Giorgio La Pira
 

LA TESTIMONIANZA MORALE
DEL CRISTIANO IN CAMPO POLITICO

Non possiamo in questo numero de “La Nottola” non rispondere alla richiesta che molti visitatori del nostro sito hanno manifestato: quella di avere un quadro intorno ad una pubblicazione recentissima edita dalla nostra Arcidiocesi e dalla provincia di Perugia per commemorare l’anniversario di Giorgio La Pira: La testimonianza morale del cristiano in campo politico. L’esempio di Giorgio La Pira, Perugia, 2003. L'autrice è Roberta Vinerba.

 
LETTI E RECENSITI


LA TESTIMONIANZA MORALE
DEL CRISTIANO IN CAMPO POLITICO:
L'ESEMPIO DI GIORGIO LA PIRA

Roberta Vinerba, La testimonianza morale del cristiano in campo politico: l'esempio di Giorgio La Pira, Perugia 2003.




Non potevamo in questo numero de “La Nottola di Minerva” non rispondere alla richiesta che molti visitatori del nostro sito hanno manifestato, e cioè quella di avere un quadro esaustivo attorno ad una pubblicazione recentissima edita dall'Arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve e dalla Provincia di Perugia per commemorare l’anniversario di Giorgio La Pira: La testimonianza morale del cristiano in campo politico. L’esempio di Giorgio La Pira, Perugia, 2003. L'autrice è Roberta Vinerba, finissima ed attenta studiosa del pensiero e della teologia sociale, ed in particolare del pensiero del grande sindaco di Firenze, della grande figura di testimone e profeta che egli incarnò. Non era facile collocarsi nel campo vasto degli studi su La Pira con una monografia tanto intensa, tanto perspicace e tanto piena di contenuti uniti ad una passione spirituale non consueta. Ma Roberta Vinerba ci è riuscita appieno. Un argomentazione piena, una padronanza dell’opera di La Pira e la sottolineatura dei moventi teologici e profondi di essa; una scrittura piana e padrona della letteratura critica, fanno di questo saggio un nodo capitale ed interessante difficilmente eludibile nel quadro degli studi specialistici ma anche di quelli di divulgazione sull’opera di La Pira. Chi conosce Roberta Vinerba sa che questa opera non è lontana dalla sua sensibilità religiosa e di religiosa, e non è che frutto della costante attenzione che ella presta al suo mondo con occhi di cristiana e di donna impegnata nella promozione, spirituale e civile ad un tempo, della comunità e della società. Già: testimonianza spirituale nel sociale; per questo l’incontro con La Pira. Prima di addentraci nel contenuto e nella esposizione della stessa merita dire della struttura dell’opera. Questa si articola in tre parti in cui sono raccolti gli otto capitoli che la compongono insieme ad una introduzione, una conclusione ed amplissima ed utilissima bibliografia. Scorrendo l’indice stesso si ha nota della logica che sottende l’affrontamento del pensiero lapiriano così come svolto dalla Vinerba. La prima parte è titolata “La vocazione politica dei laici cattolici in Paolo VI”. Un capitolo ove si delinea una serissima ecclesiologia conciliare, specificamente legata all’approfondimento magisteriale che ne ha dato papa Montini. Degno di nota il capitolo secondo dedicato alla vocazione laicale come quella che specificamente è chiamata alla “costruzione del mondo”. Dopo questa corposa presentazione teologica, che si svolge per un centinaio di pagine (un saggio di valore essa stessa), ecco le rimanenti parti che innestano in questo quadro teologico la gemma del pensiero e della spiritualità di La Pira. La seconda parte “La testimonianza di La Pira” sottolinea nei tratti biografici del Nostro i moventi spirituali che lo hanno mosso e caratterizzato; la terza parte infine ne sottolinea la portata morale e politica del suo movente. Questa è titolata “La testimonianza morale dello statista Cristiano”. Tessitura di fondo di tutto il testo è la contemplazione del mistero cristiano che si fa teologia per i laici, teologia della storia e testimonianza morale e politica. Una declinazione del credo cristiano che La Pira ha vissuto fortemente e che si immette potentemente nel coro di quelle voci necessarie oggi per richiamare, per riscoprire valori e temi su cui condurre la nostra proposta cristiana con serietà in un quadro relativistico e spesso duro come il nostro. Torni la valutazione dell’impegno sociale politico in un’epoca di tacitazione apparente del cristianesimo e torni sulla sequela di quel Cristo che La Pira ha sentito e vissuto tanto essenziale per comprendere il suo tempo, tutti i tempi; e che lo spinse a rimboccasi le maniche, tanto da diventare con al sua vita e il suo impegno politico un alto grido di speranza sociale per tanti. Lascio di seguito alla vostra lettura alcune note che possono però più dettagliatamente sottolineare le problematiche e le tematiche sottese nell’opera di Roberta Vinerba.

