CONVERSAZIONI
IN LIBRERIA
IL
CANTICO SPIRITUALE
DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE
di RAFFAELE
VERTUCCI
Nel corso dei giorni passati in cui mi preparavo a questo
appuntamento spesso pensavo: “Quali parti devo scegliere
all’interno del testo da illustrare ai presenti?” E mi
rispondevo che in questo testo tutto è importante, tutto è
bello, tutto è vero: tutto è vita! È come se nel parlare
della vita di ognuno di noi dovessimo scegliere dei momenti:
ma ogni momento non può essere preso da sé perché è figlio
di un momento prima e genitore di un momento successivo,
ogni momento cioè è testimonianza della nostra presenza qui
e ora!
Questo testo infatti è l’“immagine” di una vita: proprio
perché tale è difficile raccontarla tutta e il mio pertanto
sarà un invito a “scoprirla”. Dicevo è il dipinto di una
vita il Cantico spirituale di San Giovanni della Croce: che
è esperienza vissuta fino in fondo da parte non di un
privilegiato ma di una persona che ad un certo punto si è
riconosciuta tale, perché si è messa alla ricerca di un
senso! Esperienza che è per tutti e per nessuno: può essere
vivibile da ognuno di noi se solo iniziamo a “pensare”!
Non solo: ma il mio non essere esauriente, e qui San Juan mi
aiuta nel riferirvelo, è il fatto che questa sera, in questa
conversazione-meditazione, sono e siamo solo dei messaggeri,
dei testimoni di un argomento, l’“unum argomentum”, che non
può essere esauribile proprio perché tale. Premesso ciò
cercherò di guidarvi in questo brevissimo viaggio.
Vorrei comunque se me lo consentite iniziare questa
conversazione con un “pensiero” appunto tanto personale
quanto credo necessariamente da condividere con voi stasera
(un pensiero non comunicato, non dialogante rimane
incompleto): ebbene, è come se un sogno “interiore” si
realizzasse, io qui a leggere delle pagine straordinarie e
bellissime di un grande pensatore, nella misura in cui lo è
veramente chi pensa restando fedele a un discorso “sulla”
verità. Poiché il vero pensiero ha come problema in qualche
modo unico proprio il Cristo, che è Principio sia della
molteplicità degli essenti finiti sia del pensare vero: il
quale ultimo, ove prescindesse dal suo principio, dalla
verità, non sarebbe né vero né addirittura pensare, ma si
minimizzerebbe ad un vano ed inconsistente opinare1. In
questo “incipit” è forse già contenuto uno dei motivi che mi
spinge a parlarvi di un’opera di San Giovanni della Croce
che in quanto pensatore che pensa il vero è anche “mistico”
poiché egli tacita ciò che è inessenziale mettendosi in
ascolto del suo più profondo intimo (“del più interno”
scriverà nella Strofa XXVI della prima delle due canzoni che
formano il Cantico2), e di ciò che è più intimo del suo
intimo!
«Non ti trovavo, Signore, di fuori, perché sbagliavo a
cercarti di fuori, quando eri dentro» (Agostino, Soliloqui
XXXI): è questa uno dei fondamenti del pensiero di San Juan;
se si legge il infatti il Commento al primo verso del
Cantico (“Dove ti sei nascosto”), è scritto: «Per questo
sant’Agostino diceva a Dio nei Soliloqui: “Non ti trovavo,
Signore, di fuori, perché sbagliavo a cercarti di fuori,
quando eri dentro”. Dio sta dunque nascosto nell’anima, e là
lo deve cercare con amore il buon contemplativo, dicendo:
Dove ti sei nascosto?». E ancora nello stesso Commento:
«Allora, o anima bellissima fra tutte le creature[…] ormai
ti si dice che tu stessa sei l’alloggio in cui egli dimora,
la stanza riservata, e il nascondiglio dove si nasconde;[…]
ti converrà per trovarlo, dimenticare tutti i tuoi beni e,
allontanandoti da tutte le creature, nasconderti nella più
ritirata e intima stanza del tuo spirito, e chiudendo la
porta dietro di te, chiusa la tua volontà a ogni cosa,
“prega il Padre tuo nel segreto”»
San Juan dunque si spoglia di tutto ciò che è vano per
accrescersi, per riempirsi del Principio, per «vedere nella
sua luce la luce, per conoscere nella sua luce la luce»3,
per far ritorno dunque a sé stessi. Lo fa attraverso una
“meditazione” cantata, quasi urlata, espressa con un grande
“ardore”4 e che prende inizio da un’esperienza di vita
estremamente dolorosa: il carcere di Toledo (“il ventre
della balena” scriverà San Giovanni identificandosi con
Giona, il profeta involontario) vissuto per nove mesi (viene
arrestato il 2 dicembre 1576) e trasformatosi comunque da
“privatio” in una solitudine feconda5. Qui dunque compone le
Canzoni della sposa e le Canzoni tra l’anima e lo Sposo che
saranno queste ultime completate e commentate a Granada, in
Andalusia, tra il 1582 e il 1588, e che appariranno nella
prima redazione del Cantico Spirituale. Tuttavia il Cantico
probabilmente è stato riscritto, nella quiete
dell’isolamento del convento di La Pe?uela nel 1591 e la
prima pubblicazione avviene nel 1622 in Francia con il
titolo Cantique d’amour divin.
