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Alessia
Alberici, Uomo e donna.
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ESSERE
UOMO ESSERE DONNA
NELLA CULTURA CONTEMPORANEA:
L'IDEOLOGIA DI GENERE
«Vedo una folla innumerevole di uomini simili e uguali
che incessantemente si ripiegano su se stessi per procurarsi
piccoli e volgari piaceri , di cui riempiono la loro anima.
Ognuno di essi, ritirato in disparte, è come estraneo al destino
di tutti gli altri; […] Al di sopra di costoro si eleva un
potere immenso e tutelare, che, da solo, si incarica di assicurare
loro i piaceri e di vegliare sulla loro sorte...»
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CRISTIANI
OGGI
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ESSERE UOMO ESSERE DONNA
NELLA CULTURA CONTEMPORANEA:
L’IDEOLOGIA DI GENERE
di ROBERTA
VINERBA
L’essere umano esiste al mondo nella forma del maschile
e del femminile, proprio questo dato, che sembra fenomenologicamente
incontrovertibile, è sottoposto oggi ad una critica che
ha come esito finale quello della decostruzione della società.
La domanda da cui prende avvio la problematica è se la determinazione
dell’essere al modo dell’uomo o al modo della donna sia
un carattere costitutivo dell’umano o il frutto di una costruzione
sociale e culturale. Nella nostra cultura per indicare i
due modi di presenza al mondo si usano due binomi, quello
dell’uguaglianza-diversità e quello dell’identità-differenza.
Per indicare la relazione tra uomo e donna si tende ad equiparare
il termine di uguaglianza con quello di identità, di uguale
a quello di identico. Ma le parole nascondono universi,
esse sono portatrici di contenuti che possono variare con
il variare del contesto culturale. I vocaboli possono essere
come dei «cavalli di Troia», una realtà immediatamente disponibile
sotto la quale se ne nasconde un’altra. Bisogna allora,
seppur brevemente, puntualizzare l’esatto peso dei quattro
termini in questione per capire quanto ognuno sia carico
di una ben determinata visione della realtà. Il primo termine
da esaminare è quello di differenza. La radice di questo
sostantivo va ricercata nella forma verbale dif-ferre che
ha a che vedere con l’azione di portare altrove, in altro
luogo, ciò che rimane identico. Nel termine differenza entra
in questione ciò che è identico, l’identità, e contempla
il permanere in unità di aspetti radicalmente distinti,
ma al contempo coerenti con l’unità stessa. Vale a dire
che la differenza è intra-personale. Il sostantivo diversità
richiama la pluralità, la variegata gamma di possibilità
o di realtà molteplici. La sua radice etimologica ha a che
fare con diversus che è il participio passato del verbo
latino di-vertere: volgersi in altra direzione. La nozione
di diversità è in relazione alla pluralità e con il mutare
di qualcosa che ha a che fare con l’esterno, senza riferirsi
all’essenza intima di ciò a cui si fa riferimento, nel nostro
caso la persona. E’ evidente che la diversità è applicabile
esattamente solo a ciò che concerne le relazioni inter-personali.
Il sostantivo uguaglianza, deriva da aequus aggettivo derivante
da sequor che è legato alla descrizione di una realtà sequenziale,
un’ordinata serie di realtà diverse apparentate fra loro
da una somiglianza formale. Vi è alla base l’idea di una
serie di oggetti intercambiabili che può aprire all’uniformità.
Proviamo adesso a tirare le somme di quanto detto: il binomio
uguaglianza-diversità che è anche quello comunemente usato
per indicare la relazione maschio-femmina, è in realtà inadatto
a descriverla perché può condurre a pensare che l’essere
sessuati al modo dell’uomo o della donna non faccia parte
costitutivamente della struttura nativa di quell’essere.
Il binomio in sé comprende al suo interno la nozione di
intercambiabilità e di esteriorità, quindi lascia intendere
che il maschile o il femminile possano essere intesi come
qualità non ontologiche (che fanno parte cioè della struttura
nativa della persona). In questo caso la persona, in specie
il corpo sessuato, può essere percepito come materiale grezzo
a partire dal quale l’individuo può orientare la formazione
del sé indifferentemente verso il maschile o il femminile.
Ed anche la relazione con l’altro è a partire da un indifferentismo
sessuato che dà corpo ad un rapporto orientabile verso diverse
connotazioni e gusti sessuali. Per quanto concerne il binomio
identità-differenza, esso comprende la nozione dell’identico
e della tensione plurale che si consuma all’interno di una
identità. In questo contesto la realtà del maschile e del
femminile è strutturale all’essere, attinge alla verità
ultima della persona sessuata. Essere uomo o donna non è
un fatto derivato o indotto da una forma culturale o sociale
ma è il tessuto del quale l’essere umano è intessuto. Potremmo
anche dire, facendo un nuovo passo avanti che è all’interno
del medesimo io che sono presenti l’identità e la differenza,
l’io è una unità al cui interno vi è una polarità duale,
non come opposizione, ma come apertura all’altro. In tal
modo, la differenza sessuale è individuata come il luogo
della relazione uomo-donna nella quale il tu non è solo
fuori dell’io, ma al contempo è in qualche modo anche all’interno.
