IL CANTICO SPIRITUALE
DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE

Spesso pensavo: “Quali parti devo scegliere all’interno del testo da illustrare ai presenti?” E mi rispondevo che in questo testo tutto è importante, tutto è bello, tutto è vero: tutto è vita! È come se nel parlare della vita di ognuno di noi dovessimo scegliere dei momenti: ma ogni momento non può essere preso da sé perché è figlio di un momento prima e genitore di un momento successivo.


CONVERSAZIONI IN LIBRERIA

IL CANTICO SPIRITUALE
DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE


di RAFFAELE VERTUCCI


Nel corso dei giorni passati in cui mi preparavo a questo appuntamento spesso pensavo: “Quali parti devo scegliere all’interno del testo da illustrare ai presenti?” E mi rispondevo che in questo testo tutto è importante, tutto è bello, tutto è vero: tutto è vita! È come se nel parlare della vita di ognuno di noi dovessimo scegliere dei momenti: ma ogni momento non può essere preso da sé perché è figlio di un momento prima e genitore di un momento successivo, ogni momento cioè è testimonianza della nostra presenza qui e ora!
Questo testo infatti è l’“immagine” di una vita: proprio perché tale è difficile raccontarla tutta e il mio pertanto sarà un invito a “scoprirla”. Dicevo è il dipinto di una vita il Cantico spirituale di San Giovanni della Croce: che è esperienza vissuta fino in fondo da parte non di un privilegiato ma di una persona che ad un certo punto si è riconosciuta tale, perché si è messa alla ricerca di un senso! Esperienza che è per tutti e per nessuno: può essere vivibile da ognuno di noi se solo iniziamo a “pensare”!
Non solo: ma il mio non essere esauriente, e qui San Juan mi aiuta nel riferirvelo, è il fatto che questa sera, in questa conversazione-meditazione, sono e siamo solo dei messaggeri, dei testimoni di un argomento, l’“unum argomentum”, che non può essere esauribile proprio perché tale. Premesso ciò cercherò di guidarvi in questo brevissimo viaggio.
Vorrei comunque se me lo consentite iniziare questa conversazione con un “pensiero” appunto tanto personale quanto credo necessariamente da condividere con voi stasera (un pensiero non comunicato, non dialogante rimane incompleto): ebbene, è come se un sogno “interiore” si realizzasse, io qui a leggere delle pagine straordinarie e bellissime di un grande pensatore, nella misura in cui lo è veramente chi pensa restando fedele a un discorso “sulla” verità. Poiché il vero pensiero ha come problema in qualche modo unico proprio il Cristo, che è Principio sia della molteplicità degli essenti finiti sia del pensare vero: il quale ultimo, ove prescindesse dal suo principio, dalla verità, non sarebbe né vero né addirittura pensare, ma si minimizzerebbe ad un vano ed inconsistente opinare1. In questo “incipit” è forse già contenuto uno dei motivi che mi spinge a parlarvi di un’opera di San Giovanni della Croce che in quanto pensatore che pensa il vero è anche “mistico” poiché egli tacita ciò che è inessenziale mettendosi in ascolto del suo più profondo intimo (“del più interno” scriverà nella Strofa XXVI della prima delle due canzoni che formano il Cantico2), e di ciò che è più intimo del suo intimo!