I mistici distinguevano la meditatio tanto dalla cogitatio
troppo umana che dalla contemplatio super-umana. Qui avevano
trovato la mèta interna nonché il presupposto di una sofia
che minimizza e inattualizza ogni filo-sofico riconoscerlo.
Pertanto questa meditazione di San Giovanni (che sfocerà in
una contemplazione) dà atto della sensatezza di chi sta. Lo
stare non esclude l’attività, ma la corona: direi, anzi che
non c’è vera attività che non sia statica: lo stare infatti
è l’autoaderire della persona non astratta, con viso e nome,
in un ambiente regionale che sa rivelarla richiesta e
preparata6. E la regione in questo caso sono più luoghi
(intesi proprio come “locutus est” della Parola): la
Castiglia, poi l’Andalusia (dove si sentiva a suo agio solo
nei conventi immersi nel paesaggio agreste) e di più direi
la Sierra Morena (la vastità di quel luogo arido e desolato
era un vero deserto che aiutava l’anima e il corpo)7. In un
brano della Notte oscura San Giovanni scrive: «L’attività
divina disfa la sostanza spirituale, in modo che l’anima si
sente consumare e struggere alla vista delle sua miserie,
provocando una crudele morte dello spirito. Le accade come
se, inghiottita da una bestia, si sentisse digerire nel
ventre tenebroso di essa»: tuttavia l’uomo così ferito
dall’amore del Principio, comincia a invocare il suo Amato.
E tutto ciò è il Cantico Spirituale, frutto di uno stare che
implica un “posizionarsi” attentamente (uno stare davanti) e
in “attesa”, un’attesa che è fondata su un pieno ascolto di
un cercato: ecco, il linguaggio della mistica si dà nel
momento di un attento ascoltare; l’ascolto è una qualità
femminile, e l’uomo capace di ascoltare è aperto al nuovo
che gli viene detto, si apre all’inatteso8. Non solo:
Heidegger parla dell’“Horchsamer”, di colui che ascolta e
obbedisce, che è attento, che non è distratto e in sé
dissociato, ma presso di sé. Si diceva che l’ascolto è una
qualità femminile, e San Giovanni ha una sensibilità tutta
al femminile anche perché vive con le donne: egli infatti è
vicario e confessore presso il convento di carmelitane
calzate della Encarnaciòn di Avila (dal 1572 al 1577) e ha
fitti contatti con il convento andaluso di Beas, e trova una
comunanza dalla parte del femminile in quanto vi intravede
un luogo di reiezione cui sentiva di essere legato essendo
in se stesso reietto dagli uomini, sentiti estranei alla sua
natura inabile a rapporti efficacemente competitivi. Ecco,
dunque, uno dei motivi per leggere i mistici oggi, per
recuperare una femminilità che ci consenta di predisporci
all’accoglienza dell’Altro, che ci consenta di recuperare
l’ascolto come senso attraverso cui tutti i sentimenti
passano (mossi come siamo dal vedere che invece è qualità
tipicamente maschile): l’orecchio infatti è attivo e ode
anche di notte, se non è ostruito da ortiche, dalle ortiche
della chiacchiera!