Marco Moschini

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Negli ultimi decenni si è consumato, in Italia, un distacco tra corpo sociale e classe politica, una crisi di senso e di identità dei partiti e dell’agire politico in genere. Nel nostro paese, questo significa principalmente crisi dei cattolici impegnati in politica, emersione di una profonda frattura fra storia e fede. Entro tale contesto, che chiama direttamente in causa l’identità e la missione del laicato cattolico e il servizio della Chiesa alla comunità politica, il volume La testimonianza morale del cristiano in campo politico. L’esempio di Giorgio La Pira ha, come obiettivo, quello di riflettere sulla chiamata battesimale, per i cristiani laici, di testimoniare la corresponsabilità politica, ponendo l’attenzione sulla ricaduta che una ben determinata testimonianza morale da parte di uno statista politico cristiano ha, nei confronti di una più generale testimonianza morale dei battezzati in campo politico. Nel dopoguerra, in Italia, élites motivate e capaci diedero vita ad un assetto istituzionale che fu il frutto, anche, della massiccia mobilitazione del laicato di Azione Cattolica, che seppe produrre, negli anni precedenti la guerra, personalità cristiane mature che avvertirono come naturale implicanza di fede, l’impegno politico. Dagli anni del dopoguerra fino agli anni ’80, prende corpo un progressivo deterioramento delle logiche di servizio della classe politica. L’assolutizzazione della partitocrazia da un lato, la conflittualità e la litigiosità dei partiti al loro interno, un costume crescente di corruzione nella gestione delle istituzioni, non seppero reggere l’urto di una società che mutava radicalmente. Il deterioramento qualitativo delle élites politiche italiane, è anche la storia del deterioramento di quella cattolica, che si consuma definitivamente nella disgregazione della Democrazia Cristiana. Nell’ultimo decennio del secolo scorso, le vecchie élites politiche, vengono letteralmente azzerate tanto che il paese conosce, anche semanticamente, la realtà della «seconda Repubblica». L’itinerario teologico del Volume si situa entro tale contesto di crisi di senso, nella convinzione, espressa dall’Autrice, che la democrazia di uno Stato sia anche conseguenza della qualità delle élites politiche dalla cui testimonianza, il corpo sociale, riconosce la dignità del compito politico, ma anche che esse, siano una sorta di modello di riferimento che esprime, e che determina, la maturità del corpo sociale che rappresentano, così come la testimonianza cristiana di uno statista è sempre in relazione alla maturità della comunità cristiana nella quale è radicato. Sottesa a tutta la trama espositiva, c’è una domanda: quale presenza ecclesiale oggi è capace del risveglio delle coscienze e dell’espressione di personalità politiche significative, verificazione di una comunità ecclesiale competente nel suo ruolo storico? L’Autrice non ha voluto rispondere direttamente, ma ha presentato nuclei riflessivi che la convergenza tra l’ecclesiologia e la teologia morale può riprendere