DA DONNA DICO: SVEGLIATEVI UOMINI!
La dittatura di un femminismo stantìo
e la beata nescienza maschile
di ROBERTA
VINERBA
Accendere il televisore e “godersi” un dibattito
referendario, sfogliare qualche giornale e leggere commenti
relativi alla procreazione artificiale, aiuta ad accorgersi
che più che interrogarsi sulle questioni ultime, come quella
capitale sulla identità dell’embrione, si faccia di tutto
per coprire i termini della questione a colpi di slogan
sdoganati, di solito, dal vecchio armamentario
sessantottino-femminista di venerata memoria.
Che l’embrione sia uno di noi, a intuito ogni persona di
buon senso, senza bisogno di chissà quali supporti
tecnico-scientifici, (a favore peraltro di questa elementare
e umanissima esperienza), è in grado di ammetterlo. Vorrei
ben vedere come possiamo, parlando di noi stessi trovare un
altro inizio del nostro esistere, se non in quell’attimo in
cui la vita si è accesa nel ventre di nostra madre. E il
buon senso dice che, a ritroso, non siamo in grado di
cogliere nessun altro momento in cui è possibile riconoscere
un inizio così radicale. Il buon senso, ancora, dice che dal
concepimento in poi se si mettono le mani su questo processo
che procede in modo coordinato, continuo e graduale, questo
si arresta, e l’essere umano non vedrà mai la luce.
Eppure quello che è intuitivamente evidente non lo è per
coloro i quali intendono la vita una merce da valutare per
dimensioni e peso. L’instaurarsi di una scala di valore, di
una gradazione valoriale della vita umana, è un fatto ormai
tristemente acquisito anche dalla cultura di massa:
sacrificare un embrione che è piccolo e non si vede ad
occhio nudo, non si tocca, è pensata come una cosa giusta
per salvare chi ha una fortuna in più, quella di essere
visibile perché già nato.
La paura di morire, la paura di non avere il tempo di
trovare rimedi alla triste “livella”, spingono a pensare
chissà quale immortalità possa dare questo concentrato di
vita che è l’embrione. Sordi a tutti gli appelli degli
scienziati che avvertono che ad oggi nessun risultato è dato
dalle staminali embrionali.
Società sazia e disperata; società omicida che protegge solo
quelli già nel “recinto”, quelli che hanno avuto la fortuna
di scampare al massacro ordito dai sani e belli che oggi
decidono chi e come debbano vivere i loro futuri fratelli di
specie.
Società sazia e disperata che nasconde la verità, mente
sapendo di mentire: quotidiani di prestigio e “testatele”
locali che oscurano tutte le notizie che provengono dal
fronte dei sostenitori dell’astensione e che invece mettono
la grancassa a chi, colpevolmente o ingenuamente, serve la
loro causa.
Quali affari si nascondono dietro la “libertà
d’informazione”? Quali intrecci finanziari vengono orditi su
quelle povere cellule che pulsano vita? Su di loro sono
stati depositati brevetti che, qualora la ricerca si
spostasse sulle staminali adulte, perderebbero ogni valore.
Società sazia e disperata che sempre più assomiglia al “seno
avvizzito di Sara”, vuoto e vecchio, avamposto di una morte
irrimediabilmente vicina.
Il seno di donne inacidite nell’inseguire la forma perfetta
di sé e che, ad un certo punto, pare loro intravederla in
quella di un figlio che possa continuarne la giovinezza.
Il figlio come diritto: l’aberrazione a cui ci stiamo
abituando, nemmeno il buon vecchio Kant, padre della morale
laica può più nulla. Che l’uomo non può mai essere trattato
come mezzo ma sempre come fine delle proprie azioni, è
convinzione ormai sorpassata. Il figlio in realtà “serve”
alla madre: va di moda essere madri, al posto del desiderio
si afferma la volontà di potenza dell’avere qualcuno che
dipenda da noi stesse. L’uomo partner non assolve più questo
compito, dunque chi meglio di un frugoletto indifeso da
poter crescere come riserva affettiva per la propria
solitudine?
Società sazia e disperata: donne vuote e disperate che
sempre più sono incapaci di gestire la maternità seppur
voluta o desiderata; che sempre più ci sbattono in faccia il
dramma di un figlio nato e ucciso da loro stesse, un altro
che le minaccia col suo stesso esistere.
Società sazia e disperata: sempre più vedove bianche, donne
single, separate, divorziate, tradite, sole.
Eppure in questi giorni, ci sembra che gli slogan che
vengono gettati come pietre in faccia a chi si ostina a non
rassegnarsi a questa Caporetto femminile, vogliano invece
aumentare questa solitudine della donna davanti a se stessa,
al suo uomo e ai suoi figli. Vale a dire che abbiamo piene
le tasche di sentirci ripetere che la Legge 40 è contro le
donne, contro il loro corpo. In parte è vero, lo ammettiamo:
ogni atto di fecondazione assistita è un intervento che il
corpo della donna sopporta con difficoltà: siamo davanti a
tecniche che richiedono un grande dispendio di energie
psichiche e di rischi fisici.
