo e che, perciò,
unifica il passato e il presente, anticipando il futuro;
ha in se stessa una propria ragion d’essere (non è mero
accidente o modo di un universale) e, perciò, non può essere
considerata come mezzo, ma va considerata sempre come “fine”
(cfr. Kant). La persona è dotata di razionalità – e dunque
non solo è, ma sa di essere -, ed è dotata di volontà –
vuole, ama l’essere il suo e l’essere in quanto tale; perciò
è libera: è “la sola creatura che Dio abbia voluto per se
stessa” (GS 24). La persona è pertanto “autonoma” (sussiste
per sé, nella sua completa identità e unità spirituale e
psico-fisica). Persona indica la singolarità di ciascun
essere umano nel contesto delle relazioni storiche, sociali,
trascendenti che lo costituiscono. Nel pensiero di ispirazione
cristiana persona viene ad indicare la distinzione posta
in atto dall’atto creativo di Dio: la persona, “il singolo
uomo è chiamato all’esistenza in maniera unica e immutabile
mediante la parola di Dio”. La persona è unità di relazioni
(nel linguaggio giuridico indica il “soggetto di diritto”,
ma il diritto originariamente “è un gesto di solidarietà
pubblica tra la collettività giuridica e il destinatario
del diritto”). La persona è autorealizzazione; in ciò consiste
la sua esistenza. Nel suo agire – in ogni suo atto – essa
esprime la propria peculiare individualità. Le azioni umane
devono, perciò, essere sempre valutate nell’unità della
persona che agisce. La persona è responsabilità. La strutturale
relazione con ciò che è esterno alla persona e la sua libertà
fanno della persona il soggetto responsabile del modo in
cui instaura e articola il rapporto con l’altro, con il
mondo. L’autonomia (libertà), la capacità di auto-realizzarsi
implicano necessariamente l’essere chiamato a rispondere
(responsabilità). La persona, in quanto auto-realizzazione,
è costitutivamente “storica”, è in movimento; questo movimento
trova le sue spinte motrici nella libertà e nell’intelligenza.
L’identità personale, ontologicamente segnata dalla singolarità
e dalla irripetibilità, pur nella sua dimensione di apertura
costante a ciò che la trascende, mantiene un residuo “incomunicabile”,
inconfondibilmente proprio. A questa singolarità è costitutivamente
connessa la dimensione della corporeità. La persona non
è solo “spirito”, ma unità di anima e corpo. L’integrità
biologica è condizione essenziale per l’identità personale.
La corporeità è ciò che permette l’inserimento della dimensione
eterna dell’io nella temporalità, nell’esperienza storica
concreta. Ma la persona non si riduce al suo corpo. E la
dimensione corporea viene assunta – di volta in volta –
in base alla capacità storica di comprensione che il soggetto
o la comunità di cui fa parte ha. È la persona il soggetto
portatore di valori, l’“unità-di-essere concreta e in se
stessa essenziale di atti di diversa natura”, centro unitario
e individuale di relazioni e atti vissuti intenzionali.
Su questo concetto di persona Scheler fonda la sua antropologia.
La persona non è oggettivabile e può essere conosciuta solo
mediante un profondo co-sentire, ossia mediante la sim-patia.
Il co-sentire non è tanto un con-percepire, quanto piuttosto
il compiere gli stessi atti. Il nucleo etico della persona
è costituito dall’amore e l’amore è anche l’unico modo per
conoscerla a fondo. La persona è costitutivamente in relazione
con le altre persone e con il proprio corpo sia fisico (Körper),
sia vissuto e sentito come proprio (Leib), sia come io psichico.
Questa visione integrale dell’uomo comprende, oltre alla
dimensione corporea, psichica, comunitaria, sociale, anche
l’apertura alla trascendenza assoluta, a Dio. Gli umanisti
non usano granché il termine “persona”, ma elaborano una
spiccata esaltazione della “personalità”. Non è un caso
che solo a partire dal periodo umanistico gli artisti cominciano
a “firmare” le proprie opere. La filologia diventa strumento
potente non solo per la purificazione dei codici antichi
e la loro corretta collocazione storica, ma soprattutto
per attribuire la paternità intellettuale delle opere di
ingegno, uno strumento di giustizia distributiva (rendere
a ciascuno il suo) dei doni intellettuali e dei meriti nel
progresso dell’umanità. 2. La rappresentazione dell’uomo
nel Medioevo (cenni) A differenza dell’epoca classica, in
cui il mondo veniva sentito come struttura limitata, chiusa,
formata (la ben rotonda palla di Parmenide, il complesso
delle sfere concentriche del sistema tolemaico), all’interno
della quale ha un posto ben definito l’uomo, e in cui si
giocano tutti i rapporti significativi per l’esistenza umana,
compresi quelli con il divino, il luminoso. L’uomo dell’antichità
abita in un mondo che rappresenta come auto-limitantesi,
in cui cielo e terra, divini e mortali si pongono su una
linea di continuità. Parafrasando Heidegger, potremmo dire
che il mondo è la contrada in cui le quattro dimensioni
si radunano e si intersecano. Il pensiero e la rappresentazione
dell’uomo (da Platone a Plotino) è compresa all’interno
di una rappresentazione del mondo, l’antropologia è solo
una sezione della cosmologia. Il greco sente il mondo come
divino. Di qui l’ineliminabile presenza del mito come forma
di orientamento dell’esistenza. Con l’irruzione del Cristianesimo,
la concezione cosmologica classica comincia ad andare in
frantumi. Agostino dà una piena rappresentazione della crisi
della antropologia classica alla luce dell’avvento delle
religioni “orientali” e del cristianesimo in particolare.
L’anima umana si scopre frantumata, dilacerata in se stessa,
agonica: al tempo stesso teatro e risultato di una lotta.
Per dirla con Hegel, con Agostino e con il Cristianesimo,
l’uomo prende coscienza della propria infelicità (non è
un caso che Hegel, nella Fenomenologia caratterizza come
“infelice” la coscienza propriamente ebraico-cristiana),
quella coscienza che mancava al mondo pagano, il mondo nel
quale non abitavano solo gli uomini, ma anche gli dèi e
gli dèi si potevano anche “incontrare per strada”. Ma questa
apparente felicità era appunto solo apparente perché fondata
su un difetto di consapevolezza. Solo in rari momenti di
crisi della concezione cosmologica la tendenza a trascendersi,
costitutiva di quell’essere finito che è l’uomo, faceva
capolino e metteva in discussione la rappresentazione condivisa.