Del resto la tradizione di Israele affida al verbo shama’
(come viene reso in ebraico il verbo italiano “ascoltare”)
l’interiorità e la contemplazione che sono la sorgente della
spiritualità. E il Cantico di San Juan è in questo senso
“spirituale”: perché è una vera invocazione di risurrezione,
come nel libro del Profeta Ezechiele, al capitolo 37, che ce
la offre con immagini, simboli, visioni emozionanti, nel
quale una voce di fronte alla distesa di ossa calcificate lo
invita a invocare il passaggio dello Spirito creatore che
irrompe per ridare vita a quegli scheletri. Il profeta
allora proclama ai quattro venti, cioè alla totalità dello
spazio, l’irruzione dello Spirito divino (in ebraico vento e
spirito sono espressi da un unico vocabolo, “ruah”): le ossa
secche e prive di vitalità si ricompongono così da
costituire tante figure umane sulle quali si stendono i
nervi, la carne, la pelle. Qui è la scoperta dell’uomo nuovo
che si nasconde in ognuno di noi e che può riemergere se ci
pone in suo ascolto: “Ipsum audite” (Ascoltatelo)9 in cui
culmina il testo di Deuteronomio 18, 15: «Il Signore tuo Dio
susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un
profeta pari a me: a lui darete ascolto». E in questo senso
mi piace citare i passi di uno dei Libri sapienziali, che
sono tra le fonti principali di San Juan: «Ascolti il saggio
e aumenterà il sapere»10 e «Beato l’uomo che mi ascolta»11.
Dicevo in precedenza che San Giovanni della Croce scrive un
Cantico: parola che non tradurrei con “Canzone”, ma più
propriamente con “Salmo”, che è lode gioiosa e supplica
sofferta; quei Salmi di cui S. Girolamo nella sua Lettera 53
indirizzata all’amico Paolino scrive: «Davide è il nostro
Simonide, il nostro Pindaro, il nostro Alceo, il nostro
Orazio, il nostro Catullo. È la lira che canta il Cristo».
Ebbene si, qui San Giovanni, che «non l’ho mai visto leggere
un altro libro se non la Bibbia, che conosceva quasi tutta a
memoria»12, compone un libro con delle strofe commentate13,
da cantare evidentemente analogamente ai salmi appunto e
alle poesie anche profane dei monasteri del Carmelo, sui
Cantici di Salomone e vi si vede quanto sia pacifica la sua
anima in queste sofferenze e tribolazioni dettate dal
“desiderium gratiae”. Davvero egli fa proprio il fascino
mistico del Salterio espresso da Sant’Agostino, che nelle
sue Enarrationes in Psalmos esclamava semplicemente: «Psalterium
meum, gaudium meum». Infatti i loro effetti sul lettore o
ascoltatore sono assimilati a quelli suggestivi del suono,
del canto: «La musica della lira riempie l’animo di dolcezza
e lo ricrea e imbeve e sospende, rendendolo estraneo a ogni
dispiacere a ogni sofferenza» (Strofa XXI) e: «l’Amato è la
musica silente, perché (l’anima) in lui conosce e gusta
questa armonia di musica spirituale» (Commento a Strofa XV)14.
E anzi in questa opera emerge fin dall’inizio il Salterio
come effettiva prima fonte:
«Dove ti sei nascosto,
Amato, abbandonando me gemente?
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
uscii invocandoti e te n’eri andato» (Strofa I).
Come non pensare a quello che è un vero gioiello di fede e
poesia, il Salmo 42, aperto da una cerva assetata, con la
gola riarsa, che lancia il suo lamento davanti al deserto
arido, anelando alle fresche acque di un ruscello115. Qui
l’orante è immerso in un presente tenebroso illuminato però
dalla brama del ritorno e direi meglio della scoperta di
quell’Amato che è fonte di tutto ma al di sopra di tutto, e
quindi è tutto e nulla di tutto (come nel Salmo)16. La
scoperta è scoperta appunto: non implica un’assenza, perciò,
ma una presenza nascosta che se vuole essere trovata ha
bisogno che «chi deve trovare una cosa nascosta, deve
entrare altrettanto nascostamente fino al nascondiglio dove
essa sta; quando la trova, anche lui è nascosto nello stesso
modo» (Commento alla Strofa I).
