Alessia Alberici, Uomo e donna.
 

L’ECLISSI DELLA TRINITÀ E
LA SOCIETÀ IN-DIFFERENTE
L’articolo pubblicato nel numero precedente della “Nottola”, titolato "Essere uomo essere donna nella cultura contemporanea", ha posto le basi per comprendere il fenomeno dell’ideologia di genere nella sua globalità. E’ necessario adesso dimostrare come alla radice dell’ideologia di genere vi sia un problema teologico, una vera e propria «eclissi della Trinità», perché prima che un fatto morale o sociale, tale corrente di pensiero interpella il «se» e il «chi è» di Dio.

 
CRISTIANI OGGI


L’ECLISSI DELLA TRINITÀ E
LA SOCIETÀ IN-DIFFERENTE
Le radici teologiche dell’ideologia di genere


di ROBERTA VINERBA


L’articolo pubblicato nel numero precedente della “Nottola”, titolato "Essere uomo essere donna nella cultura contemporanea", ha posto le basi per comprendere il fenomeno dell’ideologia di genere nella sua globalità. E’ necessario adesso dimostrare come alla radice dell’ideologia di genere vi sia un problema teologico, una vera e propria «eclissi della Trinità», perché prima che un fatto morale o sociale, tale corrente di pensiero interpella il «se» e il «chi è» di Dio. La radice storica del gender è rintracciabile in Frederick Engels il quale, nel 1848 scriveva che «il primo antagonismo di classe della storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra l’uomo e la donna uniti nel matrimonio monogamo, e la prima oppressione di una classe sull’altra con il sesso femminile sottoposto a quello maschile» . Per Engels il matrimonio è qualificabile alla stregua di un microcosmo sociale generatore di oppressione, la dialettica esistente tra uomo e donna è letta unicamente in chiave di potere, come una lotta per conquistare una uguaglianza che non ha altra cifra di comprensione se non quella del considerare ogni differenza come una forma di dominio. L’uguaglianza come annullamento della differenza altri non è, però, che il dominio di una forma sull’altra, l’uguaglianza che tutto livella e che annulla le identità e le differenze è, di fatto, una forma di violenza totalitarista. Per i marxisti, la rivoluzione doveva condurre ad un sistema sociale nel quale fosse esclusa la proprietà privata, fosse facilitato il divorzio, l’educazione dei bambini fosse a cura di istituti di assistenza, e soprattutto, fosse eliminata la religione. Il legame primigenio tra incompatibilità dell’ideologia di genere con una visione religiosa della vita è fin dalle sue radici: il materialismo marxista rinchiuso nella dimensione terrena non sa concepire altro che disuguaglianze in termini quantitativi, non può che leggere anche le differenze qualitative con la medesima cifra. A partire dall’interpretazione marxista della storia si è così sviluppata una lettura dell’umano che necessita dell’abbattimento della differenza del genere che è all’origine del circolo vizioso instaurato tra differenza e ingiustizia. Le femministe di genere affermano che «il genere comporta le classi, le classi presuppongono disuguaglianza. Lottare invece per decostruire il genere porterà molto più rapidamente alla meta. […] Dopotutto gli uomini non godrebbero dei privilegi maschili se non esistessero gli uomini. E le donne non sarebbero oppresse se non esistesse il concetto di “donna”» . «Se dobbiamo una lealtà, anche minima, ai nostri ideali democratici, è essenziale prendere le distanze dal genere […]. Sembra innegabile che la dissoluzione dei ruoli di genere contribuirebbe a promuovere la giustizia in ogni nostra società, facendo così della famiglia un luogo molto più adatto a far sviluppare ai figli un senso di giustizia». Ristabilire la giustizia comporta un processo decostruttivo che si muove per tappe susseguenti: decostruzione della famiglia; instaurazione del concetto di salute e diritti riproduttivi ed infine rendere insignificante la religione. Per quanto concerne la decostruzione della famiglia, lo smantellamento dei ruoli tradizioni di marito-moglie, passa principalmente per la distruzione del ruolo materno. Mettere al mondo i figli significa, in quest’ottica da parte della donna, il doverli accudire e restare in qualche modo indietro rispetto all’uomo nelle possibilità professionali. Se lo sposo lavora «fuori» e la moglie passa molto tempo in casa a causa dei figli, vi è una ripartizione di responsabilità differente, dunque disuguale, dunque ingiusta. La disuguaglianza nella casa è all’origine della disuguaglianza nella vita pubblica. Di fronte alla possibilità di scegliere di avere figli, le femministe affermano che «nessuna donna debba avere questa possibilità di scelta. Non bisognerebbe autorizzare nessuna donna a chiudersi in casa per accudire i figli […] Le donne non devono avere questa scelta, perché se questa scelta esiste, troppe donne optano per essa». Non