Ma più ancora della filosofia è nella tragedia classica
che compaiono le forme più acute di questo insanabile conflitto
(e insanabile perché non adeguatamente compreso). Nel mondo
ebraico, per dirla con Hölderlin, “più non sono gli dei
fuggiti, ancora non sono i venienti”. Dio è posto in un’assoluta
trascendenza. L’ebraismo e il cristianesimo sanno che Dio
non appartiene a questo mondo; caso mai è l’inverso è il
mondo che appartiene a Dio, che ne è il Padrone, il Signore
e lo domina in quanto è altro, al di fuori. La coscienza
ebraico-cristiana è infelice perché “dilacerata”, separata,
separata da quel divino che pure sente costituire la propria
essenza. Il cristiano è infelice perché non solo si sente
separato da un mondo che non è più suo, ma anche e soprattutto
perché si sente separato da se stesso. La lacerazione, la
separatezza producono sofferenza. Ma producono sofferenza
perché la coscienza dilacerata anela alla riunificazione.
L’uomo vuole trascendere l’uomo, ma la natura dell’uomo
non può essere pensata come disgiunta dalla divinità. Ancora
Hegel marca la differenza tra il Dio semplicemente “ebraico”
e il Dio cristiano. Il Dio ebraico si rapporta al mondo
e al credente nella forma del Signore. Con Gesù il rapporto
tra creatura e creatore finisce di essere pensato nella
forma del rapporto di dipendenza-servitù, in quanto l’uomo
Dio unifica ciò che era diviso. Dio non è più padrone, ma
padre. Gli apostoli non vengono chiamati servi, ma amici,
figlio di Dio, fratelli. Alla costrizione interna del diritto
e della legge subentra la forza auto-legislatrice dell’amore.
Dio diventa prossimo. Appare – si fa carne - per risollevare
l’uomo e la natura. Cristo si propone come mediatore. Sommo
sacerdote che fa “dei due popoli un popolo solo”. Ma in
Cristo Dio non si rivela più tanto ad un “popolo” quanto
alle singole individualità, alle persone. La riunificazione
dell’uomo con Dio annunciata (il lieto annunzio) da Cristo
è già operante, ma non ancora compiuta. Viene anticipata
dalla fede che i seguaci di Cristo, la Chiesa, hanno il
compito di trasmettere e alimentare. La fede, la speranza
e l’amore costituiscono gli assi di riferimento della nuova
dimora che l’uomo si costruisce. Nel simbolo della Croce
l’uomo si trova al crocevia dell’asse verticale, che va
dagli abissi degli inferi al luogo della gloria di Dio,
il cielo e dell’asse orizzontale che può rappresentare lo
scorrere del tempo, inteso come svolgersi della storia della
salvezza, dalla caduta originale al compimento della redenzione-riunificazione.
Scopre che “Deus manet in nobis”, ma la sua inabitazione
è abissale e inafferrabile, sempre e comunque trascendente.
La fede è la nuova dimora dell’uomo. E la fede attesta la
presenza – assenza nel mondo di un Dio non più astratto
o naturale, ma personale. Una persona che non è solo Signore
e padrone, ma amoroso e premuroso creatore e redentore.
La creazione e la redenzione sono gratuite, doni di Dio
che il credente deve accogliere con spirito grato e obbediente.
Il credente si abbandona alla rivelazione di Dio. L’abbandono
a Dio crea una nuova presa di distanza dal mondo e l’assunzione
di responsabilità più squisitamente personali. Il mondo
viene adeguatamente compreso solo se viene riferito a Dio.
Il tempo del mondo viene a coincidere con il tempo della
storia della salvezza. Le cose vengono valorizzate solo
in riferimento all’impronta che mantengono del creatore
(vestigia Dei, imago Dei, dirà Buonaventura). La Chiesa
segna il tempo dell’agire quotidiano e lo scandisce con
il suono delle campane, che annunciano le ore della preghiera
canonica (della “liturgia delle ore”). Le feste religiose
scandiscono il calendario annuale. L’anno liturgico finisce
per scandire anche i ritmi e gli avvenimenti cardine della
vita familiare e individuale (nascita, morte, lavoro, riposo,
matrimonio). Né il mito né la filosofia sono sufficienti
alla rappresentazione che l’uomo medievale fa di sé. Nello
stato di “natura lapsa”, la ragione umana, lasciata a se
stessa, non può trovare da sola la via del ritorno al fondamento,
a Dio. Ha bisogno della grazia divina. E si nutre di simboli.
L’uomo medioevale conosce a fondo il significato simbolico
dell’esistenza e si esprime di preferenza in simboli o in
allegorie. L’esistenza non è tanto strutturata da elementi
tenuti insieme da leggi e da nessi causali, ma da parentele
profonde tra le cose, di cui il simbolo (ciò che tiene insieme)
è adeguata espressione. Il simbolo, più ancora dell’allegoria,
rimanda ad un significato che è sempre oltre. Il simbolo
si appoggia spesso all’autorità. Per l’uomo medioevale,
però, l’autorità è fondata sulla derivazione gerarchica
dall’assoluto e, dunque, viene inserita nell’ordine delle
cose, non viene sentita tanto come vincolo opprimente. Il
progressivo apporto della filosofia greca, assunto in una
dimensione propriamente “ancillare” di chiarificazione e
illustrazione del dogma, porta con Tommaso alla affermazione
della sua relativa autonomia nell’ambito del finito, del
semplicemente naturale, ma viene ribadita la sua insufficienza
alla comprensione di ciò che l’uomo propriamente è. Il motto
classico “conosci te stesso” richiama sempre e comunque
quel supplemento di verità che la sola ragione non può attingere
e che deve essere mutuato dalla Rivelazione. È vero che
le verità della Rivelazione cominciano ad essere meditate
con i metodi della logica: ciò porta alla costruzione dei
grandi sistemi teologici. Le “Summae” rappresentano il massimo
sforzo di sintesi della conoscenza medioevale, le grandi
“cattedrali” del pensiero, in cui si raccolgono in uno sforzo
unitario e coerente teologia, filosofia, scienza, etica
e politica. Cercano non solo di descrivere il reale, ma
di esprimerne il significato recondito e trascendente. Lo
sforzo di conciliazione di Rivelazione e filosofia antica
produce effetti grandiosi, ma lascia ai propri margini alcuni
problemi che esploderanno nel XIV secolo e segneranno la
dissoluzione del grande edificio della scolastica. L’indagine
scientifica del mondo naturale, troppo a lungo trascurata,
comincia a essere rivendicata anche in contrapposizione
alla definizione teologica. Le grandi figure universali
che danno coerenza e orientamento al vivere e all’agire
dell’uomo medioevale, la Chiesa cattolica (simbolizzata
dal Pontefice) e l’Impero, dopo essersi dapprima alleate
e integrate, finiscono per entrare in rotta di collisione,
mettendo in discussione l’ordinata e gerarchica subordinazione
di esse a muovere dal Creatore. La delimitazione degli ambiti
e la rigorosa gerarchizzazione dell’agire etico-politico
che da essi discendeva cominciano a scricchiolare, a diventare
conflittuali. La coscienza del singolo e il consenso cominciano
ad esercitare un ruolo decisivo nel riconoscimento della
legittimità dell’autorità (vedi Occam e Marsilio da Padova).