e sviluppare; così come ha evidenziato nuclei per un’ulteriore ricerca in campo di teologia spirituale, in quanto la testimonianza morale è emersa come inveramento dell’alto spessore spirituale del soggetto. Lo statuto teologico della ricerca vuole essere quello della teologia morale narrativa in campo di etica politica, un passaggio intermedio-riflessivo tra la biografia di un soggetto e la successiva analisi sistematica che l’etica politica persegue da risultati offerti dalla narrativa. E’ dunque un’offerta alla morale sistematica, perché la narrativa, che «tocca il polso» del sovrappiù di una storia rispetto alla sistematizzazione speculativa, offre materiale alla sistematica a partire dalla ricchezza dei percorsi teologici che la biografia ha lasciato emergere. Giorgio La Pira, statista politico italiano nato nel 1904 e morto nel 1977, è scelto come paradigma di una personalità teologica e di una testimonianza morale esemplare dello statista politico cristiano. La credibilità della testimonianza lapiriana si staglia entro la complessità biografica del soggetto, del quale tuttavia, non va taciuto che fu un modello anche discusso, mancante, a tratti, di circospezione e di prudenza politica. Eppure egli è l’espressione di una realtà ecclesiale che riscopriva, a livello teologico prima, pastorale poi, il ruolo chiave del laicato; nonché di una nuova concezione del rapporto Chiesa-mondo che, parallelamente alla riflessione sui laici, prendeva forma e consistenza teologica. I due ambiti del laicato e della laicità del temporale, strutturano la personalità teologica del Professore fiorentino, il quale era profondamente convinto che ai cristiani toccasse il compito storico di ri-cristianizzare le strutture della convivenza civile e che la fede cristiana, scevra da ogni connotazione intimista, si dovesse necessariamente tradurre in impegno nel mondo. La disamina della biografia lapiriana, è stata condotta dall’Autrice mediante la conoscenza, non solo delle fonti bibliografiche, ma anche dell’ascolto diretto degli amici e dei collaboratori, nonché dei luoghi della vicenda di La Pira. Essa, è interpretata dal magistero di Paolo VI, suo amico fraterno, del Concilio Vaticano II e alla luce della teologia di Enrico Chiavacci che funge da criterio ermeneutico e sintetico. La scelta di Chiavacci, anch’egli da noi conosciuto ed ascoltato, è stata motivata dal fatto della contemporaneità e conterraneità a La Pira, per cui, pur avendo maturato sensibilità e vocazioni differenti, visioni politiche ed ecclesiali diverse, entrambi sono accomunati da un certo «umanesimo fiorentino» che nel dopoguerra e negli anni successivi, ha prodotto una grande vivacità politica ed ecclesiale. Vale la pena ricordare anche che la riflessione si colloca entro il contesto storico ecclesiale che va dagli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale fino tutti gli anni ‘70, arco di tempo nel quale si svolge la vicenda politica lapiriana e il pontificato di Paolo VI per gli ultimi decenni, e che assume l’Italia come esclusiva area geografico-politica presa in esame.

