L'ACQUA,
LA PIETRA,
LA REGOLA
B. Schettino/ L. Spina, L’acqua, la pietra,
la regola,
a cura di F. Barra, Edizioni Gente di Fotografia, Palermo,
2003
Apparso
nel 2003 questo testo rappresenta un incontro “silenzioso”
con Dio da parte degli autori attraverso un duplice
presentarsi della parola-testimone all’interno del medesimo
Linguaggio che è custode della Verità: la poesia e la
fotografia.
Mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua, in questo
testo, curato da Don Fernando Barra, responsabile
dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di
Teggiano-Policastro e che vede le bellissime prefazioni di
Mons. Francesco Marchiano e Mons. Angelo Spinillo,
rispettivamente Presidente della Pontificia Commissione per
i Beni Culturali della Chiesa e Vescovo della Diocesi di
Teggiano-Policastro, si affida alla poesia che come già
scriveva il defunto Papa Giovanni Paolo II è una “grande
signora alla quale bisogna pienamente dedicarsi” perché è
uno dei mezzi con cui “lottare”: e la poesia in questo senso
segnala la svolta della storia, poiché essa è immediatezza,
semplicità, purezza ed inoltre se vera poesia è preghiera. E
questo testo è preghiera in cui si esprime tutta la “forza”
della poesia come “preghiera” che è al contempo “pensiero” e
dunque “vita singolare che pensa”! Sarebbe perciò
appropriato dire che il testo L’acqua, la pietra, la regola
è la testimonianza di un “pensiero poetante” che è in quanto
tale il messaggero di un Fondamento, di un Nulla, della
Verità che si colloca fuori di ogni possibilità di essere
afferrata con la ragione calcolante ma pure in ogni pensiero
si invia come ineliminabile.
Dunque la poesia è dono di Dio all’uomo con il quale questi
può cantarlo, Lui che invece ama comunicarsi all’uomo con
voce di silenzio sottile e che pertanto è difficile cogliere
pur se così prossimo: come è splendido il suo silenzio! Pur
tuttavia attraverso la poesia di Mons. B. Schettino, il
silenzio di Dio e su Dio in particolare si lascia incrinare
dal richiamo di un elemento segreto che è quello della vita,
della natura, dei “luoghi” di ascolto e dell’“abbandono” che
in quanto tali sono “rammemoranti” e in essi veramente si
riconosce la vittoria della possibilità aperta sul nulla e
il silenzio. Infatti il titolo del libro l’acqua, la pietra
e la regola che illustra anche le tre sezioni in cui il
testo è suddiviso fa riferimento a tre “luoghi” tanto cari
all’autore quanto “cantati” e “vissuti” durante la sua
attività di pastore della Diocesi di Teggiano-Policastro: il
Battistero Paleocristiano di Marcellanium situato nel comune
di Sala Consilina e l’Eremo di San Michele alle Grottelle e
la Certosa di San Lorenzo collocati a Padula. Luoghi che ci
vengono restituiti attraverso le splendide fotografie in
bianco e nero di Luigi Spina che danno serenità e silenzio
simili forse a quelle comunicateci da Piero della Francesca
nei suoi dipinti: la Fotografia di questo testo infatti
stupisce, quasi davvero che essa abbia a che fare, come
scrive R. Barthes, con la risurrezione: “forse non si può
dire di lei quello che dicevano i Bizantini dell’immagine di
Cristo, e cioè che non era fatta da mano d’uomo ma che era
acheiropoietos?”. Essa pertanto non dice ciò che non è più,
ma soltanto e sicuramente ciò che è stato: in questo senso
esse appaiono come una vera emanazione del reale passato:
una magia nel senso greco del termine. Guardando queste foto
perciò viene davvero un senso di pace e vi si indugia sopra
per questo: qui tutto sembra fluire in modo libero e
diretto, le si scompone, le si ingrandisce, e per così dire
ci si “rallenta” per avere finalmente il tempo di sapère.