La politica torna a “regionalizzarsi” o a politicizzarsi
(in Italia nelle forme dapprima comunali e poi signorili).
L’attività imprenditoriale dei mercanti comincia a mal sopportare
l’eccessiva finalizzazione trascendente dell’agire. Nasce
l’esigenza della libertà individuale di movimento e l’autorità
comincia a diventare un impaccio. 3. La rappresentazione
dell’uomo (e del mondo) elaborata dagli Umanisti Medioevo
e Umanesimo. Tra continuità e frattura. (In gran parte da
Garin). La tesi (riproposta da Burkhardt nel 1860) di un’età
umanistica apertamente rivoluzionaria rispetto alla forma
mentis e alla Weltanschauung medievale, con la sua scoperta
dell’uomo, l’esaltazione dell’antico, l’educazione laica
e mondana, vagamente velata di immanentismo, progressivamente
esaltante l’individuo eccezionale, il genio, artista, faber
fortunae suae, non è solo tesi illuministica, ma in gran
parte dipende dalla autorappresentazione di alcuni degli
umanisti stessi. Non senza forzature ed esagerazioni i protagonisti
dell’Umanesimo fiorentino di inizio Quattrocento esaltano,
come Bruni, il rinascere degli studi; Valla celebra la preminenza
della lingua latina classica, simbolo vivente di un imperio
spirituale offuscato nel medioevo ma ormai risorgente; Poggio
Bracciolini esalta gli autori classici come autentici educatori
del genere umano, e si propone di “liberare” dall’oblio
i liberatori del genere umano; Coluccio Salutati (ma anche
Petrarca) si propongono di avviare la “grande riforma” volta
a dissipare ogni residuo di barbarie medioevale per rilanciare
la Civiltà (e civiltà significa classicità). Sono questi
intellettuali a designare come classici (canonici, modelli
paradigmatici permanenti) gli autori della aurea latinitas
e della Grecia del 5 secolo aC. Il mondo greco romano viene
considerato come un modello imperituro di Umanità, da opporre
al medioevo Goto (germanico, inguaribilmente barbaro per
loro). Cristoforo Landino celebrerà in Poggio colui che
trae dalla “nera caligine” i grandi autori classici e li
riporta in una luce che non tramonterà più. Gli scrittori
classici vengono letti come maestri di umanità, umanisti
appunto. In Bruni e Salutati la riscoperta dei classici
viene inserita in una istanza di formazione umana, modestamente
terrena, per ridare dignità e completezza alla città terrena,
alla finitezza. In Ficino e in Pico, invece, prevale una
lettura più continuista del recupero. La pia filosofia (che,
come dice Ficino, “è una salita dell’uomo dalle cose basse
a le alte, dalle tenebre alla luce”, “interiore richiamo
del Dio”) riscopre la prisca teologia: l’uomo di cui si
parla nei classici è l’eterno Adamo di cui tratta anche
la tradizione ebraico-cristiana (riletta in chiave gnostica).
La scoperta dell’America e i grandi viaggi di esplorazione
rafforzeranno in molti intellettuali (lo sentiremo con Tommaso
Moro) la convinzione di essere all’origine di una nuova
epoca. Va detto, però, che il medioevo viene assunto da
questi autori come bersaglio polemico, ridotto a caricatura
negativa, per meglio far risaltare le differenze e le novità.
Contro la tesi di Burckhardt si mosse il lavoro di Burdach,
teso a segnalare la linea di continuità tra il Rinascimento
umanistico e le istanze di renovatio presenti nel medioevo
maturo (s. Francesco, Gioacchino da Fiore, Ruggero Bacone.
Cola di Rienzo con il suo trinomio libertas, pax, rnovatio
è l’anello di congiunzione. Le tesi idealistiche (Spaventa,
Gentile) vedranno nel Rinascimento non solo la rivalutazione
della natura e dell’uomo, ma soprattutto l’avvio del soggettivismo
moderno. È difficile però non sottoscrivere il giudizio
di Garin che sostiene che “L’Umanesimo, proprio perché vuole
nuovamente connettere esigenza classica terrena e sete cristiana
del cielo, instaurando la pace fra carne e spirito, è alieno
dall’idea di un avvento imminente in terra del regno dello
Spirito”. Già in Scoto e in Occam convergono “l’accentuazione
del volere, del fare, della praticità del sapere, della
concretezza dell’individuo e dell’esperienza, della parola
come vox che indica una res contro l’astratto universale”
e “la fede e la carità … i valori originari della fede cristiana”
“Il richiamo alla humanits classica fu un modo di liberarsi
da una cultura vecchia” e considerata inadeguata alle nuove
esigenze, fu “espressione di un bisogno di tornare alla
vita”, alla schiettezza dei problemi esistenziali, etici
e politici fuori delle dispute di scuola. Ma non in funzione
antireligiosa; anzi la religione stessa deve tornare alle
origini, ricuperando il messaggio autentico di Cristo (e
di Francesco). Di ciò attesta anche la posizione di Erasmo
da Rotterdam. “Il concetto di classico corrisponde a quello
di natura tradotto in termini di cultura” (Guardini) Tratti
essenziali della concezione dell’uomo – tra tempo ed eterno
– nell’Umanesimo. Gli Umanisti si dedicano alla ricerca
e allo studio dei testi letterari degli autori antichi,
latini e greci, che vengono ricostruiti mediante il confronto
tra i diversi codici e analizzati in modo rigoroso. Rinasce
così, per la prima volta dopo l’età ellenistica , la filologia
ossia la disciplina che si occupa della ricostruzione, riproduzione
ed interpretazione di testi e documenti. Il latino classico
di Cicerone è elevato a modello di stile in contrapposizione
al latino “barbaro” degli autori medievali. Viene recuperata
la conoscenza del greco antico, favorita anche dall’esodo
in Italia dei dotti bizantini all’indomani della caduta
di Costantinopoli. Il ritorno alla antichità greca e latina
non è una semplice operazione erudita, ma ha un più ampio
significato filosofico: il mondo classico è visto infatti
come un modello insuperato di civiltà e di umanità e riproposto
in antitesi polemica rispetto a una serie di aspetti della
cultura medievale considerati negativamente. Ritornare ai
classici equivale quindi a riscoprire le radici più autentiche
dell’umanità, a recuperare virtù e valori dimenticati nella
prospettiva di un profondo rinnovamento spirituale. Lo stesso
metodo filologico degli Umanisti ha importanti conseguenze
filosofiche. Proprio perché animato dal proposito di comprendere
il mondo classico nei suoi tratti specifici e originali,
esso produce alla fin fine il risultato di metterlo a distanza,
di collocarlo storicamente come diverso ed altro rispetto
al presente. La filologia umanistica contribuisce così alla