«Non ti trovavo, Signore, di fuori, perché sbagliavo a cercarti di fuori, quando eri dentro» (Agostino, Soliloqui XXXI): è questa uno dei fondamenti del pensiero di San Juan; se si legge il infatti il Commento al primo verso del Cantico (“Dove ti sei nascosto”), è scritto: «Per questo sant’Agostino diceva a Dio nei Soliloqui: “Non ti trovavo, Signore, di fuori, perché sbagliavo a cercarti di fuori, quando eri dentro”. Dio sta dunque nascosto nell’anima, e là lo deve cercare con amore il buon contemplativo, dicendo: Dove ti sei nascosto?». E ancora nello stesso Commento: «Allora, o anima bellissima fra tutte le creature[…] ormai ti si dice che tu stessa sei l’alloggio in cui egli dimora, la stanza riservata, e il nascondiglio dove si nasconde;[…] ti converrà per trovarlo, dimenticare tutti i tuoi beni e, allontanandoti da tutte le creature, nasconderti nella più ritirata e intima stanza del tuo spirito, e chiudendo la porta dietro di te, chiusa la tua volontà a ogni cosa, “prega il Padre tuo nel segreto”»
San Juan dunque si spoglia di tutto ciò che è vano per accrescersi, per riempirsi del Principio, per «vedere nella sua luce la luce, per conoscere nella sua luce la luce»3, per far ritorno dunque a sé stessi. Lo fa attraverso una “meditazione” cantata, quasi urlata, espressa con un grande “ardore”4 e che prende inizio da un’esperienza di vita estremamente dolorosa: il carcere di Toledo (“il ventre della balena” scriverà San Giovanni identificandosi con Giona, il profeta involontario) vissuto per nove mesi (viene arrestato il 2 dicembre 1576) e trasformatosi comunque da “privatio” in una solitudine feconda5. Qui dunque compone le Canzoni della sposa e le Canzoni tra l’anima e lo Sposo che saranno queste ultime completate e commentate a Granada, in Andalusia, tra il 1582 e il 1588, e che appariranno nella prima redazione del Cantico Spirituale. Tuttavia il Cantico probabilmente è stato riscritto, nella quiete dell’isolamento del convento di La Pe?uela nel 1591 e la prima pubblicazione avviene nel 1622 in Francia con il titolo Cantique d’amour divin.
I mistici distinguevano la meditatio tanto dalla cogitatio troppo umana che dalla contemplatio super-umana. Qui avevano trovato la mèta interna nonché il presupposto di una sofia che minimizza e inattualizza ogni filo-sofico riconoscerlo. Pertanto questa meditazione di San Giovanni (che sfocerà in una contemplazione) dà atto della sensatezza di chi sta. Lo stare non esclude l’attività, ma la corona: direi, anzi che non c’è vera attività che non sia statica: lo stare infatti è l’autoaderire della persona non astratta, con viso e nome, in un ambiente regionale che sa rivelarla richiesta e preparata6. E la regione in questo caso sono più luoghi (intesi proprio come “locutus est” della Parola): la Castiglia, poi l’Andalusia (dove si sentiva a suo agio solo nei conventi immersi nel paesaggio agreste) e di più direi la Sierra Morena (la vastità di quel luogo arido e desolato era un vero deserto che aiutava l’anima e il corpo)7. In un brano della Notte oscura San Giovanni scrive: «L’attività divina disfa la sostanza spirituale, in modo che l’anima si sente consumare e struggere alla vista delle sua miserie, provocando una crudele morte dello spirito. Le accade come se, inghiottita da una bestia, si sentisse digerire nel ventre tenebroso di essa»: tuttavia l’uomo così ferito dall’amore del Principio, comincia a invocare il suo Amato. E tutto ciò è il Cantico Spirituale, frutto di uno stare che implica un “posizionarsi” attentamente (uno stare davanti) e in “attesa”, un’attesa che è fondata su un pieno ascolto di un cercato: ecco, il linguaggio della mistica si dà nel momento di un attento ascoltare; l’ascolto è una qualità femminile, e l’uomo capace di ascoltare è aperto al nuovo che gli viene detto, si apre all’inatteso8. Non solo: Heidegger parla dell’“Horchsamer”, di colui che ascolta e obbedisce, che è attento, che non è distratto e in sé dissociato, ma presso di sé. Si diceva che l’ascolto è una qualità femminile, e San Giovanni ha una sensibilità tutta al femminile anche perché vive con le donne: egli infatti è vicario e confessore presso il convento di carmelitane calzate della Encarnaciòn di Avila (dal 1572 al 1577) e ha fitti contatti con il convento andaluso di Beas, e trova una comunanza dalla parte del femminile in quanto vi intravede un luogo di reiezione cui sentiva di essere legato essendo in se stesso reietto dagli uomini, sentiti estranei alla sua natura inabile a rapporti efficacemente competitivi. Ecco, dunque, uno dei motivi per leggere i mistici oggi, per recuperare una femminilità che ci consenta di predisporci all’accoglienza dell’Altro, che ci consenta di recuperare l’ascolto come senso attraverso cui tutti i sentimenti passano (mossi come siamo dal vedere che invece è qualità tipicamente maschile): l’orecchio infatti è attivo e ode anche di notte, se non è ostruito da ortiche, dalle ortiche della chiacchiera!