avere in primo luogo il dovere di accudire i figli significherebbe piena uguaglianza con l’uomo ed anche la fine della divisione sessuale del lavoro. Ma nonostante le femministe di genere, in natura sono ancora le donne, fino ad oggi, a gestare e a partorire l’essere umano. Ecco allora che si delinea il vero obiettivo: «uguaglianza femminista radicale significa […] che le donne – come gli uomini – non debbano dare alla luce» . Questa affermazione significa negare in radice la maternità come vocazione e relegarla a ruolo, all’interpretazione di una parte che viene assegnata. In teatro un attore può interpretare un ruolo oppure un altro, egli rimane lo stesso ma assume i panni di altri senza che questo metta in discussione la sua identità. Va aggiunto che il ruolo è intercambiabile, non è ontologicamente legato ad alcun soggetto. Dire vocazione significa invece intendere il fatto della maternità come una disposizione ontologica della donna che si sviluppa nella storia personale; in questo dipanarsi di una predisposizione naturale, la donna risponde ad una vocazione, ad un appello a diventare ciò che è già in potenza. La differenza tra ruolo e vocazione tocca l’ontologia. Dal punto di vista scientifico, la negazione della maternità porta a dover sviluppare una certa creatività per far fronte ad una riproduzione biologica da realizzarsi con altre tecniche. E qui veniamo al secondo punto per programma di decostruzione sociale, quello relativo alla salute e ai diritti sessuali riproduttivi. Le femministe di genere propugnano la libera scelta nelle questioni legate alla riproduzione e allo stile di vita. Per libera scelta si intende la libera determinazione a poter decidere circa l’aborto, lo stile di vita coincide con il diritto di essere lesbiche. Così a Pechino, i rappresentanti del Consiglio Europeo: «Devono essere ascoltate le voci delle donne giovani, poiché la vita sessuale non gira solo intorno al matrimonio. Ciò comporta il diritto ad essere diverse: in termini di stile di vita […] o di preferenze sessuale. Vanno riconosciuti i diritti riproduttivi della donna lesbica» . Tra questi diritti va annoverato quello, da parte di coppie lesbiche, di poter adottare bambini, anche quelli nati da precedenti unioni eterosessuali di una delle due partners e, soprattutto di poter essere inseminate artificialmente. Salute e diritti sessuali riproduttivi, espressione che sempre più ricorre nei documenti delle agenzie governative di pianificazione degli aiuti ai paesi in difficoltà, contengono dunque il diritto all’aborto e il diritto al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali e dell’accesso da parte loro alle tecniche di inseminazione artificiale. Sarebbe oltremodo utile che la riproduzione possa, in ultimo, non dover avere più bisogno del supporto uterino umano e realizzarsi grazie al cosiddetto utero artificiale. Questa autentica inimicizia con la vita si traduce, a livello politico mondiale in una sorta di alleanza tra femministe di genere, un certo ambientalismo radicale e i demografi che vedono di buon occhio un simile controllo della fertilità. «Per essere efficaci sul lungo periodo, i programmi di pianificazione familiare devono non solo cercare di ridurre la fertilità all’interno dei ruoli di genere esistenti, ma anche cambiare i ruoli di genere al fine di ridurre la fertilità», così in una riunione organizzata dalla Divisione per il progresso della donna unitamente al Fondo per la popolazione dell’ONU. Il percorso sin qui tracciato permette al lettore di leggere alla luce dell’ideologia di genere tanti approcci alla scienza, tante proposte legislative, che sono state espresse da documenti ufficiali delle nazioni Unite e della Comunità Europea. L’ideologia di genere prende l’avvio dal materialismo storico e a lui fa ritorno nella misura in cui individua nella religione la causa prima di ogni oppressione femminile, una religione che è percepita come un’invenzione umana (sempre attuale la definizione di oppio dei popoli). «Un video di promozione del Forum delle ONG alla Conferenza di Pechino, prodotto da Judith Lasch, dice: “Nulla ha fatto di più per la costrizione della donna dei vari credo e degli insegnamenti religiosi”» . Fra tutte le religioni però, quella massimamente pericolosa è la cristiana perché è fondata sull’abuso del Padre nei confronti del Figlio. L’oppressione che genera ingiustizia e sofferenza presente nel nucleo stesso della fede cristiana; essa non può che essere una religione della sofferenza che ratifica le ingiustizie, anzi vi concorre per sua stessa struttura nativa. Per quanto concerne il concetto di Dio, le femministe radicali ritengono necessaria una nuova immagine di Dio con attributi femminili. Bisognerebbe sostituire Dio con la Sapienza che ha le caratteristiche della saggezza