Mi piaceva però insistere sull’uso della poesia da parte di
San Juan: credo davvero che, come scrive David Maria Turoldo,
altro grande mistico, la poesia segnali la svolta della
storia (di una storia): la poesia infatti è immediatezza,
semplicità, purezza. Per San Giovanni però, e lo sottolineo,
la “poesia”, ossia la scrittura in “versi” (ma non solo) è,
come aveva pensato prima di lui già San Pier Damiani, non un
mero diletto, un’opera di pura letteratura, la semplice
espressione di un’“intuizione” soggettiva (il termine
crociano è qui usato di proposito, poiché richiama alla
“distinzione” della poesia dalle altre attività spirituali
umane, qui, in particolare, dalla preghiera) bensì è sempre,
se vera poesia, preghiera. E la poesia come “preghiera” è al
contempo “pensiero” e dunque “vita singolare che pensa”!17
Sarebbe perciò più appropriato dire che il Cantico (e penso
qui anche alle Laudes Dei Altissimi) è la testimonianza di
un pensiero poetante18 che è solo il messaggero di un
Fondamento, di un Nulla, della Verità che si colloca fuori
di ogni possibilità di essere afferrata con la ragione
calcolante ma pure in ogni pensiero si invia come
ineliminabile: «È ciò che lo Spirito volle significare nel
libro della Sapienza: “Spiritus Domini replevit orbem
terrarum, et hoc quod continet omnia, scientiam habet
vocis”: Lo Spirito del Signore ha riempito l’orbe terrestre,
e questo mondo che contiene tutte le cose fatte da lui, è a
conoscenza della voce – che è la solitudine sonora; cioè la
testimonianza che tutte le cose danno di Dio nel loro
essere» (Commento alla Strofa XV).
Dio dunque: che è in Cristo condizione indispensabile di
intendimento del Suo nome, è in Cristo l’Amato di cui si sa
con un sapere che è anche percezione di colore, profumo,
suono, silenzio, fruizione di solitudine e di comunione. La
mistica si presenta perciò in qualità di vera critica nei
confronti della ragione speculativa. In questo senso San
Francesco è il principe dei mistici, lui che dimostrò nel
miglior modo, con il linguaggio più adeguato, che vi è
un’altezza qualitativa anche del senso e che esso, in tale
altezza, rivela Dio, lungi dall’ostacolarne la comprensione.
All’occhio asceso nella solarità, il sole astronomico
visibile, con tutto ciò su cui risplende, «le montagne, le
boschive convalli solitarie, […] i fiumi risonanti» (Strofa
XIV) “portano significatione” dell’“Altissimo” direttamente:
nascono così le Laudes Creaturarum che «cantano le opere del
Signore in quanto splendore di bellezza» (Salmo 110), che
cantano addirittura la notte goduta però nelle presenze che
la chiarificano appunto quali sora luna e frate foco. Dio è
l’Altissimo per San Francesco: per San Giovanni Dio è
Altura19 per la sua somma altezza «e perché in lui, come
dall’altura, si esplorano e si vedono tutte le cose, sia gli
addiacci superiori sia gli inferiori» (Commento alla Strofa
II). Pertanto noi uomini dobbiamo «rispecchiarci nella tua
bellezza» (Strofa XXXVI) attraverso la “salita” al monte,
«che è esperienza mattutina ed essenziale di Dio, che è
conoscenza nel verbo di Dio» (Commento all Strofa XXXVI), e
la “salita” al colle, «cioè alla esperienza vespertina di
Dio, che è conoscenza di Dio nelle sue creature e opere e
costruzioni meravigliose; la quale è simboleggiata dal
colle, perché è una conoscenza meno alta di quella
mattutina»(Commento alla Strofa XXXVI)20. Leggere oggi i
mistici può aiutare allora a riscoprire la bellezza del
mondo: basta guardarlo con occhi belli per non vederlo più
brutto. Non solo, ma leggere i mistici oggi può aiutarci a
pensare che il principio che fonda il pensiero non è
l’uomo-individuo. Il Principio, invece, la Verità, che è
Vita, fa vero il mondo perché lo trae a sé21.
L’“itinerarium” del pensare è allora un “itinerarium” della
Verità: scrive infatti Magdalena del Espìritu Santo, che è
un’altra testimone della vita di San Giovanni della Croce:
«Poiché mi meravigliarono la vivacità delle parole e la loro
sottile bellezza, gli chiesi un giorno se era Dio a dargli
quelle parole così ricche e belle, e mi rispose: Figlia, a
volte era Dio a darmele e altre ero io a cercarmele».