Del resto la tradizione di Israele affida al verbo shama’ (come viene reso in ebraico il verbo italiano “ascoltare”) l’interiorità e la contemplazione che sono la sorgente della spiritualità. E il Cantico di San Juan è in questo senso “spirituale”: perché è una vera invocazione di risurrezione, come nel libro del Profeta Ezechiele, al capitolo 37, che ce la offre con immagini, simboli, visioni emozionanti, nel quale una voce di fronte alla distesa di ossa calcificate lo invita a invocare il passaggio dello Spirito creatore che irrompe per ridare vita a quegli scheletri. Il profeta allora proclama ai quattro venti, cioè alla totalità dello spazio, l’irruzione dello Spirito divino (in ebraico vento e spirito sono espressi da un unico vocabolo, “ruah”): le ossa secche e prive di vitalità si ricompongono così da costituire tante figure umane sulle quali si stendono i nervi, la carne, la pelle. Qui è la scoperta dell’uomo nuovo che si nasconde in ognuno di noi e che può riemergere se ci pone in suo ascolto: “Ipsum audite” (Ascoltatelo)9 in cui culmina il testo di Deuteronomio 18, 15: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto». E in questo senso mi piace citare i passi di uno dei Libri sapienziali, che sono tra le fonti principali di San Juan: «Ascolti il saggio e aumenterà il sapere»10 e «Beato l’uomo che mi ascolta»11.
Dicevo in precedenza che San Giovanni della Croce scrive un Cantico: parola che non tradurrei con “Canzone”, ma più propriamente con “Salmo”, che è lode gioiosa e supplica sofferta; quei Salmi di cui S. Girolamo nella sua Lettera 53 indirizzata all’amico Paolino scrive: «Davide è il nostro Simonide, il nostro Pindaro, il nostro Alceo, il nostro Orazio, il nostro Catullo. È la lira che canta il Cristo». Ebbene si, qui San Giovanni, che «non l’ho mai visto leggere un altro libro se non la Bibbia, che conosceva quasi tutta a memoria»12, compone un libro con delle strofe commentate13, da cantare evidentemente analogamente ai salmi appunto e alle poesie anche profane dei monasteri del Carmelo, sui Cantici di Salomone e vi si vede quanto sia pacifica la sua anima in queste sofferenze e tribolazioni dettate dal “desiderium gratiae”. Davvero egli fa proprio il fascino mistico del Salterio espresso da Sant’Agostino, che nelle sue Enarrationes in Psalmos esclamava semplicemente: «Psalterium meum, gaudium meum». Infatti i loro effetti sul lettore o ascoltatore sono assimilati a quelli suggestivi del suono, del canto: «La musica della lira riempie l’animo di dolcezza e lo ricrea e imbeve e sospende, rendendolo estraneo a ogni dispiacere a ogni sofferenza» (Strofa XXI) e: «l’Amato è la musica silente, perché (l’anima) in lui conosce e gusta questa armonia di musica spirituale» (Commento a Strofa XV)14.
E anzi in questa opera emerge fin dall’inizio il Salterio come effettiva prima fonte:
«Dove ti sei nascosto,
Amato, abbandonando me gemente?
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
uscii invocandoti e te n’eri andato» (Strofa I).
Come non pensare a quello che è un vero gioiello di fede e poesia, il Salmo 42, aperto da una cerva assetata, con la gola riarsa, che lancia il suo lamento davanti al deserto arido, anelando alle fresche acque di un ruscello115. Qui l’orante è immerso in un presente tenebroso illuminato però dalla brama del ritorno e direi meglio della scoperta di quell’Amato che è fonte di tutto ma al di sopra di tutto, e quindi è tutto e nulla di tutto (come nel Salmo)16. La scoperta è scoperta appunto: non implica un’assenza, perciò, ma una presenza nascosta che se vuole essere trovata ha bisogno che «chi deve trovare una cosa nascosta, deve entrare altrettanto nascostamente fino al nascondiglio dove essa sta; quando la trova, anche lui è nascosto nello stesso modo» (Commento alla Strofa I).