femminile e di cambiare il nome Dio con quello di Dea. Al termine di quest’analisi possiamo inoltrarci nella riflessione propriamente teologica e ritornare al concetto di identico e di differente. Ciò che alle femministe di genere fa problema è tenere insieme il concetto di identità con quello della differenza; questa difficoltà si traduce nella sostituzione del vocabolo differenza (che ha a che fare con la realtà intra-personale) con diversità (che lascia intendere un cambiamento che chiama in causa le relazioni extrapersonali); identità con uguaglianza (che è apparentata con l’intercambiabilità). La scelta del binomio uguaglianza-diversità per descrivere il maschile e il femminile e la relazione sponsale uomo-donna, mortifica la ricchezza del binomio identità-differenza che lascia intendere una tensione plurale all’interno di ciò che è identico. Il passo successivo a queste considerazioni è quello di considerare l’identità e la differenza in Dio. Al Principio di tutto ciò che esiste c’è la parola creatrice di Dio che crea il cielo e la terra. Questo atto creativo si configura come un atto di distinzione e di differenza, vale a dire che Dio si presenta come Colui che fa distinzione tra luce e tenebre, fra la terra e il mare, fra le piante e gli animali, fra la realtà infra-umana (cosa buona) e l’uomo (cosa molto buona) (Gn 1,31a). Anche nell’evento fondante la fede di Israele, l’uscita dall’Egitto, Dio è colui che «fa distinzione tra l’Egitto e Israele» (Es 11, 7). Il Dio della fede ebraica è «Uno» (cf Dt 6,4), un’unità che conosce la prima distinzione nella non commistione con il mondo rifuggendo ogni forma di panteismo, ed è all’origine di una creazione che si presenta come una differenza gravida di relazioni. La differenza, il prendere le distanze tra ciò che è in sé e ciò che è altro, è la prima possibilità relazionale. Resta pur vero, però, che affinché vi sia riconoscibilità tra l’in-sé e l’altro, le due realtà devono essere in qualche modo imparentate, seppur nella forma dell’analogia. L’uomo è creato ad immagine e somiglianza di questo Dio che è Uno e che opera differenze e relazioni: «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1,26-27). Fin dal principio l’umanità è presentata come realtà comprensiva di identità e differenza, l’uomo è unità duale del maschile e del femminile. Nell’unità dei due «l’uomo e la donna sono chiamati sin dall’inizio non solo ad esistere “l’uno accanto all’altra” oppure “insieme”, ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente “l’uno per l’altro”». La creazione dell’uomo e della donna posti simbolicamente in Eden, cioè in una situazione di pienezza, mostra come via sia una sorta di triangolazione che sembra suggerire, nella vicinanza di Dio all’uomo la possibilità del reciproco riconoscimento. Per l’uomo l’amicizia con Dio (l’Eden nel quale Dio passeggia alla brezza del giorno), è il contesto nel quale egli riconosce se stesso e l’altro: «Questa volta essa è carne dalla mia carne è osso dalle mie ossa» (Gn 2,25); il nome che dà alla donna è come un’estensione del proprio: ‘ishsha da ‘ish. In maniera derivata la triangolazione Creatore-uomo-donna, dice anche che solo nel rispetto dell’ontologia creaturale è possibile la riconoscibilità di Dio. San Paolo ai romani insegna che è dal peccato teologico dell’idolatria che nasce il male morale (cf Rom 1,18-32) e che l’ottenebramento della coscienza a causa del male deteriora la stessa facoltà umana a riconoscere Dio. «La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce», afferma la Costituzione Gaudium et spes al n. 36. Il rifiuto di Dio (cf Gn 3) genera un offuscamento dell’intelligenza che vede indebolito il suo potere originario di attingere al reale e al vero e ad un offuscamento della coscienza che sbaglia nel giudicare; il risultato finale è la trasformazione della relazione originaria uomo-donna in relazione di dominio con i costitutivi della seduzione e della barbarie dominatrice. La rivelazione cristiana, rispetto al dato di fede di Israele, compie un passo avanti; nell’Incarnazione e nell’evento pasquale è la Trinità che si rivela: un unica natura divina, un unico Dio (piena identità) e al contempo tre Persone distinte (massima differenza). L’identità e la differenza sono ad intra prima che essere ad extra. Il concetto di persona che è all’origine della civiltà occidentale fu definito proprio a partire dal tentativo di dire la Trinità, le relazioni intra-trinitarie che si configurano, appunto, come dono-accoglienza-generazione tra il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo che sono fra di loro inconfusi. Tutto ciò che esiste porta l’impronta trinitaria, l’uomo è realmente ad immagine e somiglianza di Dio Trinità, ed anche la creazione, seppur in modo diverso, potremmo dire, analogico. La