Proprio per questo San Juan si chiede nel Prologo del
Cantico spirituale: «chi saprà scrivere ciò che egli fa
comprendere alle anime innamorate in cui abita? Chi potrà
manifestare con parole i sentimenti che ispira? Certo
nessuno lo puo’». L’unico modo per parlarne è l’utilizzo di
termini positivi in maniera metaforica, analogica o
simbolica, lasciando ben intendere che quei termini positivi
riferiti al Cristo indicano qualcosa di più e di diverso
rispetto a quello che significano nel linguaggio comune, e
in questo senso i termini positivi vengono ridimensionati
mediante la negazione della loro finitezza e determinazione.
Saper udire questo linguaggio “inaudito” significa perciò
seguire un itinerario o meglio ancora per San Juan
percorrere tre stati o vie di esperienza spirituale: la
purgativa, l’illuminativa e l’unitiva22. Più precisamente
c’è un momento in cui, e qui credo che San Juan sia di una
profondità estrema, l’uomo si renda conto guardando il mondo
e rispecchiandovi in esso, e pensando alla morte, di «quanto
vane e ingannevoli siano le cose del mondo, che tutto ha
fine e viene a mancare come l’acqua fluente, come sia
incerto il tempo, risicato il possesso[…] quando sente che
Dio è molto in collera, e si è nascosto perché ella ha
voluto scordarlo fino a tale punto in mezzo alle creature»
(Premessa al Commento): è il momento della “notte oscura”
che è anche il titolo di una sua famosissima opera, e che è
«la via stretta che conduce alla vita eterna»23, è la via
dei travagli e degli stenti, è la via delle tenebre, quelle
tenebre però che nascondono il senso del vivere e del
pensare e che, se riconosciute come tali, ce li
restituiscono totalmente.
Riconoscerle significa sentire la ferita dell’Amore di Dio
inferta attraverso il Cristo (l’Amato) che dunque incide il
sicomoro e lo rende “saporoso” all’uomo che lo vuole
“sposare”24. Qui siamo al culmine del “pensare” (che è
iper-coscienza, iper-razionale) di San Juan, a quello che
lui chiama “matrimonio spirituale” (che riempie l’uomo di
Dio, che lo accresce): è l’unione perfetta con Dio, è
l’anima che si “india”. Il “desiderio” della sposa si compie
in un’unione intima con un amore folle da parte di Cristo
nei suoi confronti, amore più grande di un amore materno, in
cui addirittura l’Amato diventa servo della sposa, in cui è
delizia, carezza, è tenero con la sposa, e anche quest’ultima
reciprocamente si dona a Lui per intero25.
In questa maniera l’Amato mostra la “scienza saporosa” che è
la “teologia mistica”, che è la “contemplazione”26. Siamo di
fronte a pagine straordinarie di contemplazione (avere Dio
come “contemplum”, veramente), di sapienza, scienza, di
volontà, di memoria27. Emerge inoltre il Dio come Carità,
cioè come Dono Gratuito; emerge la tridimensionalità: esse,
nosse, velle che deve essere ogni persona se vuole vivere
l’esperienza del Cristo. Emerge l’illuminazione da parte di
Dio nei confronti dell’uomo! Tutti “concetti” altissimi di
cui si “sa” solo se li si sperimenta!
«Nell’intima cantina
dell’Amato ho bevuto; e fuori uscita
per tutti questi campi
più nulla ormai sapevo, e ho perso il gregge cui badavo
prima» (Strofa XXVI).
“Più nulla ormai sapevo”: nescivi”, dice la sposa dei
Cantici dopo aver parlato della sua trasformazione d’Amore
nell’Amato, se non la “sapida scientia”, che è la “scientia
Christi” sentita, assaporata con tutta sé stessi: è
l’“estasi” mistica di alta “scientia di Dio” (il “di Dio” è
da intendersi in maniera soggettiva, non oggettiva). Se non
si sa di Dio, non si sa nulla: «Fides supra opinionem et
infra scientiam costituta»28.