Mi piaceva però insistere sull’uso della poesia da parte di San Juan: credo davvero che, come scrive David Maria Turoldo, altro grande mistico, la poesia segnali la svolta della storia (di una storia): la poesia infatti è immediatezza, semplicità, purezza. Per San Giovanni però, e lo sottolineo, la “poesia”, ossia la scrittura in “versi” (ma non solo) è, come aveva pensato prima di lui già San Pier Damiani, non un mero diletto, un’opera di pura letteratura, la semplice espressione di un’“intuizione” soggettiva (il termine crociano è qui usato di proposito, poiché richiama alla “distinzione” della poesia dalle altre attività spirituali umane, qui, in particolare, dalla preghiera) bensì è sempre, se vera poesia, preghiera. E la poesia come “preghiera” è al contempo “pensiero” e dunque “vita singolare che pensa”!17 Sarebbe perciò più appropriato dire che il Cantico (e penso qui anche alle Laudes Dei Altissimi) è la testimonianza di un pensiero poetante18 che è solo il messaggero di un Fondamento, di un Nulla, della Verità che si colloca fuori di ogni possibilità di essere afferrata con la ragione calcolante ma pure in ogni pensiero si invia come ineliminabile: «È ciò che lo Spirito volle significare nel libro della Sapienza: “Spiritus Domini replevit orbem terrarum, et hoc quod continet omnia, scientiam habet vocis”: Lo Spirito del Signore ha riempito l’orbe terrestre, e questo mondo che contiene tutte le cose fatte da lui, è a conoscenza della voce – che è la solitudine sonora; cioè la testimonianza che tutte le cose danno di Dio nel loro essere» (Commento alla Strofa XV).
Dio dunque: che è in Cristo condizione indispensabile di intendimento del Suo nome, è in Cristo l’Amato di cui si sa con un sapere che è anche percezione di colore, profumo, suono, silenzio, fruizione di solitudine e di comunione. La mistica si presenta perciò in qualità di vera critica nei confronti della ragione speculativa. In questo senso San Francesco è il principe dei mistici, lui che dimostrò nel miglior modo, con il linguaggio più adeguato, che vi è un’altezza qualitativa anche del senso e che esso, in tale altezza, rivela Dio, lungi dall’ostacolarne la comprensione. All’occhio asceso nella solarità, il sole astronomico visibile, con tutto ciò su cui risplende, «le montagne, le boschive convalli solitarie, […] i fiumi risonanti» (Strofa XIV) “portano significatione” dell’“Altissimo” direttamente: nascono così le Laudes Creaturarum che «cantano le opere del Signore in quanto splendore di bellezza» (Salmo 110), che cantano addirittura la notte goduta però nelle presenze che la chiarificano appunto quali sora luna e frate foco. Dio è l’Altissimo per San Francesco: per San Giovanni Dio è Altura19 per la sua somma altezza «e perché in lui, come dall’altura, si esplorano e si vedono tutte le cose, sia gli addiacci superiori sia gli inferiori» (Commento alla Strofa II). Pertanto noi uomini dobbiamo «rispecchiarci nella tua bellezza» (Strofa XXXVI) attraverso la “salita” al monte, «che è esperienza mattutina ed essenziale di Dio, che è conoscenza nel verbo di Dio» (Commento all Strofa XXXVI), e la “salita” al colle, «cioè alla esperienza vespertina di Dio, che è conoscenza di Dio nelle sue creature e opere e costruzioni meravigliose; la quale è simboleggiata dal colle, perché è una conoscenza meno alta di quella mattutina»(Commento alla Strofa XXXVI)20. Leggere oggi i mistici può aiutare allora a riscoprire la bellezza del mondo: basta guardarlo con occhi belli per non vederlo più brutto. Non solo, ma leggere i mistici oggi può aiutarci a pensare che il principio che fonda il pensiero non è l’uomo-individuo. Il Principio, invece, la Verità, che è Vita, fa vero il mondo perché lo trae a sé21. L’“itinerarium” del pensare è allora un “itinerarium” della Verità: scrive infatti Magdalena del Espìritu Santo, che è un’altra testimone