maturazione di un nuovo senso della storia basato sulla
scoperta della prospettiva temporale, che può essere avvicinata
alla scoperta della prospettiva spaziale operata nello stesso
periodo dalla pittura. Il tema del ritorno ai principi caratterizza
tutta la cultura del Rinascimento. Inteso dagli Umanisti
come “ritorno agli antichi”, sarà via via interpretato in
vari modi: ritorno al divino Platone, ad Epicuro, al “vero”
Aristotele, ritorno alla “natura”, ritorno al Vangelo e
al Cristianesimo delle origini, ecc. Il ritorno ai principi
è il mezzo essenziale per un radicale rinnovamento, per
una rinascita. Pur essendo divenuto di uso comune nella
storiografia solo dal secolo scorso, il termine “Rinascimento”
corrisponde quindi a un modo di sentire diffuso tra gli
uomini del tempo, che usano di frequente espressioni come
“rinnovare” e “far rinascere”, contrapponendo la loro età,
della luce e della rigenerazione, a quella medievale germanica,
considerata tenebrosa e barbarica. L’originalità del Rinascimento,
in cui vengono a maturazione i motivi già presenti nell’Umanesimo,
si manifesta chiaramente in una nuova concezione dell’uomo
e in un nuovo modo di considerare la natura. La nuova visione
dell’uomo L’esaltazione del valore e della centralità dell’uomo
nel mondo è un tema ricorrente nella letteratura umanistico-rinascimentale:
tra tutti gli esseri animati l’uomo soltanto è libero artefice
di se stesso e del proprio destino e in ciò consiste la
sua dignità e la sua eccellenza. L’antropocentrismo, che
è un aspetto essenziale del Cristianesimo, assume nel Rinascimento
un particolare, suggestivo sviluppo. Esso non ha un significato
antireligioso, poiché l’uomo è sempre inteso come immagine
di Dio: “dopo aver creato gli uomini, Dio li benedisse e
li fece padroni di tutte le cose create e sovrani e signori
assoluti di tutta la terra”, afferma, ad esempio, l’umanista
fiorentino Giannozzo Manetti (Sulla dignità ed eccellenza
dell’uomo, 1452). Rispetto alla visione prevalente nel Medioevo
sussiste tuttavia una notevole differenza. Nella considerazione
del rapporto tra Dio e l’uomo, gli scrittori umanistico-rinascimentali
spostano decisamente l’attenzione e la riflessione sul secondo
dei due termini, l’uomo: invece di determinarne l’essenza
a partire da Dio, essi si propongono di analizzare l’uomo
nella sua realtà effettiva, descrivendone le caratteristiche
specifiche, a cominciare da quelle corporee, le capacità
e i poteri, nel loro autonomo significato e valore. L’ascetismo
e il “disprezzo del mondo”, presenti nella cultura medievale,
sono così criticati e respinti; vengono rivalutati gli aspetti
positivi della bellezza corporea e del piacere, la vita
attiva nei confronti della contemplativa, i temi morali
e politici nei confronti di quelli teologici e metafisici,
e viene presa in considerazione anche la sfera dell’utile,
dell’attività economica e del denaro. La celebrazione rinascimentale
delle possibilità umane si accompagna a una lucida consapevolezza
dei loro limiti e risvolti negativi. Si tratta, da una parte,
di limiti esterni all’uomo, come le forze della natura e
le vicende storiche, casuali e incontrollabili, designate
per lo più col termine generico di Fortuna; dall’altra,
di limiti interni connessi proprio a ciò che fa dell’uomo
un “grande miracolo” tra tutti gli esseri, la sua libertà.
L’antropocentrismo rinascimentale comporta, come si è detto,
un interesse anche per l’uomo in quanto essere naturale
e si accompagna, infatti, ad nuovo modo di considerare la
natura. Tra uomo e natura sussiste una corrispondenza profonda,
fondata su una essenziale identità di struttura: l’uomo
è il “microcosmo” (mikrós, piccolo + kósmos, mondo) che
riflette e riassume in sé il “macrocosmo” (makrós, grande),
l’Universo. Ciò significa, di contro alla netta separazione
aristotelica tra mondo celeste e mondo sublunare, che tutti
gli elementi costituitivi dell’Universo si ritrovano nell’uomo.
Come l’uomo, l’Universo è animato, è una sorta di grande
organismo: tutti gli esseri sono dotati di vita, naturalmente
con diversi gradi di intensità, e fanno parte di un complesso
sistema di affinità, corrispondenze e relazioni reciproche;
la forza cosmica decisiva è la simpatia universale (syn,
insieme + pathéin, avere emozioni). Muta, inoltre, il modo
di concepire la conoscenza della natura: si conosce la natura
non solo per contemplarne l’ordine e le leggi che la governano,
ma soprattutto per agire su di essa, per trasformarla a
vantaggio dell’uomo. Ciò che gli uomini del Rinascimento
chiamano magia naturale (distinguendola dalla “stregoneria”
che evoca forze demoniache per fini malvagi) è un nuovo
sapere operativo che mira a penetrare nei segreti della
natura al fine di modificarla: operazioni “magiche” sono
i tentativi di mescolare e trasformare le sostanze nei laboratori
degli alchimisti e le varie invenzioni, come la polvere
da sparo e il cannocchiale. La magia del Rinascimento fornisce
così un importante contribuito alla formazione della moderna
mentalità scientifica e tecnica. Il platonismo. Nel corso
del Quattrocento si assiste ad una riscoperta del platonismo:
Leonardo Bruni e Marsilio Ficino traducono i dialoghi di
Platone e la filosofia platonica viene contrapposta polemicamente
a quella di Aristotele ossia alla tradizione aristotelica
della Scolastica. Si scatena addirittura una disputa sulla
superiorità di Platone o di Aristotele, aperta dal dotto
bizantino Giorgio Gemisto Pletone che, in un opuscolo scritto
nel 1440 a Firenze, dove si trova per partecipare al concilio
ecumenico sull’unificazione tra la chiesa greca e quella
latina, attacca Aristotele, esaltando Platone. La preferenza
degli Umanisti italiani va, in genere, a Platone (che già
Petrarca aveva celebrato come “il principe di ogni filosofia”),
anche se non mancano i difensori di Aristotele ed i sostenitori
di un accordo di fondo tra i due pensatori. Il platonismo
umanistico-rinascimentale, pur presentandosi come un “ritorno
a Platone”, si differenzia profondamente dalla filosofia
platonica sotto tre aspetti. Platone viene letto e interpretato
a partire dalla tradizione neoplatonica posteriore, per
cui sarebbe più corretto parlare di rinascita non già del
pensiero di Platone, ma del Neoplatonismo. La filosofia
platonica-neoplatonica è considerata la più affine alla
religione cristiana e viene rielaborata in questa prospettiva.