Per questo non ci stanchiamo di ripetere che la Legge 40
infatti, non è cattolica perché da cattolici non approviamo
nessuna forma di fecondazione artificiale. Però questa legge
è ad oggi il limite vivibile, la frontiera intransitabile
per un minimo di protezione per la donna e il bambino; il
suo peggioramento, che si avrebbe in caso di vittoria dei
sì, sarebbe un ennesimo passo in avanti verso una nuova
solitudine femminile, non una conquista favorevole alla
donna. Perché?
Perché il desiderio di un figlio, per essere giusto e
nobile, deve essere l’espressione di un’unione d’amore e di
vita fra un uomo e una donna che percepiscono la
procreazione come conseguenza della loro reciproca unione.
Un desiderio congiunto ed anche una responsabilità condivisa
seppur in maniera differente. Il peso del processo della
fecondazione artificiale, se tocca in maniera rilevante il
corpo femminile è, almeno moralmente, anche paterno: non è
ininfluente la modalità della raccolta del seme (molti
uomini accusano il ricordo umiliante del procedimento che
prevede la masturbazione in bagno sollecitati da riviste
pornografiche), così come la responsabilità emotiva ed
affettiva di portare avanti un rapporto che, almeno per un
tempo è necessariamente centrato sulla ricerca del terzo con
ogni mezzo. Un tempo che prevede delusioni che necessitano
dell’appoggio irrinunciabile che il marito deve alla moglie,
un appoggio fatto di pazienza, autorevolezza, affidabilità,
presenza. La situazione clinico-ormonale della donna
richiede maggiormente il coinvolgimento dell’uomo per
condividere il peso dell’attesa e del fallimento, del
compimento e della speranza. Il punto critico della
fecondazione artificiale, se omologa, è nella separazione
del significato unitivo da quello procreativo dell’atto
coniugale: a motivo di questa ferita inferta alla coppia è
richiesto ai due un supplemento di unione, che mai colmerà
il taglio dissociativo iniziale, ma che risulta
indispensabile per reggere l’urto della scelta. Nel caso
dell’eterologa, inutile dire che l’inserimento di un terzo
nella vita della coppia si presenta come una promessa di
crisi che, purtroppo potrebbe esplodere come una bomba ad
orologeria nel prosieguo del rapporto familiare. In entrambi
i casi, è evidente che la presenza del marito non è
semplicemente accessoria, è invece garanzia di sicurezza, di
equilibrio per la donna stessa.
Ora, la legge 40, pur con tutti i limiti, vuole garantire la
genitorialità cercando di tutelare un minimo di unione della
coppia (vedi il no all’eterologa, ad esempio); la propaganda
ideologica referendaria, continua a battere il vecchio
argomento che vede la maternità come un fatto esclusivamente
o tipicamente femminile. Dall’”utero è mio e me lo gestisco
io” al diritto al figlio delle donne sole o delle donne che
scelgono un partner solo per farci un figlio, la linea di
coerenza è evidente. Il figlio, in questa concezione della
vita, è percepito come un prolungamento del sé personale e
non come l’espressione dell’amore di un’unione indissolubile
tra due persone.
Dove ha portato questa emancipazione se non a generare
schiere di donne sole, di madri-piovra che investono sul
figlio la propria scommessa vitale, di donne abbandonate da
uomini che non hanno saputo o potuto tenere il passo di
un’emancipazione cannibale? Se non avremo il coraggio, da
donne, di denunciare la perversione di questo tipo di
impianto culturale saremo noi le prime a farne le spese,
sempre più sole con le nostre scelte, libere di sbagliare,
sì, ma impossibilitate a condividere con chicchessia il
nostro tormento. Ma il coraggio è richiesto agli uomini,
specie a quelli che ottusamente continuano a parlare di
diritto della donna e di corpo della donna su argomenti che
richiederebbero invece una seria riflessione sulla coppia ed
anche, quindi, sull’eclissi del maschio che è diventata,
ormai, la vera emergenza sociale, culturale e teologica di
oggi.
L’uomo defilato dalla responsabilità familiare e procreativa
è l’ultimo atto dell’uccisione di Dio, o meglio del rendere
Dio stesso ininfluente rispetto al corso del mondo e della
storia. Come dire Dio Padre, infatti, in una società che
vive un matriarcato ideologico? Come dire l’Amore sicuro e
tenero al contempo, l’Amore che genera vita in abbondanza
senza il riferimento al padre perno della famiglia?
Da donna dunque, per la stessa sopravvivenza di quel “genio
femminile” di cui mirabilmente ha parlato Giovanni Paolo il
Grande, per la stessa possibilità della trasmissione della
vita come evento totale, biologico, culturale, teologico,
dico a voi uomini: svegliatevi e siate protagonisti
dignitosi del dibattito attuale. Riprendete il posto che vi
compete e smettetela di ripetere senza riflettere slogan che
sono solo un modo, politicamente corretto, di eviravi.
Anno
III n.3, maggio/giugno 2005