L’itinerario
La ricerca è strutturata in tre parti tra di loro distinte e susseguenti al contempo, che hanno diverso peso e connotazione metodologica nel piano organico dell’opera. La prima parte della tesi vuole mostrare il retroterra del pensiero di La Pira, il modo in cui egli si è nutrito della riflessione teologica e magisteriale a lui contestuale: il pensiero di Paolo VI e del Vaticano II è stato il suo mondo vitale. Tale parte ha il peso e il valore dell’introduzione e persegue l’intento di verificare la tesi, secondo la quale, il battesimo è strutturalmente carico di valenza politica. Muovendo dal pensiero di Paolo VI e del Concilio Vaticano II circa la Chiesa ad intra e ad extra, attraverso passi successivi, l’Autrice ha denominato «vocazione politica» l’indole secolare dei laici. Entro tale vocazione laicale, è riconoscibile una chiamata più specifica che si configura come servizio alla prassi politica, compito che i laici debbono svolgere in maniera autonoma, nel moderno pluralismo delle opzioni e da uomini liberi. Da questa prima parte non bisogna aspettarsi delle novità teologiche, e la stessa struttura, elaborata su un grande numero di citazioni letterali del magistero, vuole significare, più che un intento creativo, uno di estrapolazione riflessa dei dati magisteriali per formare un corpus che consenta di gettare le basi per la successiva elaborazione. Ciò che emerge è però anche un nucleo di riflessione critica che concerne l’attuale presenza ecclesiale di movimenti laicali a motivo del fatto che lo stesso La Pira ne faceva parte che, pur essendo la parte più viva della ecclesia italiana, non riescono ancora ad esprimere, neppure loro, un serio ed efficace risveglio della coscienza politica cristiana. L’Autrice si pone dunque una domanda: siamo di fronte ad un problema temporale, cioè è necessario aspettare perché la nuova evangelizzazione dalla conversione personale abbia modo di espandersi nel servizio politico, oppure siamo di fronte ad un problema metodologico, cioè esiste una carenza nel modo stesso in cui i movimenti si relazionano con la fede e con la storia? L’intento della seconda parte è di cogliere, attraverso la biografia, i tratti spirituali e teologico-morali peculiari della irripetibile personalità lapiriana. Il ritratto di laico e della sua corresponsabilità politica fondata sulla vocazione battesimale tratteggiato nella prima parte, prende corpo nella biografia di Giorgio La Pira, la cui narrazione teologica occupa la seconda parte della ricerca, che è anche il vero corpo dell’opera. La parte ri-legge la biografia lapiriana entro la categoria teologico-interpretativa della testimonianza, in un cammino che incrocia tra di loro la verità contemplata e il suo riverbero biografico, facendo emergere dalla narrazione degli spunti speculativi, paradigmatici anche, dell’autenticità del testimone. Dalla ricerca è emerso come l’alta competenza ecclesiale del Sindaco fiorentino, connotata come primato dello spirituale, volontà di sentire cum ecclesia, approccio singolare alla preghiera percepita come azione politica, si risolva in corresponsabilità nei confronti della storia. La fede impegna nell’opera di costruzione della storia affinché il Regno venga; per questo compito vi è un unico soggetto operante che è la Chiesa che raggiunge ogni uomo ed ogni nazione attraverso l’apostolato ed in specie quello laicale che partecipa della missione salvifica del Corpo di Cristo orientando, secondo un’intenzionalità e una conformità cristiana, le strutture della convivenza. La Pira intende l’azione politica come un servizio a favore di un umanesimo integrale di derivazione maritainiana coniugato da lui con un certo umanesimo fiorentino, e di un’opzione preferenziale per i poveri che ha assunto i tratti prima, della costruzione architettonica dello Stato, della difesa del lavoro, poi, ed infine dell’impegno per la coesistenza pacifica. La dinamica tra principio di sussidiarietà e di solidarietà, sempre più con il mutare delle condizioni internazionali centrata di preferenza sul secondo; la lotta e la critica al regime fascista e ad ogni forma di statolatria; l’azione per una politica economica che sottragga l’estraniamento dell’economia dall’etica e dalla solidarietà; l’impegno per la pace attraverso il dialogo, sono tutti ambiti di concretizzazione dell’impegno lapiriano. La Pira era altresì convinto che un politico deve essere capace della lettura storiografica del profondo, che fatta alla luce dei segni dei tempi, permettesse di cogliere il movimento di fondo della storia che è attratta al suo porto finale di pace e di unità dall’azione lievitante della grazia del Cristo risorto. L’uomo politico deve commisurare la sua azione nell’assecondare tale moto e questo, lo garantisce, anche, dal venir meno della speranza. Infine, Vinerba argomenta come La Pira sia un testimone credibile specialmente per il suo essere irriducibilmente libero: davanti ai beni e davanti al potere, assunzione implicita di una teologia della croce che emerge compiutamente nell’ultimo capitolo del libro. La terza parte, finalmente, ha voluto tratteggiare lo specifico dello statista politico cristiano e dimostra come l’impegno politico cristiano, si