Il pensiero platonico è inteso come un momento di una “rivelazione
filosofica” che è continuata e si è approfondita successivamente
nel Cristianesimo, ed è inserito all’interno della antichissima
e leggendaria tradizione “ermetica”, di cui lo stesso Platone
è considerato un rappresentante. I testi ermetici, le filosofie
antiche, il Platonismo, il Cristianesimo sono così compresi
come forme diverse di una fondamentale sapienza rivelata
in cui si è manifestata e continua a manifestarsi la ragione
divina. Bernardino da Siena, il “santo dell’Umanesimo” (Saitta)
San Bernardino (1380-1444), che pure accentua le discordanze
tra i filosofi classici per svalutarne l’opera a favore
della maggiore fecondità conoscitiva e pratica della fede
nella Rivelazione. Ma, se il filosofare significa farsi
più pensosi dei problemi e più coscienti delle esigenze
umane dei valori che nessuna vicenda umana può travolgere,
Bernardino offre spunti originali e parole autentiche: la
sua posizione cerca di fondere francescanesimo e rinascimento
e continua ad indicare non solo i nessi possibili, ma i
legami profondi, al di là delle contrapposizioni polemiche,
nel richiamo al valore dell’uomo compreso nella sua integralità
e della natura autenticamente riconsacrata quale orma di
Dio. Le dipendenze da Duns Scoto sono evidenti nella considerazione
della gerarchia degli esseri: Dio, l’essere stesso, l’essere
“solo”, quell’essere che hanno anche le pietre. “In ogni
granello di rena del mare è Dio”. Il secondo grado è l’essere
che vive (erbe, piante fiori): il terzo è l’essere che vive
e sente (gli animali). Il quarto è l’essere che vive, sente
e ragiona, e questo è l’uomo. “anima nobile e molto più
bella del sole e della luna”. La dignità dell’uomo è tutta
nella consapevolezza di portare impresso – al più alto grado
il sigillo divino. Per lui tutte le cose sono state fatte,
ma l’uomo è fatto per Dio: “Omnia fecit Deus propter hominem,
et hominem propter se”. Il peccato viene a configurarsi
solo come parzialità, egoismo, separazione e chiusura. “Accettare
Dio e dare al prossimo”. Dio non dà a nessuno grazie che
non debbano essere comunicate al prossimo, agli altri; nessuno
può – senza peccare – farne tesoro geloso. Rompere la comunione
tra Dio e uomini è il peccato. L’uomo è individualità vivente,
ecceità concreta di anima e corpo, spirito e carne. “L’anima
e il corpo sono intrinsificati insieme”. L’anima è signora
del corpo, ma non opposta ad esso. È libera di consentire
o di rifiutarsi alle suggestioni corporee e in questa libertà
consiste la sua eccellenza. Ma l’eccellenza dell’anima contrasta
con la precarietà del corpo, la sua “miseria”. “Homo este
mens incarnata, laboriosa anima, parvi temporis abitaculum,
phantasma temporis, spaeculator viae, lucis desertor, vitae
consumptio, aeternus motus, transiens viator, loci hospes,
mancipium mortis”. La sua nobiltà, perciò, risiede nell’essere
libero di scegliere per il cielo o per gli inferi: nobiltà
non è natura, ma moralità, conquista faticosa, lavoro. Niccolò
da Cusa: Cristo, il Dio-uomo e la coincidentia oppositorum,
(1400-1464) “Ciò che precede ogni alterità nessuno dubita
che sia eterno; alterità è infatti la stessa cosa che mutabilità,
ma tutto ciò che per natura è anteriore alla mutabilità
è immutabile, e perciò eterno. Ma l’alterità consta dell’uno
e dell’altro, e perciò l’alterità, in quanto numero, è posteriore
all’unità. L’unità è perciò per natura prima dell’alterità,
e poiché anche per natura precede l’alterità, l’unità è
eterna. [...] L’alterità pertanto e l’ineguaglianza andranno
per natura insieme, poiché in modo particolare il due è
la prima alterità e la prima ineguaglianza, ma abbiamo provato
che l’uguaglianza precede per natura l’ineguaglianza, e
perciò anche l’alterità; l’uguaglianza sarò perciò eterna.
[...] Se quindi l’unità è causa di nesso, e il due al contrario
causa di divisione, allora, siccome per natura l’unità è
prima del due, cosí anche il nesso sarà per natura prima
della divisione. Ma la divisione e l’alterità vanno insieme
per natura, perciò anche il nesso, come l’unità, è eterno,
essendo prima dell’alterità.” “Ma ciò trascende ogni possibilità
del nostro intelletto che non sa mettere insieme nel proprio
principio i contraddittori in modo razionale, poiché noi
ci muoviamo attraverso quelle realtà che ci vengono mostrate
dalla stessa natura, e questa, cadendo lontano da quella
infinita incapacità, non sa congiungere insieme gli stessi
contraddittori, come quelli che sono separati da una distanza
infinita. Al di sopra di ogni discorso razionale pertanto
noi vediamo incomprensibilmente che la massimità assoluta
è infinita, e che ad essa non si oppone nulla, e che con
essa coincide il minimo.” Secondo Cusano l’universo è infinito
privativo, contrazione di Dio (il “massimo contratto”, ma
non può essere considerato panteisticamente come immediata
manifestazione di Dio. L’infinità dell’universo è appunto
privativa, non equivale all’infinità di Dio che lo implica
e lo trascende. Nell’universo – in quanto contratto – gli
enti finiti si oppongono senza risolversi definitivamente.
A suo modo, in quanto contratto, l’universo è in qualche
modo “finito”. Solo in Dio, autentico massimo assoluto,
infinità positiva, gli enti non si oppongono, ma coincidono.