società in-differente che è il risultato del pensiero diffuso e diffusivo dell’ideologia di genere è, in ultimo, una società che ha smarrito la conoscenza della Trinità, e che, per tale motivo, non possiede più la grammatica di base per tenere unite l’identità e la differenza. In tale maniera è obbligata, in un certo senso, a sopprimere almeno uno dei due termini del binomio. L’ideologia di genere sopprime la differenza e lascia esistere l’identità che viene però pervertita nella forma dell’uguaglianza di una serie intercambiabile d’individualità. Sparisce così il concetto di persona come essere in relazione a partire dalla propria inconfondibile, ontologica fisionomia. A questo punto si aprirebbe un diverso fronte di riflessione che riguarderebbe le società nate e strutturate intorno ad una cultura monoteista. Sarebbe interessante studiare i monoteismi ebreo e musulmano alla luce di quanto detto e verificare, specie nel mondo arabo, la relazione tra la condizione di reale subordinazione della donna all’uomo e la difficoltà teologica di conciliare identità e differenza senza la matrice delle relazioni trinitarie. Per quanto concerne le civiltà di derivazione cristiana, lo scardinamento della triangolazione Trinità-uomo-donna, porta all’ulteriore effetto della distorsione della benedizione di fecondità e di dominio che corona la creazione dell’uomo. « “Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”» (Gn 1,28). Dalla relazione sessuata, prima ancora che sessuale, è donato all’uomo lo statuto di co-creatore, egli partecipa della prerogativa divina che è quella di creare. Il creare è cosa ben diversa dal fabbricare, dal lavorare su di un dato già esistente, è opera che si qualifica come l’incontro tra l’abbassamento divino e che si coniuga con l’innalzamento della libertà umana (innalzamento che è anch’esso dono del Creatore). Mediante il rapporto intimo tra l’uomo e la donna, Dio si inserisce in modo unico nella relazione libera dei due, si abbassa ed eleva l’uomo alla possibilità massima: creare. L’approccio scientista alla procreazione che si coniuga con una sorta di delirio di onnipotenza dell’uomo alienato con il prodotto delle proprie mani, fa dimenticare che, per quanto concerne le tecniche di laboratorio, non siamo di fronte ad una creazione, ma ad una vera e propria fabbricazione dell’uomo. Coniugare il termine fabbricare con la nascita di un uomo è operazione che disturba la nostra sensibilità, eppure dietro al cosiddetto “diritto al figlio”, si nasconde la pretesa antica di essere come Dio. In questo caso la posta in gioco è scalzarlo proprio nella sua prerogativa assoluta: creare. Le tecniche di fecondazione assistita sono l’ultima frontiera della sfida dell’uomo contro Dio, un Dio che nella distanza tra Sé e la sua creatura trova il luogo della donazione; ma che, per quanto riguarda l’uomo, tale distanza è percepita come uno smacco. Rendere insignificante Dio è anch’essa operazione di annullamento della differenza che è percepita come intralcio per la propria libertà. Si potrebbe tentare una lettura teologica, alla luce della “crisi trinitaria”, del fenomeno della fecondazione artificiale tenendo conto del fatto che il deismo non libera dal problema, perché è evidente che solo la fede nel Dio Trinità è capace di ri-generare una civiltà che generi futuro, perché toccare l’ambito della fecondità significa entrare in un determinato rapporto con le generazioni e dunque con la storia stessa. Infine, la benedizione della Genesi riguarda anche la relazione umana con il creato, la cosiddetta questione ecologica. Il dominio a cui si riferisce la pagina biblica è relativo a cura responsabile, governo responsabile dell’uomo sull’infraumano, non spadroneggiamento o saccheggiamento. Il concetto del dominio, se da un lato è rifiuto di ogni atteggiamento di padronanza assoluta sull’opera della creazione (l’uomo è il luogotenente di Dio, nella corretta traduzione dall’originale il “maggiordomo”), dall’altro, è rifiuto del livellamento, dell’abbassamento dell’uomo al livello, ad esempio, degli animali. Egli non è un animale fra gli altri, non è semplicemente vita tra altre forme di vita come vorrebbero le correnti radicali dell’ecologismo occidentale, o anche alcune filosofie di radice orientale trapiantate in occidente. Egli è qualitativamente differente da tutto ciò che esiste sulla terra. Concludendo ci sembra lecito affermare che dalla relazione primordiale con la Trinità ne consegue la cura per la veracità della prima relazione che è quella tra il maschile e il femminile e come da questa scaturisca a sua volta, il giusto rapporto con le generazioni e con il creato
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Anno III n.1, gennaio/febbraio 2005


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