Ecco il senso di questi luoghi: ci riconsegnano un tempo
sapido attraverso dei “templi” di Dio “ricolmi di verità”:
luoghi di preghiera e di “Chiesa diletta” che anche se
adesso due di essi sono solo ruderi ci destano in quanto
vere “porte regali” di fronte a cui e all’interno di cui in
tempi passati le persone hanno pianto, hanno cantato, hanno
“lottato”, hanno pregato e hanno scoperto il senso della
loro storia! E quasi a sancire la “perpetuità testimoniale”
dell’eterno rimangono le acque dei ruderi del Battistero
Paleocristiano di Marcellanium, che danno il titolo alla I
sezione composta da tre “canti”, uno dei più antichi
battisteri dell’Occidente: si tratta di acque che derivano
da sorgenti sotterranee che permettevano il battesimo per
immersione ai neofiti del posto. Acque “libere” dunque che
in quanto di sorgente sono limpide e pure, perciò prive di
apparenze e di fantasie, e chiare senza le tenebre
dell’ignoranza e così desiderate che dopo esservi immersi
per ricevere il Battesimo danno lo slancio “per risalire
proteso verso la luce che illumina il sentiero di tutti i
pellegrini verso l’infinita novità di Dio”. Viene in mente
quello che è un vero gioiello di fede e poesia, il Salmo 42,
aperto da una cerva assetata, con la gola riarsa, che lancia
il suo lamento davanti al deserto arido, anelando alle
fresche acque di un ruscello e anche il mare dell’Infinito
di un Leopardi poeta “religioso” perché metafisico,
profondo, essenziale e perché innamorato della vita e nello
stesso tempo nichilista, ma di un nichilismo invivibile e
quindi portatore di una formidabile domanda di senso, di
significato, di bellezza! Il tutto “contemplato” anche con
la Fotografia: non è un caso che i filosofi e gli autori
mistici hanno mostrato un notevole diletto per i fenomeni
più conosciuti dell’ottica che così spesso hanno sfruttato-
talvolta nel modo più sottile- per rappresentare le
relazioni tra la coscienza e i suoi oggetti, o per
descrivere le illusioni o le illuminazioni dei nostri
spiriti: che cosa di più naturale che comparare ciò che noi
percepiamo tanto più chiaramente in quanto semplicemente
(ecco la mistica) alla fonte di luce che rivela l’infinita
molteplicità delle cose visibili, tutte unicamente formate
da miriadi di immagini del sole? La Luce che è illustrata,
cioè Luce illuminata, che viene a manifestarsi, e che emerge
in questi canti (“illustrati”) come illuminante “il sentiero
di tutti i pellegrini”.
Sentiero che si apre “nel cuore di aspre montagne”, in
“grotte scavate da fiumi antichi” e interrotto dalla
presenza di un eremo: l’Eremo di San Michele alle Grottelle,
che è il “luogo” della II sezione composta di due “canti”.
Più propriamente l’Eremo di San Michele è un santuario
“scavato nella roccia antica”, in una caverna, e delimitato
da un muro che chiude l’antro. Esso in epoca romana era
luogo di culto del dio Attis (signore delle acque
sotterranee e dei terremoti), più tardi con i Longobardi vi
si afferma il culto cristiano dell’Arcangelo Michele, e
successivamente i monaci basiliani vi introdussero il rito
bizantino. L’eremo è dunque collocato in una grotta
“elevata”, che ci dà l’immagine degli eccelsi e sublimi e
profondi misteri della sapienza di Dio che ci sono in Cristo
nell’unione ipostatica della natura umana con il Verbo
divino e nella corrispondenza tra tale unione e quella degli
uomini in Dio. La “caverna della rupe” infatti è Cristo,
come scrive San Giovanni della Croce, perciò davvero essa ci
rende visibile la profondità interiore della sapienza di
Dio: e come sono profonde le caverne, così ogni mistero
esistente in Cristo è profondissimo in sapienza. E là l’uomo
decide di addentrarsi in comunità, costituendovi un
Santuario, per “trasformarsi”: all’interno del Santuario di
fronte a un ciclo di pitture di gusto aragonese risalenti al
XIV secolo, e raffiguranti la dormizione di Maria e la sua
incoronazione, in particolare l’autore “pellegrino” trova la
pace. Maria che è Madre di Dio ma che è dolce e forte, mite
e autonoma, lei, la contemplante che ha in sé tutte le
migliori virtù: trepidazione, moderazione e prudenza e
inoltre obbedienza. Qui emerge tutta l’“altezza” più propria
di simili parole testimoniali che assumono la medesima
“rarità” dei luoghi cantati: Dio è l’Altissimo per San
Francesco e per San Giovanni della Croce così come per Mons.