Dio è la autentica coincidentia oppositorum. Tra Dio e l’universo
si pone la necessità di un Mediatore, e il mediatore è Cristo,
unione ineffabile (di qui il dogma) dell’unico esemplare
assoluto (Dio) e dell’immagine (finita, umana). In Cristo
l’umanità è contratta in modo assoluto e massimo (Cristo
è vero uomo), e in tale contrazione assoluta si unifica
al massimo assoluto che è Dio (Cristo è vero Dio). Come
il Verbo divino, la Mente divina crea gli enti traendoli
dagli archetipi che egli contiene in sé, la mente umana
creerà la scienza quantitativa dell’universo (mediante la
quale implica in se stesso l’universo). L’uomo in quanto
mente è perciò “microcosmo”. Ma l’uomo (finito) può elevarsi
a Dio solo per il tramite del Mediatore, di Cristo. Il processo
di deificazione, costitutivo dell’uomo, in cui si risolvono
tutte le sue attività , teoretiche e pratiche, e in cui
si manifesta la sua signoria sul creato, è la via del Cristo.
L’uomo è microcosmo non solo perché conosce, ma perché come
“Dio secondo”, tramite Cristo, costruisce e ricostruisce
(pensando e operando) il grande cosmo. Il processo di deificazione
avviene eminentemente nell’interiorità, nell’intimità dell’uomo,
in quanto il processo di deificazione è reso possibile dalla
visione o intuizione diretta di Dio di cui l’anima è capace,
sempre grazie alla mediazione di Cristo. Mediante questa
visione l’uomo si fa figlio di Dio, in quanto si identifica
in Cristo. La deificazione è perciò un processo di perfezionamento
interiore che si completa di nuovo solo nel Cristo. Nessun
altro uomo riesce a raggiungere la coincidenza tra finito
e infinito, tra tempo ed eterno. Il processo di deificazione
è il processo di progressivo commiato dalla finitezza e
dalla temporalità. Grazie a Cristo e alla sua Rivelazione,
l’uomo si riscatta e riscatta il mondo. La redenzione non
è redenzione dal mondo, bensì redenzione del mondo. Dio
ha creato tutti gli esseri come valori: la mente umana non
crea i valori, ma è quel valore che commisura tutti i valori.
Senza la mente umana come unità di misura dei valori, tutti
gli esseri umani come valori non sarebbero tali. Ma l’uomo
è solo una “misura adeguata”, un “compasso vivente”, non
la misura assoluta: più che misurare l’in sé delle cose,
l’unità di misura che è la mente, misura propriamente se
stessa e la propria forza. Marsilio Ficino, la copula mundi
Per Ficino filosofare – come si è detto - significa ascesa
verso le cose più alte, alla sorgente stessa della luce
che illumina ogni uomo dall’interno della propria anima,
aprire l’anima alla voce di Dio, alla rivelazione divina.
La conoscenza è il bacio che corona l’amore, quel bacio,
come dirà Pico, in cui la vita giunta al suo culmine raggiunge
quell’unità dell’essere che è la morte dell’esistente; in
quanto. L’amore è la forza che muove a conoscere. A Dio
non si giunge per gradi e per virtù propria (“non scientia
et esercitazione ingenii opus est”), ma solo in quanto Dio
stesso si fa luce nell’anima. L’amorosa tensione della filosofia
ha il compito di sgomberare l’anima, di ritrarla dal mondo
e di disporla “ad attendere lo sposo”. Conoscere è “patire
la verità”. Filosofia e religione sono pertanto intimamente
unite. Questa unità costituisce l’aspetto essenziale di
una tradizione alla cui origine si trovano gli “antichi
teologi”, come Ermete e Orfeo, che, illuminati dal Verbo
divino, hanno colto e comunicato quelle verità fondamentali
che sono state poi sviluppate da filosofi come Pitagora
e Platone e rivelate in modo completo con l’avvento di Cristo.
La filosofia deve quindi tornare ad essere filosofia religiosa
(pia philosophia) e la religione diventare religione filosofica
(docta religio), in modo da sintetizzare il messaggio evangelico
e la filosofia platonica. Ficino riprende e rielabora in
senso cristiano l’impostazione neoplatonica. La realtà si
dispone in cinque gradi, dal più perfetto al meno perfetto:
Dio, angelo, anima, qualità, materia. Dio non è però l’Uno
impersonale del Neoplatonismo greco, ma persona autocosciente
che crea con un atto di volontà, per cui la derivazione
delle cose da Dio non è vista come un processo necessario
di depotenziamento progressivo. I primi due gradi (Dio e
angelo) corrispondono alla sfera dell’intelligibile, gli
ultimi due (qualità e materia) a quella del sensibile. La
congiunzione tra intelligibile e sensibile è realizzata
dall’anima. Ci sono molte anime: un’anima del mondo, anime
delle piante e degli animali, ogni cosa ha un’anima in quanto
principio di movimento e di vita. La più importante è l’anima
razionale dell’uomo: essa è una “terza essenza […] tale
da cogliere le cose superiori senza trascurare quelle inferiori
e così le une e le altre in essa vengono a collegarsi. […]
Comunicando con entrambe, le desidera entrambe. Perciò,
come per un istinto di natura, sale in alto e scende in
basso”. L’anima dell’uomo realizza in modo esemplare la
connessione tra l’intelligibile e il sensibile, tra il divino
e il mortale, ed è quindi il “vero nodo del mondo” (vera
mundi copula) e “il più grande miracolo” di tutta la natura.
Ficino intende riaffermare la realtà sostanziale dell’anima
umana, ma la pensa ancora come separata dal corpo soggetto
alla dissoluzione e alla morte, come un grado a sé dell’essere,
connesso con l’inferiore, ma non da esso dipendente. L’anima
si incarna in un corpo, animandolo e governandolo, ma distinguendosene.
La grandezza dell’uomo è, allora, la grandezza dell’anima
che, come mente, si adegua all’infinito che conosce, trascende
il mondo. L’anima è libera e autonoma: non da Dio, ma dalle
cose. Nell’anima si compie il ritorno di tutte le cose alle
idee e di qui a Dio. Suggello dell’anima è la bellezza:
la bellezza delle cose è un trasparire della loro vita interiore,
che è la luce divina. Collegata alla dottrina dell’anima
è la teoria dell’amore, in cui Ficino cerca di sintetizzare
la nozione platonica di eros con quella cristiana di caritas.