della vita di San Giovanni della Croce: «Poiché mi meravigliarono la vivacità delle parole e la loro sottile bellezza, gli chiesi un giorno se era Dio a dargli quelle parole così ricche e belle, e mi rispose: Figlia, a volte era Dio a darmele e altre ero io a cercarmele». Proprio per questo San Juan si chiede nel Prologo del Cantico spirituale: «chi saprà scrivere ciò che egli fa comprendere alle anime innamorate in cui abita? Chi potrà manifestare con parole i sentimenti che ispira? Certo nessuno lo puo’». L’unico modo per parlarne è l’utilizzo di termini positivi in maniera metaforica, analogica o simbolica, lasciando ben intendere che quei termini positivi riferiti al Cristo indicano qualcosa di più e di diverso rispetto a quello che significano nel linguaggio comune, e in questo senso i termini positivi vengono ridimensionati mediante la negazione della loro finitezza e determinazione. Saper udire questo linguaggio “inaudito” significa perciò seguire un itinerario o meglio ancora per San Juan percorrere tre stati o vie di esperienza spirituale: la purgativa, l’illuminativa e l’unitiva22. Più precisamente c’è un momento in cui, e qui credo che San Juan sia di una profondità estrema, l’uomo si renda conto guardando il mondo e rispecchiandovi in esso, e pensando alla morte, di «quanto vane e ingannevoli siano le cose del mondo, che tutto ha fine e viene a mancare come l’acqua fluente, come sia incerto il tempo, risicato il possesso[…] quando sente che Dio è molto in collera, e si è nascosto perché ella ha voluto scordarlo fino a tale punto in mezzo alle creature» (Premessa al Commento): è il momento della “notte oscura” che è anche il titolo di una sua famosissima opera, e che è «la via stretta che conduce alla vita eterna»23, è la via dei travagli e degli stenti, è la via delle tenebre, quelle tenebre però che nascondono il senso del vivere e del pensare e che, se riconosciute come tali, ce li restituiscono totalmente.
Riconoscerle significa sentire la ferita dell’Amore di Dio inferta attraverso il Cristo (l’Amato) che dunque incide il sicomoro e lo rende “saporoso” all’uomo che lo vuole “sposare”24. Qui siamo al culmine del “pensare” (che è iper-coscienza, iper-razionale) di San Juan, a quello che lui chiama “matrimonio spirituale” (che riempie l’uomo di Dio, che lo accresce): è l’unione perfetta con Dio, è l’anima che si “india”. Il “desiderio” della sposa si compie in un’unione intima con un amore folle da parte di Cristo nei suoi confronti, amore più grande di un amore materno, in cui addirittura l’Amato diventa servo della sposa, in cui è delizia, carezza, è tenero con la sposa, e anche quest’ultima reciprocamente si dona a Lui per intero25.
In questa maniera l’Amato mostra la “scienza saporosa” che è la “teologia mistica”, che è la “contemplazione”26. Siamo di fronte a pagine straordinarie di contemplazione (avere Dio come “contemplum”, veramente), di sapienza, scienza, di volontà, di memoria27. Emerge inoltre il Dio come Carità, cioè come Dono Gratuito; emerge la tridimensionalità: esse, nosse, velle che deve essere ogni persona se vuole vivere l’esperienza del Cristo. Emerge l’illuminazione da parte di Dio nei confronti dell’uomo! Tutti “concetti” altissimi di cui si “sa” solo se li si sperimenta!
«Nell’intima cantina
dell’Amato ho bevuto; e fuori uscita
per tutti questi campi
più nulla ormai sapevo, e ho perso il gregge cui badavo prima» (Strofa XXVI).
“Più nulla ormai sapevo”: nescivi”, dice la sposa dei Cantici dopo aver parlato della sua trasformazione d’Amore nell’Amato, se non la “sapida scientia”, che è la “scientia Christi” sentita, assaporata con tutta sé stessi: è l’“estasi” mistica di alta “scientia di Dio” (il “di Dio” è da intendersi in maniera soggettiva, non oggettiva). Se non si sa di Dio, non si sa nulla: «Fides supra opinionem et infra scientiam costituta»28.