La differenza sessuale, dunque, è il documento scritto nel
corpo della naturale accoglienza dell’io nei confronti del
tu, perché è al contempo interna ed esterna all’io e orienta
la persona in esterno, verso l’altro. Ora, se fino a qualche
decennio fa, parlare di maschio e di femmina poteva essere
realtà più o meno pacifica, diversa è la situazione contemporanea
la quale presenta delle correnti di pensiero che hanno ormai
inquinato la coscienza comune e che costituiscono anche
il modo diffuso di approccio alla sessualità. Per prima
cosa bisogna compiere un’analisi capace di mostrare come
in realtà, certa mentalità corrente, non sia altro che il
prodotto di un’erosione ideologica, il risultato di un inquinamento
delle coscienze operato in maniera talmente sottile da riuscire
a confondere ciò che è vero da ciò che è ideologico, da
ciò che è per essenza da ciò che si vuole sia. Occorrono
gli strumenti per riconoscere cosa si nasconde dietro tante
affermazioni che circolano liberamente nei salotti che fanno
opinione, salotti mediatici espressivi di centri di potere
occulto che hanno come unico fine quello di ingannare soprattutto
i giovani che abitano la trincea del progetto della formazione
di sé. Merita, a tal proposito ricordare un brano di Alexis
De Tocqueville che potrebbe essere stato scritto da un contemporaneo
tanto calzante è la descrizione che egli fa di una «visione»
di società. Scritto per altri contesti, purtroppo ben descrive
anche l’attuale mistificazione che viene offerta da centri
di poteri nei confronti della verità sull’uomo.
«Vedo
una folla innumerevole di uomini simili e uguali che incessantemente
si ripiegano su se stessi per procurarsi piccoli e volgari
piaceri , di cui riempiono la loro anima. Ognuno di essi,
ritirato in disparte, è come estraneo al destino di tutti
gli altri; […] Al di sopra di costoro si eleva un potere
immenso e tutelare, che, da solo, si incarica di assicurare
loro i piaceri e di vegliare sulla loro sorte. Assomiglierebbe
al potere paterno se, come quello, avesse per fine di
preparare gli uomini all’età virile; ma, al contrario,
non cerca che di fissarli irrevocabilmente all’infanzia;
gli piace che i cittadini siano contenti, a condizione
che pensino soltanto ad essere contenti» (nota 1).
La
società in-differente, per quanto concerne l’ambito specifico
della sessualità è il fine a cui tendono le correnti di
pensiero che vanno sotto il nome di «ideologia di genere»
o «gender» e che si propongono come un nuovo paradigma interpretativo
dell’umano. Non spaventi l’espressione tecnica, perché dietro
le spoglie del «difficile» saremo in grado di riconoscere
un’idea che, fatta circolare dalle cosiddette élites intellettuali
a partire dagli anni ‘60-‘70, si è ormai diffusa anche al
«popolo del supermercato». Spesso diciamo che l’uomo è di
genere maschile o di genere femminile, intendendo il genere
come sinonimo di sesso. Attenzione: siamo di nuovo di fronte
ad un termine-cavallo-di-Troia. Dalla IV Conferenza mondiale
delle Nazioni Unite sulla donna che si tenne a Pechino nel
1995, si è introdotta una forma deviata di comprensione
di tale vocabolo. A seguito della pressione economico-culturale
esercitata delle «femministe di genere», una corrente del
femminismo americano, esso è passato ad indicare una concezione
secondo la quale il fatto di essere uomo o donna non sarebbe
determinato fondamentalmente dal sesso, bensì dalla cultura,
vale a dire che «la natura umana non avrebbe in se stessa
caratteristiche che si imporrebbero in maniera assoluta:
ogni persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento,
dal momento che sarebbe libera da ogni predeterminazione
legata alla sua costituzione essenziale» (nota 2). Insomma
quello che da sempre costituisce fattore di riconoscimento
del sesso del bambino alla sua nascita (si dice: è maschio!