In questa maniera si realizza l’Amore tra l’Amato e la sposa
che è recupero edenico del mondo, poiché ella si sente come
«Adamo nello stato di innocenza, quando non sapeva cosa
fosse il male, perché è così innocente che non lo
intende»(Commento alla Strofa XXVI). Tutto ciò non annulla
però l’anima, ma la ricomprende totalmente nel suo
rinnovamento di uomo nuovo29. L’Amato è dunque il Cristo la
cui venuta, per San Juan, con la Nascita e la Croce30 «è un
evento che trae le persone verso l’eternità e conferisce
loro durata nella dimensione dell’ “aevum”: è qui che è
proprio parlare di “kairos” in cui consistono e durano le
persone in forza della grazia loro data e che è attimo
presente che in sé con-implica ogni evento. Incrociando il
tempo, il Verbo eterno trae a sé per grazia coloro che
accettano e desiderano di essere costituiti nella dignità
dei redenti»31. Non solo, ma chiamato o non chiamato Dio è
sempre presente: ecco ciò che è la mistica, ossia scoprire
che non si è solitari, scoprire, come scrive San Giovanni
della Croce nel Prologo della Subida del Monte Carmelo, che
si è sempre in Unione, che è la perfezione già raggiunta.
Questa dunque è la poesia di un pensatore che ho incontrato
grazie a esperienze di studio che non sono rimaste tali ma
sono divenute fino in fondo esperienze di vita (Erlebnisse),
e sono convinto che in questa sconvolgente alterità di
simile poesia rispetto al pensare (non-pensare) e al vivere
dell’uomo d oggi sta la sua necessità: San Juan è necessario
perché la sua posizione è “inattuale”; la più lontana,
forse, possibile dal pensiero comune di oggi: e questa
conversazione non ha avuto l’intenzione di cancellare o
confutare questo modo di pensare oggi comune, bensì quello
di completarlo con una veduta complementare e necessaria,
senza la quale l’atteggiamento dell’uomo di oggi mette capo
al niente.
NOTE
1 Cf. E.Mirri, Risposta alla domanda «Chi è Dio?», in AA.
VV, a cura di A.MOLINARO, «Chi è Dio?», Herder- Pontificia
Università Lateranense, Roma, 1988, pp.367-392.
2 L’edizione da me letta è la seguente: Giovanni della
Croce, Cantico spirituale, a cura di N. von Prellwitz,
Rizzoli, 1998.
3 Caterina da Siena, Orazioni, XXI.
4 Si rimanda in particolare al Prologo.
5 S. Teresa che era all’oscuro del luogo dove Juan era stato
fatto scomparire scrive:«Non so per quale sfortuna nessuno
si ricordi di questo santo»; e si consola con il pensiero
che probabilmente conforta anche il recluso:«Dio tratta i
suoi amici in modo terribile, ma essi non hanno motivo di
lagnanza, poiché ha fatto lo stesso con il proprio figlio».
6Cfr. T. Moretti-Costanzi, Meditazioni Inattuali sull’Essere
e il senso della vita, Editoriale Arte e Storia, Roma 1953,
Prefazione.
7 San Giovanni dichiarava nelle sue lettere di trovarsi
meglio tra le pietre che tra gli uomini.
8 Cfr. A. Grün, Vivere il Natale, Queriniana, Brescia, 2000.
9 Mt 17, 1-2, 5.
10 Proverbi 1, 5.
11 Proverbi 8, 34..
12 Così scrive Juan Evangelista uno dei suoi allievi
13 Il commento in “prosa” è esso stesso “canto”,
“preghiera”, “grido”. Anzi emerge ancora più forte la “lode”
a Cristo.
14 Si rimanda alla lettura dell’intero commento alla Strofa
XV.
15 Mi piace rimandare alla musica, che è esercizio
metafisico precipuo e che si è alimentata per secoli del
Salterio ricordando qui al Sicut cervus di Giovanni Maria da
Palestrina.
16 Si rimanda alla Strofa XIII e al relativo commento.
17 La totalità delle poesie veramente tali composte da San
Pier Damiani (pur con qualche precisazione che si verrà poi
facendo) fu raccolta da Costantino Gaetani, il curatore
dell’“editio princeps” dell’“opera omnia” dell’avellanita,
nel quarto volume della sua edizione, che è poi passato
nella raccolta del Migne al volume CXLV colonne 911-986. Il
primo volume dell’“editio princeps” del Gaetani è del 1604,
l’ultimo, che il dotto benedettino pubblicò ormai
ottantenne, del 1640. E alla raccolta di poesie il Gaetani
dette un titolo assai significativo, come subito si vedrà:
Carmina sacra et preces. Si tratta di un complesso di 227
carmi; o meglio, di carmi e “preghiere”; perché insieme alle
poesie vere e proprie esso raccoglie anche numerose
preghiere: per lo più “orationes” della Messa immediatamente
successive al “Gloria”, o preghiere di “Secreta” o di “Postcommunio”;
v’è anche un “prefazio” (XLVI), un “introito” (CV) e una
preghiera di “communio” chiaramente tale (CXV).