possa collocare entro la categoria di vocazione. In questo contesto, il concetto di «opzione vitale» ha consentito di sviluppare una riflessione sulla dinamica della libertà umana che, nell’atto di auto-contrarsi in una scelta puntuale e irreversibile di vita, fa sì che il soggetto si assuma in libera e consapevole responsabilità il compito della risposta d’amore a favore di Dio e del prossimo, scoprendo così la verità di sé che consiste, appunto, nel fare della propria vita un dono irreversibile. In questo processo vitale lo statista esprime la comunità ecclesiale nella quale è radicato, entro la quale egli si impegna a vivere una intensa vita spirituale e sacramentale, nonché uno scambio di tipo teologico e sapienziale che lo aiuti a reggere l’urto della storia, confermando ed approfondendo le motivazioni della scelta fatta e sottraendole alla variabilità storica. La comunità ecclesiale riveste dunque un duplice ruolo: quello di essere una comunità capace di riconoscere e suscitare vocazioni specifiche per l’impegno politico, e quello di essere il luogo dove tali vocazioni possano essere valorizzate con una vera e propria pastorale vocazionale. La categoria opzione vitale intesa in termini di vocazione, consente all’Autrice di affermare che è necessario, per la morale sociale e politica, il ri-annodare il legame con la teologia spirituale, il bisogno della fondazione di un settore speciale di frontiera tra lo spirituale e il morale, legame che sia ontologicamente strutturale a tale branca. Ancora: attraverso il discernimento lo statista inserisce nella storia il bene possibile qui ed ora: ma perché tale compito non si appiattisca nella confessionalità, che è qualificata come ignoranza di fede e pigrizia intellettuale, l’impegno del politico necessita che questi riscopra la politica come cultura e come filosofia. Dall’analisi emerge un profilo dello statista dalle qualità intellettuali, culturali, filosofiche e teologiche estremamente alte, espressione di una feconda polarità tra la forte identità dello statista cristiano con un pluralismo che è sempre in pericolo di appiattire in un minimalismo, inteso come convergenza su un minimo denominatore comune. Del resto, la vocazione necessita del continuo approfondimento delle sue motivazioni, che le sono accessibili mediante un esercizio spirituale, ma anche, dello strumento della ragione come arte del pensare. L’analisi compiuta sulla trasposizione in campo politico dei criteri operativi e strutturali della comunicazione di massa e della struttura economica, ha messo in evidenza l’urgenza di proposte teologiche significative che possano recuperare l’aspetto sapienziale, teologico, dell’arte del pensare politico. La tecnocrazia, che si sviluppa quando mancano le basi culturali, causa un impoverimento della mentalità creativa che inerisce la ricerca del bene comune ed è l’espressione, e la causa, di una mentalità politica capace di lavorare sul dato e sulle urgenze ma che si trova in difficoltà nel dare forma ad una vasta area corresponsabile e a percorsi dialettici che allarghino le basi per un consenso critico e ragionato. L’Autrice ritiene necessaria una riflessione in campo di etica politica che sappia gettare il ponte tra i due momenti storico-politici, quello di La Pira e quello contemporaneo, scegliendo questo particolare aspetto della personalità lapiriana come criterio per analizzare teologicamente, da questa angolazione, il sentire politico tecnocratico divenuto quello comune, anche dei cristiani, e degli statisti che essi esprimono. Inoltre, segnala l’urgenza che la teologia morale, possa contribuire a disincagliare la memoria storica dei cattolici italiani, ed effettuare uno sforzo riflessivo per offrire modelli di riconciliazione e di purificazione della memoria recente perché c’è come un senso di colpa collettivo, da parte dei cattolici in campo politico, che li blocca nella riproposizione del futuro. Finalmente l’Autrice giunge a delineare come compito morale dell’uomo politico cristiano, quello di essere operatore di pace la quale va intesa nel senso biblico-teologico dello shalom di Dio, vale a dire come relazioni che abbiano il costitutivo dell’interpersonalità e della corresponsabilità. Esse devono essere strutturate dai due principi morali che distinguono il compito politico cristiano e che contemplano, da un lato, il dovere di lottare contro ogni forma di oppressione della persona umana e dall’altro, il dovere di promuovere la fraternità universale. L’ultimo capitolo del lavoro è, infine, il ritratto mistico dello statista, il quale è chiamato ad effettuare una rasserenante riconciliazione con il morire attraverso una disciplina che lo alleni a trovare nella contrazione della propria libertà nell’opzione vitale, la stessa vittoria sulla morte. Lo statista come mistico, sacerdote, ed infine testimone della gioia entro l’evento stesso di morte, conclude la ricerca, e consente di rispondere affermativamente alla domanda se l’impegno politico sia davvero una vocazione alla santità, una forma di vita buona, proponibile come via di santità cristiana.

Note a cura di M.M.

Anno II n6, novembre/dicembre 2004


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