Dio non è solo oggetto di amore, come nel platonismo greco,
ma anche soggetto che vuole ed ama le cose e l’uomo. Ficino
usa a tal proposito la metafora del calore: “piuttosto riscaldando
che illustrando, [Dio] le cose fa e muove”. L’Amore ci spinge
a ricercare nella bellezza delle cose sensibili le idee,
il raggio della divinità, e a risalire così gradatamente
alla nostra origine; alla fine esso “innalza l’uomo sopra
lo uomo, e in Dio lo converte”. Laetitia (gaudium) versus
voluptas “Si aggiunge che noi abbiamo definito la vita di
Dio come ricchissima e felicissima. Infatti è somma ricchezza
e sommo guadio solo chi è fonte di tutti i beni, di nulla
bisognoso. Dunque, se gli uomini cercano la somma ricchezza
e il sommo gaudio, cercano di diventare dèi. Un certo qual
nuovo possesso di qualche cosa o una qualche specie di piacere
basta all’uomo, e in qualche modo agli altri animali, ma
ben poco egli stima di aver conseguito in entrambi casi,
finché resta ancora qualche cosa, anche minima, da acquistare.
Per la qual cosa gli uomini prudenti, giudicando che in
realtà la ricchezza e il godimento di Dio consistono nei
soli tesori dell’intelligenza e dell’onestà, desiderando
solo tali cose, ma nel grado più alto. Gli uomini imprudenti
invece, opinando che la maestà divina si riversa anche nei
beni corporali, cercano anche tali beni corporali, e in
sommo grado...” La bellezza che salva il mondo: (sopra il
convivio di Platone) “E benché tu vegga varie dottrine,
di Sapienzia, Scienzia, e Prudenzia, non di meno stima che
in tutte è una luce di verità: per la quale similmente tutte
belle si chiamano. Ma questa una Verità, la quale in più
dottrine si truova, non può essere la verità somma... Bisogna
che sopra l’Anima nostra sia una Sapienzia, la quale non
sia sparsa per diverse dottrine, ma sia unita: e da la unica
verità sua, nasca la multeplice verità degli uomini. Ricordati,
o Socrate, che quella unica luce dell’unica Sapienzia, è
la Bellezza dell’Angelo: la quale tu dei sopra la Bellezza
dell’Anima onorare... Ma perché quella luce Angelica risplende
nell’ordine di piú Idee, che sono nell’Angelo, e pure bisogna
che fuora e sopra ogni moltitudine sia essa unità, la quale
è origine d’ogni numero, però è necessario che la detta
luce Angelica esca da quello uno principio dello Universo,
il quale essa Unità si chiama. La luce adunque di essa Unità
in tutto semplicissima, è l’infinita Bellezza... Adunque
la Luce è Pulcritudine di Dio... senza dubbio è Pulcritudine
infinita. La Pulcritudine infinita, infinito Amore richiede.
Per la qual cosa, io ti prego, Socrate mio, che tu ami le
creature con certo modo e termine: ma il Creatore ama con
amore infinito...” Pico della Mirandola, la dignità dell’uomo:
magnum miraculum est homo. Come scrive nel 1486 Pico della
Mirandola(1463-nel celebre Discorso sulla dignità dell’uomo,
Dio non ha dato all’uomo una natura determinata “contenuta
in leggi prescritte”, non lo ha fatto “né celeste né terreno,
né mortale né immortale”, in modo che da se stesso “quasi
libero e sovrano artefice” potesse plasmarsi e scolpirsi
nella forma prescelta. L’uomo pertanto è come un camaleonte,
il suo perfezionamento non è garantito: può “degenerare
nelle cose inferiori che sono i bruti”, così come può, se
lo vuole, “rigenerar[si] nelle cose superiori che sono divine”.
“Grande miracolo ed a buon diritto animale veramente meraviglioso
l’uomo è detto e considerato. [...] Ecco: già il sommo Padre
ed Architetto Dio aveva fabbricato questa casa mondana,
che noi vediamo, della divinità, questo tempio augustissimo
con leggi di arcana sapienza. Aveva ornato la regione sopracceleste
di intelligenze, aveva animato di anime eterne i globi eterei,
aveva popolato di una moltitudine di animali di ogni specie
le parti piene di escrementi e di rifiuti del mondo inferiore.
Ma, compiuto il lavoro, l’artefice desiderava che vi fosse
qualcuno capace d’intendere la ragione di cosí grande opera,
di amarne la bellezza, di ammirarne la grandezza. Per questo,
dopo aver già fatto tutte le altre cose (come Mosè e Timeo
attestano), pensò da ultimo di creare l’uomo. Ma fra gli
archetipi non vi era di che formare una nuova progenie;
non fra i tesori ciò che potesse essere lasciato in eredità
al nuovo figlio; non fra le sedi di tutto il mondo dove
potesse collocarsi cotesto contemplatore dell’universo.
Già tutto era pieno: tutto era stato già distribuito ai
sommi, ai medii, agl’infimi ordini. [...] Stabilí perciò
alla fine l’ottimo Autore che a colui al quale non poteva
esser dato nulla di proprio, fosse comune tutto ciò che
era stato dato ai singoli in particolare. Prese dunque l’uomo,
opera dalla figura indistinta, e postolo nel mezzo del mondo,
cosí gli parlò: «O Adamo, noi non ti abbiamo dato né una
sede determinata, né un aspetto proprio, né alcun dono particolare,
affinché tu possa avere e possedere quella sede, quell’aspetto,
quei doni che tu abbia coscientemente bramati, secondo il
tuo desiderio e secondo il tuo sentimento. La natura degli
altri viventi già definita è costretta entro leggi da noi
prescritte: tu, non limitato da alcuna costrizione, potrai
secondo il tuo arbitrio, al cui potere io ti affidai, definire
la tua natura [...] Noi non ti abbiamo fatto né celeste
né terreno, né mortale né immortale, affinché tu, quasi
arbitrario ed onorario plasmatore e fondatore di te stesso,
possa collocarti in quella forma che tu avrai preferita.
Potrai degenerare verso i gradi inferiori che sono bruti;
potrai rigenerarti nei gradi superiori che sono divini,
secondo la decisione del tuo animo [...]” Pico prende nettamente
posizione contro la tendenza, caratteristica di alcuni ambienti
umanistici, a condannare i filosofi medievali come “barbari”
e “incolti”. In una lettera del 1485 all’umanista Ermolao
Barbaro egli afferma con vigore la superiorità della filosofia
sulla letteratura: “non è uomo chi non è filosofo” e la
verità non si esprime solo nell’elegante latino di Cicerone,
ma in qualsiasi lingua. Ben più importanti delle indagini
grammaticali sono le ricerche filosofiche “sui principi
delle cose umane e divine”. Duns Scoto, ad esempio, che
scrive “in modo disadorno, rozzo, con termini non latini”,
è sul piano letterario senz’altro inferiore a un poeta-filosofo
come Lucrezio, ma “è fuor di dubbio che è tanto miglior
filosofo Scoto quanto più elegante poeta Lucrezio”. Nel
1486 Pico scrive novecento tesi filosofiche, ispirate alla
filosofia greca, medievale e alla Cabbala, che nella sua
intenzione dovevano costituire la base di una grande discussione
fra dotti da tenersi a Roma per realizzare la concordia
dei filosofi. È questo un tema fondamentale del pensiero
di Pico: nelle diverse dottrine filosofiche e religiose
è possibile rinvenire una fondamentale unità. Esiste quindi
una sapienza universale - in cui convergono e si sintetizzano
Platone e Aristotele, filosofia e religione, magia e Cabbala
-, che costituisce la base per la “pace filosofica” e la
“concordia” religiosa. La premessa alle novecento tesi è
costituita dal famoso Discorso sulla dignità dell’uomo,
che abbiamo già menzionato. A differenza di tutti gli altri
enti, che nella struttura dell’essere hanno un posto preciso,
determinato immutabilmente dalla loro natura, l’uomo è l’unico
ente indeterminato e quindi senza una collocazione ontologica
stabile, l’unico la cui natura è di non avere alcuna natura.