18 Rimando a tal proposito a T. Moretti-Costanzi,
Meditazioni Inattuali sull’Essere e il senso della vita, cit.,
cap.VI, p. 112, nota 1: «Nell’immediatezza della sua
espressione poetica, la mistica si dimostra debitamente
consapevole dell’impossibilità in cui si trova di tradursi
(senza tradirsi) nel linguaggio di un pensiero
filosofico-concettuale che la precede su un altro piano di
esperienza e che quindi dovrebbe essere, più che riformato,
sostituito. In questo senso è singolarmente preziosa la
testimonianza mistica del Cantico delle Creature, che San
Francesco mantenne incontaminato da ogni chiarificazione nel
concetto, già esplicitamente e chiarissimamente giudicato
nella maledizione al filosofante Fra Giovanni da Sciaca (Speculum
pefectionis)».
19 Si rimanda alla Strofa II e al relativo Commento
20 Credo che per assaporarne la bellezza sia necessario
leggere il testo del Commento alla Strofa XXXVI per intero.
21 Il cristianesimo è cogitor ergo sum, che significa che,
in quanto pensato, in Dio, io sono. Cfr. Anselmo d’Aosta,
Proslogion, cap. XVI.
22 Si rimanda all’Argomento che precede l’inizio del
Commento del Cantico spirituale.
23 Mt. 7, 14.
24 Dunque nel giorno in cui la Chiesa festeggia Santa
Caterina da Siena, mistica per eccellenza che esprime la sua
più alta spiritualità soprattutto nel Dialogo della Divina
Provvidenza, nelle Orazioni e nelle numerose Lettere mi
piacerebbe citare da una sua Orazione la XXI. «Nella tua
luce si conosce la cagione della luce e la cagione delle
tenebre[…]. È straordinario che, mentre siamo nelle tenebre
di questa vita mortale, conosciamo la luce e impariamo a
conoscere l’infinito nelle cose finite, permanendo nella
morte conosciamo la vita».
25 Si rimanda, all’interno del Commento, alla Premessa alla
Strofa XXVII.
26 Si rimanda alla Strofa XXVII e al relativo Commento.
27 Si rimanda al Commento della Strofa XXVI.
28 Ugo di San Vittore, De Sacramentis.
29 Si rimanda al Commento della Strofa XXVI. Si tratta di
«un potenziamento di noi stessi, da effettuare tota mente,
toto corde, tota anima, secondo ciò che siamo per
costituzione naturale; non solo come ragione e come spirito,
ma anche come senso (un senso che fa parte della mens). Che
nel senso medesimo sono da distinguere un piano o stato di
deiezione, dovuto allo scadimento nel peccato, e un piano di
purezza naturale…Che questa purezza del senso, in cui
l’anima si unisce a Dio, si deve senza tregua desiderare e
ricercare. Ricercarla non solo nella vista e nell’udito, ma
a pari titolo nel gusto, nel tatto e nell’olfatto. Che i
cinque sensi infine sono tutt’altro che esclusivi del
materiale e del corporeo. Fino al senso spirituale:
«recuperati i sensi -scrive il Serafico quasi in estasi-
mentre l’anima vede il suo sposo, lo ascolta, ne sente il
profumo, lo gusta e lo abbraccia, può cantare come la sposa
del Cantico dei Cantici» (S. Bonaventura, Itinerarium mentis
in Deum, IV, 2). Ecco dunque l’ascesi estetica, etica e
pensante insieme!
30 Ricordo che in origine San Giovanni della Croce si
chiamava Juan de Yepes, poi Juan de Santo Matìa; egli
sceglie l’appellativo della Croce poiché a suo avviso essa
indica il suo modello di vita che è la sofferenza accettata
o cercata come fonte di redenzione dello spirito.
31 T. Moretti-Costanzi, Il senso della storia, introduzione
e cura di M. Malaguti, Armando, Roma, 2002, p. XLIV.
Anno
II n.4, luglio/agosto 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004