Schettino è Altura per la sua somma altezza laddove è
collocato simile Eremo « perché in lui, come dall’altura, si
esplorano e si vedono tutte le cose, sia gli addiacci
superiori sia gli inferiori». Pertanto gli uomini dovrebbero
rispecchiarsi nella sua bellezza attraverso la “salita” al
monte, «che è esperienza mattutina ed essenziale di Dio, che
è conoscenza nel verbo di Dio» e la “salita” al colle, «cioè
alla esperienza vespertina di Dio, che è conoscenza di Dio
nelle sue creature e opere e costruzioni meravigliose; la
quale è simboleggiata dal colle, perché è una conoscenza
meno alta di quella mattutina». Qui, in questo luogo “raro”
e colmo di un silenzio sostanziale, che le foto ci
riconsegnano in maniera verosimile, il tempo è colto nei
suoi “attimi” belli, attraverso il kairos, in cui consistono
e durano le persone in forza della grazia loro data e che è
attimo presente che in sé con-implica ogni evento.
Incrociando il tempo, il Cristo, il Verbo eterno trae a sé
per grazia coloro che accettano e desiderano di essere
costituiti nella dignità dei redenti. La dimensione
kairotica perciò riguarda la persona singolare e ambientata:
perciò riconoscentesi bella perché scoprente un mondo bello:
“Sero te amavi pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero Te
amavi”, parole di S. Agostino che l’autore fa veramente sue!
Qui, in questo Eremo l’anima contempla: e la contemplazione
indica proprio la costruzione di un “templum”, di un
tracciato quadrato diviso da due rette orientate verso i
punti cardinali e intersecatesi al centro. Ecco perché alla
“via del silenzio”, alla Parola, a Cristo e allo Spirito,
«che passa come brezza primaverile che fa fiorire la vita e
schiude l’amore e come uragano solleva le energie
addormentate», si associa nel cristiano la comunione, la
vita, l’altro”, la storia, la testimonianza che è questo
“rifugio dell’anima”. E “rifugio” è anche per Mons.
Schettino la Certosa di San Lorenzo, santo a cui essa è
intitolata, fondata nel 1306: attraverso l’unica “preghiera”
della sezione la regola, la Certosa emerge nel tempo in cui
era ancora “abitata” dai monaci di San Bruno, fondatore
appunto dell’ordine certosino. Attraverso le foto si evince
una monumentalità solenne del chiostro grande, confermata
poi dalla visione reale da parte di chi scrive: 500 metri di
perimetro impreziosito da 84 archi in cui è posto il
cimitero dei monaci. Intorno al chiostro grande si
dispongono le celle con giardino, e bella e singolare è
l’emozione di immaginare le figure di bianco vestite dei
monaci percorrere un tempo gli ambulacri del chiostro con in
mano le lucerne, per andare a pregare in chiesa nel cuore
della notte. Tutto ciò ce lo riconsegna l’autore che ci dà
l’immagine più propria del monaco: il suo essere una persona
unificata con il mondo poiché egli entra nella cella e gode
della beata solitudo ma ne esce arricchito e soprattutto in
maniera “pia”, poiché “sa” riconoscere la presenza di Dio
nel mondo. Il monaco quindi vive il mondo fino in fondo
attraverso la preghiera che diventa “vita”, “labor” da
intendere alla stregua dei latini come la “fatica” della
vita anche procedendo nell’attività più propriamente di
sussistenza (coltivare la terra, preparare il vino). E i
monaci per Mons. Schettino sono i grandi cantori di Dio,
attraverso il “Salmo”, che è lode gioiosa e supplica
sofferta; quei Salmi di cui S. Girolamo nella sua Lettera 53
indirizzata all’amico Paolino scrive: «Davide è il nostro
Simonide, il nostro Pindaro, il nostro Alceo, il nostro
Orazio, il nostro Catullo. È la lira che canta il Cristo».
Salmi di cui Sant’Agostino nelle sue Enarrationes in Psalmos
esclamava semplicemente: «Psalterium meum, gaudium meum».
Infatti i loro effetti sull’ascoltatore sono assimilati a
quelli suggestivi del suono, del canto poiché la musica
della lira riempie l’animo di dolcezza e lo ricrea e imbeve
e sospende, rendendolo estraneo a ogni dispiacere a ogni
sofferenza». Del resto come scrive San Giovanni della Croce
«l’Amato è la musica silente, perché (l’anima) in lui
conosce e gusta questa armonia di musica spirituale».
Raffaele Vertucci
Anno III n.2, marzo/aprile 2005