Poiché siamo nati “nella condizione di essere ciò che vogliamo”,
è nostro dovere utilizzare al meglio “la libera scelta che
[Dio] ci concesse” e “non contentarci delle cose mediocri,
ma […] anelare alle più alte e […] sforzarci con ogni vigore
di raggiungerle, dal momento che se vogliamo lo possiamo”.
L’uomo è il culmine del mondo spirituale, in quanto libero,
l’uomo è superiore all’angelo. L’uomo è libero di salire
a Dio, di farsi schiavo delle cose. L’uomo è la sintesi
di tutti i nomi santi (le sefirot della cabala); l’uomo
racchiude tutti i mondi, abbraccia tutti i misteri … I mondi
non potevano sussistere perché l’uomo ancora non era … quando
la figura dell’uomo fu formata, l’esistenza fu assicurata
a tutti gli esseri”. Dio non crea la specie umana, ma offre
la libertà ad ogni singolo uomo. L’uomo è libero di scegliersi,
non ha natura definita. In questo senso,l’uomo non è solo
figlio di Dio, ma anche “figlio di sé”. Tutto si gioca nel
rapporto tra Dio e l’uomo. L’uomo (Adamo) può anche ribellarsi
a Dio. Nell’uomo il mondo intero cade e risorge. Per questo
Dio si è fatto uomo. La vita dell’uomo storico si svolge
tra due annientamenti: la ribellione di Adamo mentre fa
uomo l’uomo lo perde; l’unione che lo riconduce a Dio, lo
annulla. La vita è questo dolore e questa gioia. Il fine
è anche la fine. Il bacio che suggella la vita (immagine
ripresa da Ficino) è il bacio che la termina. La visione
dell’universale animazione del cosmo porta Pico, analogamente
a Ficino, a considerare la magia come la parte pratica della
scienza naturale. La magia, che va ben distinta dall’evocazione
di forze diaboliche ossia dalla stregoneria, presuppone
la “perfetta conoscenza di tutte le cose naturali” e mira
ad agire su di esse per modificarne i processi: “operare
magicamente altro non è che sposare fra loro gli elementi
del mondo”. “L’anima dell’uomo parla all’anima delle cose
e si fa intendere”. Magia è opera di natura e ragione e
non miracolo. Diversamente dalla maggioranza dei suoi contemporanei
e dallo stesso Ficino, che aveva mantenuto al riguardo un
atteggiamento ambiguo, Pico critica invece duramente l’astrologia
fondata sulla credenza che sia il corso degli astri a determinare
le vicende della vita umana. Essa “corrompe tutta la filosofia,
adultera la medicina, indebolisce la religione, genera superstizione”,
soprattutto distrugge la libertà e la dignità dell’uomo,
poiché lo ritiene schiavo del fato e soggetto alle cose
corporee. Ciò che ha un valore superiore, la ragione, l’anima
razionale, non può essere sottoposto a ciò che è inferiore,
la materia. L’astrologia è falsa, inoltre, perché cieli
e stelle non sono cause dirette degli accadimenti del nostro
mondo; essi danno luce e calore alla Terra, ma non possono
spiegare gli eventi umani che appartengono a un ordine del
tutto diverso. Naturalmente questo tipo di astrologia, che
è detta giudiziaria, non ha nulla a che fare con l’astrologia
matematica ossia con l’astronomia, che “è vera scienza,
perché cerca di cognoscere li effecti per le vere cause”.
Ancora il cardinal Cusano: la concordantia cattolica e la
pace della fede Se Cristo è il massimo assoluto e il massimo
concreto (contratto), in lui concordano tutti gli opposti.
L’uomo che segue Cristo deve preoccuparsi di condurre il
cosmo al proprio fine e di realizzare la pace armoniosa
dei figli di Dio, dei quali nessuno può essere escluso.
Dio, il massimo assoluto è l’armonia infinita, nascosta
nel cuore dei conflitti. Chi lo vede, lo intuisce, non può
non guardare oltre i conflitti del mondo e percepirne l’armonia
nascosta. Suo compito è di realizzare e manifestare apertamente
quell’armonia che è Dio. Questa verità profonda, insegnata
da Cristo, è ben oltre la formulazione religiosa che le
chiese ne danno, è ben oltre i diversi riti e le diverse
liturgie in cui viene celebrata. Gli uomini non riescono
a formulare adeguatamente la verità che credono – di qui
le differenziazioni e le confusioni. Di qui la necessità
dei profeti. Ma Dio è unico e unica la vera religione: la
ragionevolezza della fede si imporrà: “cesserà la guerra,
il livore dell’odio e ogni male e tutti conosceranno che
non vi è che una sola religione, pur nella diversità dei
riti” (De pace fidei 1). Unico è Dio, Unico è il culto autentico.
Questo non implica la soppressione delle diversità dei riti,
legate come esse sono alla traduzione tangibile, temporale
e finita, dell’assoluto e infinito. I riti evolvono, si
modificano nel tempo: ciò che resta immutabile è ciò che
essi intendono. Ammaestrati da Cristo, unico mediatore,
si deve “Rafforzare la pace nella fede e nella legge dell’amore,
tollerando vicendevolmente i diversi riti”. Queste le parole
che Cusano fa dire all’apostolo Paolo nel cap XVI del de
pace fidei. Lasciamo operare la potenza del Verbo divino
nel sacramento dell’Eucarestia, la condivisione fraterna
del pane e del vino e “si lascino ai popoli le loro devozioni
e i loro cerimoniali … Forse lasciando una certa diversità,
crescerà anche la devozione”. (cap. XIX).
Anno
II n.3, maggio/giugno 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004