In questa maniera si realizza l’Amore tra l’Amato e la sposa che è recupero edenico del mondo, poiché ella si sente come «Adamo nello stato di innocenza, quando non sapeva cosa fosse il male, perché è così innocente che non lo intende»(Commento alla Strofa XXVI). Tutto ciò non annulla però l’anima, ma la ricomprende totalmente nel suo rinnovamento di uomo nuovo29. L’Amato è dunque il Cristo la cui venuta, per San Juan, con la Nascita e la Croce30 «è un evento che trae le persone verso l’eternità e conferisce loro durata nella dimensione dell’ “aevum”: è qui che è proprio parlare di “kairos” in cui consistono e durano le persone in forza della grazia loro data e che è attimo presente che in sé con-implica ogni evento. Incrociando il tempo, il Verbo eterno trae a sé per grazia coloro che accettano e desiderano di essere costituiti nella dignità dei redenti»31. Non solo, ma chiamato o non chiamato Dio è sempre presente: ecco ciò che è la mistica, ossia scoprire che non si è solitari, scoprire, come scrive San Giovanni della Croce nel Prologo della Subida del Monte Carmelo, che si è sempre in Unione, che è la perfezione già raggiunta.
Questa dunque è la poesia di un pensatore che ho incontrato grazie a esperienze di studio che non sono rimaste tali ma sono divenute fino in fondo esperienze di vita (Erlebnisse), e sono convinto che in questa sconvolgente alterità di simile poesia rispetto al pensare (non-pensare) e al vivere dell’uomo d oggi sta la sua necessità: San Juan è necessario perché la sua posizione è “inattuale”; la più lontana, forse, possibile dal pensiero comune di oggi: e questa conversazione non ha avuto l’intenzione di cancellare o confutare questo modo di pensare oggi comune, bensì quello di completarlo con una veduta complementare e necessaria, senza la quale l’atteggiamento dell’uomo di oggi mette capo al niente.


NOTE

1 Cf. E.Mirri, Risposta alla domanda «Chi è Dio?», in AA. VV, a cura di A.MOLINARO, «Chi è Dio?», Herder- Pontificia Università Lateranense, Roma, 1988, pp.367-392.
2 L’edizione da me letta è la seguente: Giovanni della Croce, Cantico spirituale, a cura di N. von Prellwitz, Rizzoli, 1998.
3 Caterina da Siena, Orazioni, XXI.
4 Si rimanda in particolare al Prologo.
5 S. Teresa che era all’oscuro del luogo dove Juan era stato fatto scomparire scrive:«Non so per quale sfortuna nessuno si ricordi di questo santo»; e si consola con il pensiero che probabilmente conforta anche il recluso:«Dio tratta i suoi amici in modo terribile, ma essi non hanno motivo di lagnanza, poiché ha fatto lo stesso con il proprio figlio».
6Cfr. T. Moretti-Costanzi, Meditazioni Inattuali sull’Essere e il senso della vita, Editoriale Arte e Storia, Roma 1953, Prefazione.
7 San Giovanni dichiarava nelle sue lettere di trovarsi meglio tra le pietre che tra gli uomini.
8 Cfr. A. Grün, Vivere il Natale, Queriniana, Brescia, 2000.
9 Mt 17, 1-2, 5.
10 Proverbi 1, 5.
11 Proverbi 8, 34..
12 Così scrive Juan Evangelista uno dei suoi allievi
13 Il commento in “prosa” è esso stesso “canto”, “preghiera”, “grido”. Anzi emerge ancora più forte la “lode” a Cristo.
14 Si rimanda alla lettura dell’intero commento alla Strofa XV.
15 Mi piace rimandare alla musica, che è esercizio metafisico precipuo e che si è alimentata per secoli del Salterio ricordando qui al Sicut cervus di Giovanni Maria da Palestrina.
16 Si rimanda alla Strofa XIII e al relativo commento.
17 La totalità delle poesie veramente tali composte da San Pier Damiani (pur con qualche precisazione che si verrà poi facendo) fu raccolta da Costantino Gaetani, il curatore dell’“editio princeps” dell’“opera omnia” dell’avellanita, nel quarto volume della sua edizione, che è poi passato nella raccolta del Migne al volume CXLV colonne 911-986. Il primo volume dell’“editio princeps” del Gaetani è del 1604, l’ultimo, che il dotto benedettino pubblicò ormai ottantenne, del 1640. E alla raccolta di poesie il Gaetani dette un titolo assai significativo, come subito si vedrà: Carmina sacra et preces. Si tratta di un complesso di 227 carmi; o meglio, di carmi e “preghiere”; perché insieme alle poesie vere e proprie esso raccoglie anche numerose preghiere: per lo più “orationes” della Messa immediatamente successive al “Gloria”, o preghiere di “Secreta” o di “Postcommunio”; v’è anche un “prefazio” (XLVI), un “introito” (CV) e una preghiera di “communio” chiaramente tale (CXV).