È femmina!) sarebbe solamente un accidente biologico sul
quale poi la cultura, la società, modellerebbero un’identità
sessuale. E’ vero che l’uomo è cultura, nel senso che è
progetto elaborato a partire dal sé interagendo con l’ambiente,
ma le scelte libere del soggetto non possono modificare
un dato antropologico incontrovertibile e cioè che la sessualità
è dimensione costitutiva della persona che dal livello biologico
risale nella psiche e nello spirito per formare un tutto
unitario: la persona uomo e la persona donna. Nessuna influenza
culturale, nessuna scelta del soggetto stesso potrà negare
un corpo che «dice» un’appartenenza sessuale. E’ vero anche
che c’è un’identità sessuale che è la coscienza dell’identità
psico-biologica del proprio sesso e di differenza rispetto
all’altro; ed anche un’identità di genere che è la coscienza
dell’identità psico-sociale e culturale che si esprime nel
ruolo che le persone hanno nella società. Normalmente le
due identità si compenetrano, ma nella ideologia di genere
la seconda è talmente preminente da far scomparire ogni
significanza del corpo del soggetto: quello che fa la sua
identità è il suo ruolo culturale nella società, non il
suo sesso biologico. Fanno parte del corredo ideologico
di questa corrente di pensiero, il concetto di sessualità
polimorfa (l’attrazione sessuale non riguarda necessariamente
persone di sesso opposto ma, al contrario, il desiderio
sessuale può essere diretto verso più direzioni indifferentemente);
di preferenza o orientamento sessuale (ci sono varie forme
di sessualità equivalenti all’eterosessualità), di omofobia
(paura delle relazioni omosessuali e pregiudizio verso coloro
che le vivono). Questi termini sono senz’altro familiari,
vengono immessi costantemente e sottilmente nei dibattiti
pubblici fino a divenire lessico comune e volani dell’idea
che celano. All’origine dell’ideologia di genere, c’è una
forma di neomarxismo. Per Marx la storia è lotta tra oppressi
ed oppressori, gli oppressi sono destinati a prendere coscienza
della propria condizione e, mediante la rivoluzione, ad
imporre una dittatura sugli oppressori. In ambito culturale,
per i fautori di questa dottrina, l’uomo è oppressore della
donna, la lotta tra uomo e donna è la primordiale lotta
di classe che si sviluppa primariamente nel matrimonio,
istituto massimamente oppressivo per la donna stessa che,
per eliminare la classe sessuale, deve prendere il controllo
sulla riproduzione (anticoncezionali), sul proprio corpo
(vedi: aborto) e finalmente, eliminare la radice che genera
l’esistenza delle classi sociali, cioè la distinzione tra
sessi. E’ importante capire che quello che nell’identità
di genere fa problema, è il concetto di differenza che è
associato a discriminazione, invece uguaglianza è il concetto
scelto per indicare parità (di potere) e diversità o per
indicare una realtà polimorfica, informe che attende di
essere plasmata secondo le preferenze personali. La natura
è materia grezza, è negato tutto ciò che è naturale, corporeo,
biologico e l’inclinazione eterosessuale è solo una possibile
tendenza o orientamento fra altre. L’ultimo passo da compiere
in questa sorta di pedagogia della mistificazione è quello
della decostruzione della società: lo scopo dei sostenitori
dell’ideologia di gender è quello di arrivare ad una società
nella quale non esistano classi di sesso e per questo propongono
la decostruzione del linguaggio, delle relazioni familiari,
della riproduzione, della sessualità, dell’educazione, della
religione ed infine della cultura. Utopia? Forse no, perché,
senza essercene accorti, l’ideologia di gender è ormai il
sentire diffuso tra molti adulti ed adolescenti. Siamo così
entrati in una società della in-differenza sessuale, una
società che respinge la fatica del differente, che tutto
deve omologare e tutto appiattire, nella quale i giudizi
di valore sono percepiti come integralismo, oscurantismo
e, in ultimo, fascismo. La società in-differente è società
androgina che mette in passerella manichini efebici vestiti
indifferentemente da uomini o da donne destrutturando anche
i canoni estetici: ad esempio ci si veste tra uomini e donne
nello stesso modo o si arriva al «gioco» dello scambio di
indumenti da uomo a donna e viceversa. E’ utile fare l’esercizio
di entrare in un negozio di abbigliamento per giovani e
mettersi alla prova: è un esercizio improbo riuscire a riconoscere
ciò che tradizionalmente era attribuito all’abbigliamento
maschile e ciò che invece era per il femminile. Di contro,
la società androgina che nega il corpo apre anche al suo
contrario. Il corpo negato vuole la sua rivincita e si espone,
si mostra fino all’abito-non abito, trasparenza assoluta
(non solo per la donna) che non lascia nulla all’immaginazione.
In comune, le due espressioni della società androgina hanno
la percezione del corpo, del biologico come di una «cosa»,
di uno strumento per affermare uno spirito che si percepisce
separato e signore del corpo stesso. Non è vero che viviamo
una sorta di idolatria del corpo, o meglio, essa non è la
radice del problema attuale. Alla radice dell’incapacità
a vivere nel corpo sessuato e come corpo sessuato vi è la
negazione della natura biologica umana. Il corpo, troppo
apparentato alla morte, deve essere negato per dimenticare
che siamo mortali. Al cuore dunque della stessa ideologia
di genere c’è non tanto la voglia della vita, ma un pauroso
timore della morte che si trasforma in un vero e proprio
istinto di morte. Eppure, come accade al Cavaliere di Samarcanda,
cantato anni fa da Roberto Vecchioni, che va in braccio
alla morte nell’illusione di sfuggirgli, l’uomo moderno
che nega il suo corpo perché lo lega al contingente, si
ritrova proprio in bocca a quella morte che vorrebbe fuggire.
NOTE
1
A. De Tocqueville, La Democrazia in America, in La Democrazia:
nuovi scenari, nuovi poteri. Documento preparatorio, 17.
2
Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi
della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e
della donna nella Chiesa e nel mondo, 31.05.2004, 3.
Anno
II n6, novembre/dicembre 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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