18 Rimando a tal proposito a T. Moretti-Costanzi, Meditazioni Inattuali sull’Essere e il senso della vita, cit., cap.VI, p. 112, nota 1: «Nell’immediatezza della sua espressione poetica, la mistica si dimostra debitamente consapevole dell’impossibilità in cui si trova di tradursi (senza tradirsi) nel linguaggio di un pensiero filosofico-concettuale che la precede su un altro piano di esperienza e che quindi dovrebbe essere, più che riformato, sostituito. In questo senso è singolarmente preziosa la testimonianza mistica del Cantico delle Creature, che San Francesco mantenne incontaminato da ogni chiarificazione nel concetto, già esplicitamente e chiarissimamente giudicato nella maledizione al filosofante Fra Giovanni da Sciaca (Speculum pefectionis)».
19 Si rimanda alla Strofa II e al relativo Commento
20 Credo che per assaporarne la bellezza sia necessario leggere il testo del Commento alla Strofa XXXVI per intero.
21 Il cristianesimo è cogitor ergo sum, che significa che, in quanto pensato, in Dio, io sono. Cfr. Anselmo d’Aosta, Proslogion, cap. XVI.
22 Si rimanda all’Argomento che precede l’inizio del Commento del Cantico spirituale.
23 Mt. 7, 14.
24 Dunque nel giorno in cui la Chiesa festeggia Santa Caterina da Siena, mistica per eccellenza che esprime la sua più alta spiritualità soprattutto nel Dialogo della Divina Provvidenza, nelle Orazioni e nelle numerose Lettere mi piacerebbe citare da una sua Orazione la XXI. «Nella tua luce si conosce la cagione della luce e la cagione delle tenebre[…]. È straordinario che, mentre siamo nelle tenebre di questa vita mortale, conosciamo la luce e impariamo a conoscere l’infinito nelle cose finite, permanendo nella morte conosciamo la vita».
25 Si rimanda, all’interno del Commento, alla Premessa alla Strofa XXVII.
26 Si rimanda alla Strofa XXVII e al relativo Commento.
27 Si rimanda al Commento della Strofa XXVI.
28 Ugo di San Vittore, De Sacramentis.
29 Si rimanda al Commento della Strofa XXVI. Si tratta di «un potenziamento di noi stessi, da effettuare tota mente, toto corde, tota anima, secondo ciò che siamo per costituzione naturale; non solo come ragione e come spirito, ma anche come senso (un senso che fa parte della mens). Che nel senso medesimo sono da distinguere un piano o stato di deiezione, dovuto allo scadimento nel peccato, e un piano di purezza naturale…Che questa purezza del senso, in cui l’anima si unisce a Dio, si deve senza tregua desiderare e ricercare. Ricercarla non solo nella vista e nell’udito, ma a pari titolo nel gusto, nel tatto e nell’olfatto. Che i cinque sensi infine sono tutt’altro che esclusivi del materiale e del corporeo. Fino al senso spirituale: «recuperati i sensi -scrive il Serafico quasi in estasi- mentre l’anima vede il suo sposo, lo ascolta, ne sente il profumo, lo gusta e lo abbraccia, può cantare come la sposa del Cantico dei Cantici» (S. Bonaventura, Itinerarium mentis in Deum, IV, 2). Ecco dunque l’ascesi estetica, etica e pensante insieme!
30 Ricordo che in origine San Giovanni della Croce si chiamava Juan de Yepes, poi Juan de Santo Matìa; egli sceglie l’appellativo della Croce poiché a suo avviso essa indica il suo modello di vita che è la sofferenza accettata o cercata come fonte di redenzione dello spirito.
31 T. Moretti-Costanzi, Il senso della storia, introduzione e cura di M. Malaguti, Armando, Roma, 2002, p. XLIV.

Anno II n.4, luglio/agosto 2004


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